mercoledì 22 aprile 2015

Decima lettera: essere e apparire


I due modi di 'essere' spesso coincidono e sarebbe più giusto, e soprattutto più vero, dire "essere è apparire" anziché distinguerle, queste due possibilità di vivere. Alcune persone che conosco coltivano una propria immagine, la alimentano e hanno paura di apparire diversamente da come vogliono. Ci sono uomini che vestono i panni di personaggi più o meno reali, a volte immaginari e che corrispondono alle loro aspirazioni, a ciò che vorrebbero essere. Sono atteggiamenti, quelli che hanno, che si sono protratti oltre il periodo adolescenziale e che manterranno per tutta la durata della loro esistenza. Spesso, non solo si ispirano ad altri e aspirano a essere come loro, ma addirittura fanno finta di essere altri, finendo per crederci per primi: è qui, in questo fenomeno patologico, di scambio di posto fra l'apparenza e l'essere, dove la prima sostituisce il secondo, che quest'ultimo si perde. 
Conosco un popolo di attori che recitano in film dove non esiste neanche una telecamera per riprenderli. Gente che vive la vita d'altri, che nemmeno dice più altro da ciò che pensa ma che perfino non pensa ad altro se non a ciò che deve dire. Il pensiero, l'esistenza, ciò che fanno ogni giorno, non solo non appartengono più a loro stessi, ma li ingannano in maniera sempre più inconsapevole.
Nessuno riesce a essere senza apparire, ci sono infatti troppi filtri fra noi e il mondo, ognuno di noi ha il nome che gli altri ci danno e non il nostro, che in ultima analisi resta sconosciuto perfino a noi stessi. Nessuno di noi conosce il proprio io più profondo, figuriamoci se possono saperlo gli altri. Ma una cosa è cercare di essere se stessi e un'altra è cercare di essere altri da noi: la differenza fra i due modi di essere è nelle nostre vere intenzioni, non nel risultato visibile. Una cosa è rendersi conto di non vivere la propria vita e un'altra è pensare di vivere la vita di qualcun altro.
Nessuno di noi vive veramente la vita che vorrebbe, perché questa è un compromesso continuo fra ciò che desideriamo e ciò che possiamo avere, lo dice uno che non faccio fatica a definire un bel po' rigido, soprattutto quando pensa di avere ragione, riguardo a tutto ciò che possa ruotare attorno a una frase come "mettiamoci d'accordo". Ma il desiderio e la volontà, lo sto ancora imparando, non possono evitare di scontrarsi con le possibilità date e con la realtà che si trovano davanti.
Detto questo, torniamo ai giorni nostri, che parlano di immigrazione e di naufragi, di popoli che si imbarcano su zattere per attraversare il mare immenso e di mercanti di schiavi. Di scafisti schiavisti, di frontiere, di chi accoglie e di chi respinge, di chi è aiutato, di chi aiuta e di chi vuol essere aiutato ad aiutare. Di chi uccide nel nome della religione e di chi si aggrappa ai morti per non annegare. Di chi dice "Dobbiamo bloccare le partenze" e intanto pensa "morite di fame nei vostri paesi". 200, 700, 900 morti nell'ultima settimana e un milione di persone pronte a tutto pur di partire dalle coste libiche.
E torniamo anche ai miei di giorni, alla festa di compleanno di una compagna del figlio grande, domenica scorsa, in una periferia di Roma, in un parco giochi che per un momento mi ha fatto immaginare di essere a Manila. Nello spazio allestito per l'occasione, la famiglia allargata dei filippini, madre e padre della festeggiata, zie e zii, fratelli e cugini,  parenti e amici, una piccola comunità formata da una cinquantina di persone, ognuna delle quali aveva preparato qualcosa da mangiare e da offrire agli altri, piatti tipici della loro cultura gastronomica, almeno credo, anche se dei dubbi li ho avuti quando ho visto degli spiedini con wurstel, olive e marshmallow, "ma ai bambini piacciono le cose dove il salato si mischia al dolce", ha detto la signora che li aveva preparati, incoraggiava in continuazione, soprattutto gli ospiti italiani, ad assaggiare il loro cibo, anche se io non l'ho fatto, ma non per un mio pregiudizio personale, piuttosto per il fatto che ho bisogno di sapere e di capire bene cosa c'è nel mio piatto e certi ingredienti non li avevo decifrati bene, e mi sono 'limitato' a sfondarmi di ben più familiari patatine, nonché di palline di mais e birra calda, che il papà della compagna di mio figlio continuava a versare nel mio bicchiere non appena si accorgeva che era vuoto.
