lunedì 15 dicembre 2014

Quinta lettera: ricevere (in prestito) e restituire


Tanto tempo fa sentii questa frase che mi colpì molto e che suona più o meno così: "Tutto ciò che possediamo lo abbiamo ricevuto in prestito".
Ancora oggi non mi sono fatto un'opinione netta riguardo questa affermazione. Non so decidere, infatti, se essere d'accordo oppure in contrasto, in particolare con le implicazioni che derivano da una simile posizione. Soprattutto alla luce di una cosa di cui, al contrario, sono assolutamente convinto, e cioè che tutto quel che abbiamo, preso in prestito o non, un giorno dovremo comunque restituirlo o, per lo meno, consegnarlo ad altri.
Non credo che tutto, ma proprio tutto, ci venga dato o che lo riceviamo grazie al contributo di altre persone. Alcune cose, infatti, riusciamo a conquistarle soltanto per la nostra determinazione e con le nostre forze e capacità, spesso soltanto dopo essere riusciti ad avere la meglio su chi queste stesse cose non voleva cederle.
In prestito o meno, domani daremo ad altri quel che abbiamo avuto ieri: non c'è un regalo più bello, che potremmo mai fare, di questo. Siamo, letteralmente, dei testimoni e deponiamo la nostra testimonianza sulle spalle di qualcuno che, se vorrà, potrà farsene carico: ho inteso in tal senso l'eredità che un padre e un figlio si tramandano. E il significato di questo passaggio è univoco: i figli assorbono ciò che i genitori sono, sia nel bene che nel male, non ci sono né sé e né ma. La bellezza ma anche ciò che è brutto, la ragione come la colpa, l'amore e perfino l'odio, sono fili conduttori che vengono tramandati.
Restituiamo cose buone, ma soprattutto cose cattive. Diamo calci a chi ce ne ha dati prima. Alziamo la voce per non ascoltare chi, per primo, non ha udito noi. Siamo prevenuti verso chi ci ha deluso e non gli concediamo una seconda possibilità. Per un'economia del giudizio, dato che rifarsi un'idea su qualcuno, diversa da quella che già avevamo, vuol dire anzitutto rimettere in discussione noi stessi. Il che comporta una fatica non indifferente. Le idee sono formate da sedimenti che si posano su di noi attraverso un processo lento e continuativo, nel tempo, e che si trasformano in macigni duri e inscalfibili.
Ci difendiamo, in ultima analisi, per non essere attaccati. Ci rinchiudiamo, ci barrichiamo in noi stessi, inventiamo microcosmi inaccessibili: restituiamo diffidenza. Pensiamo solamente a noi stessi, allontaniamo i vicini, gli altri sono già lontani e nemmeno ci sentono, né possono vederci: siamo egoisti.
Colmiamo le distanze che ci separano restituendo nuove distanze.
L'altro giorno il Dalai Lama, in visita a Roma, ha spiegato con parole semplici le conseguenze dell'isolamento dell'uomo e della sua chiusura in se stesso: chi sceglie questa strada non produce nulla di buono, perché anzitutto non riconosce la propria uguaglianza con il resto dell'umanità. Ancora una volta, il concetto è che siamo tutti uguali e soltanto se lo capiamo possiamo vivere in armonia gli uni con gli altri. Invece, la forma mentale occidentale e dominante è tutt'altra cosa dall'essere comprensiva, sia in senso stretto che lato, laddove il primo di questi due significati è la premessa necessaria perché anche il secondo funzioni. Al contrario, è esclusiva, cioè allontana l'altro da sé, lo esclude, appunto, assumendo allo stesso tempo un atteggiamento ingiustificatamente aristocratico, di presa di distanza.
Ma finché non ci avvicineremo non saremo in grado di capirci.
Di generazione in generazione, ci passiamo soltanto un testimone, che prendiamo in prestito per un piccolo lasso di tempo, fino al momento in cui lo cederemo, e niente è davvero mio e nulla è del tutto tuo: l'individualità è mortale, mentre il passaggio dura in eterno.

sabato 6 dicembre 2014

Svegliatevi, mammine! (di Enzo Baldoni)


Ogni tanto, quando la cronaca me ne offre la triste occasione, ripenso a questo articolo di Enzo Baldoni, il giornalista ucciso in Iraq nel 2004. Parla di una storia personale di pedofilia e avverte i genitori di proteggere i propri figli da una categoria ben precisa di persone: gli uomini.

