giovedì 26 novembre 2015

Il distacco e l'idea della morte


L'altro giorno ascoltavo in televisione uno psicologo che parlava di bambini piccoli, penso si riferisse a quelli fino a 4 anni. Pur non avendo ancora alcuna idea strutturata della morte, diceva, la loro paura maggiore è quella del distacco dai genitori. Ne usciva un quadro legittimamente egoistico dell'infanzia, e vorrei vedere: se improvvisamente non c'è più chi fino a oggi si è preso cura di noi, ci dice l'istinto, come potremmo sopravvivere domani. 
Non sappiamo ancora cos'è la morte, ma se chi ci ama se n'è andato, il futuro più imminente è il salto nel buio che ci spaventa maggiormente.
Sono fuori Roma per lavoro, al confine con la Francia, a otto ore di treno da casa. Un viaggio annunciato ai bambini già da qualche settimana e ben accettato da loro. Due giorni fa però, prima di andare a dormire, il figlio grande mi ha detto che non voleva che partissi. Lo ha fatto senza piangere, ma con la voce appena strozzata: riusciva a trattenere l'emozione, ha l'età per farlo, ha imparato la compostezza nell'esprimere i sentimenti, e questo è un bene ma anche un male. 
In quanto animali sociali, dobbiamo reprimere ciò che proviamo, non possiamo sbracarci alla minima occasione. Ma lo dico ancora perché non riesco a rassegnarmi a tale idea: questo è un bene ma anche un male.
I bambini piccoli non hanno un'idea sviluppata della morte, ma provano il sentimento del distacco e dell'abbandono. E appena sanno cos'è la morte, devono controllarsi e non cedere alle emozioni. Riconosco che questa impostazione, che privilegia la vita sulla morte e che incita ad andare comunque avanti, abbia un senso positivo, ma come è aberrante schiacciare l'istinto, quanto è innaturale non esprimere la sofferenza.
Io non so bene cos'è la morte, anche se l'ho sperimentata. Ovvero, ne ho una mia idea, del tutto personale. E penso che ciascuno di noi ne conservi una propria e individuale, quanto la relazione che aveva con chi se n'è andato. 
La mia idea della morte non è lontana da quella del distacco e dell'abbandono che possono avere i bambini. Forse la differenza fra me e loro è che io giustifico la morte, me ne faccio inevitabilmente una ragione.
Ho perso la speranza, che i bambini invece conservano, di veder tornare, prima o poi, chi se n'è andato.

lunedì 16 novembre 2015

Quattordicesima lettera: la libertà è un dovere


Sulla scia dei fatti di Parigi, questa lettera sulla libertà è la più difficile che vi scrivo. 
E forse anche la più incomprensibile. Perché la libertà non è innata, come si potrebbe pensare, né tanto meno è un regalo, ma un dovere verso gli altri e verso noi stessi. 
Verso gli altri, perché ne dobbiamo rispettare il pensiero, il credo, le scelte e le azioni. 
Verso di noi, perché le stesse libertà, che dobbiamo riconoscere agli altri, dobbiamo vederle riconosciute a noi stessi. 
Nessuno ha il diritto di schiacciare la libertà degli altri. Nessuno ha il diritto di reprimere la nostra libertà. 
La libertà non è un dono prezioso, come si dice spesso a proposito della vita. Nessuno, infatti, ci ha mai regalato qualcosa di tanto grande. Fin dall'istante in cui veniamo al mondo non siamo liberi, ma dipendiamo dalle cure amorevoli dei nostri genitori. Fin dal primo giorno in cui vediamo la luce, lottiamo per una boccata di ossigeno. E quel po' di aria è una conquista vitale, faticosa, ma che ci rende liberi di vivere. 
Nessuno ha il diritto di decretare la morte di un altro essere umano, sia che egli si trovi in un teatro, a un centimetro dai nostri occhi, oppure nella sua casa colpita da una bomba cieca, comandata a distanza. La libertà rispetta la vita di chi è vicino e quella di chi è lontano e sa che, dietro a un numero, c'è un nome e, dietro al nome, un'esistenza. 
La libertà non è questo dio o un altro dio, ma è ugualmente divina, perché anzitutto è libertà di credere in chi si vuole. 
La libertà è uguaglianza e nella religione siamo tutti fratelli. E lo siamo anche nei diritti e nei doveri, e nella vita, anche se abbiamo genitori diversi e casuali. Non nasciamo tutti sotto lo stesso cielo, ma i figli sono tutti figli dello stesso padre e della stessa madre e, quando un bambino muore, a piangere non sono soltanto i suoi genitori ma lo fa il mondo intero. 
La libertà è il dovere di essere liberi e di gioire della propria vita. Questo lo sa bene il popolo francese, che è dotato di una fierezza invidiabile e della capacità di pensare e, soprattutto, di vivere come pensa, mettendo in pratica le proprie idee. 
I francesi sanno da molto tempo che la libertà non è il dono di nessuno, ma la conquista più preziosa.

sabato 14 novembre 2015

Pastinedda


"Vieni a tavola. Ti ho fatto un po' di pastinedda". 
"Cos'è che ha cucinato, la zia?", mi domanda il figlio grande.
Gli spiego che "ha preparato un piatto di pastina per lo zio".
E non gli dico che pastinedda è un'ulteriore abbreviazione, dialettale, di un nome già abbreviato: pastina. 
Non gli racconto nemmeno cosa mi suscita - e mi limito invece ad ascoltare da solo queste mie sensazioni - il modo, di chiamare il marito, di quella anziana donna. Quanta delicatezza attorno a una semplice parola e quante connotazioni d'amore in un solo invito a mangiare! Ci ho visto due persone che si prendono per mano, una piccola offerta, tutto l'aiuto che sia possibile regalare.

Non so davvero perché mi venga in mente cosa ci siamo detti una settimana fa, quando hai affermato con grande convinzione che Babbo Natale non esiste, anzitutto "perché non si sono mai viste delle renne che volano". Io ti ho risposto che, se è vero che non le hai mai viste, non è detto che non ci siano lo stesso. "A volte - ho aggiunto -, proprio perché certe cose non possiamo vederle, è necessario credere in loro". 
Io penso che se a volte ti fermi a osservarla, la vita di tutti i giorni, ti puoi accorgere di quanto essa sia piena di regali: è come se Babbo Natale si presentasse a casa nostra non solo il 25 dicembre, ma in ogni istante tu desideri chiamarlo. 
È indispensabile però, per vederli, che tu creda nei miracoli. E io questo non posso davvero insegnartelo. Ma tu, ogni tanto, prova a sollevare gli occhi da ciò che stai facendo e comincia a osservare il mondo e lo sguardo di chi ami. 

