giovedì 3 maggio 2018

Popcorn


Non mi piace essere perentorio e usare espressioni come "ormai è così", come se non vi fossero più rimedi per cambiare le cose, come se il futuro non potesse sovvertire il presente, cosa che invece succede sempre, prima o poi: non c'è un domani uguale a oggi e nessun oggi è come ieri.
Ma vivo nel presente, anzi, vivo il presente, ed è (molto) umano che sia così: l'istante, senza il prima e il dopo, è la sola cosa che ci appartiene: le altre sono il ricordo e le aspettative, ma non sono concrete ed esistono soltanto nella nostra mente e nella fantasia. Sono già finite, non sono più oggetti, non esistono oppure non si realizzeranno, non accadranno, non saranno mai. 
Eppure, il prima e il dopo coesistono nel presente di chi li pensa. E di questo istante di passaggio fra l'uno e l'altro fa parte tutta la nostra vita. E la nostra morte non si compie una volta soltanto, ma ogni secondo che viviamo, nel continuo esaurirsi del presente.
Ma il presente rinasce anche, momento dopo momento, e, appunto, oggi non mi va di dire "ormai è così", anche se dovrei farlo. Anche se ciò che si incammina sembra percorrere per intero quella strada, c'è la possibilità di imboccare vie traverse, anche casualmente migliori.
Una di queste l'ha presa mio figlio ieri sera, quando gli ho detto che gli avevo comprato i popcorn che lui il giorno prima mi aveva chiesto.
"Lo so" - mi ha risposto.
"Hai visto dove li ho messi?" - gli ho domandato.
- "No, ma sapevo che me li avresti comprati".
- "Avrei potuto dimenticarmene o non aver fatto in tempo".
- "Sì, ma non è successo".
Mentre i chicchi di mais scoppiano nella padella e si trasformano in altro da ciò che erano soltanto un istante prima, penso alla fiducia incorruttibile che può avere un bambino nei genitori, mentre tutto intorno a loro cambia e mentre cambiamo anche noi, e loro stessi, senza accorgercene.
Il figlio grande a volte sembra essere distaccato: è in cerca di una sua autonomia, di una dimensione propria, di una personalità, di un carattere ben delineato. Senonché, i tratti del ragazzo 'maturo' e sicuro di sé sono soltanto abbozzati e spesso sono la rappresentazione di una caricatura, di un tentativo maldestro, di un atteggiamento scoordinato.
Qualsiasi emancipazione nasce da noi stessi, è vero, ma ha la sua consacrazione nell'approvazione (o nella resa) degli altri.
In questa fase della vita, non mancano i ritorni, dopo gli errori commessi. E noi genitori stiamo sulla soglia di casa, con la porta aperta, pronti a offrire un abbraccio appena i figli ce lo chiedono.