Perdonatemi se vi racconto un’esperienza personale. Di quelle che non si raccontano volentieri. Ma sono convinto che vi servirà.
E poi basta col silenzio su queste cose. Il silenzio è sempre colpevole.
Dunque: c’era questa bambina deliziosa, di nome Gabriella. Alla sera le rimboccavo le coperte e le raccontavo strane storie: Ulisse, la corsa all’oro di Jack London, la follia di Orlando, la Genesi (con un’Eva bisbetica, un Adamo perplesso e un Dio pasticcione che diceva “Oh, cazzo, mi sono sbagliato, ho creato le pulci”).
La domenica mattina passavamo ore nel lettone a ruzzolarci, a giocare, a ridere, a coccolarci. D’estate, quando faceva caldo, naturalmente eravamo nudi. Tra un viaggio di Ulisse e un ruzzolone sul letto mia moglie ed io le parlavamo, ovviamente, anche di pisello e pisella, di bambini, di spermatozoi, di parto, di sesso, di orgasmi, di piacere, d’amore. E probabilmente (io non me ne ricordo: erano i normali discorsi che tutti i genitori dovrebbero fare ai bambini) che esistono degli uomini che vogliono fare l’amore con le bambine.
A questo punto vi aspetterete la mia confessione (“il porco ha stuprato la bambina!”).
No, care mamme, se la pensate così dimostrate una volta di più di non saper nulla della sessualità maschile. Il desiderio è sempre figlio della repressione. Dove c’è innocenza non può esserci violenza.
E’ stato il classico cugino. Mia figlia era in vacanza dalla nonna, aveva quattro anni. Lui ne aveva venti, era un ragazzo mite, timido e un po’ complessato. Un insospettabile.
Sovrana ingenuità delle mamme: la mia bimba girava per casa quasi nuda, come sempre, e mia moglie non avrebbe mai pensato che dietro il cugino mite e un po’ tontolone potesse nascondersi un pedofilo. Un padre avrebbe fatto immediatamente rivestire la bambina, E, soprattutto, avrebbe fatto sentire in maniera discreta ma inequivocabile la sua presenza. Non ci fu violenza completa, per fortuna, ma un gioco sessuale un po’pesante.
Naturalmente, il cugino proferì a Gabriella il classico: “Non dire niente a nessuno, sennò ti ammazzo!”
Altrettanto naturalmente, appena uscito il cugino, Gabriella raccontò con schifo alla mamma che “le aveva messo il pisello tra le gambe”.
Mia moglie fu meravigliosa. Prima rassicurò, coccolò e disinfettò la piccola, minimizzando. Poi, angosciatissima mi telefonò (io ero via, a milleduecento chilometri).
Figuratevi la mia reazione. L’avrei ammazzato. Tra me e mia moglie cercammo di mantenere la calma. Ci assicurammo che non ci fosse stata una violenza fisica traumatizzante. Poi io telefonai al cugino. Lo misi di fronte alle sue responsabilità. Lui era, ovviamente, terrorizzato. Mi confessò che aveva avuto approcci con altre bambine. La sua sessualità era decisamente deviata verso la pedofilia. Era militare a Roma, in quel periodo. Gli detti l’indirizzo di una mia cara amica, una psicologa che si era messa a disposizione. Lui si impegnò ad andarla a trovare. Però con lei non si fece mai vivo.
E allora, scusatemi, ma feci una cosa che non avrei dovuto fare.
Saltai sull’aereo per Roma. Entrai nella sua caserma per “visita parenti”. Sbiancò, quando mi vide. Eravamo in parlatorio: lo presi per il bavero, lo spinsi in un cesso e lo caricai di botte. Lo so, non è elegante. Lo so, la violenza non è una riposta. Però a me ha fatto un gran bene. I padri che mi leggono mi capiranno.
Ma la soddisfazione più grande me l’ha data Gabriella, un paio di anni fa, quando aveva ormai sedici anni.
Siamo a tavola, si parla casualmente delle solite cose. Il discorso capita sulla pedofilia. Lei, tranquillissima, fa: “Beh, è capitato a tante. Anche a me, da piccola, vi ricordate?”.
Io e mia moglie abbassiamo gli occhi sul piatto, travolti da un’ondata di emozioni. Lei, serafica, continua: “Sai, babbo, ti devo ringraziare: è merito tuo se ero preparata”.
Annaspo, boccheggio, sorrido. Finalmente respiro.

