sabato 11 giugno 2016

Il fiume


Mi capita spesso di pensarci: il fatto di aver perso mio padre da ragazzo ha fatto sì che venisse a mancarmi, soprattutto, qualcuno che avesse potuto darmi dei consigli per il futuro. Qualcuno che mi avesse potuto raccontare come sarebbero andate certe cose, che avesse potuto farmi delle previsioni, che mi avesse detto un po' di più di com'è il mondo, e com'è la gente che lo popola, che mi avesse messo su di una strada piuttosto che su di un'altra. 
Probabilmente sarei diventato una persona più prevenuta - talvolta desidererei esserlo un poco, è molto pratico e sbrigativo avere delle idee preconcette e dei pregiudizi sugli altri -, invece di pormi innanzi al prossimo come fa l'ascoltatore disincantato di fronte a un libro aperto. Senonché, di persone simili a libri aperti ne esistono ben poche, tutte hanno l'innato desiderio e l'istintiva ambizione di affermare prima o poi se stesse e chi ci rimette è l'obiettività, il descrivere le cose per quello che sono. In pochi sanno rinunciare a ciò che vogliono in cambio della verità. 
Poi, è chiaro, come fanno tutti i ragazzi, avrei dato poco o niente retta a mio padre, avrei pensato quel che penso anche adesso, e cioè che nessuno può prevedere il futuro e, soprattutto, che ogni storia che viviamo appartiene esclusivamente a noi, è soltanto nostra, unica e irripetibile, con quale diritto mi dici ciò che è giusto e ciò che è sbagliato? Con quale presunzione pensi di indovinare i miei prossimi passi? Il mondo è tondo e io non cammino, come un treno, su due binari. E tu non conosci tutte le stazioni, né, tanto meno, ogni singolo passeggero.
A volte, tuttavia, vorrei che qualcuno, che godesse della mia massima fiducia, mi sapesse dire che "questa cosa è già capitata anche a me" e che, molto probabilmente, "le conseguenze saranno queste". Ma so anche che, se mi succedesse di avere un simile angelo custode al mio fianco, a vivere questa mia vita non sarei più io, ma lui. Perché la vita è, in definitiva, tutto ciò che ci succede fra la nostra nascita (probabilmente anche prima) e la nostra morte (forse anche dopo), può sembrare banale dirlo, ma non c'è verità più semplice e, allo stesso tempo, più certa di questa: la vita è l'insieme delle cose che ci accadono in un determinato lasso temporale, non alcune di loro, ma tutte quante.
Sapere che la vita non è che la totalità che si compone di ogni singola esperienza, di ogni fatto bello e brutto, di tutte le soddisfazioni e di tutte le delusioni che possiamo avere, vuol dire essere saggi e avere uno sguardo consapevole sul mondo, com'è, tanto per usare uno stereotipo fra i tanti, quello del monaco buddista o, molto più vicino a casa nostra, come sono gli occhi della vecchietta vestita di nero che ormai trascorre il tempo che le rimane affacciata alla finestra. 
A guardare i passanti, che sono come l'acqua del fiume o come il vento che si incunea fra i vicoli e ci viene addosso, ci attraversa i vestiti e i capelli e passa oltre, facendosi gioco di noi, comuni mortali che teniamo tanto a tutte le cose terrene e non abbiamo ancora capito che la vita è soltanto un via-vai di gente che passa, e qualche volta ripassa pure, fintanto che ce la fa, si regge sulle gambe e riconosce la strada.
C'è chi crede, anche senza esserne del tutto cosciente, che la vita sia tutta una commedia, dove ciascuno di noi recita una parte, incarna quel personaggio o quell'altro, dipende dai casi, e deve quindi muoversi di volta in volta così, soltanto così sulla scena, il copione è questo e qui non si improvvisa nulla. Le cose vanno in questo modo, è vero, ma c'è un errore grossolano che certi personaggi compiono spesso sul palco, ed è il considerare anche gli altri, sempre e comunque, a loro volta degli attori sullo stesso palcoscenico sul qual stanno recitando. Senza sapere che il copione, a volte, gli altri non lo hanno nemmeno letto, e magari vanno a braccio, una battuta qui, un risentimento dall'altra parte, a volte un sorriso, che può essere dolce ma che spesso è amaro. Insomma, questi ultimi vengono considerati alla stregua di chi li giudica: degli imbroglioni, in definitiva, dei bugiardi anche loro, dei commedianti.
Dicevo, di sopra, dell'ostinazione con la quale vogliamo affermare noi stessi o, meglio, quella parte di noi che desideriamo gli altri conoscano. Ebbene, questa volontà si confonde con la recitazione che mettiamo in atto proprio sostenendo una parte, mantenendo fermi dei principi, dei capisaldi ai quali non possiamo rinunciare. Per affermarci, mentiamo spudoratamente a noi stessi, ci contraddiciamo, non siamo noi per essere noi, e ci aspettiamo che gli altri ci credano. Se riusciamo in questo, non abbiamo più motivo di dubitare in noi stessi.
Mi rendo conto di quanto tutto questo ragionamento possa apparire caotico e confusionario. In effetti lo è, ma la verità è proprio che siamo circondati da pazzi incoerenti, da persone alle quali, quando chiedi "come stai", magari ti rispondono che "sì, oggi ho mangiato soltanto un pomodoro", gente a cui, se gli scrivi una lettera, la traducono come gli pare, aggiungono parole mai pronunciate, inventano dediche mai pensate. Se sei sano di mente, davvero c'è da diventare matti con persone come queste, il rischio è di farsi prendere la mano e impazzire come loro.
Allora, forse è meglio mantenere le distanze e osservare il mondo con distacco, in modo comprensivo, sia nel senso stretto de termine, cercando cioè di prendere insieme e quindi di accettare tutto ciò che abbiamo davanti e che ci succede, che in senso lato,  sforzandoci di capire. Ma non è per niente facile: non siamo ancora tanto illuminati da poter camminare su di un marciapiede e pensare di starcene alla finestra nello stesso istante, a guardare le persone dall'alto e a vederle scorrere come un fiume sotto di noi.