giovedì 19 aprile 2018

Estate 1981


In primo piano c'è un uomo che corre e ride. Dietro di lui, il mare e uno scoglio sul quale ci sono sei persone. Cinque sono amici delle vacanze, ritrovati ogni anno durante la villeggiatura. C'è poi un bambino, che nella foto si scorge soltanto per metà e che è voltato verso di loro: se ne vede una gamba, il costumino rosso, il braccio sinistro, una parte del viso: la bocca, il profilo del naso, i capelli lisci sulla fronte. Gli occhi però sono sfocati. Potrei benissimo essere io quel ragazzino che osserva un gruppo di persone che ridono nell'estate del 1981. Oppure potrebbe essere mio fratello.
Invece, la persona che corre e che ride è mio padre. Ha appena abbassato il costume dell'uomo in piedi sullo scoglio. E' per questo scherzo stupido e divertente che adesso - l'istante esatto nel quale la foto è stata scattata - tutti ridono. Ed è quell'adesso - questo adesso - che più d'ogni altra cosa mi fa riflettere. Il tempo che torna dal passato e che, improvvisamente, è di nuovo presente, più di trent'anni dopo!
Mi piace questa foto che qualche anno fa mi ha spedito Meri, la ragazzina seduta sullo scoglio, perché mi ricorda mio padre come effettivamente era: allegro e con una vitalità fuori dal comune. Tutte le immagini che ho di lui, da solo o con me e mio fratello sono quelle di un uomo che sa di trovarsi di fronte a una macchina fotografica. Questa fotografia, al contrario, coglie la spontaneità di un momento scherzoso e ha la stessa bellezza che avrebbe se, ad esempio, il soggetto piangesse ovvero se fosse drammatica. Coglie e rappresenta un istante, in questo caso spensierato e divertente, della vita di una persona. E' in questo senso, nella sua momentanea descrizione, che la apprezzo.
Le fotografie hanno questa forza innata: quella di riportare in vita il passato. Più della memoria, che richiama nel presente spezzoni di vita trascorsa ma li modifica, soprattutto nei dettagli, se non, a volte, addirittura nei contorni più generali, quando guardiamo un'immagine, abbiamo a che fare con l'obiettività, con il dato di fatto, anche se pure qui potremmo sbizzarrirci con quelle teorie dell'interpretazione che al centro di tutto vedono sempre e comunque soggetti che interpretano: nella fattispecie, prima di ogni altro, l'osservatore della foto, ma anche il suo autore, e poi, ovviamente, tutti i personaggi che ne fanno parte.
Da qualunque parte la si guardi, è incontestabile che nella foto compaiano sette personaggi, sei sullo scoglio, dei quali uno è rimasto con le natiche scoperte, e uno che corre e ride, verosimilmente l'autore dello scherzo. Ed è indiscutibile anche il fatto che questi personaggi siano fermi in due momenti diversi: in un istante appartenente all'estate del 1981 e oggi, nel momento stesso in cui guardiamo la foto.
Se esistesse, non avrei difficoltà a identificare la macchina del tempo con una macchina fotografica: è grazie a questo strumento, infatti, che è possibile una coesistenza di tempi differenti come il passato e il presente. O con la nostalgia, il sentimento che prova chiunque di noi desideri un ritorno.

mercoledì 7 febbraio 2018

Due mani di carta


Attraverso il ponte tutte le mattine, ma guardo sempre davanti a me, raramente di fianco. Il fiume scorre ai lati dei miei occhi, è uno specchio bruno su cui non mi soffermo mai. 
Stamattina, invece, l'increspatura dell'acqua mi attirava, perché era simile a quella che ha il mare quando soffia la tramontana. 
"Non c'è differenza di acqua - ho pensato - tra un fiume e un oceano, perché il primo è il preludio del secondo, e senza l'uno non potrebbe esistere l'altro. Ma noi guardiamo l'uno e l'altro - mi sono detto - dando a ciascuno un nome diverso, facendo delle distinzioni. E più ci addentriamo nei particolari, più ci allontaniamo dalla verità generale e più commettiamo errori: più siamo precisi e più sbagliamo ed è inevitabile che sia così, agli uomini non è dato di vivere l'essenza delle cose e di avere una visione globale della realtà, anche perché, se ciò accadesse, verrebbe meno tanto il panorama quanto l'osservatore, l'oggetto assieme al soggetto".
Tutte queste considerazione, questa filosofia spicciola, in un breve frangente, mentre porto con me il ritaglio di un disegno di mio figlio: due piccole mani di carta, il contorno delle sue, che, unite fra loro, formano una maschera da indossare.
"Per non vedere - mi sono detto, ancora una volta - e per non essere visti": per coprire lo sguardo con le mani e non capire che il fiume è la stessa cosa del mare. Un modo come altri per chiudere gli occhi su un presagio.
E far finta di nulla, come i tanti che non si accorgono che la vita è soltanto un passaggio simile allo scorrere dell'acqua. E invece si riempiono gli occhi di illusioni, se ne vanno per le strade pieni di certezze e agli altri, e perfino a se stessi, appaiono ciò che non sono: sicuri e pieni di sé, vincitori e infallibili.