Care mammine: quanto ne sapete poco della sessualità di questi cari paparini, di questi dolcissimi nonni, di questi zii affettuosi che abbracciano i vostri bimbi e le vostre bimbe.
La sessualità maschile è complessa, penetrante per sua stessa natura. In tutti noi coesistono voglie più o meno espresse. Che, quando non sono arginate dai freni inibitori dell’etica o della morale, sfociano nella perversione o nella violenza.
Una volta nessuno di noi confessava quel pizzico di omosessualità che lo spingeva a guardare con curiosità e forse con un lieve frisson i compagni maschi sotto la doccia.
Oggi tutti accettiamo di avere una parte omosessuale: però facciamo ancora una gran fatica ad accettare le perversioni che screziano il lato oscuro della nostra sessualità.
Sia chiaro: non sto dicendo che l’omosessualità sia una perversione. Per me è solo una sessualità altra. E, ovviamente, non bisogna fare nessuna confusione tra omosessualità e pedofilia.
Ma come mai il papà medio è più guardingo della mamma media quando si tratta di mandare la sua bambina in giro con lo zio, col cugino, col nonno o col caro amico di famiglia?
Perché tutti noi maschi sappiamo, più o meno lucidamente, che per qualsiasi uomo una bambina è una grande tentazione sessuale.
Chiedetelo al vostro compagno, a vostro marito, a vostro padre.
Negheranno spudoratamente.
Ma non sono quasi tutti mariti, quasi tutti padri, i milioni di tedeschi, italiani, inglesi, americani che ogni anno affollano i bordelli della Thailandia per montare addosso (non trovo definizione migliore) a bambine di dieci, otto, perfino quattro anni?
Senza andare in Thailandia, e neanche in Belgio: l’Italia è piena di trafficanti di bambini. E spesso sono le mamme che vendono o spingono nel letto dell’amante la figlia di sette, otto anni.
Nella maggioranza dei casi di stupro, il colpevole è un parente stretto (padre, zio, cugino, nonno) o un amico di famiglia.
Conosco personalmente ben tre ragazze che, verso i sette-otto anni, hanno ricevuto approcci sessuali più o meno delicati dal nonno.
Allora, mamme: sappiate che chiunque può insidiare la vostra bambina (e, in misura inferiore, il vostro bambino). Aprite gli occhi. E non dite: “a me non succederà mai”. Lo dicevamo anche noi.