venerdì 30 ottobre 2015

Tredicesima lettera: il dolore


Qualcuno ha detto che, più che conoscere, noi esseri umani, siamo in grado di riconoscere. L'uomo che stamattina ho visto attraversare la strada, mentre ero fermo al semaforo a guardarmi attorno, assomigliava a uno di quegli ebrei scampati da Auschwitz. Era, infatti, un cinquantenne tutto pelle e ossa, alto, di carnagione pallida, i capelli molto corti e rasati sulla nuca, la schiena ingobbita sotto il peso di due pesanti borsoni. 
Di prima mattina, l'aria era abbastanza fresca, ma lui portava dei sandali senza le calze. Indossava pantaloni di velluto beige puliti e stirati e una camicia con le maniche corte. Osservandolo attentamente, ho pensato che potesse essere un senza-tetto dell'Europa dell'est, che magari stava andando a cercarsi un lavoro. Soprattutto, con l'immaginazione mi sono soffermato sulla fatica che poteva compiere, un uomo tanto esile, trasportando, apparentemente senza sforzo, il contenuto delle sue valige. Ho pensato anche al freddo che lo colpiva alla nuca e ai piedi gelati. E al mio mal di testa, se quello stesso freddo avesse preso di mira me, anziché lui.
Molto probabilmente, le mie sono state solamente fantasie, create in un attimo di distrazione, attorno alla vita di uno sconosciuto. Chi non si conosce, infatti, è sicuramente molte altre cose, diverse dall'unica che si riesce a immaginare in un dato momento. Eppure, ciò che io sono convinto di aver riconosciuto in quell'uomo è il dolore verbalmente inespresso, e tuttavia comunicato dal suo corpo, che mi ha ricordato il reduce da un campo di concentramento e il senza-tetto, che cerca di aver cura di sé, indossando un paio di pantaloni stirati.
Il dolore ci accomuna tutti, è per questo che siamo in grado di riconoscerlo, anche per la strada, perfino sulle spalle di uno sconosciuto. Non c'è bisogno di gridarlo, il dolore, per sentirlo, perché chi soffre è lo specchio del nostro stesso dolore, che sia quello che abbiamo provato direttamente o ciò di cui qualcuno ci ha fatto partecipi.
Esiste la sofferenza muta di chi soffre ma cerca di nascondere il proprio dolore, ad esempio per non far preoccupare chi gli è vicino, il dolore - si sa - è contagioso come una risata, o perché, come lo spettacolo, la vita deve andare avanti e non affogare nel pianto. E c'è anche la sofferenza lamentata o gridata a ogni minima occasione, quella di chi ha bisogno del prossimo per farcela e quella di chi pensa che gli altri siano a sua completa disposizione, perché questi sono senza problemi o sicuramente non ne hanno di altrettanto grandi.
Esistono scale di dolori, inventate dai presuntuosi, che conferiscono un grado di maggiore o di minore intensità alla sofferenza. Ci sono dolori fisici e dell'anima, reali e immaginari, veri e presunti. E c'è qualcuno che ha dettato le regole della sofferenza, ha stabilito parametri, ha detto questo sì e questo no, questo dolore è ammissibile e quest'altro infondato e inventato la soglia, sia quella "entro la quale" che quella "oltre la quale". Ci sono i legislatori del dolore, quelli che dicono è legittimo soffrire per questo, sbagliato o inutile, invece, farlo per quest'altro.
Ci sono i genitori e figli, e gli sguardi che si scambiano gli uni con gli altri e nei quali entrambi leggono i segni di un alfabeto trasmesso generazione dopo generazione. Sguardi nei quali perfino la felicità è accompagnata dalla costante apprensione di chi sa bene che anche un bel momento è destinato a finire. E questa consapevolezza non appartiene soltanto gli adulti, ma anche ai bambini, perché la paura di perdere qualcuno è un sapere innato, che fa parte di ogni essere mortale, fin dal giorno in cui viene al mondo, dalla preistoria dell'uomo.
Chi soffre ha perso qualcuno o una parte di sé e non sa che nulla possediamo veramente, neanche noi stessi, e che quindi, in realtà, non abbiamo proprio un bel niente da perdere. Ma chi è a conoscenza di questa verità, tanto semplice quanto incomprensibile, non può amare realmente, ma lo fa soltanto idealmente, sublimando il proprio sentimento. È - la sua - una forma alta di amore, che fa paradossalmente rima con un disinteresse, vero o presunto che sia, generalmente biasimato. Detto questo, io non sono capace di amare in maniera ideale, ma lo faccio in un modo molto pratico, senza sentimentalismi e anche senza pretese di esclusiva verso gli altri. Amo senza possedere, mantenendo la vicinanza e allo stesso tempo la distanza, l'integrità della persona verso cui rivolgo il mio sentimento.
C'è chi piange per aver perso la giovinezza, chi per aver smarrito le chiavi di casa, chi perché non ne ritrova più la strada, chi perché non sa dove si trova adesso e dove sarà domani.
Personalmente, non provo dolore se non so quel che mi aspetta, né per il tempo che passa e per quel che finisce. Trovo, anzi, che tutto ciò sia naturale e so e accetto il fatto che ogni cosa avrà una fine, così come ha avuto un inizio. Ad addolorarmi sono invece le persone che credono che il loro sia un presente infinito e che si deprimono o impazziscono ogni qual volta il sole tramonta. Mi provoca dolore, non le cose, ma il ricordo di chi è scomparso e la preoccupazione che qualcuno a cui tengo se ne possa andare.
Ciò che mi fa soffrire è la sofferenza stessa degli altri, quella che posso riconoscere quando incrocio lo sguardo di qualcuno che sta male, e la paura che ai miei figli succeda qualcosa. C'è, infatti, un dolore anche nell'apprensione, nella possibilità che qualcosa di brutto possa accadere, anche nel caso fortuito in cui nessuna circostanza negativa, che possa venire in mente, si verifichi. 

lunedì 12 ottobre 2015

Dodicesima lettera: teoria della torta ovvero come aggiungere valore


E' molto tempo che giro attorno all'argomento del valore e oggi ne scrivo perché solo adesso sono riuscito a capire da cosa dipendesse il blocco che fino a ieri mi impediva di farlo. Sono una persona molto scettica, senza facili entusiasmi: un'infermiera, a cui l'altro giorno ho chiesto delucidazioni riguardo una terapia che devo seguire, mi ha detto senza mezzi termini che ho "una diffidenza assoluta" verso il protocollo. Questo, soltanto per aver fatto una domanda di troppo. Ci pensate: teoricamente una domanda è tale, ossia è il contrario di una risposta. Quelle che faccio io, poi, non sono mai retoriche, ma le più neutrali che posso, cioè vogliono lasciare aperta ogni possibilità di risposta, non ne contengono alcuna, già predeterminata, dentro di sé. E, invece, sono diffidente...
Una persona scettica, invece sì e, in quanto tale e poco entusiasmabile, tendo a guardare il mondo nelle sue particelle elementari. E mi accordo che è soltanto grazie al modo di gestire queste ultime che si possono fare cose di gran pregio. Ad esempio, per fare una torta abbiamo sempre bisogno dei soliti quattro o cinque ingredienti: farina, zucchero, burro, uova, latte, oltre all'odore della vaniglia o della buccia del limone e al lievito per dolci. Ma allora, perché alcuni di questi dolci riescono bene, mentre altri risultano praticamente immangiabili?
Le risposte sono due: la prima, è la scelta degli ingredienti, che possono essere della migliore o della peggiore qualità. Posso scegliere una farina più o meno raffinata, uno zucchero bianco oppure di canna, un burro di malga o industriale, delle uova di galline sane o di animali ammalati, da batteria, un latte intero o scremato, fresco o a lunga conservazione, biologico o non, l'aroma artificiale della vaniglia o del limone, piuttosto che il baccello o il frutto, il lievito chimico o quello naturale.
La seconda, è il modo di trattare questi stessi ingredienti, nonché l'equilibrio delle loro proporzioni. Per trecento grammi di farina posso usare due uova, ma anche quattro, un bicchiere di latte o nemmeno una goccia, più o meno zucchero, più o meno polvere lievitante. Posso prima sbattere le uova con lo zucchero o prima lo zucchero con il burro, fino a ottenere un impasto spumeggiante, oppure separare i tuorli dagli albumi, unire i primi allo zucchero e montare questi ultimi unendoli successivamente, delicatamente all'impasto, posso aggiungere anche un pizzico di sale per esaltare la dolcezza della preparazione. Posso infornare a 180 gradi, con la tortiera al centro del forno o spostata  un po' più in basso, o a 160 gradi se per esempio il forno è ventilato. Posso inserire il dolce nel forno a una temperatura alta per i primi 5 minuto per poi abbassarla di dieci gradi per il resto della cottura. Posso far riposare l'impasto per una mezz'ora in frigorifero prima di infornarlo oppure cuocerlo immediatamente.
Insomma, le combinazioni possibili, così come le variabili, sono infinite, sia nel caso della preparazione di una torta che in molte altre cose che si fanno. È il come si fa che conta e che aggiunge valore alle cose. Mentre queste, volendoci riferire ancora al caso della torta, sono sempre le stesse: infondo, mangiamo sempre carboidrati, proteine e grassi, ma è come vengono messi insieme che fa la differenza. A contare è la scelta e la qualità delle materie prime, così come il loro bilanciamento.
La teoria della torta, ma anche dell'uovo, per essere ancora più banali, dato che questa cellula di gallina può essere preparata in mille maniere pur restando sempre un uovo, ed è sempre un uovo quel che alla fine si mangerà, sia che venga bollito o fritto o strapazzato o bevuto alla coque o fatto a frittata o in camicia, col burro o con l'olio o col tartufo, sempre di un tuorlo e di un albume parliamo.
Il valore è cosa e come. Tutto qui. Niente di più facile da capire. L'ho sempre saputo, ma ciò che mi bloccava nell'elaborazione dell'idea di valore era proprio quello aggiunto, che anche in questo caso è di due tipi: uno tangibile, l'altro aleatorio. Il primo rende bello, piacevole, sublime ciò che è semplice, a volte conservando ed esaltandone, alcune materie è meglio se non le si tocca affatto, la loro stessa semplicità. Il secondo, ed è questo il nodo cruciale, non è altro che ridondanza, aggettivazione superflua, aggiunta effimera. Siamo più o meno nella sfera dei bisogni indotti, delle cose che non servono e che non portano alcun vantaggio né per il singolo e né per la società, ma che da un certo momento in poi divengono irrinunciabili.
Era questo quel che mi bloccava, nel momento in cui mi accorgevo di quanto il bello non fosse altro che una rielaborazione di ciò che è semplice. Il vedere cose e persone, vicino a me sempre più in sovrannumero, senza valore alcuno se non quello che qualcun altro gli ha attribuito. Oggetti e gente investititi dallo spirito santo e che, in quanto tali, se ne vanno in giro con un'aurea inaudita. Sono infatti loro stessi, i primi a credere nelle proprie doti sovrumane, i primi a cadere nel loro stesso tranello.
L'aristocrazia nasce da questo presupposto: siamo fondamentalmente tutti uguali, tutti respiriamo, mangiamo e andiamo al bagno, ma c'è sempre qualcuno che pensa di essere più raffinato degli altri, che si crede migliore del resto dell'umanità, che pensa di fare col sedere delle pepite d'oro, mentre chiama stronzi quelli che lo circondano. Il valore che aggiungono a se stessi è quello completamente inutile e irrilevante di cui dispongono. Peccato che molto spesso la gente che li osserva finisca per restare abbagliata da questi capitani coraggiosi e ciò può dipendere soltanto da un fatto: il loro cosiddetto carissima, che non è altro che l'idea che trasmettono a chi li osserva di poter diventare un bel giorno come loro. Loro, che restano infondo dei sempliciotti, eppure, dicono talvolta gli altri, guarda fin dove sono arrivati e, se ce l'hanno fatta loro...

