venerdì 30 ottobre 2015

Tredicesima lettera: il dolore


Qualcuno ha detto che, più che conoscere, noi esseri umani, siamo in grado di riconoscere. L'uomo che stamattina ho visto attraversare la strada, mentre ero fermo al semaforo a guardarmi attorno, assomigliava a uno di quegli ebrei scampati da Auschwitz. Era, infatti, un cinquantenne tutto pelle e ossa, alto, di carnagione pallida, i capelli molto corti e rasati sulla nuca, la schiena ingobbita sotto il peso di due pesanti borsoni. 
Di prima mattina, l'aria era abbastanza fresca, ma lui portava dei sandali senza le calze. Indossava pantaloni di velluto beige puliti e stirati e una camicia con le maniche corte. Osservandolo attentamente, ho pensato che potesse essere un senza-tetto dell'Europa dell'est, che magari stava andando a cercarsi un lavoro. Soprattutto, con l'immaginazione mi sono soffermato sulla fatica che poteva compiere, un uomo tanto esile, trasportando, apparentemente senza sforzo, il contenuto delle sue valige. Ho pensato anche al freddo che lo colpiva alla nuca e ai piedi gelati. E al mio mal di testa, se quello stesso freddo avesse preso di mira me, anziché lui.
Molto probabilmente, le mie sono state solamente fantasie, create in un attimo di distrazione, attorno alla vita di uno sconosciuto. Chi non si conosce, infatti, è sicuramente molte altre cose, diverse dall'unica che si riesce a immaginare in un dato momento. Eppure, ciò che io sono convinto di aver riconosciuto in quell'uomo è il dolore verbalmente inespresso, e tuttavia comunicato dal suo corpo, che mi ha ricordato il reduce da un campo di concentramento e il senza-tetto, che cerca di aver cura di sé, indossando un paio di pantaloni stirati.
Il dolore ci accomuna tutti, è per questo che siamo in grado di riconoscerlo, anche per la strada, perfino sulle spalle di uno sconosciuto. Non c'è bisogno di gridarlo, il dolore, per sentirlo, perché chi soffre è lo specchio del nostro stesso dolore, che sia quello che abbiamo provato direttamente o ciò di cui qualcuno ci ha fatto partecipi.
Esiste la sofferenza muta di chi soffre ma cerca di nascondere il proprio dolore, ad esempio per non far preoccupare chi gli è vicino, il dolore - si sa - è contagioso come una risata, o perché, come lo spettacolo, la vita deve andare avanti e non affogare nel pianto. E c'è anche la sofferenza lamentata o gridata a ogni minima occasione, quella di chi ha bisogno del prossimo per farcela e quella di chi pensa che gli altri siano a sua completa disposizione, perché questi sono senza problemi o sicuramente non ne hanno di altrettanto grandi.
Esistono scale di dolori, inventate dai presuntuosi, che conferiscono un grado di maggiore o di minore intensità alla sofferenza. Ci sono dolori fisici e dell'anima, reali e immaginari, veri e presunti. E c'è qualcuno che ha dettato le regole della sofferenza, ha stabilito parametri, ha detto questo sì e questo no, questo dolore è ammissibile e quest'altro infondato e inventato la soglia, sia quella "entro la quale" che quella "oltre la quale". Ci sono i legislatori del dolore, quelli che dicono è legittimo soffrire per questo, sbagliato o inutile, invece, farlo per quest'altro.
Ci sono i genitori e figli, e gli sguardi che si scambiano gli uni con gli altri e nei quali entrambi leggono i segni di un alfabeto trasmesso generazione dopo generazione. Sguardi nei quali perfino la felicità è accompagnata dalla costante apprensione di chi sa bene che anche un bel momento è destinato a finire. E questa consapevolezza non appartiene soltanto gli adulti, ma anche ai bambini, perché la paura di perdere qualcuno è un sapere innato, che fa parte di ogni essere mortale, fin dal giorno in cui viene al mondo, dalla preistoria dell'uomo.
Chi soffre ha perso qualcuno o una parte di sé e non sa che nulla possediamo veramente, neanche noi stessi, e che quindi, in realtà, non abbiamo proprio un bel niente da perdere. Ma chi è a conoscenza di questa verità, tanto semplice quanto incomprensibile, non può amare realmente, ma lo fa soltanto idealmente, sublimando il proprio sentimento. È - la sua - una forma alta di amore, che fa paradossalmente rima con un disinteresse, vero o presunto che sia, generalmente biasimato. Detto questo, io non sono capace di amare in maniera ideale, ma lo faccio in un modo molto pratico, senza sentimentalismi e anche senza pretese di esclusiva verso gli altri. Amo senza possedere, mantenendo la vicinanza e allo stesso tempo la distanza, l'integrità della persona verso cui rivolgo il mio sentimento.
C'è chi piange per aver perso la giovinezza, chi per aver smarrito le chiavi di casa, chi perché non ne ritrova più la strada, chi perché non sa dove si trova adesso e dove sarà domani.
Personalmente, non provo dolore se non so quel che mi aspetta, né per il tempo che passa e per quel che finisce. Trovo, anzi, che tutto ciò sia naturale e so e accetto il fatto che ogni cosa avrà una fine, così come ha avuto un inizio. Ad addolorarmi sono invece le persone che credono che il loro sia un presente infinito e che si deprimono o impazziscono ogni qual volta il sole tramonta. Mi provoca dolore, non le cose, ma il ricordo di chi è scomparso e la preoccupazione che qualcuno a cui tengo se ne possa andare.
Ciò che mi fa soffrire è la sofferenza stessa degli altri, quella che posso riconoscere quando incrocio lo sguardo di qualcuno che sta male, e la paura che ai miei figli succeda qualcosa. C'è, infatti, un dolore anche nell'apprensione, nella possibilità che qualcosa di brutto possa accadere, anche nel caso fortuito in cui nessuna circostanza negativa, che possa venire in mente, si verifichi. 

