domenica 22 maggio 2016

Diciassettesima lettera: se la verità dovesse sempre prevalere


Se la verità dovesse sempre prevalere, non sentireste così spesso invenzioni d'ogni genere, false accuse, resoconti fantasiosi, storie più o meno immaginarie. 
Se la verità fosse ovunque, allora farei bene a dirla sempre: sarei, in una parola sola, credibile.
Ma la verità non è cosa di questo mondo, almeno quella sulla quale possano trovarsi d'accordo due persone. La verità che io so, infatti, molto spesso non è la stessa che anche gli altri conoscono. Perché discordiamo su tante questioni? Perché ciascuno di noi sostiene la propria verità. E incontrarsi significa a volte sacrificare un po' della nostra verità in favore di quella degli altri.
Però la verità è una, una sola, e non è fatta di mezzi termini e di mediazioni. Per quanto mi riguarda, non è da mettere in discussione, la verità, in favore di un incontro basato in definitiva sulla menzogna, sulla rinuncia a una porzione di verità, perché questa non è porzionabile, come fosse una torta, una fetta a me e una a te. Sono come al solito poco diplomatico e molto netto, probabilmente anche poco ospitale per il fatto di non voler offrire agli altri certi tipi di dolce. Ma a me non interessano le relazioni fondate sull'accordo fra le parti, dove a soccombere è sempre, per l'appunto, una parte di se stessi. Non può esserci completezza in un rapporto di questo genere, non c'è soddisfazione, né realizzazione di sé. A me piacciano le relazioni nelle quali venga riconosciuta la verità, anche quando questa non sia la propria. Per me verità fa rima con onestà, anzitutto intellettuale. Non sono d'accordo con la frase che dice che la verità non sta mai tutta da una parte. Non è vera: la verità è una e se ne sta lì per conto suo. Non appartiene né a me e né a te, ma tutti vogliamo appropriarcene, raccontandola agli altri a modo nostro. Non è la verità a dividersi in parti, ma è la nostra idea di verità a essere soggettiva e partigiana.
Io penso che, se fuori piove, non mi si può raccontare che non stia piovendo, a meno che non siano frutto di allucinazioni quelle righe che vedo scorrere sul vetro della finestra, il marciapiede che si bagna e che diventa scuro, quelle quattro persone che tirano fuori l'ombrello, le macchine che hanno azionato i tergicristalli. E sono come chi mi dice che c'è il sole, mentre invece il cielo è nero di nuvole, le accuse sull'assenza di cure appropriate verso i bambini o di comprarli grazie a doni o a legami affettivi dell'ultima ora e creati per giunta ad hoc (leggasi il regalo di un cane), fino ad arrivare a illazioni sul sottoscritto secondo le quali sarei un profittatore e un ladro di beni che appartengono ai miei figli (prima ero soltanto un semplice scroccone, evidentemente ora sono sul podio degli ignobili), lasciano il tempo che trovano, mi fanno sorridere, ma mi trasmettono anche un senso di amarezza, facendomi dimenticare per un momento, un istante soltanto per fortuna, le teorie sulla verità appena enunciate.
Aggiungo peraltro, senza ovviamente giustificare chi mi rivolge queste accuse, che io ho sempre creduto che chiunque di noi, quando parla, pensi di dire la verità. Perfino quando si raccontano delle bugie, spesso ci convinciamo di essere nel giusto. Creiamo mondi paralleli con una facilità estrema, inventiamo situazioni mai esistite che alla fine crediamo davvero di aver vissuto. A volte chi mente lo fa in assoluta buona fede, in tutta onestà. 
C'è chi è bugiardo per difesa, chi lo è per proteggersi e mette le mani avanti attraverso l'uso della fantasia, chi non ha avuto e millanta, racconta di cose e di esperienze fatte da altri come fossero le proprie. C'è chi ti accusa semplicemente perché tu assomigli a quel modello di persona dal quale soltanto così ci si può mettere al riparo, senza pensare che ogni persona, grazie a dio, è un mondo a sé stante, non ce n'è un'altra uguale da nessun'altra parte, neanche a cercarla col lanternino.
Mentire è una forma evoluta di difesa, che io non so applicare ma che conosco più di quelli che la mettono in pratica, dato che il più della volte lo fanno in maniera inconsapevole. Come al solito, è la debolezza dei vili e il non avere altri mezzi per ottenere la ragione che pensano di meritare, a farli agire in questo modo.
Soltanto un confronto onesto può far emergere la verità. Ma purtroppo questo è poco auspicabile quando si mente per difesa, a causa di un complesso di inferiorità risalente alla notte dei tempi e che rende naturali e, addirittura, a loro modo oneste certe bugie.
Mi sembra sia praticamente impossibile condividere la verità, ciascuno di noi finisce per chiudersi nella propria sfera di convinzioni. Agli occhi di qualcuno posso apparire come la peggior persona esistente sulla faccia della terra. Secondo altri, molti di meno, immagino, potrei essere addirittura un santo. Sono opinioni, discutibili all'infinito. A contare sono ancora una volta i fatti, le azioni concrete e, per quanto mi riguarda, perfino le intenzioni.
Tutto il resto è parte del variegato folclore dell'umanità, che è fatta di uomini e donne incompleti, che hanno dei limiti naturali che, anche quando li conoscono, a volte sembrano dimenticarli. Persone che, com'è normale, appagano le proprie esistenze con piccole soddisfazioni quotidiane, fra le quali alcune altrettanto minime convinzioni che sono parte imprescindibile delle sicurezze di cui abbiamo bisogno per vivere.