"Ancora birra?", chiedeva, "mangia tutto quello che vuoi", ripeteva in continuazione, "puoi prendere quel che ti pare", insisteva, mentre la moglie e una nipote riempivano di gettoni per giocare le tasche dei compagni della figlia. Erano ospitali, insomma, generosi oltremisura. Ma non perché volevano ostentare una forma qualunque di agiatezza, come potremmo fare noi, ma perché l'ospite, finché è con loro, è il re della casa.
"Ancora dieci anni di lavoro è torno al mio paese, nella mia casa a due metri dal mare", mi ha detto a un certo punto il papà della bambina, che è già da trent'anni in Italia. E appena ho ascoltato il suo progetto a così lungo termine, ho pensato che io stesso non ne possiedo uno che sia anche minimamente diverso, figuriamoci se me ne posso permettere uno simile o rivoluzionario, da ciò che per me è abitudinario, né per domani, e né per un futuro sia prossimo che remoto. La paura di perdere quel poco che abbiamo ci fa restare aggrappati alla nostra terra, nelle nostre case, entro i nostri confini. E non ci fa progettare nulla, perché ogni novità è un pericolo e chi rischia di più è chi non ha nulla da perdere e tutto da guadagnare. Il nostro comportamento è vile anche se appare come prudente, i nostri 'imprenditori' investono soltanto se il guadagno è già stato assicurato. Chi ha una ricchezza modesta, se la tiene e la difende con i denti contro qualunque straniero o sconosciuto, contro qualsiasi ladro vero o soltanto presunto. Il nostro è un atteggiamento aristocratico, di chiusura in noi stessi e di sbarramento nei confronti del prossimo: siamo una piccola élite che difende i propri interessi e che vede nel prossimo soltanto un rischio o un ostacolo.
Le persone che ti offrono tutto ciò che hanno, e che fra di loro si aiutano e collaborano, come la piccola comunità che ho conosciuto domenica, ti lasciano il cuore pieno di speranza per il futuro. A fine giornata, ho chiesto a mio figlio se la festa alla quale avevamo appena partecipato gli fosse sembrata diversa dalle altre alle quali eravamo stati in passato. Mi aspettavo una risposta tipo: "Sì, c'erano molti stranieri". Invece mi ha detto: "Sì, mi sono divertito molto di più rispetto a tante altre volte e vorrei che la mia festa fosse simile a quella della mia amica".
Insomma, mio figlio non ha badato minimamente a chi ha partecipato al compleanno della sua amica e si è divertito con tutti i suoi compagni, che per lui non hanno differenze né somatiche e né culturali. Penso che la scuola pubblica italiana sia fantastica dal punto di vista dell'integrazione degli allievi e che gli insegnanti abbiano tanto da trasmettere non solo agli studenti, ma anche agli adulti che guardano lo straniero come una persona diversa. La scuola è ormai multietnica e interrazziale e i nostri figli sono nati e stanno crescendo in una società che ha già le caratteristiche del mondo che sarà e che è lo stesso che spaventa quanti ci avvertono che, con una natalità così bassa, siamo destinati a scomparire in quanto 'pura' razza italica, soppiantati o al limite imbastarditi da immigrati di gran lunga più prolifici di noi.
Detto anche questo, superate (per modo di dire, magari prendendo l'esempio di uno straniero altruista o di un bambino a cui non importa nulla di sapere dove sia nato chi si ritrova davanti) le questioni relative a chi vuole apparire piuttosto che essere, mi chiedo se abbia davvero ancora un senso dire di voler "bloccare all'origine i flussi migratori", fenomeni che sono sempre esistiti e che sono dettati dalla necessità del tutto naturale di ricercare, ovunque esse siano, condizioni di vita migliori. Mi domando inoltre se davvero possa dirsi umano l'atteggiamento di chi vede nello straniero un pericolo per la propria incolumità o un rischio economico per il proprio paese, e se non dobbiamo ricordarci, adesso più che mai, della nostra cultura cristiana dell'accoglienza. Che è anzitutto soccorso per chi è in difficoltà e non uno scarica barile continuo nella direzione di un potere centrale (europeo) che dovrebbe e deve, è vero, occuparsi delle emergenze, ma a livello macroscopico, mentre il problema è urgente, è nell'immediato, ed è proprio qui da noi e non a Bruxelles. Ma anche qui, quando è in gioco la pelle (degli altri), a prevalere su tutto è l'apparenza, la propaganda, il fumo negli occhi.