Quindi: prepararsi. Non sono uno specialista, sono solo un papà attento. Però mi permetto lo stesso di darvi una serie di consigli di buon senso. Ringrazio fin d’ora chi – più esperto di me – vorrà integrarli.
Mamme, ricordatevi che:
- nel fondo di qualsiasi maschio alberga un pedofilo.
- Non c’è età in cui un bimbo sia troppo piccolo per le attenzioni di un pedofilo.
- Insegnate ai vostri figli a stare attenti alle automobili? Giusto. Insegnate loro anche che esistono degli adulti (compresi gli innocui esibizionisti) interessati sessualmente a loro.
- Avvertiteli che il pedofilo farà delle minacce. Ma che non c’è da avere paura: è lui che ha paura.
- Rassicurateli sul fatto che non c’è mai colpa da parte dei bambini. E che, in ogni caso, qualsiasi cosa facciano, la mamma ed il papà saranno sempre dalla loro parte.
- Non dite “a mio figlio non succederà mai”. Succede a una bimba su quattro, a un maschietto su dieci.
- Fidatevi del vostro uomo: di solito, su questi temi, è più all’erta di voi. E’ fondamentale che lui partecipi attivamente all’educazione sessuale dei vostri bimbi. Dividete con lui le ansie e i dubbi.
- In ogni caso, evitate che il vostro uomo dorma da solo con la bimba. Specialmente se la bimba non ci va volentieri. Specialmente se non è il papà.
- I pedofili sanno come diventare amici dei bambini, perché li amano davvero, anche emotivamente. Non fatevi fregare dallo stereotipo del bruto: non sempre il pedofilo ha la faccia del Pacciani. Spesso è un ragazzo carino e dolcissimo. E fa di tutto per lavorare a contatto con i bambini: maestro, animatore di parrocchia, sacerdote. Perfino baby-sitter, come si è scoperto il mese scorso a Milano.
- Spesso adottano strategie di lunga durata. Per esempio, se sono infermieri, cercano di farsi mettere nei reparti pediatrici. Per questo dovete accertarvi che in reparto, specialmente di notte, ci siano solo infermiere di sesso femminile. In caso contrario, protestare con il primario e soprattutto vigilare.
- Lasciate pure che i vostri bimbi giochino con lo zio, il nonno o il cugino. Ci mancherebbe. Ma fate sentire sempre la vostra discreta presenza. Evitate di mandarli in giro o in viaggio assieme da soli.
- E’ comunque abbastanza probabile che i vostri bimbi abbiano un approccio sessuale da parte di un adulto. Non drammatizzate: se il fatto non è violento può essere metabolizzato bene. Soprattutto se il bimbo è preparato.
- Se avete avuto un’esperienza personale, dividetela con il marito e con i bimbi: sarà un pretesto perfetto per aprire il dialogo e raccontare questo tipo di cose.
- Per favore, per favore, per favore: adesso non diventate paranoiche. Non fate crescere la vostra bimba nella paura degli uomini. Fatevi piuttosto, assieme ai vostri bambini, delle sane risate sugli esibizionisti e sui pedofili. Smitizzate. C’è un sacco di barzellette sull’argomento. Magari, invece, scriveteci qualche lettera su quel che è capitato a voi: sarebbe meraviglioso se su Linus le mamme o le ragazzine che hanno subito approcci sessuali potessero parlarsi e scambiare le proprie esperienze. Sarebbe un servizio reso a tutte le donne.

Non dimenticherò mai una sera in campagna, al Collaccio, una tavolata di famiglia con tante sorelle, cugine, cognate, amiche. Il discorso cadde sulle molestie sessuali. C’erano sette donne: tutte e sette raccontarono di essere state molestate da bambine. Ricordo la calda sensazione di appartenenza, la rassicurazione che emanava da Gabriella quando anche lei raccontò la sua storia. Era bellissimo sentire quel gruppo di donne solidali che avevano condiviso un fatto poco piacevole ma che, filtrato attraverso l’esperienza comune, veniva esorcizzato e smitizzato.