domenica 8 maggio 2016

Il bambino e il cane


Chi ha detto che gli occhi servono soltanto per vedere o per guardare, per accorgersi di chi ci sta di fronte o per immaginare o sognare (a occhi chiusi, ma anche a occhi aperti - come diciamo spesso - e comunque sempre qualcosa di già visto o che, al massimo, desideriamo vedere)?
A volte gli occhi servono a prendere in braccio altri occhi. Per incontrarsi, per capirsi, per dirsi di sì. Per questo, può bastare uno sguardo o sono necessari momenti appena più lunghi. Ma sempre di istanti parliamo quando a parlarsi sono gli occhi.
Gli occhi non conoscono né tempi troppi lunghi, né morti.
Gli occhi del bambino hanno incontrato quelli del cane.
Gli occhi del cane hanno incontrato quelli del bambino.
Anche se l'umano guarda il mondo a colori e l'animale in bianco e nero, e un po' sfocato per giunta, credo che nasca così quello che chiamiamo, retoricamente, quando parliamo di innamoramento o soltanto di qualcosa che crediamo tale, "amore a prima vista".
Ma quello fra bambino e cane, quello fra questi due cuccioli o questi due bambini, a seconda della prospettiva da cui guardiamo la cosa, non è niente che abbia a che fare con la parola 'amore'.
Si tratta invece del semplice (sempre che questo sia l'aggettivo più appropriato per definire una relazione che, come qualsiasi altra non può mai essere semplice) incontro fra simili, persone o animali che non si sono mai visti, ma che si conoscono da sempre o almeno dal giorno in cui cane e uomo si conobbero nelle caverne o in una prateria.
E, infine, dopo l'incontro, c'è questo sguardo verso di me, verso i miei, di occhi. Uno sguardo partito, a questo punto e per le cose dette finora, non importa più dagli occhi di chi.
Lo sguardo che mi domanda: "Hai capito, vero?".
Uno sguardo fra il massimo della commozione e il massimo della felicità, questi due sentimenti che iniziano l'uno dove finisce l'altro, quando il primo fa posto al secondo, come fa il giorno quando gioca con la notte o il sorriso, quando si confonde con le lacrime.