mercoledì 7 febbraio 2018

Due mani di carta


Attraverso il ponte tutte le mattine, ma guardo sempre davanti a me, raramente di fianco. Il fiume scorre ai lati dei miei occhi, è uno specchio bruno su cui non mi soffermo mai. 
Stamattina, invece, l'increspatura dell'acqua mi attirava, perché era simile a quella che ha il mare quando soffia la tramontana. 
"Non c'è differenza di acqua - ho pensato - tra un fiume e un oceano, perché il primo è il preludio del secondo, e senza l'uno non potrebbe esistere l'altro. Ma noi guardiamo l'uno e l'altro - mi sono detto - dando a ciascuno un nome diverso, facendo delle distinzioni. E più ci addentriamo nei particolari, più ci allontaniamo dalla verità generale e più commettiamo errori: più siamo precisi e più sbagliamo ed è inevitabile che sia così, agli uomini non è dato di vivere l'essenza delle cose e di avere una visione globale della realtà, anche perché, se ciò accadesse, verrebbe meno tanto il panorama quanto l'osservatore, l'oggetto assieme al soggetto".
Tutte queste considerazione, questa filosofia spicciola, in un breve frangente, mentre porto con me il ritaglio di un disegno di mio figlio: due piccole mani di carta, il contorno delle sue, che, unite fra loro, formano una maschera da indossare.
"Per non vedere - mi sono detto, ancora una volta - e per non essere visti": per coprire lo sguardo con le mani e non capire che il fiume è la stessa cosa del mare. Un modo come altri per chiudere gli occhi su un presagio.
E far finta di nulla, come i tanti che non si accorgono che la vita è soltanto un passaggio simile allo scorrere dell'acqua. E invece si riempiono gli occhi di illusioni, se ne vanno per le strade pieni di certezze e agli altri, e perfino a se stessi, appaiono ciò che non sono: sicuri e pieni di sé, vincitori e infallibili.