E ora, mammine, guardate la vostra bimba. Chiedetevi: “Oddio, vuoi vedere che anche lei….”.
Una volta su quattro, la risposta sarà probabilmente sì.

venerdì 5 dicembre 2014

Quarta lettera: la paura di perdere qualcuno


È qualche giorno che mi abbracci più del solito e che ogni tanto mi dai un bacio, spontaneamente, senza alcun motivo particolare, addirittura senza che io stesso te lo chieda. L'ho notato e ti ho domandato, scherzando, "come mai ultimamente mi vuoi così bene?". Non mi hai risposto. 
Poi, l'altra sera ti sei messo a piangere: volevi che dormissi con te. Ti ho chiesto cosa ti preoccupasse e tu, all'inizio, non volevi parlarmene. Poi, però, mi hai raccontato del brutto sogno che avevi fatto e del mostro che voleva catturarmi. 
"Ma ci riusciva?", ti ho domandato. "No - mi hai detto - però il sogno non è finito e ho paura che continui stanotte". "Ma il mostro non riuscirà a prendermi, io sono fortissimo, più di Spiderman e di Superman messi insieme", ti ho assicurato. Mi hai guardato un po' scettico, ma non hai voluto contraddirmi.
Mi sono sdraiato affianco a te fin quando ti sei addormentato, poi sono andato nel mio letto. La mattina ti ho chiesto se avessi sognato. Mi hai detto di no. Ti ho spiegato che i mostri che immagini tu non esistono, che sono inventati appositamente per i film e per i cartoni animati. Mi hai abbracciato ancora una volta.
Quanti abbracci: quattro, cinque o forse sei? Tanti insieme, uno dopo l'altro, io non ne avevo mai visti. Abbracciamo quando abbiamo timore di perdere chi amiamo, prima che questi scompaia per sempre, prima ancora che diventi polvere, se troppo presto o troppo tardi dipende da ciascuno di noi, dalla nostra paura, dal legame che abbiamo con chi vogliamo tenerci stretto. Abbracciamo per trattenere, e questo gesto è fallimentare in partenza, per il fatto che la separazione è imminente ed è inevitabile, c'era prima dell'abbraccio e ci sarà un secondo dopo. Resta soltanto il misero istante nel quale siamo stati uniti: un pugno di polvere, il ricordo di un momento passato.
Ma infondo, il presente in cui siamo immersi e in cui i tempi confluiscono, è costituito da istanti evanescenti, che però sopravvivono nel tempo, molto più duraturo, della memoria. E io conservo ancora ricordi bellissimi e tuttora vivi di abbracci con mio padre. Ne ricordo uno, particolarmente nitido, avvenuto in un pomeriggio d'estate, in cui lo abbracciavo mentre tornavamo a casa in motorino e in cui ho sentito di volergli bene, mentre avvertivo contemporaneamente la paura ingiustificata per una possibile perdita. A volte siamo fin troppo sensibili da essere preoccupati per un non nulla e ci accorgiamo della fragilità fisica di chi amiamo e pensiamo, senza ragione e senza nemmeno che vi siano avvisaglie, all'imminenza della morte.
Esiste una ragione valida a causa della quale ci preoccupiamo improvvisamente, senza alcun motivo tangibile? Abbiamo ragione a farlo? Penso di sì, perfino da un punto di vista razionale, perché il presente evanescente non ci soddisfa e vorremmo che certe situazioni e alcune relazioni fossero eterne. Soprattutto i bambini, e chi ancora guarda il mondo con i loro occhi, desiderano un presente infinito e non accettano di accontentarsi di un pugno di polvere.
Gli adulti, invece, acquistano col tempo la capacità di riempire questo pugno di polvere di significati veri e presunti, reali e immaginari, fondati e artefatti. La nostra stessa vita è impastata con questa polvere, che di volta in volta coloriamo con le tonalità che più ci piacciono o che abbiamo a disposizione, a volte solamente con il bianco e con il nero.
Non voglio che ti preoccupi a causa di un brutto sogno e so che presto smetterai di farlo nel momento stesso in cui ti sarai svegliato.
Ma sono contento per il fatto che tu voglia trattenere fin da ora le persone che ami. Se riuscirai a farlo, avrai colorato la tua stessa vita con il colore più bello, decidi tu quale, che resterà per sempre nella tua memoria.