mercoledì 29 marzo 2017

Compleanni 'in modalità privata'


Una delle novità dell'anno scolastico in corso è il fatto che le feste di compleanno si siano drasticamente diradate rispetto agli anni precedenti. Non esagero: in prima elementare ce n'era una ogni due, massimo tre settimane, In seconda e in terza, almeno una al mese. In quarta, da settembre fino a oggi, ce ne saranno state sì e no due. 
Cosa è successo? I bambini non festeggiano più il loro compleanno? Sono finiti quei soldi, e parecchi, che prima si spendevano fra sala da affittare, animazione e catering? O è finito l'entusiasmo, o la megalomania, fino all'indebitamento, da matrimonio indiano, nel festeggiare un avvenimento in maniera tale che lasci il segno, un ricordo indelebile nelle generazione che verranno...  
No, niente di tutto questo. La tendenza, adesso, è quella di festeggiare 'in modalità privata' i compleanni. Ovvero, restringendo l'invito a pochi fortunati, ai cosiddetti - immagino le proposte dei genitori ai figli attoniti - migliori amici, o a chi ti sta più simpatico, o a chi vorresti veramente che partecipasse.
Insomma, le feste di compleanno ci sono state, ma ci è capitato di sapere che ad alcune di esse non siano stati invitati i nostri figli. Così come siamo stati inclusi in liste in cui era richiesta la nostra partecipazione, ma nelle quali erano escluse altre famiglie. Ovviamente, non rimango male perché mio figlio non è invitato a una festa, ma per una inedita politica di esclusione ad opera dei genitori e soprattutto per ciò che, così facendo, insegnano ai propri bambini: ovvero, che fra i compagni di scuola c'è chi è più meritevole di altri della tua amicizia, quel bambino sì e quell'altro no, c'è chi è migliore e chi peggiore.
Tutt'altro, in definitiva, da ciò che la scuola principalmente insegna, ovvero l'educazione all'inclusione, che è l'unico sistema per accettare, anche in futuro, le differenze con gli altri. Le famiglie che conosciamo sono, in tal senso, diseducative, perché vanno, trascinando con sé i propri figli, nella direzione di un anacronistico rapporto aristocratico con il prossimo.
E quando la questione della festa di compleanno dei miei figli si è prospettata all'interno della mia, di famiglia, la risposta unanime, alla domanda superflua "chi invitare", è stata: "tutti, sia i belli che i brutti. O niente festa".
E faremo un'unica festa per due compleanni, all'aria aperta, dove magari il divertimento maggiore per i bambini sara quello di rincorrere, tutti insieme, un pallone che ruzzola su un prato.