6 commenti:

sicampeggia ha detto...

Invidio molto la tua lucidità mentale, questa capacità che hai di sistematizzare i pensieri su un argomento e che mi porta a dire, quando ti leggo (e quando capisco quello che scrivi): "è proprio vero! Come mai non ci avevo mai pensato prima?".
Così per la prima parte del tuo post, quella che parla del dolore e dell'empatia con cui spessissimo viaggia insieme.
Tuttavia leggerti mi piace anche per gli spunti di riflessione "nuovi" che offri. E così oggi scopro, grazie a te, una cosa apparentemente ovvia ma di cui mai avevo consapevolmente preso coscienza: a quanto pare "amore" fa rima con "dolore". Chi ama prova dolore non a causa della propria sofferenza ma per via di quella della persona amata.
Beati i duri di cuore perché nulla li turberà. Però che vita misera la loro...
E comunque tranquillizziamoci perché l'amore non esiste: cosa ne sarebbe dell'amore che dico di provare per mio figlio e mio marito senza quello che ogni giorno faccio e non faccio per loro?
Ciao e a presto.

Cristiano Camera ha detto...

Sei come al solito molto gentile nei miei riguardi e non me lo merito.
L'amore non esiste e sono d'accordo, se per amore intendiamo un sentimento astratto o, come dice la canzone, un cliché, una dottrina, una stipula, una fede o una proprietà.
L'amore - mi dispiace - non è nemmeno un "io e te", con l'esclusione di tutti gli altri.
L'amore sai cos'è? E' uno sguardo fra sconosciuti, e poi un gesto, e dopo ancora un impegno.
E' qualcosa di molto più pratico di una frase come "ti amo", spesso vuota e senza senso, se non è seguita dai fatti.

sicampeggia ha detto...

Oggigiorno la gentilezza è preziosa: difficile riceverla e problematico darla, dunque limitati ad apprezzarla senza tanti complimenti.
Se l'amore fosse semplicemente "io e te" sarebbe tutto molto più semplice ma così non è. Tuttavia bisognerebbe sempre ricordarsi che questa è una modalità verso la quale tendere fortissimamente. Ti è mai capitato di sentir parlare anziani vedovi di com'è la loro vita senza la persona che hanno amato? Si percepisce un vuoto che nessuno, nemmeno figli e nipoti riescono a colmare. E quando i nostri figli saranno grandi e lontani, per quanto sempre presenti nei nostri pensieri, cosa rimarrà delle nostre famiglie?
No, no so cosa sia l'amore benché, se proprio dovessi sbilanciarmi, lo definirei come un'edificio mai terminato e perennemente bisognoso di interventi di ristrutturazione, con quella voglia che ogni tanto può prendere, tra polvere, rumore, disordine e tante spese, di abbandonare tutto e cambiar casa. Poi però ti guardi attorno, tanti lavori già fatti, mille ancora da fare e ti accorgi che quella è casa tua.
Ciao.

Cristiano Camera ha detto...

E' così come dici tu, l'edificio: mai terminato e impossibile da abbandonare.
Invece, non ho capito la modalità dell'"io e te' verso cui tendere. E gli altri? Perché limitarsi? Perché circoscrivere i propri sentimenti? Inoltre, ti chiedi : "Cosa rimarrà delle nostre famiglie" una volta che i figli se ne saranno andati?
Su questo tema, ti confesso di non sentirmi legato, nel senso stretto del termine. I 'miei' stessi figli non sono miei ovvero non mi appartengono. E questo lo so da sempre: sono indipendenti, come autonomo è il loro respiro.
Le famiglie si formano e si scompongono. A volte, come si dice usando un'espressione troppo negativa, si sfasciano, ed è un bene che ciò accada, quando ad esempio i loro membri non sono più felici assieme.
Le famiglie assomigliano molto anche loro all'edificio di cui parli.

sicampeggia ha detto...

Voglio dire: quando ti sei innamorato di tua moglie credo tu non stessi pensando ai figli, ai suoi parenti o ai suoi amici; tu eri concentrato prioritariamente su di lei. Gli "altri" sono arrivati dopo. Io credo che questa "esclusività" sia molto importante in una coppia e che non vada mai persa di vista.
So anche io che mio figlio non è "mio" e infatti ogni tanto penso a quando saremo solo io e mio marito e ci penso divertita, figurandomi due vecchietti acciaccati e un po' svaniti.
Considerare che le famiglie possono scomporsi spiegherebbe una serie di situazioni che vedo attorno a me. Ma questo argomento è per me un tabù. Potrei capirlo, forse, solo se accadesse a ma.
Ma davvero tu pensi che la felicità di una persona possa dipendere dalle persone con cui vive?

Cristiano Camera ha detto...

Ah, tu parli dell'amore di coppia e dell'innamoramento. Io invece intendevo l'amore verso qualcuno in generale.
Sí, la felicità, come l'infelicità, dipende anche dalle persone con cui si vive.