mercoledì 27 maggio 2015

Undicesima lettera: fratture


Ci ho messo circa trent'anni, il periodo di tempo intercorso dal giorno in cui a quindici anni mi ruppi il braccio a oggi, per capire che la parola 'frattura' non significa semplicemente 'rottura' ma soprattutto 'distanza'. Quando parliamo della frattura di un arto, infatti, pensiamo alla rottura di un osso, non all'allontanamento di una parte di esso dalla sua sede naturale o al suo distacco, che è invece ciò a cui fanno riferimento ai medici.
Gli ortopedici che hanno curato il mio figlio piccolo, che si è spezzato l'omero due settimane fa, hanno tentato di "ridurre" la frattura - così si sono espressi - con un intervento chirurgico e l'ingessatura dell'arto. Nei sei giorni trascorsi in ospedale assieme al mio bambino, mi sono venuti in mente alcuni tipi di fratture, più o meno insanabili, ma a volte anche guaribili.
"Papà, quanto dura la morte?", mi ha chiesto il figlio piccolo qualche giorno prima di farsi male. E io ho fatto finta di capire un'altra cosa: "Vuoi dire a quanti anni si muore?", gli ho domandato e, senza dargli il tempo di rispondere, gli ho detto: "Quando si è molto anziani".
Ma lui, che a volte è un tipo un po' preciso, ha insistito: "Voglio proprio dire quanto dura la morte...quando si torna". 
In nemmeno un minuto gli ho detto una seconda bugia, pensando, così facendo, di dargli una speranza, nel caso avesse il timore che possa succedere a me di allontanarmi per sempre da lui: "Sì, a volte capita di tornare", l'ho rassicurato.
Qualche giorno prima, alla cassa del supermercato assieme al figlio grande, che mi porgeva gli alimenti comprati prendendoli dal carrello, una signora dietro di noi si è complimentata con lui perché mi stava aiutando. Subito dopo gli ha chiesto se a casa aiutasse anche la nonna. Il piccolo le ha detto, senza pensarci un secondo: "Mia nonna è morta nel 2012", pronunciando questa frase, così sintetica e apparentemente perentoria, senza imbarazzo, tradito tuttavia - così mi è parso - da un sorriso che sembrava volersi chiedere: "Avrò fatto bene a parlare in questo modo?" oppure "è normale parlare della morte con tanta naturalezza?".
Una delle cose più difficili che ci possa capitare di fare è quella di dare delle risposte a chi ci fa delle domande. È ovvio che di solito rispondiamo a delle domande, ma al contempo non è assolutamente banale saper ascoltare e interpretare ciò che gli altri ci chiedono. Il problema è a monte: sono poche, infatti, le persone che possiedono sia la capacità di ascoltare, sia la volontà di capire quali sono le richieste di chi ci parla.
Ciò che in definitiva i figli ci chiedono - l'ho capito soltanto in questi giorni - sono predizioni sul loro futuro: ci considerano degli indovini e da noi si aspettano sempre una panoramica completa e dettagliata di ciò che saranno da grandi e di cosa gli succederà. E dato che noi genitori non abbiamo doti divinatorie e allo stesso tempo ci auguriamo che, da adulti, i figli seguano la propria e indipendente strada, a volte auspicando addirittura che si guardino bene dal percorrere la nostra, perché potrebbero commettere i nostri stessi errori, parliamo loro del futuro contraddittoriamente pensando al nostro passato, ché questo modo di guardare alle nostra spalle è sempre più l'unico che possediamo per vedere la strada che abbiamo davanti. Questo per dire che noi anziani, più andiamo avanti negli anni, meno abbiamo voglia di avventurarci in luoghi sconosciuti, perché abbiamo bisogno delle certezze che soltanto nel passato riusciamo a ritrovare.
Non c'è frattura senza che vi sia stato o via sia ancora un legame, almeno nella forma del ricordo. Detto questo, si guardino bene i figli dal dare troppo ascolto ai vecchi e si affidino invece semplicemente alla vita, alla loro, con le sue zone più scure e più luminose, e che prima o poi saprà premiarne le scelte.