lunedì 28 settembre 2015

Antonello


Tutto sarà durato meno di un minuto. Escluso il tempo che ci ha messo per scendere e bussare alla porta e quello che ho impiegato io per vestirmi e salire al piano di sopra. 
La signora si scusa in anticipo per il disordine in casa. Il figlio cinquantenne è per terra, accanto a un divano, nella stanza a destra, appena dopo l'ingresso. E' caduto dal letto, nella camera in fondo al corridoio, e la madre - me lo racconta lei stessa - lo ha trascinato per i piedi fino al solottino. E' troppo pesante, il figlio, perché lei riesca a sollevarlo da sola e a farlo sdraiare sul divano. E anche insieme ce la facciamo a stento. Io lo prendo dalle braccia, lei dalle gambe e, quando è ancora soltanto appoggiato all'inizio della seduta, ancora in bilico, lei lo incita, ripetendoglielo tre, quattro volte di seguito,  a "spostare il culo verso lo schienale".
Nel frattempo lui mi osserva, come si guarderebbe un estraneo (questo in realtà sono) che comparisse di punto in bianco in casa tua. Fra l'intontito e l'intimorito, senza togliermi gli occhi da dosso e senza dire una parola. La madre lo rassicura, dicendogli che "c'è Antonello, è arrivato Antonello". Io non mi chiamo Antonello e penso che questo sia il nome di qualcuno che il figlio conosce. 
C'è puzza in quella casa, di corpi sporchi o mal lavati, di sudore stantio, di sporcizia sedimentata negli abiti. E c'è una montagna di oggetti, di vestiti e di mobili, accatastati gli uni sugli altri, nell'unica stanza che ho visto, che partono dal centro del pavimento e raggiungono le tre pareti circostanti.
"Si è pisciato sotto", mi dice la madre, senza che io le abbia chiesto niente. Le consiglio di mettere una sedia, con qualcosa sopra, contro la sponda del divano, affinché il figlio non corra il rischio di ricadere. O qualcosa di più pesante. Lei avvicina un termosifone, di quelli a olio con le rotelle, e io le dico che, se cadesse su quello, il figlio si ferirebbe contro quegli spigoli taglienti. Mi da retta e lo allontana di nuovo, senza rimpiazzare con nulla quella prima soluzione sbagliata.
Mi riaccompagna alla porta, la madre. Ringraziandomi e continuando a chiamarmi Antonello, anche quando il figlio è ormai distante e non può più sentirci.
Ciascuno di noi finisce per cucirsi addosso un mondo chiuso e distante dagli altri. Una realtà che orbita attorno a noi e che ci giustifica in ogni caso, dato che le nostre intenzioni sono sempre buone, anche quando sbagliamo. Relazioni umane, che all'inizio poggiano su equilibri precari grazie a forze di gravità inedite, nascono e si rafforzano, divenendo negli anni sempre più stabili. Routine, abitudine, un cerchio che si chiude ogni sera, qualcosa che si ritrova al mattino, identico a come te lo aspetti.
In questi microcosmi trovi genitori e figli come quelli che ho incontrato l'altra sera, in evidente disagio sociale e igienico. Hanno un'idea dell'amore del tutto soggettiva, un tipo di sentimento egoistico che si fonda su bisogni attribuiti e presunti, non su quelli reali e oggettivi di chi amano. Pensano di sapere con assoluta certezza quali siano le sue necessità e, per questo motivo, non chiedono mai, a questi, che cosa desideri per davvero.
Io non voglio addentrarmi oltre in questo tipo di relazioni umane, non mi spingo più in là di quanto detto in questo mio breve racconto. Rispetto sia la madre che il figlio e credo che, dopotutto, loro siano felici così, con le loro abitudini, nel loro minuscolo mondo chiuso, nel piccolo cerchio che ogni mattina aprono e che ogni sera chiudono. Diverso, eppure uguale a tanti altri cerchi che ci girano attorno, differente e identico al mio e al tuo. Ognuno è chiuso nella propria realtà, affianco a quella di tanti altri individui come noi. Vicini e insieme distanti, non c'è possibilità alcuna di comunicare, al di fuori del nostro microscopico e rassicurante mondo. Indifferente a quello degli altri.
Per me, il figlio e la madre restano due estranei, come lo sono io stesso ai loro occhi, anche se una sera ci sono entrato in contatto, del tutto casualmente. Non sono forse Antonello, per loro?

venerdì 11 settembre 2015

Il re della fattoria


E' un po' di tempo che lo osservo, questo bambino di quasi cinque anni, al quale il mondo appare alla rovescia. Dice che il latte è freddo quando invece è caldo, fa finta di nulla quando si fa male, non piange e nasconde la ferita, definisce volentieri se stesso brutto o cattivo, a seconda dell'occasione, quando è vero esattamente il contrario. 
E' un dislessico non nella parola, ma nel modo di pensare. Oppure è un tipo semplicemente originale, non ancora normalizzato, che afferma di saper contare soltanto fino a otto, mentre io l'ho sentito molte volte arrivare senza intoppi almeno fino a venti.
Dice spesso: "quando eravamo morti..." e "il giorno che saremo piccoli", senza sapere nulla di teorie che parlano di reincarnazione o di vite precedenti. E io non lo contraddico, perché ne so meno di lui di queste cose e l'unica certezza che possiedo è che, soltanto ad accennare di questi argomenti, si sbaglia come niente.
Mi piace così com'è, il mio figlio più piccolo, che non sa nuotare e che, invece di aver paura delle onde, teme i braccioli, che invece, se li usasse, lo farebbero galleggiare. Ammiro il coraggio con il quale difende il fratello più grande e il suo orgoglio oltre ogni immaginazione. Non puoi contraddirlo se non gradualmente, perché ama ragionare assieme agli altri e, se gli regali un po' del tuo tempo, si sente il bambino più felice del mondo.
Come il giorno in cui siamo andati allo zoo. Non per vedere il leone, ma il toro, l'animale più forte del mondo, "il re della fattoria".

venerdì 19 giugno 2015

Vento


Stasera ho ascoltato Angelo Panebianco dire che il proprio percorso formativo è stato piuttosto lineare, che non vi sono stati stravolgimenti particolari nel passaggio dagli studi al lavoro. "L'unica vera rivoluzione nella mia vita - ha detto - c'è stata con la nascita dei miei figli, nel momento in cui ho capito che qualcun altro dipendeva totalmente da me".
Ho sentito dire molte volte che la nascita di un bambino porta a un cambiamento radicale nella vita delle persone, nel momento che queste divengono genitrici. Non posso non condividere questa affermazione: essere genitori significa troncare con un passato privo di responsabilità mai tanto dirette. 
Eppure, nel momento stesso nel quale assume questo ruolo, il neo genitore non cessa di essere figlio, anzi: il suo essere padre o madre lo rimanda costantemente al periodo nel quale erano i propri genitori a prendersi cura di lui, agli anni in cui egli stesso era figlio. Ai ricordi di un tempo, all'esperienza, agli esempi.
C'è una continuità indiscutibile nel rapporto figlio-genitore-figlio e, in questo senso, mettere al mondo qualcuno non ha nulla di rivoluzionario.
Allo stesso modo, non esistono capovolgimenti nella storia che si ripete di generazione in generazione, con le dovute, piccole differenze dei singoli casi. Ai miei figli che mi chiedono, a modo loro, come sarà il domani che li aspetta, rispondo, con le frasi che di volta in volta posso usare, che assomiglierà al mio passato, a quel tempo che, quando avevo la loro età, sarebbe stato il mio futuro. So bene - e glie lo auguro con tutto il cuore - che il mio pronostico verrà presto smentito dai giorni che si susseguiranno nelle loro vite e dalla direzione che prenderà il vento. 
Il vento, sì, proprio il vento, di questo si tratta: di ciò che è massimamente astratto e concreto al tempo stesso. 
Riuscite a immaginare quante direzioni possa prendere ciò che è ancora possibilità?

mercoledì 27 maggio 2015

Undicesima lettera: fratture


Ci ho messo circa trent'anni, il periodo di tempo intercorso dal giorno in cui a quindici anni mi ruppi il braccio a oggi, per capire che la parola 'frattura' non significa semplicemente 'rottura' ma soprattutto 'distanza'. Quando parliamo della frattura di un arto, infatti, pensiamo alla rottura di un osso, non all'allontanamento di una parte di esso dalla sua sede naturale o al suo distacco, che è invece ciò a cui fanno riferimento ai medici.
Gli ortopedici che hanno curato il mio figlio piccolo, che si è spezzato l'omero due settimane fa, hanno tentato di "ridurre" la frattura - così si sono espressi - con un intervento chirurgico e l'ingessatura dell'arto. Nei sei giorni trascorsi in ospedale assieme al mio bambino, mi sono venuti in mente alcuni tipi di fratture, più o meno insanabili, ma a volte anche guaribili.
"Papà, quanto dura la morte?", mi ha chiesto il figlio piccolo qualche giorno prima di farsi male. E io ho fatto finta di capire un'altra cosa: "Vuoi dire a quanti anni si muore?", gli ho domandato e, senza dargli il tempo di rispondere, gli ho detto: "Quando si è molto anziani".
Ma lui, che a volte è un tipo un po' preciso, ha insistito: "Voglio proprio dire quanto dura la morte...quando si torna". 
In nemmeno un minuto gli ho detto una seconda bugia, pensando, così facendo, di dargli una speranza, nel caso avesse il timore che possa succedere a me di allontanarmi per sempre da lui: "Sì, a volte capita di tornare", l'ho rassicurato.
Qualche giorno prima, alla cassa del supermercato assieme al figlio grande, che mi porgeva gli alimenti comprati prendendoli dal carrello, una signora dietro di noi si è complimentata con lui perché mi stava aiutando. Subito dopo gli ha chiesto se a casa aiutasse anche la nonna. Il piccolo le ha detto, senza pensarci un secondo: "Mia nonna è morta nel 2012", pronunciando questa frase, così sintetica e apparentemente perentoria, senza imbarazzo, tradito tuttavia - così mi è parso - da un sorriso che sembrava volersi chiedere: "Avrò fatto bene a parlare in questo modo?" oppure "è normale parlare della morte con tanta naturalezza?".
Una delle cose più difficili che ci possa capitare di fare è quella di dare delle risposte a chi ci fa delle domande. È ovvio che di solito rispondiamo a delle domande, ma al contempo non è assolutamente banale saper ascoltare e interpretare ciò che gli altri ci chiedono. Il problema è a monte: sono poche, infatti, le persone che possiedono sia la capacità di ascoltare, sia la volontà di capire quali sono le richieste di chi ci parla.
Ciò che in definitiva i figli ci chiedono - l'ho capito soltanto in questi giorni - sono predizioni sul loro futuro: ci considerano degli indovini e da noi si aspettano sempre una panoramica completa e dettagliata di ciò che saranno da grandi e di cosa gli succederà. E dato che noi genitori non abbiamo doti divinatorie e allo stesso tempo ci auguriamo che, da adulti, i figli seguano la propria e indipendente strada, a volte auspicando addirittura che si guardino bene dal percorrere la nostra, perché potrebbero commettere i nostri stessi errori, parliamo loro del futuro contraddittoriamente pensando al nostro passato, ché questo modo di guardare alle nostra spalle è sempre più l'unico che possediamo per vedere la strada che abbiamo davanti. Questo per dire che noi anziani, più andiamo avanti negli anni, meno abbiamo voglia di avventurarci in luoghi sconosciuti, perché abbiamo bisogno delle certezze che soltanto nel passato riusciamo a ritrovare.
Non c'è frattura senza che vi sia stato o via sia ancora un legame, almeno nella forma del ricordo. Detto questo, si guardino bene i figli dal dare troppo ascolto ai vecchi e si affidino invece semplicemente alla vita, alla loro, con le sue zone più scure e più luminose, e che prima o poi saprà premiarne le scelte.

