mercoledì 25 marzo 2015

Soltanto perché non sta succedendo...


Li ho guardati come farebbe qualunque genitore: con un sorriso appena abbozzato e un accenno di angoscia. Pensando ciò che qualsiasi padre penserebbe dei figli, ossia quanto sono belli, e vitali, e sorprendenti. 
Il pensiero si è spostato quasi subito verso l'altra faccia della medaglia, ai momenti difficili del passato, ai pericoli che sbrigativamente abbiamo archiviato come scampati, ma che in realtà sono tali soltanto per un breve lasso di tempo. Nessuno ci garantisce, infatti, che prima o dopo non possano ripresentarsi.
Non perdo mai il contatto, proprio non ci riesco, con la relatività delle cose, con la momentaneità delle situazioni, con la precarietà sia del bene che del male. Non ho presagi, non conosco formule magiche, non ho idea di come sarà il futuro. So che molte cose dipendono da noi stessi e dalle nostre scelte, ma so pure che tante di più sono le circostanze che non possiamo controllare. 
Non credo in nessun tipo di eternità, prima fra tutte quelle terrene, nelle quali, a loro stessa insaputa, molti ripongono una fiducia cieca. È triste ammetterlo, ma non c'è quasi nulla che mi entusiasmi e che mi faccia scordare per un attimo di guardare il mio orologio. E invece, vorrei qualche volta dimenticarmi della realtà per concentrarmi (anzi, se la cosa avvenisse in maniera spontanea, non ci sarebbe neanche la necessità di attivarsi con tanta dedizione) sulla parte bella dei momenti che viviamo.
L'altro giorno ho guardato questo video di Save the Children. L'ho trovato bello e semplicemente realistico, anche se parla soltanto di un'ipotesi.
Io non mi ritengo un pessimista, come si potrebbe senz'altro credere, ma semplicemente un realista. E un realista è uno che considera la realtà non escludendo, stupidamente, le possibilità che, presto o tardi, potrebbero entrare a farne parte. 

giovedì 12 marzo 2015

Padre-aguzzino e figlio-vittima: la vicenda del bambino di Napoli


E' tornato a sorridere soltanto quando l'agente con il quale era riuscito a confidarsi gli ha assicurato che nessuno lo avrebbe più costretto a fare "quelle strane cose". Un momento prima, il bambino undicenne di Napoli, prima violentato e poi messo in vendita su Internet da suo padre, aveva avuto paura di parlare del suo genitore, perché non voleva tradirlo e fargli del male.
Per me, sta tutto qui l'orrore di una vicenda che non ha senso descrivere nei suoi dettagli, perché bastano questi sommi capi: un padre che violenta il figlio e che cerca di venderlo ad altri pedofili. La "comprensione per la debolezza" del genitore da parte del figlio, il tentativo della vittima di proteggere un uomo perduto.
Io penso che una persona sia davvero libera solamente allorché raggiunga il più alto grado possibile di coscienza, sia riguardo a ciò che succede attorno a sé e sia rispetto a quel che è in quanto individuo. Certo, un bambino di undici anni ha il diritto di non sapere che il suo papà è un mostro. Ma un padre, qualora sia un mostro, ha il dovere di sentirsi tale.
Mettendo da parte per un momento il lato emotivo preponderante in questa triste storia, mi sfugge, ma soltanto per una mia ragione ostinatamente logica, come sia possibile un tale ribaltamento dei ruoli descrivibile attraverso l'uso di ossimori inauditi, tali sono, gli unici con i quali si possono chiamare in causa i protagonisti: il padre-aguzzino e il figlio-vittima. Laddove, nella relazione padre-figlio, il primo dovrebbe dare e proteggere la vita, non cancellargliela, al secondo, mentre quest'ultimo dovrebbe, fintanto che è figlio, condurre un'esistenza al riparo da certi mali.
Il padre, poi, ha ancora una responsabilità: è lui a dover essere il garante di un tale rapporto così concepito, non il figlio, non il contrario.

