martedì 13 gennaio 2015

Sesta lettera: chi sono io per giudicare?


Ogni nostra espressione, qualsiasi pensiero ci salti per la testa, qualsivoglia scelta possiamo compiere contiene un giudizio, una valutazione, una nostra considerazione riguardo qualcosa che è altro da noi. Perfino una semplice asserzione, pensata o detta, è un giudizio, dal momento che contiene un soggetto e un predicato: è un discorso logico, ma anche molto concreto.
Non possiamo proprio esimerci dal giudicare e, insieme, dall'affermare e dal negare contemporaneamente. In termini molto semplici, se dico che una cosa è bella, sostengo allo stesso tempo che essa non è brutta: sono i limiti del giudizio, più che evidenti nella parzialità logica nella quale agiscono. Affermo, giudico e, nel farlo, nego una varietà consistente di implicazioni.
Il giudizio non è mai imparziale, perché chi lo emana non è onnisciente e perché non può che rivolgersi soltanto a una fetta di mondo. Ed è relativo, perché si basa solamente su ciò che si prende in considerazione, tralasciando una serie infinita di fatti, di motivazioni e attenuanti. Giudicare è la cosa più difficile da fare, perché qualsiasi giudizio giusto è anche un giudizio sbagliato, e perché perfino nella parte giusta del giudizio esiste un bel margine di errore.
Essere giudici è un lavoro carico di responsabilità, eppure giudicare è un mestiere che facciamo volentieri tutti, in modo irresponsabile e molto alla leggera. Le implicazioni e le conseguenze del giudizio non le prendiamo in considerazione: semplicemente non ci interessano.
Ed è proprio questo il punto: se ogni qual volta apriamo bocca non possiamo evitare di giudicare, per lo meno cerchiamo di farlo in maniera critica.
La verità non è un traguardo facilmente raggiungibile e, proprio a causa dei limiti suddetti, non è una meta a cui l'uomo possa giungere. Però egli vi si può avvicinare, e può farlo soltanto se si pone con un atteggiamento critico non solo di fronte alle cose, ma anzitutto verso se stesso.
"Sto facendo bene?", "E' giusto fare così?", "Quali possono essere le conseguenze di questa mia azione?", "Io come mi sarei comportato al suo posto?", "Perché lo ha fatto?": sono soltanto alcune delle domande che uno dovrebbe porsi prima di giudicare.
Invece, più si va avanti con gli anni, più ci si irrigidisce. Abbiamo bisogno di certezze e di credere in una verità che con il tempo si è consolidata nelle nostre teste. E' per questo motivo, e per il fatto che non abbiamo più voglia di pensare, che le nostre azioni sono sempre più guidate da un pilota automatico che ci fa guardare e giudicare la realtà come un tutto omogeneo, univoco, informe.
Per razionalizzare, per praticità, per economia, suddividiamo il mondo in classi (sociali), gruppi (di appartenenza), specie e sottospecie (classifiche), sfere (di influenza).
E dimentichiamo che l'uomo è unico e irripetibile. Inclassificabile.

PS: Avevo iniziato a scrivere le poche righe di questa sesta lettera prima dell'attentato al giornale satirico francese Charlie Hebdo. Ma subito dopo l'attacco, ho pensato, a caldo, che le mie tesi sul giudizio non potessero reggere di fronte a un avvenimento del genere: il terrorismo, a qualsiasi matrice appartenga, è da condannare, ma allo stesso tempo lo è l'uccisione di qualsiasi uomo, e quindi anche del terrorista. Perfino qui, dunque, esiste senz'altro una difficoltà del giudizio, anche se schierarsi immediatamente dalla parte degli innocenti è istintivo e naturale.
Ma - mi domando - ci si schiera con altrettanta immediatezza quando gli innocenti in questione sono i bambini di dieci anni che si fanno esplodere nei mercati della Nigeria?
Qualcuno potrà stupirsi e indignarsi di fronte a questo mio atteggiamento cauto e garantista a oltranza, anche davanti all'azione efferata che abbiamo visto. Ma io sono per i processi e non per il linciaggio: non spetta a noi giudicare, anche se ci spetta la facoltà di farci un'opinione (privata e pubblica).
Infine, le mie ragioni sono le stesse che appartenevano (e appartengono) a chi usa la matita e non il fucile: fare satira è un modo pacifico, ed efficace, di mettere in discussione il potere che pretende di governare un mondo di sudditi ciechi e che spesso strumentalizza gli innocenti.