mercoledì 22 aprile 2015

Decima lettera: essere e apparire


I due modi di 'essere' spesso coincidono e sarebbe più giusto, e soprattutto più vero, dire "essere è apparire" anziché distinguerle, queste due possibilità di vivere. Alcune persone che conosco coltivano una propria immagine, la alimentano e hanno paura di apparire diversamente da come vogliono. Ci sono uomini che vestono i panni di personaggi più o meno reali, a volte immaginari e che corrispondono alle loro aspirazioni, a ciò che vorrebbero essere. Sono atteggiamenti, quelli che hanno, che si sono protratti oltre il periodo adolescenziale e che manterranno per tutta la durata della loro esistenza. Spesso, non solo si ispirano ad altri e aspirano a essere come loro, ma addirittura fanno finta di essere altri, finendo per crederci per primi: è qui, in questo fenomeno patologico, di scambio di posto fra l'apparenza e l'essere, dove la prima sostituisce il secondo, che quest'ultimo si perde. 
Conosco un popolo di attori che recitano in film dove non esiste neanche una telecamera per riprenderli. Gente che vive la vita d'altri, che nemmeno dice più altro da ciò che pensa ma che perfino non pensa ad altro se non a ciò che deve dire. Il pensiero, l'esistenza, ciò che fanno ogni giorno, non solo non appartengono più a loro stessi, ma li ingannano in maniera sempre più inconsapevole.
Nessuno riesce a essere senza apparire, ci sono infatti troppi filtri fra noi e il mondo, ognuno di noi ha il nome che gli altri ci danno e non il nostro, che in ultima analisi resta sconosciuto perfino a noi stessi. Nessuno di noi conosce il proprio io più profondo, figuriamoci se possono saperlo gli altri. Ma una cosa è cercare di essere se stessi e un'altra è cercare di essere altri da noi: la differenza fra i due modi di essere è nelle nostre vere intenzioni, non nel risultato visibile. Una cosa è rendersi conto di non vivere la propria vita e un'altra è pensare di vivere la vita di qualcun altro.
Nessuno di noi vive veramente la vita che vorrebbe, perché questa è un compromesso continuo fra ciò che desideriamo e ciò che possiamo avere, lo dice uno che non faccio fatica a definire un bel po' rigido, soprattutto quando pensa di avere ragione, riguardo a tutto ciò che possa ruotare attorno a una frase come "mettiamoci d'accordo". Ma il desiderio e la volontà, lo sto ancora imparando, non possono evitare di scontrarsi con le possibilità date e con la realtà che si trovano davanti.
Detto questo, torniamo ai giorni nostri, che parlano di immigrazione e di naufragi, di popoli che si imbarcano su zattere per attraversare il mare immenso e di mercanti di schiavi. Di scafisti schiavisti, di frontiere, di chi accoglie e di chi respinge, di chi è aiutato, di chi aiuta e di chi vuol essere aiutato ad aiutare. Di chi uccide nel nome della religione e di chi si aggrappa ai morti per non annegare. Di chi dice "Dobbiamo bloccare le partenze" e intanto pensa "morite di fame nei vostri paesi". 200, 700, 900 morti nell'ultima settimana e un milione di persone pronte a tutto pur di partire dalle coste libiche.
E torniamo anche ai miei di giorni, alla festa di compleanno di una compagna del figlio grande, domenica scorsa, in una periferia di Roma, in un parco giochi che per un momento mi ha fatto immaginare di essere a Manila. Nello spazio allestito per l'occasione, la famiglia allargata dei filippini, madre e padre della festeggiata, zie e zii, fratelli e cugini,  parenti e amici, una piccola comunità formata da una cinquantina di persone, ognuna delle quali aveva preparato qualcosa da mangiare e da offrire agli altri, piatti tipici della loro cultura gastronomica, almeno credo, anche se dei dubbi li ho avuti quando ho visto degli spiedini con wurstel, olive e marshmallow, "ma ai bambini piacciono le cose dove il salato si mischia al dolce", ha detto la signora che li aveva preparati, incoraggiava in continuazione, soprattutto gli ospiti italiani, ad assaggiare il loro cibo, anche se io non l'ho fatto, ma non per un mio pregiudizio personale, piuttosto per il fatto che ho bisogno di sapere e di capire bene cosa c'è nel mio piatto e certi ingredienti non li avevo decifrati bene, e mi sono 'limitato' a sfondarmi di ben più familiari patatine, nonché di palline di mais e birra calda, che il papà della compagna di mio figlio continuava a versare nel mio bicchiere non appena si accorgeva che era vuoto.
"Ancora birra?", chiedeva, "mangia tutto quello che vuoi", ripeteva in continuazione, "puoi prendere quel che ti pare", insisteva, mentre la moglie e una nipote riempivano di gettoni per giocare le tasche dei compagni della figlia. Erano ospitali, insomma, generosi oltremisura. Ma non perché volevano ostentare una forma qualunque di agiatezza, come potremmo fare noi, ma perché l'ospite, finché è con loro, è il re della casa.
"Ancora dieci anni di lavoro è torno al mio paese, nella mia casa a due metri dal mare", mi ha detto a un certo punto il papà della bambina, che è già da trent'anni in Italia. E appena ho ascoltato il suo progetto a così lungo termine, ho pensato che io stesso non ne possiedo uno che sia anche minimamente diverso, figuriamoci se me ne posso permettere uno simile o rivoluzionario, da ciò che per me è abitudinario, né per domani, e né per un futuro sia prossimo che remoto. La paura di perdere quel poco che abbiamo ci fa restare aggrappati alla nostra terra, nelle nostre case, entro i nostri confini. E non ci fa progettare nulla, perché ogni novità è un pericolo e chi rischia di più è chi non ha nulla da perdere e tutto da guadagnare. Il nostro comportamento è vile anche se appare come prudente, i nostri 'imprenditori' investono soltanto se il guadagno è già stato assicurato. Chi ha una ricchezza modesta, se la tiene e la difende con i denti contro qualunque straniero o sconosciuto, contro qualsiasi ladro vero o soltanto presunto. Il nostro è un atteggiamento aristocratico, di chiusura in noi stessi e di sbarramento nei confronti del prossimo: siamo una piccola élite che difende i propri interessi e che vede nel prossimo soltanto un rischio o un ostacolo.
Le persone che ti offrono tutto ciò che hanno, e che fra di loro si aiutano e collaborano, come la piccola comunità che ho conosciuto domenica, ti lasciano il cuore pieno di speranza per il futuro. A fine giornata, ho chiesto a mio figlio se la festa alla quale avevamo appena partecipato gli fosse sembrata diversa dalle altre alle quali eravamo stati in passato. Mi aspettavo una risposta tipo: "Sì, c'erano molti stranieri". Invece mi ha detto: "Sì, mi sono divertito molto di più rispetto a tante altre volte e vorrei che la mia festa fosse simile a quella della mia amica".
Insomma, mio figlio non ha badato minimamente a chi ha partecipato al compleanno della sua amica e si è divertito con tutti i suoi compagni, che per lui non hanno differenze né somatiche e né culturali. Penso che la scuola pubblica italiana sia fantastica dal punto di vista dell'integrazione degli allievi e che gli insegnanti abbiano tanto da trasmettere non solo agli studenti, ma anche agli adulti che guardano lo straniero come una persona diversa. La scuola è ormai multietnica e interrazziale e i nostri figli sono nati e stanno crescendo in una società che ha già le caratteristiche del mondo che sarà e che è lo stesso che spaventa quanti ci avvertono che, con una natalità così bassa, siamo destinati a scomparire in quanto 'pura' razza italica, soppiantati o al limite imbastarditi da immigrati di gran lunga più prolifici di noi.
Detto anche questo, superate (per modo di dire, magari prendendo l'esempio di uno straniero altruista o di un bambino a cui non importa nulla di sapere dove sia nato chi si ritrova davanti) le questioni relative a chi vuole apparire piuttosto che essere, mi chiedo se abbia davvero ancora un senso dire di voler "bloccare all'origine i flussi migratori", fenomeni che sono sempre esistiti e che sono dettati dalla necessità del tutto naturale di ricercare, ovunque esse siano, condizioni di vita migliori. Mi domando inoltre se davvero possa dirsi umano l'atteggiamento di chi vede nello straniero un pericolo per la propria incolumità o un rischio economico per il proprio paese, e se non dobbiamo ricordarci, adesso più che mai, della nostra cultura cristiana dell'accoglienza. Che è anzitutto soccorso per chi è in difficoltà e non uno scarica barile continuo nella direzione di un potere centrale (europeo) che dovrebbe e deve, è vero, occuparsi delle emergenze, ma a livello macroscopico, mentre il problema è urgente, è nell'immediato, ed è proprio qui da noi e non a Bruxelles. Ma anche qui, quando è in gioco la pelle (degli altri), a prevalere su tutto è l'apparenza, la propaganda, il fumo negli occhi.