giovedì 5 marzo 2015

Nona lettera: essere semplici è complicato


"Come stai?", ho chiesto spesso in giro. La domanda che facciamo tutti a tutti, con la stessa spensieratezza di quando diciamo "ciao", tanto per salutarsi mentre ci si incrocia, un attimo prima che uno vada di qua e l'altro di là, chi si è visto si è visto, ciascuno per la propria strada.
Uno mi ha detto "bene, grazie", un altro "non c'è male", un altro ancora mi ha parlato del tempo, uno non ha neanche risposto, forse non mi ha sentito o ha preferito inseguire i propri pensieri fino a casa, una donna ha farfugliato qualcosa di incomprensibile, un bambino mi ha chiesto un gelato, un uomo ha accennato a certi suoi problemi senza tuttavia dirne uno, avrebbe voluto raccontare qualcosa ma la paura d'essere scoperto lo ha vinto sul più bello, un altro mi ha parlato di un fatto di cui mi avrebbe detto comunque, a qualsiasi altra, minima occasione, in risposta a qualunque altra domanda, un gatto ha miagolato e subito dopo ha sbadigliato, un cane ha mosso la coda soltanto una volta e poi si è dileguato, una cornacchia è volata via senza pensarci nemmeno un secondo, un gabbiano è restato a guardare con un occhio solo, giallo come le sue zampe.
Io ho chiesto "come stai", in maniera disinteressata, tanto per salutare ed essere educato. Come fanno tutti, la cosa più semplice da chiedere, la più complicata a cui rispondere. Le risposte, infatti, sono state le più svariate, le più 'fuori tema' e non serve avere una grande fantasia per immaginare quali potrebbero essere quelle date a una domanda un po' più articolata. Perché non rispondiamo alle domande? Perché aggiungiamo altri contenuti? Perché, invece di capire che domanda ci stanno facendo e quali risposte possibili vorrebbe chi ce la rivolge, ci mettiamo del nostro, aggiungendo o sottraendo pezzi della nostra stessa vita? 
Rispondere a una domanda significa doverla prendere in considerazione, dando ragione o torto alle aspettative del nostro interlocutore. Invece, spesso mostriamo soltanto il nostro egocentrismo, in noi prevale il bisogno di dire o negare ciò che abbiamo dentro, partendo, insomma, da noi stessi, dalla nostra risposta, da ciò di cui vogliamo parlare e non dalla domanda che ci hanno appena fatto. Diciamo ciò che non ci è richiesto, per ragioni ideologiche o psicologiche, a volte per affermare violentemente noi stessi, per essere amati o ammirati o detestati, per far colpo su qualcuno o allontanarlo da noi, per scuotere le coscienze, per scandalizzare, per essere capiti, per un bisogno di amicizia e di solidarietà, per la diffidenza che si prova verso qualcuno o nei confronti del mondo. Siamo faziosi, siamo partigiani, non siamo affatto obiettivi, siamo colmi fino al collo di ideologia, siamo irrigiditi in noi stessi, non possediamo più l'elasticità che serve per capire gli altri. Tutta la comprensione possibile per chi non risponde: fatto sta che è davvero pesante avere a che fare con gente, tutti i giorni, con cui comunicare è impossibile. 
Che cos'è il bene, che cos'è la giustizia, che cos'è la virtù: che cos'è, domandava Socrate a coloro che gli chiedevano di parlare di questi argomenti e che pretendevano di saperne più di lui, ma lo sfidavano comunque a un duello dialettico. Che cos'è, che cosa intendi tu per bene, per giustizia e per virtù? Prima di discuterne, mettiamoci d'accordo sul significato delle parole, per capirci cerchiamo prima di usare la stessa lingua, chiedeva il filosofo greco prima di iniziare a dialogare. Duemilacinquecento anni dopo, in Tutti i nomi, José Saramago dichiara: "Conosci il nome che ti hanno dato, non conosci il nome che hai". Un modo per ribadire il fatto che un individuo non è conoscibile fino in fondo neanche da se stesso e che di lui si possono avere soltanto le interpretazioni che gli altri, e fra questi anche egli stesso, ne danno. Il nome è ciò che distingue un uomo dall'altro, è ciò che lo rende individuo. Ciascuno di noi, nella propria specificità, è unico. Si può arrivare a conoscere noi stessi attraverso l'interpretazione degli altri e nostra, tuttavia l'io più interno e remoto resta irraggiungibile. Forse è proprio questo il limite più grande che possediamo e che possiamo arrivare a imparare nel tentativo di cercare di conoscerci.
Il messaggio di questa nona lettera è che spesso ci complichiamo la vita perfino mentre facciamo le cose più banali o parlando di fatti abbastanza terra terra. Invece, dovremmo cercare di semplificare ancora di più quel che a volte è già semplice, anziché renderlo difficile. Al nostro interlocutore dovremmo chiedere, più frequentemente e senza il minimo imbarazzo, cosa egli intenda quando usa una tale parola o un certo aggettivo. Soprattutto, dovremmo rinunciare alla nostra presunzione aprendoci di più al prossimo, senza paura né fatica, proprio come fa il fiore quando sta davanti al sole ovvero con grande semplicità e naturalezza. Forse è proprio questo l'unico modo che ci è dato per conoscere il vero nome che abbiamo, non soltanto quello che ci hanno dato.