mercoledì 24 gennaio 2018

Il diritto del signor Pincopallo


"Ma fa' pure come ti pare, tanto non frega a nessuno degli altri: ognuno pensa a se stesso e la maggior parte delle volte, quando fai qualcosa che può nuocere al prossimo, non se ne accorge nessuno e di rado qualcuno si oppone".
Parole egoistiche, qualunquiste, deprorevoli, di un mio collega che l'altro giorno, a modo suo, ha voluto darmi un consiglio.
Una frase di chi non nutre un senso civico, un'idea minima di società o di bene comune, ma che coglie comunque nel segno, perché descrive puntualmente i fatti, lo stato delle cose, la realtà nella quale viviamo. 
Gli esseri umani sono egoisti per natura e consumano le risorse per stare meglio, singolarmente, ai danni degli altri: il mio collega ha perfettamente ragione.
Banalmente, è egoista chi mi vieta di mettere la bicicletta in una stanza non utilizzata dell'ufficio perché, di punto in bianco, ritiene che quel posto non è un garage, e dunque "ordine, signori, chiamiamo le cose con il loro nome, e diamo pertanto un senso alle parole urlate. Facciamo giustizia. Ma non diciamo, anzi scordiamocelo, che chi vieta è la prima delle lavative, un pulpito, per così dire, quanto meno discutibile. Silenzio...su questo aspetto, che si ascolti soltanto la parte più interessante della questione, ovvero quella che interessa a me soltanto, che fa il mio interesse". 
E' egoista la signora con il cane che al parco l'altra mattina il mio, di cane, ha iniziato a inseguire. Sì, la signora che non si fermava, che non mi aspettava, che non pensava che il mio cane si sarebbe potuto perdere. "Che me ne importa, ha pensato, se ci ha pensato, peggio per lui, così impara a stare vicino al suo padrone e a non inseguire i cani degli altri". 
E lo sono coloro che tengono il motore della macchina acceso per stare al caldo l'inverno e al fresco l'estate, e "chissenefrega dei passanti che intossico e dell'ambiente che inquino".
E anche - ma poi basta, mi fermo, perché ne avrei altri cento di esempi e finirei per annoiare chi legge - la mamma che l'altro giorno, all'uscita da scuola, mi ha detto che non avrebbe aspettato i genitori in ritardo di un compagno del figlio: "Mica è mio figlio - ha detto, lasciandolo solo sul pianerettolo -. Che me ne importa!".
"Chissenefrega!": il diritto del signor Pincopallo prevarica quelli degli altri, il bene della collettività, per un vantaggio personale, soggettivo, spesso effimero quanto lo può essere una rivendicazione classista. Lui pensa, se lo pensa: "Io sono migliore degli altri, il mio diritto è un'affermazione assoluta, gli altri non contano perché non hanno gli stessi bisogni che ho io". 
E fra sé dice anche, se se lo dice, che "gli altri stanno meglio di me, non soffrono quanto posso soffrire io, è mio diritto stare meglio di tutti coloro che fino a oggi sono stati meglio di me". 
Il diritto del signor Pincopallo è quello dell'uomo qualunque che improvvisamente si sente migliore degli altri, un aristocratico, e, più vado avanti negli anni, più ne incontro di gente così oppure ne scopro le caratteristiche in persone che fino a un momento prima avevo ritenuto insospettabili, anzi, per bene, umili e modeste, democratiche.
Gente che fino a ieri stava dalla parte degli indiani e che invece adesso tifa per i cowboy, soltanto perché è vantaggioso farlo, perché i primi hanno le frecce e i secondi le pistole e i fucili.
Non ho grandi speranze per il genere umano e lo dico in un momento nel quale mi si domanda un'opinione su un nuovo movimento democratico che si affaccia sulla scena politica italiana con il grande tema, la stella polare del bene comune.
Ebbene, sono contento ovviamente che ci sia ancora chi crede nell'ideale sociale, ma sono ormai troppo disincantato per crederci ancora, io stesso. Sono felice quando vedo qualcuno che aspira alla parità dei diritti e alla libertà illuminista, ma devo fare i conti con la mia esperienza personale, che mi insegna come fra persone con gli stessi diritti e doveri, alla fine spunta sempre, inevitabilmente, qualcuno che, fra uomini uguali, è più uguale degli altri.
Qualcuno che all'improvviso esce fuori dal mucchio arrogandosi il diritto egoistico del signor Pincopallo.
E' proprio lui, alla fin fine, la vera novità (ricorrente) di qualsiasi soggetto politico nascente, per quanto inizialmente esso possa configurarsi come pluralista e disinteressato: il signor Pincopallo, che incontro tutti i giorni. E contro cui spesso ancora combatto, anche se sempre meno convintamente, perché l'egoismo è un fattore naturale e opporvisi è come voler contrastare la legge di gravità con un paio di ali di cera.