martedì 21 aprile 2015

Abbracciarsi


La bellezza di questo video è tutta nell'abbraccio finale. Che dice: "Ti voglio bene, chiunque tu sia".
"Lasciamo che la luce ci attraversi", HollySiz, The light.

mercoledì 15 aprile 2015

Lo scivolo


Occasionalmente mi capita di parlare con questa persona, con la quale i discorsi finiscono sempre per prendere una piega estrema. L'altro giorno l'argomento era il pilota della Germanwings che si è schiantato con il carico di passeggeri che trasportava. La domanda, a proposito del gesto folle dell'uomo, è stata la più ovvia: "Perché Andreas Lubitz non si è suicidato da solo, senza sacrificare le altre 149 persone a bordo dell'aereo?". 
Non altrettanto scontata è stata la risposta che ha dato: "Non lo so, forse era depresso e quando sei depresso non sei in grado di capire bene quello che succede. Quando lo sono stata io, per la morte di mio figlio, ho provato a soffocarmi con un sacchetto di plastica. Ma sai, non è per niente facile suicidarsi, perché alla fine prevale quasi sempre l'istinto di sopravvivenza. Siamo degli animali, infondo, e siamo dotati di un forte spirito di adattamento, anche di fronte al peggiore dei mali".
E' la seconda volta, nel giro di neanche un anno, che sento la frase "non è per niente facile suicidarsi". Mi ha confessato questa sua difficoltà, per primo, un mio amico, a settembre, quando andai a trovarlo nell'ospedale dove era stato ricoverato dopo aver tentato il suicidio con il cianuro. In quell'occasione, mi raccontò con una lucidità estrema, quasi come se non parlasse di se stesso ma di un altro, di come avesse messo a punto il suo piano per togliersi la vita: aveva fatto una ricerca in Internet su come procurarsi il veleno, aveva inoltrato l'ordine a un fornitore dicendo che la sostanza gli serviva per il proprio lavoro, si era fatto recapitare il pacchetto in ufficio perché, a casa, sua madre - era già successo - avrebbe potuto intercettarlo. 
Una volta arrivato il veleno, lo aveva 'soltanto' assaggiato, lontano dagli sguardi dei colleghi, per semplice curiosità, per provarne il sapore. La sua intenzione, infatti, era di morire in casa, da solo in camera sua. Ma era bastato quel piccolo assaggio per mandarlo in ospedale, in coma, e per salvarsi la vita: una dose di poco più grande sarebbe stata letale.
Qualche mese dopo il suo gesto, pochi giorni prima della fine del ricovero, dato che parlava di ciò che aveva fatto con estrema freddezza e lucidità, gli ho chiesto perché mai avesse scelto proprio il veleno per uccidersi, con tutti i giri annessi per procurarselo. "Non sarebbe stato più semplice gettarsi da una finestra o buttarsi sotto a un autobus?" gli ho chiesto, un po' ironico. "Non è semplice suicidarsi", mi ha risposto franco.
Forse manca il coraggio di andare fino in fondo, di fare quell'ultimo passo dopo il quale non si può più tornare indietro. Uccidersi con un veleno significa farlo in maniera parzialmente inconsapevole, dato che non sai bene cosa succederà all'interno del tuo organismo, come reagirà?...Magari - pensi o speri - puoi ancora salvarti, chissà cosa si desidera realmente. Buttarsi da una finestra, invece, il vuoto, quei secondi interminabili prima dell'impatto con il suolo, il dolore nel caso non si morisse immediatamente, tutto questo è meglio evitarlo, meglio qualcosa di meno cruento.
Non so che cosa c'è nella mia, figuriamoci se posso immaginare che cosa ci sia nella testa di un depresso. Non mi permetto di azzardare ipotesi, né voglio dire con facilità che chi tenta di ammazzarsi è un cretino, anche se questa è la prima cosa che mi viene in mente. Più di questo, a colpirmi è la parte del discorso iniziale nel quale la signora parlava del nostro spirito di adattamento, anche di fronte al peggiore dei mali, come quello della perdita di un figlio.
Non c'è scampo, o l'una o l'altra: adattarsi, infatti, significa salvarsi. Non farlo vuol dire ammalarsi. Ma adattarsi senza accettare è convivere con la bruttezza dell'esistenza, non possedere più una coscienza. Respingere la realtà, invece, è deprimersi guardando il mondo con la lente d'ingrandimento e il male, forse, nella sua giusta proporzione.
Cosa preferibile - se soltanto si potesse scegliere ! - sarebbe quella di trovare delle spiegazioni e farsi una ragione di ciò che è capitato, senza classificare necessariamente la morte come un male, ma come una delle cose che possono accaderci oppure - a seconda dei punti di vista - come una delle possibilità che la vita ci offre. Sono terribilmente scontato - lo so -, ma l'ho già detto che non conosco che cosa passi nel cervello di un altro, così come sono consapevole del fatto che ciascuno di noi ragiona a modo proprio e chi ho davanti - è banale ma è così - ha la sua testa, non la mia (la quale, inoltre, sarà per lui di gran lunga preferibile).
Io vivo la mia vita cercando di adattarmi anche a certe bruttezze, non a quelle peggiori, che, se posso, cerco di evitare. Le altre, quelle minori, un po' le accetto, spesso me ne resto in attesa, aspetto il momento giusto, l'occasione propizia, che a volte ci si presenta, per cambiare direzione. Accanto a queste, mi accontento di godere di certi bei momenti che capitano e che a volte durano pochi secondi e di cui cerco di accorgermi.
Ad esempio il sorriso di mio figlio, ieri, mentre andava sullo scivolo, soddisfatto del fatto che non riuscissi ad afferrarlo in tempo prima che arrivasse per terra. Il suono della sua risata, che presto non sarà più lo stesso perché cambierà nella voce di un adulto. Ecco, cerco di appuntarmi mentalmente questi istanti, alcuni di loro li trascrivo in questo blog, cerco di dare un senso che sia bello alla mia vita, che è tale e quale a quella di chiunque altro: sto parlando dei sentimenti e delle emozioni che ci accomunano, non certo dei fatti e delle circostanze particolari.

mercoledì 25 marzo 2015

Soltanto perché non sta succedendo...


Li ho guardati come farebbe qualunque genitore: con un sorriso appena abbozzato e un accenno di angoscia. Pensando ciò che qualsiasi padre penserebbe dei figli, ossia quanto sono belli, e vitali, e sorprendenti. 
Il pensiero si è spostato quasi subito verso l'altra faccia della medaglia, ai momenti difficili del passato, ai pericoli che sbrigativamente abbiamo archiviato come scampati, ma che in realtà sono tali soltanto per un breve lasso di tempo. Nessuno ci garantisce, infatti, che prima o dopo non possano ripresentarsi.
Non perdo mai il contatto, proprio non ci riesco, con la relatività delle cose, con la momentaneità delle situazioni, con la precarietà sia del bene che del male. Non ho presagi, non conosco formule magiche, non ho idea di come sarà il futuro. So che molte cose dipendono da noi stessi e dalle nostre scelte, ma so pure che tante di più sono le circostanze che non possiamo controllare. 
Non credo in nessun tipo di eternità, prima fra tutte quelle terrene, nelle quali, a loro stessa insaputa, molti ripongono una fiducia cieca. È triste ammetterlo, ma non c'è quasi nulla che mi entusiasmi e che mi faccia scordare per un attimo di guardare il mio orologio. E invece, vorrei qualche volta dimenticarmi della realtà per concentrarmi (anzi, se la cosa avvenisse in maniera spontanea, non ci sarebbe neanche la necessità di attivarsi con tanta dedizione) sulla parte bella dei momenti che viviamo.
L'altro giorno ho guardato questo video di Save the Children. L'ho trovato bello e semplicemente realistico, anche se parla soltanto di un'ipotesi.
Io non mi ritengo un pessimista, come si potrebbe senz'altro credere, ma semplicemente un realista. E un realista è uno che considera la realtà non escludendo, stupidamente, le possibilità che, presto o tardi, potrebbero entrare a farne parte. 