lunedì 2 marzo 2015

Fenomeni di bullismo


Otto minuti di calci, pugni, morsi, sputi e insulti contro una dodicenne nei pressi di Genova: è la vendetta di due adolescenti di sedici e diciassette anni contro la ragazzina 'colpevole' di aver insultato, precedentemente, una di loro. Il video, girato col telefonino di una delle due ragazze fra l'indifferenza di altri coetanei presenti sulla scena, si trova in rete e parla da solo: di accanimento, di violenza senza limiti, di assoluta miopia nei confronti del rispetto della persona. Quasi sicuramente, racconta anche del disagio familiare e sociale nel quale questi ragazzi vivono, luoghi dove non viene insegnato il valore della vita, dove non si impara ad aiutare chi è in difficoltà e dove invece si ammira chi è più forte e spietato.
Forse qualcuno me lo ha trasmesso il sentimento della pietà, quando ero un bambino, anche se non ricordo più come abbia fatto. So soltanto che dove vedevo una fila di formiche attraversare la 'mia' strada, io facevo un salto per non schiacciarla, che una volta ho pianto quando ho visto un cane che stava per morire sul ciglio di un sentiero di campagna, che al cinema ero sempre dalla parte degli indiani, che durante le partite di calcio, sognando una rimonta impossibile, volevo che segnasse la squadra che stava perdendo e negli incontri di pugilato vincesse il meno quotato, quello con la faccia più gonfia di botte. Ero, e lo sono ancora, dalla parte dei perdenti: i vincenti non hanno bisogno di aiuto, ché ce la fanno da soli, e poi sono spesso così arroganti, e a me l'arroganza di chi è mortale quanto me repelle come poche altre cose al mondo. 
Qualche settimana fa, mentre il figlio grande nuotava, un suo compagno di corso, un ragazzino un po' grassottello, ha cominciato a colpirlo con la tavoletta ogni qualvolta stava per essere raggiunto. Mi sono accorto che lo faceva anche con gli altri bambini perché non voleva essere superato da nessuno: doveva essere lui il più veloce di tutti, il vincitore di una gara che soltanto lui aveva in testa. L'ho fatto presente all'istruttore, una persona che gode di tutta la mia fiducia per il rapporto che ha saputo instaurare con i suoi allievi, e mi ha risposto che quel bambino "ha dei problemi" e di aver notato alcune sue scorrettezze. Il maestro di nuoto non ha preso di petto il ragazzino, e d'altronde io non lo avrei mai preteso dato che non mi piace incolpare nessuno, specialmente un coetaneo di mio figlio, ma lo ha 'distolto' da ciò che non doveva fare dicendogli di fare ora questo, ora quell'altro esercizio.
Quel giorno è finita bene così, ma l'altra volta sono stato testimone di un vero e proprio fenomeno di bullismo da parte dello stesso ragazzino. In un momento di pausa, mentre alcuni compagni chiacchieravano fra loro e altri giocavano in acqua, ha cominciato a salire di peso sulle spalle di un bambino e a spingergli ripetutamente la testa sott'acqua. Dagli spalti, da dove ho assistito alla scena, stavo per mettermi a urlare, quando un secondo prima il bulletto ha lasciato la presa sulla sua vittima, un tipo un po' dimesso che è facile, l'ho capito subito dopo osservandolo con attenzione, prendere di mira. 
Nello spogliatoio ho cercato i genitori del malcapitato, ma al loro posto ho trovato soltanto la sua babysitter, che probabilmente non si è mai accorta di ciò che era successo al ragazzino a cui dovrebbe badare. Ho cercato anche il maestro di nuoto, ma non l'ho incontrato e mi sono ripromesso di parlagli al più presto.
Senza saperne granché, il fenomeno del bullismo è probabilmente la parte più evidente di un disagio, la pelle di un problema che si trova a monte: la violenza con la quale si mostra è quella di chi è debole e che può esser forte soltanto con chi è più fragile di lui. E che spesso ha bisogno di una cerchia di sodali, di soci altrettanto deboli che soltanto in un gruppo si sentono più forti, perché si danno ragione a vicenda e si sostengono, e solamente così, insieme, si sentono invincibili. Per qualche motivo che ignoro, le due adolescenti sono delle deboli, capaci di essere forti soltanto contro una dodicenne isolata. Per qualche altra ragione che non conosco, il compagno di corso di nuoto di mio figlio gareggia slealmente ed è violento contro chi soffre di problemi più grandi dei suoi.
Di una cosa però sono certo ed è il criterio, sbagliato, attraverso il quale stabiliamo chi è vincente e chi è perdente. Oggi ce lo insegnano così: chi arriva al traguardo per primo vince, come vince chi fa cadere l'altro e resta in piedi al suo posto, fra gli applausi dei suoi sostenitori. Non importa con quali mezzi e con quali scorrettezze: la cosa fondamentale è farcela e come non conta. 
La commozione e la pietà, la paura di far male a qualcuno fatto di carne, ossa e amor proprio, non sono cose da vincenti: sono sentimenti che hanno soltanto i perdenti, come quelli che si bloccano di fronte a una fila insignificante di formiche.