mercoledì 1 marzo 2017

Ritorno


Scrivo seduto sulla poltrona di un treno, guardando il mare tutte le volte che compare sullo schermo del mio finestrino, nel breve spazio fra una casa e un’altra o in quello più durevole, appena dopo una stazione in cui il convoglio ha appena fatto sosta, prima di ricominciare a correre. 
Sono stato lontano una settimana e, ora che sono in viaggio, realizzo quanto sia stupida questa parola: ritorno.
Sbaglia sia chi ritorna e sia chi aspetta qualcuno che stia arrivando, anche dopo pochi minuti da quando è andato via, a pensare di ritrovare esattamente ciò che ha lasciato, come se il momento dell’addio abbia potuto congelare il tempo: gli occhi, che si salutarono, ancora lì, fermi in quel frangente davanti alla porta di casa o, nelle orecchie, le brevi parole di commiato pronunciate, sospese nell'aria.
E’ un’illusione credere di ritrovare ciò che si è lasciato, così come è sempre un’idiozia pensare che il tempo si fermi. Stare insieme significa soprattutto percepire, senza alcuna presunzione di fermarlo, il tempo che passa, i cambiamenti che si succedono istante dopo istante, cogliere in uno sguardo ciò che non sarebbe possibile spiegare a parole. 
Ma, è vero, per farlo occorre un minimo di pathos, voglia di capire, amore verso l’altro. E tutta questa predisposizione, questa grande e ottimistica enfasi, è anch'essa illusoria: chi di noi, davvero, se ne sta così tanto concentrato sugli altri, pronto ad afferrare ‘l’attimo fuggente’ nello sguardo altrui o, addirittura, il proprio sentire? Siamo un tantino distratti, in realtà, ma non addentriamoci in discorsi retorici riconducibili, in definitiva, al tema consueto del tempo che passa...assieme alla vita. 
Volevo soltanto dirvi di non preoccuparvi, e che di me torna ciò che ricordate, anche se, come ho appena accennato, le cose non stanno esattamente così. La memoria è una strana bestia, mi ha detto una persona che ho conosciuto qualche giorno fa: ci fa ricordare quel che può esserci utile e scordare ciò che può farci male. Mi ha raccontato la storia dei suoi nipoti, che una decina di anni fa, all'età di sei e nove anni, hanno perso il padre in un incidente. Sono cose che capitano, gli incidenti, si chiamano apposta così, perché non avvisano, non bussano alla porta, né fanno una telefonata.
Capitano, e arrivano inaspettatamente, e possono succedere a tutti, anche me. 
E’ stato allora, dopo aver ascoltato questo racconto di un padre e dei suoi due figli che avevano la vostra stessa età, che ho pensato al mio ritorno: “E se anche a me capitasse qualcosa...se non dovessi più tornare?”, mi sono detto. “E se non facessi più ritorno, cosa ricordereste di me a distanza di qualche anno?”. 
Dimentichereste, per poter andare avanti o, nella vostra memoria, abbellireste il ricordo, come quando si dipinge una tela? 
E’ un quadro sbiadito dal sole dei giorni che passano quello che ormai hanno davanti agli occhi quei due bambini che adesso sono dei ragazzi. I nipoti del mio amico, infatti, non ricordano nulla del loro padre. Non lo rammentano in alcuna circostanza particolare, se non in quelle congelate in qualche fotografia, né ne riconoscono la voce registrata in un vecchio telefonino. Mi sembra talmente pazzesca questa storia dei ricordi e dei ritorni, se soltanto penso minimamente all'ipotesi che anche voi potreste dimenticare tutto di me e che, in definitiva, potrei farlo anch'io, per proteggermi da una eventuale perdita. 
Siete qualcosa di talmente irrinunciabile, che pensarvi rimossi, cancellati dalla memoria, mi appare un fatto totalmente assurdo, come un arto amputato, che dovrebbe essere lì, al suo posto, ma che non c’è. Far sparire per sempre qualcuno che si è amato significa perdere anche gli anni che abbiamo trascorso assieme a lui.
Vuol dire abbandonare perfino se stessi all'oblio.
Ma questo dimenticare, quando ce ne andiamo, e questo credere di ritrovare esattamente ciò che abbiamo lasciato, quando invece torniamo e siamo cambiati, fanno parte della nostra stessa natura, che è illusoria perfino nei confronti di noi stessi.

martedì 24 gennaio 2017

Caro diario...una giornata a scuola

Inauguro oggi, dopo una lunga latitanza, una 'sezione' del blog nella quale scriverà il mio figlio più grande. 
Quello che segue è il suo primo intervento.

Caro diario,

oggi sono entrato in classe, sono arrivato un po’ in ritardo, non ho trovato il mio posto libero, allora la maestra mi ha fatto sedere da un'altra parte. Dopo, ho aperto il libro di letture e abbiamo cominciato a leggere, tutta la classe ha fatto a turno e, quando è toccato a me, ho fatto l’esercizio nella pagina letta.
Ho scritto anche una pagina di diario sul quaderno. Dovevamo raccontare un’esperienza di una nostra paura. Io ho parlato della scorsa sera, quando sono andato nella mia camera e non sapevo che Spot, il mio cane, era già dentro, e mi sono spaventato appeno l'ho visto all'improvviso.
Una volta finito di scrivere, sono andato a correggere dalla maestra e lei mi ha detto che si era molto divertita. Poi mi ha chiesto di fare un disegno della scena e io ho disegnato abbastanza bene. 
Dopo, abbiamo fatto merenda e ricreazione. Io, Lorenzo, Leonardo e Alessandro abbiamo giocato a Parolopoli e io ho vinto. Al termine della ricreazione i collaboratori Leonardo e Flavia hanno distribuito il quaderni e i libri di inglese ai compagni. Dopo aver finito, la maestra ha detto a Lorenzo di spostarsi e di sedersi vicino a me.
Dopo abbiamo aperto il libro, la maestra ha acceso lo stereo e abbiamo cominciato a fare un esercizio che consisteva nel cerchiare le risposte esatte alle domande fatte attraverso una registrazione.

Ci vediamo domani