venerdì 3 giugno 2016

Vi ricordo il cane


La diffidenza è durata per un giorno, poi ha dovuto necessariamente fidarsi, all'inizio non c'ero che io davanti a lui, nessun altro che conoscesse: quest'uomo che, fino al giorno prima, non aveva nemmeno mai visto e, poco dopo, questi due bambini, tanto diversi dai suoi fratelli. Col tempo, poi, a prevalere non sono state le differenze fisiche, quelle restano, ma le similitudini morali, certi comportamenti che possono benissimo assomigliarsi e che accomunano ogni animale, esseri umani compresi, come prendersi cura di un cucciolo, giocare, cercare di capire, se non tutti, almeno alcuni bisogni, perlomeno quelli che definiamo, non a caso, 'primari'.
Giungere a comprendere ciò che ci rende simili, certe volte non vuol dire altro che dar fiducia. E' quello che in questi giorni Spot sta facendo verso di noi, ed è ciò che anche noi stiamo facendo verso di lui. Non siamo ancora al dare all'altro l'anima e il corpo, anzi, forse questo noi umani non lo faremo mai, mentre probabilmente il cane sì, seppure l'espressione "dare l'anima", dal mio punto di vista, è discutibile (figuriamoci da quello di un animale! - anche se nell'etimo di quest'ultima parola è presente il riferimento al cosiddetto 'soffio vitale', ma è meglio se restiamo con i piedi per terra e pensiamo, quando diciamo 'animale', a 'essere animato', piuttosto che all'anima). 
Con tutti i limiti che il linguaggio senz'altro ha, a questo punto è meglio sostituire la parola 'anima', con 'cuore' o 'pensiero' o, meglio ancora, 'attenzione', dato che la prima, lo si è capito, è un'entità spirituale, il secondo è soltanto una metafora, il terzo è il frutto dell'intelletto, la quarta, invece, si rivolge a un oggetto di riferimento, e quest'ultima fa proprio al caso del cane, che trasforma il padrone, chiunque egli sia, anche il peggiore degli uomini, nella propria stella polare.
A un mese di distanza da quando abbiamo preso Spot, a trenta giorni dal primo momento nel quale i vostri occhi si sono incontrati, gli sguardi felici di cui ho già parlato e che si riconoscono quando ci accorgiamo, troppo tardi, che il sorriso si confonde con le lacrime, voglio raccontarvi - per regalarvene un ricordo indiretto per il futuro - una cosa che è successa l'altra sera, mentre voi eravate già a letto e dopo che, lo stesso giorno, vi ho parlato di come dormono i cani, il cui sonno non è profondo come il nostro, ma resta vigile, basta poco e si svegliano, una scarpa che scricchiola, un colpo di tosse, un soffio di vento dalla finestra socchiusa, la porta dell'ascensore che si apre o si chiude al piano terra. 
Ebbene, tutto ciò non riguarda i cani neonati. Mentre voi dormivate, infatti, anche Spot si era addormentato ai piedi del vostro letto, e forse sognava proprio i bei tempi recenti, passati assieme ai genitori e ai fratellini. Fatto sta che mi sono avvicinato a lui e neanche si è accorto della mia presenza. Mi sono abbassato e l'ho preso in braccio, e lui ha continuato a dormire anche quando l'ho portato in corridoio e l'ho posato delicatamente sul pavimento, in un un angolo vicino alla porta di casa.
Non credo Spot possa mai diventare un cane da guardia, se è vero che il buon giorno si vede dal mattino. Ma quel che è accaduto è proprio ciò che succedeva anche con voi, fino a qualche anno fa, quando vi addormentavate in un'altra stanza e poi vi prendevo in braccio per portarvi nel vostro letto. Eravate due piccoli cuccioli anche voi e forse già sognavate qualcosa di bello appena successa oppure semplicemente immaginavate cosa avreste fatto il mattino dopo, al vostro risveglio.