mercoledì 26 novembre 2014

Terza lettera: l'uguaglianza


Avete sette e quattro anni e da un po' di tempo bisticciate spesso su ciò che è dell'uno e quel che appartiene all'altro. Non riuscite quasi mai a mettervi d'accordo, perché pensate che le cose scelte dall'altro abbiano un valore maggiore delle proprie. Continuate a litigare e allora decido io per voi: "Non ci sono cose tue e cose tue - vi dico -, tutto è di entrambi".
E questa mia conclusione è chiaro che non vi soddisfi - desiderare la proprietà esclusiva delle cose fa parte della natura dell'uomo e forse, più dell'oggetto in sé, a interessarci davvero è il controllo che attraverso la proprietà possiamo avere su chi la stessa proprietà non ce l'ha e la desidera. Questa conclusione non fa parte soltanto del mondo degli adulti, ma riguarda anche i bambini, i quali, forse anche per questo motivo, quasi mai disdegnano il fatto di mettere in mostra ciò che possiedono di fronte ai compagni.
E' per tale ragione che, qualche giorno fa, ho deciso di fare questo piccolo esperimento a cena: vi ho fatto sedere vicini, vi ho fatto mangiare nello stesso piatto, vi ho dato lo stesso bicchiere, un unico pezzo di pane da dividervi. Avete protestato un poco per la novità di spartirvi il cibo: è stato il vostro modo di chiedere spiegazioni. Non tutte le pietanze piacevano sia all'uno che all'altro: uno voleva la pasta in bianco e l'altro col sugo, uno le zucchine le mangiava e l'altro no, perciò l'esperimento è parzialmente fallito e alla fine le sole cose che sono rimaste da dividervi sono state il pane e il bicchiere d'acqua, casualmente gli alimenti più poveri ma anche quelli necessari e simbolicamente più densi di significato.
Il motivo della strana cena che avete fatto qualche sera fa si si spiega con una parola che è semplice e complicata allo stesso tempo e che, di per sé, suona come un controsenso: condivisione. È una parola che significa sia dividere la stessa cosa, che partecipare insieme ad essa, sia questa un pasto o qualsiasi altra esperienza. Un termine che divide, dunque, ma che contemporaneamente unisce. Anche l'idea di uguaglianza, che cerco di farvi capire ogni volta che litigate, assomiglia alla condivisione e può apparire come un termine contraddittorio. Per me, voi due siete uguali, in quanto figli, anche se è chiaro che fra di voi ci siano delle differenze. Lo stesso termine uguaglianza, a pensarci bene, implica delle differenze, a meno che non lo si usi in senso assoluto. Ma a questo punto starei parlando di identità, mentre io non penso e non ho mai detto che "siete identici".
Siete uguali in quanto figli: voi due litigate per "ciò che è mio e ciò che è tuo", perché ancora non capite che quel che vi è dato lo è nel modo il più possibile paritario da parte di noi genitori e che non facciamo preferenze e non abbiamo alcun interesse nel rendere più felice l'uno e meno l'altro. Ma siete anche differenti, perché siete due soggetti distinti e non un unico individuo. Siete diversi l'uno dall'altro, così come siete diversi da me e da qualsiasi altro individuo presente sulla faccia della terra. Ciascuno di noi è unico e irripetibile, ma voi sapreste quantificare l'unicità di ogni singola persona rispetto alla sua uguaglianza con gli altri? Dal punto di vista genetico, ad esempio, la differenza sostanziale fra un individuo e un altro corrisponde a meno dell'1 per cento. In altre parole, gli individui sono geneticamente identici per più del 99 per cento. Ma, come dicevo prima, è proprio quel piccolo 1 per cento di diversità a 'fare veramente la differenza' e a darci la possibilità di affermare, di fronte ai figli, frasi non del tutto scontate come "per me siete uguali" o espressioni come "tutti gli uomini sono uguali di fronte alla legge".
Tutti amiamo, tutti soffriamo, tutti desideriamo il bene e prendiamo le distanze dal male. Nessuno è immune dalle malattie, nessuno può fuggire alla morte. Le differenze che ci sono fra una persona e l'altra sono piccole ma sostanziali, ma ai nostri occhi la diversità è quasi sempre macroscopica, mentre di fronte all'identità, che è la parte che maggiormente ci accomuna, siamo troppo spesso miopi.
Siete diversi - è vero - ma ciò che io rivendico per voi è la vostra stessa uguaglianza: non solo per il fatto di essere miei figli e di essere fratelli, non soltanto per il fatto che appartenete alla razza umana, ma soprattutto per la possibilità che avete di riconoscere i bisogni dell'altro, gli stessi che abbiamo tutti.
Siete uguali perché avete gli stessi sentimenti e siete dotati della capacità di comprendere il prossimo.

sabato 8 novembre 2014

Seconda lettera: l'amore


Eri ancora piccolo, avrai avuto quattro anni, e un giorno ti arrabbiasti per un motivo che ora non ricordo e mi dicesti, perentorio: "Non ti voglio più bene".
Pronunciasti la tua frase in un momento di rabbia e per un motivo probabilmente futile, ma che allora doveva apparirti come la ragione più importante del mondo, e sono sicuro che lo fosse, dato che le ragioni ci appartengono e possono essere grandi o piccole, come e quanto lo decidiamo noi.
Ma lì per lì sorrisi e sdrammatizzai abbracciandoti e ingaggiando con te una finta lotta, dalla quale saresti uscito vincitore, come sempre. Cinque minuti dopo, infatti, eri di nuovo felice. E forse avevi già dimenticato il nostro litigio e la tua decisione di non amarmi più.
Ma tu sapevi davvero cosa mi avevi appena detto? Ovviamente no, a quell'età non potevi. Probabilmente nemmeno oggi sai cosa sia il bene e anch'io, a dire il vero, non so molto dell'amore. L'amore, infatti, non è una cosa da sapere, ma un sentimento, qualcosa che si prova. Forse è anche lui un senso, come i cinque canonici di cui disponiamo, ma rispetto a questi funziona all'incontrario. Infatti, ci accorgiamo maggiormente di amare qualcuno quando questa persona non c'è. O quando abbiamo timore di perderla - che è poi la stessa cosa -, di sentirne l'assenza, un vuoto incolmabile e duraturo.
L'amore è un sentimento e non una cosa da sapere, ma è anche un atto pratico. Non serve a nulla amare qualcuno e non fare niente per lui. