giovedì 26 novembre 2015

Il distacco e l'idea della morte


L'altro giorno ascoltavo in televisione uno psicologo che parlava di bambini piccoli, penso si riferisse a quelli fino a 4 anni. Pur non avendo ancora alcuna idea strutturata della morte, diceva, la loro paura maggiore è quella del distacco dai genitori. Ne usciva un quadro legittimamente egoistico dell'infanzia, e vorrei vedere: se improvvisamente non c'è più chi fino a oggi si è preso cura di noi, ci dice l'istinto, come potremmo sopravvivere domani. 
Non sappiamo ancora cos'è la morte, ma se chi ci ama se n'è andato, il futuro più imminente è il salto nel buio che ci spaventa maggiormente.
Sono fuori Roma per lavoro, al confine con la Francia, a otto ore di treno da casa. Un viaggio annunciato ai bambini già da qualche settimana e ben accettato da loro. Due giorni fa però, prima di andare a dormire, il figlio grande mi ha detto che non voleva che partissi. Lo ha fatto senza piangere, ma con la voce appena strozzata: riusciva a trattenere l'emozione, ha l'età per farlo, ha imparato la compostezza nell'esprimere i sentimenti, e questo è un bene ma anche un male. 
In quanto animali sociali, dobbiamo reprimere ciò che proviamo, non possiamo sbracarci alla minima occasione. Ma lo dico ancora perché non riesco a rassegnarmi a tale idea: questo è un bene ma anche un male.
I bambini piccoli non hanno un'idea sviluppata della morte, ma provano il sentimento del distacco e dell'abbandono. E appena sanno cos'è la morte, devono controllarsi e non cedere alle emozioni. Riconosco che questa impostazione, che privilegia la vita sulla morte e che incita ad andare comunque avanti, abbia un senso positivo, ma come è aberrante schiacciare l'istinto, quanto è innaturale non esprimere la sofferenza.
Io non so bene cos'è la morte, anche se l'ho sperimentata. Ovvero, ne ho una mia idea, del tutto personale. E penso che ciascuno di noi ne conservi una propria e individuale, quanto la relazione che aveva con chi se n'è andato. 
La mia idea della morte non è lontana da quella del distacco e dell'abbandono che possono avere i bambini. Forse la differenza fra me e loro è che io giustifico la morte, me ne faccio inevitabilmente una ragione.
Ho perso la speranza, che i bambini invece conservano, di veder tornare, prima o poi, chi se n'è andato.

lunedì 16 novembre 2015

Quattordicesima lettera: la libertà è un dovere


Sulla scia dei fatti di Parigi, questa lettera sulla libertà è la più difficile che vi scrivo. 
E forse anche la più incomprensibile. Perché la libertà non è innata, come si potrebbe pensare, né tanto meno è un regalo, ma un dovere verso gli altri e verso noi stessi. 
Verso gli altri, perché ne dobbiamo rispettare il pensiero, il credo, le scelte e le azioni. 
Verso di noi, perché le stesse libertà, che dobbiamo riconoscere agli altri, dobbiamo vederle riconosciute a noi stessi. 
Nessuno ha il diritto di schiacciare la libertà degli altri. Nessuno ha il diritto di reprimere la nostra libertà. 
La libertà non è un dono prezioso, come si dice spesso a proposito della vita. Nessuno, infatti, ci ha mai regalato qualcosa di tanto grande. Fin dall'istante in cui veniamo al mondo non siamo liberi, ma dipendiamo dalle cure amorevoli dei nostri genitori. Fin dal primo giorno in cui vediamo la luce, lottiamo per una boccata di ossigeno. E quel po' di aria è una conquista vitale, faticosa, ma che ci rende liberi di vivere. 
Nessuno ha il diritto di decretare la morte di un altro essere umano, sia che egli si trovi in un teatro, a un centimetro dai nostri occhi, oppure nella sua casa colpita da una bomba cieca, comandata a distanza. La libertà rispetta la vita di chi è vicino e quella di chi è lontano e sa che, dietro a un numero, c'è un nome e, dietro al nome, un'esistenza. 
La libertà non è questo dio o un altro dio, ma è ugualmente divina, perché anzitutto è libertà di credere in chi si vuole. 
La libertà è uguaglianza e nella religione siamo tutti fratelli. E lo siamo anche nei diritti e nei doveri, e nella vita, anche se abbiamo genitori diversi e casuali. Non nasciamo tutti sotto lo stesso cielo, ma i figli sono tutti figli dello stesso padre e della stessa madre e, quando un bambino muore, a piangere non sono soltanto i suoi genitori ma lo fa il mondo intero. 
La libertà è il dovere di essere liberi e di gioire della propria vita. Questo lo sa bene il popolo francese, che è dotato di una fierezza invidiabile e della capacità di pensare e, soprattutto, di vivere come pensa, mettendo in pratica le proprie idee. 
I francesi sanno da molto tempo che la libertà non è il dono di nessuno, ma la conquista più preziosa.

sabato 14 novembre 2015

Pastinedda


"Vieni a tavola. Ti ho fatto un po' di pastinedda". 
"Cos'è che ha cucinato, la zia?", mi domanda il figlio grande.
Gli spiego che "ha preparato un piatto di pastina per lo zio".
E non gli dico che pastinedda è un'ulteriore abbreviazione, dialettale, di un nome già abbreviato: pastina. 
Non gli racconto nemmeno cosa mi suscita - e mi limito invece ad ascoltare da solo queste mie sensazioni - il modo, di chiamare il marito, di quella anziana donna. Quanta delicatezza attorno a una semplice parola e quante connotazioni d'amore in un solo invito a mangiare! Ci ho visto due persone che si prendono per mano, una piccola offerta, tutto l'aiuto che sia possibile regalare.

Non so davvero perché mi venga in mente cosa ci siamo detti una settimana fa, quando hai affermato con grande convinzione che Babbo Natale non esiste, anzitutto "perché non si sono mai viste delle renne che volano". Io ti ho risposto che, se è vero che non le hai mai viste, non è detto che non ci siano lo stesso. "A volte - ho aggiunto -, proprio perché certe cose non possiamo vederle, è necessario credere in loro". 
Io penso che se a volte ti fermi a osservarla, la vita di tutti i giorni, ti puoi accorgere di quanto essa sia piena di regali: è come se Babbo Natale si presentasse a casa nostra non solo il 25 dicembre, ma in ogni istante tu desideri chiamarlo. 
È indispensabile però, per vederli, che tu creda nei miracoli. E io questo non posso davvero insegnartelo. Ma tu, ogni tanto, prova a sollevare gli occhi da ciò che stai facendo e comincia a osservare il mondo e lo sguardo di chi ami.