giovedì 12 marzo 2015

Padre-aguzzino e figlio-vittima: la vicenda del bambino di Napoli


E' tornato a sorridere soltanto quando l'agente con il quale era riuscito a confidarsi gli ha assicurato che nessuno lo avrebbe più costretto a fare "quelle strane cose". Un momento prima, il bambino undicenne di Napoli, prima violentato e poi messo in vendita su Internet da suo padre, aveva avuto paura di parlare del suo genitore, perché non voleva tradirlo e fargli del male.
Per me, sta tutto qui l'orrore di una vicenda che non ha senso descrivere nei suoi dettagli, perché bastano questi sommi capi: un padre che violenta il figlio e che cerca di venderlo ad altri pedofili. La "comprensione per la debolezza" del genitore da parte del figlio, il tentativo della vittima di proteggere un uomo perduto.
Io penso che una persona sia davvero libera solamente allorché raggiunga il più alto grado possibile di coscienza, sia riguardo a ciò che succede attorno a sé e sia rispetto a quel che è in quanto individuo. Certo, un bambino di undici anni ha il diritto di non sapere che il suo papà è un mostro. Ma un padre, qualora sia un mostro, ha il dovere di sentirsi tale.
Mettendo da parte per un momento il lato emotivo preponderante in questa triste storia, mi sfugge, ma soltanto per una mia ragione ostinatamente logica, come sia possibile un tale ribaltamento dei ruoli descrivibile attraverso l'uso di ossimori inauditi, tali sono, gli unici con i quali si possono chiamare in causa i protagonisti: il padre-aguzzino e il figlio-vittima. Laddove, nella relazione padre-figlio, il primo dovrebbe dare e proteggere la vita, non cancellargliela, al secondo, mentre quest'ultimo dovrebbe, fintanto che è figlio, condurre un'esistenza al riparo da certi mali.
Il padre, poi, ha ancora una responsabilità: è lui a dover essere il garante di un tale rapporto così concepito, non il figlio, non il contrario.

giovedì 5 marzo 2015

Nona lettera: essere semplici è complicato


"Come stai?", ho chiesto spesso in giro. La domanda che facciamo tutti a tutti, con la stessa spensieratezza di quando diciamo "ciao", tanto per salutarsi mentre ci si incrocia, un attimo prima che uno vada di qua e l'altro di là, chi si è visto si è visto, ciascuno per la propria strada.
Uno mi ha detto "bene, grazie", un altro "non c'è male", un altro ancora mi ha parlato del tempo, uno non ha neanche risposto, forse non mi ha sentito o ha preferito inseguire i propri pensieri fino a casa, una donna ha farfugliato qualcosa di incomprensibile, un bambino mi ha chiesto un gelato, un uomo ha accennato a certi suoi problemi senza tuttavia dirne uno, avrebbe voluto raccontare qualcosa ma la paura d'essere scoperto lo ha vinto sul più bello, un altro mi ha parlato di un fatto di cui mi avrebbe detto comunque, a qualsiasi altra, minima occasione, in risposta a qualunque altra domanda, un gatto ha miagolato e subito dopo ha sbadigliato, un cane ha mosso la coda soltanto una volta e poi si è dileguato, una cornacchia è volata via senza pensarci nemmeno un secondo, un gabbiano è restato a guardare con un occhio solo, giallo come le sue zampe.
Io ho chiesto "come stai", in maniera disinteressata, tanto per salutare ed essere educato. Come fanno tutti, la cosa più semplice da chiedere, la più complicata a cui rispondere. Le risposte, infatti, sono state le più svariate, le più 'fuori tema' e non serve avere una grande fantasia per immaginare quali potrebbero essere quelle date a una domanda un po' più articolata. Perché non rispondiamo alle domande? Perché aggiungiamo altri contenuti? Perché, invece di capire che domanda ci stanno facendo e quali risposte possibili vorrebbe chi ce la rivolge, ci mettiamo del nostro, aggiungendo o sottraendo pezzi della nostra stessa vita? 
Rispondere a una domanda significa doverla prendere in considerazione, dando ragione o torto alle aspettative del nostro interlocutore. Invece, spesso mostriamo soltanto il nostro egocentrismo, in noi prevale il bisogno di dire o negare ciò che abbiamo dentro, partendo, insomma, da noi stessi, dalla nostra risposta, da ciò di cui vogliamo parlare e non dalla domanda che ci hanno appena fatto. Diciamo ciò che non ci è richiesto, per ragioni ideologiche o psicologiche, a volte per affermare violentemente noi stessi, per essere amati o ammirati o detestati, per far colpo su qualcuno o allontanarlo da noi, per scuotere le coscienze, per scandalizzare, per essere capiti, per un bisogno di amicizia e di solidarietà, per la diffidenza che si prova verso qualcuno o nei confronti del mondo. Siamo faziosi, siamo partigiani, non siamo affatto obiettivi, siamo colmi fino al collo di ideologia, siamo irrigiditi in noi stessi, non possediamo più l'elasticità che serve per capire gli altri. Tutta la comprensione possibile per chi non risponde: fatto sta che è davvero pesante avere a che fare con gente, tutti i giorni, con cui comunicare è impossibile. 
Che cos'è il bene, che cos'è la giustizia, che cos'è la virtù: che cos'è, domandava Socrate a coloro che gli chiedevano di parlare di questi argomenti e che pretendevano di saperne più di lui, ma lo sfidavano comunque a un duello dialettico. Che cos'è, che cosa intendi tu per bene, per giustizia e per virtù? Prima di discuterne, mettiamoci d'accordo sul significato delle parole, per capirci cerchiamo prima di usare la stessa lingua, chiedeva il filosofo greco prima di iniziare a dialogare. Duemilacinquecento anni dopo, in Tutti i nomi, José Saramago dichiara: "Conosci il nome che ti hanno dato, non conosci il nome che hai". Un modo per ribadire il fatto che un individuo non è conoscibile fino in fondo neanche da se stesso e che di lui si possono avere soltanto le interpretazioni che gli altri, e fra questi anche egli stesso, ne danno. Il nome è ciò che distingue un uomo dall'altro, è ciò che lo rende individuo. Ciascuno di noi, nella propria specificità, è unico. Si può arrivare a conoscere noi stessi attraverso l'interpretazione degli altri e nostra, tuttavia l'io più interno e remoto resta irraggiungibile. Forse è proprio questo il limite più grande che possediamo e che possiamo arrivare a imparare nel tentativo di cercare di conoscerci.
Il messaggio di questa nona lettera è che spesso ci complichiamo la vita perfino mentre facciamo le cose più banali o parlando di fatti abbastanza terra terra. Invece, dovremmo cercare di semplificare ancora di più quel che a volte è già semplice, anziché renderlo difficile. Al nostro interlocutore dovremmo chiedere, più frequentemente e senza il minimo imbarazzo, cosa egli intenda quando usa una tale parola o un certo aggettivo. Soprattutto, dovremmo rinunciare alla nostra presunzione aprendoci di più al prossimo, senza paura né fatica, proprio come fa il fiore quando sta davanti al sole ovvero con grande semplicità e naturalezza. Forse è proprio questo l'unico modo che ci è dato per conoscere il vero nome che abbiamo, non soltanto quello che ci hanno dato.

lunedì 2 marzo 2015

Fenomeni di bullismo


Otto minuti di calci, pugni, morsi, sputi e insulti contro una dodicenne nei pressi di Genova: è la vendetta di due adolescenti di sedici e diciassette anni contro la ragazzina 'colpevole' di aver insultato, precedentemente, una di loro. Il video, girato col telefonino di una delle due ragazze fra l'indifferenza di altri coetanei presenti sulla scena, si trova in rete e parla da solo: di accanimento, di violenza senza limiti, di assoluta miopia nei confronti del rispetto della persona. Quasi sicuramente, racconta anche del disagio familiare e sociale nel quale questi ragazzi vivono, luoghi dove non viene insegnato il valore della vita, dove non si impara ad aiutare chi è in difficoltà e dove invece si ammira chi è più forte e spietato.
Forse qualcuno me lo ha trasmesso il sentimento della pietà, quando ero un bambino, anche se non ricordo più come abbia fatto. So soltanto che dove vedevo una fila di formiche attraversare la 'mia' strada, io facevo un salto per non schiacciarla, che una volta ho pianto quando ho visto un cane che stava per morire sul ciglio di un sentiero di campagna, che al cinema ero sempre dalla parte degli indiani, che durante le partite di calcio, sognando una rimonta impossibile, volevo che segnasse la squadra che stava perdendo e negli incontri di pugilato vincesse il meno quotato, quello con la faccia più gonfia di botte. Ero, e lo sono ancora, dalla parte dei perdenti: i vincenti non hanno bisogno di aiuto, ché ce la fanno da soli, e poi sono spesso così arroganti, e a me l'arroganza di chi è mortale quanto me repelle come poche altre cose al mondo. 
Qualche settimana fa, mentre il figlio grande nuotava, un suo compagno di corso, un ragazzino un po' grassottello, ha cominciato a colpirlo con la tavoletta ogni qualvolta stava per essere raggiunto. Mi sono accorto che lo faceva anche con gli altri bambini perché non voleva essere superato da nessuno: doveva essere lui il più veloce di tutti, il vincitore di una gara che soltanto lui aveva in testa. L'ho fatto presente all'istruttore, una persona che gode di tutta la mia fiducia per il rapporto che ha saputo instaurare con i suoi allievi, e mi ha risposto che quel bambino "ha dei problemi" e di aver notato alcune sue scorrettezze. Il maestro di nuoto non ha preso di petto il ragazzino, e d'altronde io non lo avrei mai preteso dato che non mi piace incolpare nessuno, specialmente un coetaneo di mio figlio, ma lo ha 'distolto' da ciò che non doveva fare dicendogli di fare ora questo, ora quell'altro esercizio.
Quel giorno è finita bene così, ma l'altra volta sono stato testimone di un vero e proprio fenomeno di bullismo da parte dello stesso ragazzino. In un momento di pausa, mentre alcuni compagni chiacchieravano fra loro e altri giocavano in acqua, ha cominciato a salire di peso sulle spalle di un bambino e a spingergli ripetutamente la testa sott'acqua. Dagli spalti, da dove ho assistito alla scena, stavo per mettermi a urlare, quando un secondo prima il bulletto ha lasciato la presa sulla sua vittima, un tipo un po' dimesso che è facile, l'ho capito subito dopo osservandolo con attenzione, prendere di mira. 
Nello spogliatoio ho cercato i genitori del malcapitato, ma al loro posto ho trovato soltanto la sua babysitter, che probabilmente non si è mai accorta di ciò che era successo al ragazzino a cui dovrebbe badare. Ho cercato anche il maestro di nuoto, ma non l'ho incontrato e mi sono ripromesso di parlagli al più presto.
Senza saperne granché, il fenomeno del bullismo è probabilmente la parte più evidente di un disagio, la pelle di un problema che si trova a monte: la violenza con la quale si mostra è quella di chi è debole e che può esser forte soltanto con chi è più fragile di lui. E che spesso ha bisogno di una cerchia di sodali, di soci altrettanto deboli che soltanto in un gruppo si sentono più forti, perché si danno ragione a vicenda e si sostengono, e solamente così, insieme, si sentono invincibili. Per qualche motivo che ignoro, le due adolescenti sono delle deboli, capaci di essere forti soltanto contro una dodicenne isolata. Per qualche altra ragione che non conosco, il compagno di corso di nuoto di mio figlio gareggia slealmente ed è violento contro chi soffre di problemi più grandi dei suoi.
Di una cosa però sono certo ed è il criterio, sbagliato, attraverso il quale stabiliamo chi è vincente e chi è perdente. Oggi ce lo insegnano così: chi arriva al traguardo per primo vince, come vince chi fa cadere l'altro e resta in piedi al suo posto, fra gli applausi dei suoi sostenitori. Non importa con quali mezzi e con quali scorrettezze: la cosa fondamentale è farcela e come non conta. 
La commozione e la pietà, la paura di far male a qualcuno fatto di carne, ossa e amor proprio, non sono cose da vincenti: sono sentimenti che hanno soltanto i perdenti, come quelli che si bloccano di fronte a una fila insignificante di formiche.

