venerdì 8 luglio 2016

Modi di dire (e di fare)


Lascio per un momento il figlio grande fuori dalla scuola assieme a Spot, per accompagnare il piccolo in classe, uno degli ultimi giorni della materna, l'anno prossimo andrà in prima elementare e anche per lui, finalmente, le lezioni finiranno prima, a metà giugno, come per il fratello.
Poco dopo torno indietro e trovo il grande che ride come un pazzo, a guardare Spot e un bassotto che abbaiano l'uno verso l'altro, a turno, in un dialogo incomprensibile ma divertente: botta e risposta, una parola tira l'altra, si domanda e si dice quel che si sa, il modo di parlare è del tutto ininfluente oppure è il solo che conta, quando le parole non si capiscono. La cosa bella è il rispetto dei tempi dell'interlocutore, soltanto quando questi ha finito di dire la propria, l'altro può intervenire. E' questo che fa ridere di più mio figlio: l'accettazione di regole non prestabilite, ma presenti, evidentemente, e la partecipazione, il pathos con il quale certi argomenti vengono affrontati.
Un cane per un bambino non è soltanto un libro aperto, ma è soprattutto un racconto che si scrive insieme, l'umano con l'animale, a due mani e quattro zampe, una storia nella quale si attribuiscono valori, non importa se veri o presunti, perché le qualità, anche quelle immaginarie, hanno un senso perfino quando corrispondono soltanto alle nostre aspirazioni e bisogni. Leggere il comportamento di un cane come altruistico, anche quando ciò non sia affatto vero, ci fa bene, ci fa credere che esistano relazioni disinteressate, e spinge anche noi nella direzione del dare senza chiedere nulla in cambio. 
Il cane, è questa la sua dote principale, ci educa senza volerlo e senza essere necessariamente un buon esempio. Siamo noi umani a caricarlo di significati attraverso le nostre interpretazioni, a renderlo un simbolo, anzitutto di bontà, e, così facendo, questa proiezione che facciamo noi stessi riesce a farci guardare il mondo in termini positivi, ci responsabilizza, in qualche maniera ci fa apprezzare la vita. Il cane è quel che troviamo di buono quando la bontà non l'abbiamo trovata altrove, anzitutto negli esseri umani, sia perché non siamo stati capaci di farlo, sia perché 'il buono', propendo per questa opzione, è qualcosa di raro, ai l'imiti con l'inesistente,
Al di là di certe considerazioni più o meno teoriche, un altro aspetto che ritengo importante è la vicinanza fra l'animale e la persona, non penso soltanto alla compagnia che il primo può fare alla seconda o viceversa, ma al far parte dello stesso gruppo, sia esso un nucleo familiare o un branco. Ne parlavo l'altro giorno con chi sollevava delle obiezioni riguardo al fatto che tenessi un cane in un appartamento, gli stessi argomenti di sempre, tipo "hanno bisogno di spazio", e le risposte consuete, "si chiamano animali domestici  o d'affezione, non da giardino", "necessitano di compagnia più che di prati fioriti". E di vicinanza, appunto, che significa ancora una volta comprensione reciproca, ed empatia, anche fra chi parla lingue completamente diverse fra loro, ma che è possibile se al posto delle orecchie riusciamo ad aprire il cuore verso l'altro. E' proprio questo quel che i bambini stanno facendo con Spot, ed è la loro sensibilità a guadagnarci, non mi sembra cosa da poco vedere correre, insieme in un bosco, questi tre cuccioloni scatenati e sporchi di terra, come è successo domenica scorsa, sei occhi, uno sguardo soltanto verso qualcosa di imprecisato oltre il fogliame.
Modi di dire, e di fare, interpretabili liberamente, per carità, ma, senza retorica, io in certi legami riesco ancora a scorgere l'amicizia..

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