martedì 21 aprile 2015

Abbracciarsi


La bellezza di questo video è tutta nell'abbraccio finale. Che dice: "Ti voglio bene, chiunque tu sia".
"Lasciamo che la luce ci attraversi", HollySiz, The light.

mercoledì 15 aprile 2015

Lo scivolo


Occasionalmente mi capita di parlare con questa persona, con la quale i discorsi finiscono sempre per prendere una piega estrema. L'altro giorno l'argomento era il pilota della Germanwings che si è schiantato con il carico di passeggeri che trasportava. La domanda, a proposito del gesto folle dell'uomo, è stata la più ovvia: "Perché Andreas Lubitz non si è suicidato da solo, senza sacrificare le altre 149 persone a bordo dell'aereo?". 
Non altrettanto scontata è stata la risposta che ha dato: "Non lo so, forse era depresso e quando sei depresso non sei in grado di capire bene quello che succede. Quando lo sono stata io, per la morte di mio figlio, ho provato a soffocarmi con un sacchetto di plastica. Ma sai, non è per niente facile suicidarsi, perché alla fine prevale quasi sempre l'istinto di sopravvivenza. Siamo degli animali, infondo, e siamo dotati di un forte spirito di adattamento, anche di fronte al peggiore dei mali".
E' la seconda volta, nel giro di neanche un anno, che sento la frase "non è per niente facile suicidarsi". Mi ha confessato questa sua difficoltà, per primo, un mio amico, a settembre, quando andai a trovarlo nell'ospedale dove era stato ricoverato dopo aver tentato il suicidio con il cianuro. In quell'occasione, mi raccontò con una lucidità estrema, quasi come se non parlasse di se stesso ma di un altro, di come avesse messo a punto il suo piano per togliersi la vita: aveva fatto una ricerca in Internet su come procurarsi il veleno, aveva inoltrato l'ordine a un fornitore dicendo che la sostanza gli serviva per il proprio lavoro, si era fatto recapitare il pacchetto in ufficio perché, a casa, sua madre - era già successo - avrebbe potuto intercettarlo. 
Una volta arrivato il veleno, lo aveva 'soltanto' assaggiato, lontano dagli sguardi dei colleghi, per semplice curiosità, per provarne il sapore. La sua intenzione, infatti, era di morire in casa, da solo in camera sua. Ma era bastato quel piccolo assaggio per mandarlo in ospedale, in coma, e per salvarsi la vita: una dose di poco più grande sarebbe stata letale.
Qualche mese dopo il suo gesto, pochi giorni prima della fine del ricovero, dato che parlava di ciò che aveva fatto con estrema freddezza e lucidità, gli ho chiesto perché mai avesse scelto proprio il veleno per uccidersi, con tutti i giri annessi per procurarselo. "Non sarebbe stato più semplice gettarsi da una finestra o buttarsi sotto a un autobus?" gli ho chiesto, un po' ironico. "Non è semplice suicidarsi", mi ha risposto franco.
Forse manca il coraggio di andare fino in fondo, di fare quell'ultimo passo dopo il quale non si può più tornare indietro. Uccidersi con un veleno significa farlo in maniera parzialmente inconsapevole, dato che non sai bene cosa succederà all'interno del tuo organismo, come reagirà?...Magari - pensi o speri - puoi ancora salvarti, chissà cosa si desidera realmente. Buttarsi da una finestra, invece, il vuoto, quei secondi interminabili prima dell'impatto con il suolo, il dolore nel caso non si morisse immediatamente, tutto questo è meglio evitarlo, meglio qualcosa di meno cruento.
Non so che cosa c'è nella mia, figuriamoci se posso immaginare che cosa ci sia nella testa di un depresso. Non mi permetto di azzardare ipotesi, né voglio dire con facilità che chi tenta di ammazzarsi è un cretino, anche se questa è la prima cosa che mi viene in mente. Più di questo, a colpirmi è la parte del discorso iniziale nel quale la signora parlava del nostro spirito di adattamento, anche di fronte al peggiore dei mali, come quello della perdita di un figlio.
Non c'è scampo, o l'una o l'altra: adattarsi, infatti, significa salvarsi. Non farlo vuol dire ammalarsi. Ma adattarsi senza accettare è convivere con la bruttezza dell'esistenza, non possedere più una coscienza. Respingere la realtà, invece, è deprimersi guardando il mondo con la lente d'ingrandimento e il male, forse, nella sua giusta proporzione.
Cosa preferibile - se soltanto si potesse scegliere ! - sarebbe quella di trovare delle spiegazioni e farsi una ragione di ciò che è capitato, senza classificare necessariamente la morte come un male, ma come una delle cose che possono accaderci oppure - a seconda dei punti di vista - come una delle possibilità che la vita ci offre. Sono terribilmente scontato - lo so -, ma l'ho già detto che non conosco che cosa passi nel cervello di un altro, così come sono consapevole del fatto che ciascuno di noi ragiona a modo proprio e chi ho davanti - è banale ma è così - ha la sua testa, non la mia (la quale, inoltre, sarà per lui di gran lunga preferibile).
Io vivo la mia vita cercando di adattarmi anche a certe bruttezze, non a quelle peggiori, che, se posso, cerco di evitare. Le altre, quelle minori, un po' le accetto, spesso me ne resto in attesa, aspetto il momento giusto, l'occasione propizia, che a volte ci si presenta, per cambiare direzione. Accanto a queste, mi accontento di godere di certi bei momenti che capitano e che a volte durano pochi secondi e di cui cerco di accorgermi.
Ad esempio il sorriso di mio figlio, ieri, mentre andava sullo scivolo, soddisfatto del fatto che non riuscissi ad afferrarlo in tempo prima che arrivasse per terra. Il suono della sua risata, che presto non sarà più lo stesso perché cambierà nella voce di un adulto. Ecco, cerco di appuntarmi mentalmente questi istanti, alcuni di loro li trascrivo in questo blog, cerco di dare un senso che sia bello alla mia vita, che è tale e quale a quella di chiunque altro: sto parlando dei sentimenti e delle emozioni che ci accomunano, non certo dei fatti e delle circostanze particolari.