sabato 28 febbraio 2015

Ottava lettera: scegliere


Sono cose che ogni tanto vengono in mente, specialmente in un momento di fantasia stravagante, ma che poi se ne vanno, lasciando il posto a un modo di ragionare normale e conformista. E alla voglia di attribuire responsabilità o colpe, più raramente meriti. Pensieri al di fuori da ogni logica, per i quali non vale la pena di perder tempo a dargli retta, figuriamoci se abbiamo la minima intenzione di approfondirli.
Per fortuna, invece, qualche volta c'è chi decide di seguire la scia di certe illuminazioni e, stravolgendo le regole, ti fa guardare il mondo da una prospettiva diversa, spesso diametralmente opposta a quella ortodossa. 
Questa persona si chiama José Saramago. E' lui che ha detto, rovesciando completamente il modo comune di pensare, che le decisioni prendono l'uomo e non il contrario, come solitamente si pensa. 

“La decisione del Signor Josè apparve due giorni dopo - scrive il Nobel portoghese in Tutti i nomi -. Generalmente non si dice che una decisione ci appare, gli uomini sono talmente gelosi della propria identità, per vaga che essa sia, e della propria autorità, per poca che ne abbiano, che preferiscono darci a intendere di aver riflettuto prima di fare l’ultimo passo, di aver ponderato i pro e i contro, di aver soppesato le possibilità e le alternative, e infine, dopo un immenso lavoro mentale, di aver preso la decisione. C’è da dire che le cose non sono mai andate così. Non verrà mai in mente a nessuno l’idea di mangiare senza sentire abbastanza appetito, e l’appetito non dipende dalla volontà dell’individuo, si crea da solo, è il risultato di obiettive necessità del corpo, un problema fisico-chimico la cui soluzione, in modo più o meno soddisfacente, si ritroverà nel contenuto del piatto. […] D’altro canto, se persistessimo nell’affermare che le nostre decisioni siamo noi a prenderle, allora dovremmo iniziare con il chiarire, con il discernere, con il distinguere chi è, in noi, quello che ha preso la decisione e quello che poi la eseguirà, operazioni impossibili, ove ci siano. A rigore, noi non prendiamo decisioni, sono le decisioni che prendono noi. La prova la ritroviamo nel fatto che, passando la vita a compiere successivamente i più svariati atti, ciascuno di essi non lo facciamo precedere da un periodo di riflessione, di valutazione, di calcolo, al termine del quale, e solo allora ci dichiareremmo in condizioni di decidere se andare a pranzare, o a comprare il giornale, o a cercare la donna sconosciuta”.

Come negarlo: siamo immersi in un mare di condizionamenti, sia interni che provenienti dall'esterno. E sono questi a veicolare le nostre decisioni o, meglio, a prenderle. E il nostro ruolo, il libero arbitrio che tanto vantiamo, dove sono? Ebbene, io ho sempre creduto che la libertà di scelta si limiti soltanto a quella prospettata da un ventaglio limitato di possibilità. Scegliamo, è vero, ma che cosa in realtà? Questa o quella mela oppure questa o quella strada o, ancora, questo o quell'amore. Non una fra tutte le mele esistenti, non una fra tutte le strade del mondo e neanche uno fra tutti gli amori possibili. Scegliamo il condizionamento più appropriato e, in quel momento, meno inopportuno, il meno dannoso e forse il più illusorio, quello che ci riesce a convincere di essere liberi, padroni di noi stessi. Invece no, siamo esseri condizionati la cui unica possibilità è quella di sceglierci, di volta in volta, un padrone. Lo si chiami ambiente o contesto o bisogno o responsabilità o bisogno o amore verso qualcuno, è quest'ultimo a decidere davvero per noi ed è a lui che, di volta in volta, diamo retta.
C'è poi un'ultima cosa da dire e che riguarda il tempo, il poco tempo che abbiamo a disposizione per ponderare le nostre decisioni. Ha ragione Saramago a dire che nessuno fa davvero troppi calcoli e ragionamenti prima di fare una scelta. Se succedesse altrimenti, passeremmo la giornata a decidere se agire o meno, se andare avanti oppure indietro, a destra o a sinistra, senza avere poi il tempo di farlo effettivamente. Insomma, saremmo, né più e né meno, congelati in un'eterna indecisione.
Mentre la vita, in ognuno degli istanti di cui si compone, è fatta perlopiù di scelte immediate, da prendere o lasciare, da azioni imminenti, cotte e mangiate, da urgenze, da scadenze, dalla possibilità di fare tardi e di non farcela. Sono tali situazioni a scegliere noi, non il contrario, e a reggere il timone che porta la nostra esistenza verso una direzione piuttosto che verso un'altra.

lunedì 16 febbraio 2015

Settima lettera: saper ascoltare


Ai tempi dell'università, durante una lezione di Filosofia del linguaggio, il titolare della cattedra, che alcuni studenti chiamavano Dumbo per via delle orecchie a sventola, un giorno parlò dell'importanza di ascoltare: citando Zenone di Cizio, disse che siamo dotati di due orecchie e di una sola bocca perché ascoltare ha un valore doppio rispetto al parlare. 
Incontrai per la prima volta questo professore non all'università, ma quando avevo dieci anni, il giorno che venne nella mia scuola elementare a tenere una lezione sulle origini della lingua italiana. Era il 1980 e Tullio De Mauro era già il linguista affermato che più di 10 anni prima aveva tradotto il Corso di linguistica generale di Ferdinand de Saussure. Era inoltre l'uomo a cui, nel 1970, la mafia aveva ucciso il fratello Mauro perché, secondo la Corte d'Assise di Palermo, il giornalista "si era spinto troppo oltre nella sua ricerca della verità sulle ultime ore di Enrico Mattei".
Insomma, storie di ieri e questioni di oggi, tuttora aperte. Il curriculum e la sua esperienza personale la dicevano tutta, ma il linguista rivendica comunque il primato dell'ascolto su quello del proferire verbo. E io, da semplice matricola universitaria, lo guardavo incantato e senza parole, forse già dimostrando così di poter iniziare ad apprendere la sua lezione.
La capacità di ascoltare gli altri e di capire noi stessi, ancor prima di affermare ciò che pensiamo o di formulare il pensiero anche grazie al contributo di ciò che abbiamo ascoltato. Ma anche il voler riempire il vuoto di un silenzio con parole vacue, senza pensare che a volte perfino il silenzio può essere pieno di contenuti. Siamo avvolti da parole, suoni e rumori che riempiono l'aria di chiacchiere e fumo e intorbidiscono il pensiero, mentre ci illudono di essere nostri compagni. Vi sono televisioni e radio accese ovunque, telefonini che, con le loro applicazioni, notifiche, sms e chiamate, ci stanno col fiato sul collo da quando ci svegliamo a quando andiamo a dormire.
Ascoltare non è guardare distrattamente uno schermo o annuire con sufficienza quando qualcuno ci parla, ma cercare di capire mettendosi a disposizione di chi abbiamo davanti. Personalmente, io sono circondato da persone che, se provi a dire loro qualcosa, neanche ti lasciano concludere la frase che già hanno preso la parola, e non per precisare un'idea che stavi cercando di dire, ma soltanto per affermare la propria di idea e che magari non c'entra niente con quel che stavi dicendo poco prima. Il bisogno che hanno questi interlocutori è di prendere spazio, di farsi notare, di mettere davanti a tutto un proprio pensiero, qualunque esso sia.
È raro trovare qualcuno con cui parlare e con cui potersi esprimere, nel senso stretto del verbo: le poche volte che ciò mi è accaduto sono quelle nelle quali ho potuto fare delle ottime conversazioni. E sono anche quelle in cui chi parlava aveva principalmente voglia di capire l'altro. Non sono per niente un grande oratore, ma con le persone che sanno ascoltare ho saputo tirar fuori frasi e costruzioni logiche delle quali mi sono stupito in prima persona. Con chi non ascolta, invece, addirittura ho difficoltà a pronunciare frasi dal senso compiuto.
Ma la parte più complicata dell'ascoltare è quando la nostra azione si rivolge verso noi stessi: pensiamo a quali siano i nostri bisogni e li poniamo nel carrello della spesa, assieme a quelli degli altri e al nostro portafogli. Colui il quale si accorge delle parole di chi ha di fronte sa decifrare anche quelle che gli provengono dall'anima. A volte fa due conti e decide che spesso le istanze dell'uno e quelle dell'altro sono inconciliabili. E allora non fa che togliere dal carrello una parte della spesa: se è un egoista eliminerà ciò che spetterebbe all'altro. Se invece è un'altruista, com'è chi sa ascoltare il prossimo, rinuncerà felicemente a quel che aveva comprato per sé.
Le cose vanno in questo modo a chi ha la capacità di ascoltare e desidera anche farlo. Molto più di frequente accade invece che anche chi possiede questa dote decida di ignorarla, non fosse altro che per una questione di abitudine e di difesa: sto parlando di chi generalmente alza la voce e lo fa non tanto per farsi sentire, ma principalmente per non ascoltare, egli stesso, le parole dell'altro.  

mercoledì 11 febbraio 2015

Saunders: "I bambini non hanno bisogno di essere picchiati"

Peter Saunders
In Italia quasi nessuno conosce l'irlandese Marie Collins e l'inglese Peter Saunders. Da bambini sono stati entrambi abusati dal clero: la prima da un prete, mentre era ricoverata nell'ospedale cattolico pediatrico di Crumlin, il secondo da due prelati e dal preside della scuola elementare cattolica londinese che frequentava. Oggi sono impegnati attivamente contro la pedofilia e sono stati nominati membri della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, istituita recentemente da papa Francesco e che venerdì scorso si è riunita per la prima volta in forma plenaria.
Ebbene, perché parlo di loro? Lo faccio per il fatto che hanno criticato il discorso, fatto a braccio da Bergoglio, sul picchiare "con dignità" i figli: "Il papa a volte parla senza riflettere troppo e in modo diretto, ma è fondamentalmente una persona onesta", ha commentato Collins. Meno morbido Saunders, che ha dichiarato, prendendo le distanze dalle affermazioni del Santo Padre: "I bambini non hanno bisogno di essere picchiati. La violenza fisica non deve avere spazio nell'educazione moderna".
I due attivisti hanno annunciato, inoltre, che lasceranno la Commissione se la stessa non risolverà il problema della responsabilità dei vescovi sui casi di pedofilia. Riguardo le denunce, ha affermato Saunders, esiste "un abissale primato di risposte inopportune da parte di troppi vescovi e preti e il papa, che è la massima autorità della Chiesa, può imporre che essi consegnino agli inquirenti i documenti relativi ai casi di pedofilia in loro possesso".

lunedì 9 febbraio 2015

Caro papa Francesco, chi picchia i figli non ha il senso della dignità


"Il padre che sa correggere senza avvilire è lo stesso che sa proteggere senza risparmiarsi. Una volta ho sentito in una riunione di matrimonio un papà dire: “Io alcune volte devo picchiare un po' i figli … ma mai in faccia per non avvilirli”. Che bello! Ha senso della dignità. Deve punire, lo fa in modo giusto, e va avanti".
Sono le parole di papa Francesco, pronunciate durante l'Udienza generale dello scorso 4 febbraio. Quando le ho ascoltate al telegiornale della sera, sono rimasto a bocca aperta: come si può associare - mi sono chiesto - la parola dignità al fatto di picchiare i figli? Come può il papa ammettere la violenza, magari attraverso una punizione minima, ma pur sempre contro un bambino?
Chi picchia non ha senso della dignità, né propria e né verso il figlio. Il non picchiarlo in faccia non risparmia quest'ultimo dall'avvilimento, semmai serve a nascondere i segni che sul viso si vedrebbero. Il padre, che non picchia in faccia il figlio, ma altrove, lo fa per vigliaccheria e perché di fronte agli altri si vergogna del proprio gesto.
Tutto ciò non è bello: non c'è bellezza alcuna nel picchiare, perfino quando lo si facesse con l'intenzione di non avvilire.
Non lo dice un papa, ma un padre qualunque, che non è un santo e che qualche volta uno schiaffo ai suoi figli lo ha anche dato, magari in un momento nel quale aveva perso la pazienza. Ma che subito dopo si è pentito profondamente per questo suo gesto, ha capito di aver avvilito i suoi bambini e si è sentito avvilito egli stesso. E ha giurato di non farlo mai più, perché la parola deve poter bastare a correggere: non serve altro.

P. S. Chi volesse leggere la trascrizione integrale del discorso del papa, la può trovare nel sito del Vaticano News.va. La parte che ho citato è nel sesto paragrafo.

martedì 13 gennaio 2015

Sesta lettera: chi sono io per giudicare?


Ogni nostra espressione, qualsiasi pensiero ci salti per la testa, qualsivoglia scelta possiamo compiere contiene un giudizio, una valutazione, una nostra considerazione riguardo qualcosa che è altro da noi. Perfino una semplice asserzione, pensata o detta, è un giudizio, dal momento che contiene un soggetto e un predicato: è un discorso logico, ma anche molto concreto.
Non possiamo proprio esimerci dal giudicare e, insieme, dall'affermare e dal negare contemporaneamente. In termini molto semplici, se dico che una cosa è bella, sostengo allo stesso tempo che essa non è brutta: sono i limiti del giudizio, più che evidenti nella parzialità logica nella quale agiscono. Affermo, giudico e, nel farlo, nego una varietà consistente di implicazioni.
Il giudizio non è mai imparziale, perché chi lo emana non è onnisciente e perché non può che rivolgersi soltanto a una fetta di mondo. Ed è relativo, perché si basa solamente su ciò che si prende in considerazione, tralasciando una serie infinita di fatti, di motivazioni e attenuanti. Giudicare è la cosa più difficile da fare, perché qualsiasi giudizio giusto è anche un giudizio sbagliato, e perché perfino nella parte giusta del giudizio esiste un bel margine di errore.
Essere giudici è un lavoro carico di responsabilità, eppure giudicare è un mestiere che facciamo volentieri tutti, in modo irresponsabile e molto alla leggera. Le implicazioni e le conseguenze del giudizio non le prendiamo in considerazione: semplicemente non ci interessano.
Ed è proprio questo il punto: se ogni qual volta apriamo bocca non possiamo evitare di giudicare, per lo meno cerchiamo di farlo in maniera critica.
La verità non è un traguardo facilmente raggiungibile e, proprio a causa dei limiti suddetti, non è una meta a cui l'uomo possa giungere. Però egli vi si può avvicinare, e può farlo soltanto se si pone con un atteggiamento critico non solo di fronte alle cose, ma anzitutto verso se stesso.
"Sto facendo bene?", "E' giusto fare così?", "Quali possono essere le conseguenze di questa mia azione?", "Io come mi sarei comportato al suo posto?", "Perché lo ha fatto?": sono soltanto alcune delle domande che uno dovrebbe porsi prima di giudicare.
Invece, più si va avanti con gli anni, più ci si irrigidisce. Abbiamo bisogno di certezze e di credere in una verità che con il tempo si è consolidata nelle nostre teste. E' per questo motivo, e per il fatto che non abbiamo più voglia di pensare, che le nostre azioni sono sempre più guidate da un pilota automatico che ci fa guardare e giudicare la realtà come un tutto omogeneo, univoco, informe.
Per razionalizzare, per praticità, per economia, suddividiamo il mondo in classi (sociali), gruppi (di appartenenza), specie e sottospecie (classifiche), sfere (di influenza).
E dimentichiamo che l'uomo è unico e irripetibile. Inclassificabile.

PS: Avevo iniziato a scrivere le poche righe di questa sesta lettera prima dell'attentato al giornale satirico francese Charlie Hebdo. Ma subito dopo l'attacco, ho pensato, a caldo, che le mie tesi sul giudizio non potessero reggere di fronte a un avvenimento del genere: il terrorismo, a qualsiasi matrice appartenga, è da condannare, ma allo stesso tempo lo è l'uccisione di qualsiasi uomo, e quindi anche del terrorista. Perfino qui, dunque, esiste senz'altro una difficoltà del giudizio, anche se schierarsi immediatamente dalla parte degli innocenti è istintivo e naturale.
Ma - mi domando - ci si schiera con altrettanta immediatezza quando gli innocenti in questione sono i bambini di dieci anni che si fanno esplodere nei mercati della Nigeria?
Qualcuno potrà stupirsi e indignarsi di fronte a questo mio atteggiamento cauto e garantista a oltranza, anche davanti all'azione efferata che abbiamo visto. Ma io sono per i processi e non per il linciaggio: non spetta a noi giudicare, anche se ci spetta la facoltà di farci un'opinione (privata e pubblica).
Infine, le mie ragioni sono le stesse che appartenevano (e appartengono) a chi usa la matita e non il fucile: fare satira è un modo pacifico, ed efficace, di mettere in discussione il potere che pretende di governare un mondo di sudditi ciechi e che spesso strumentalizza gli innocenti.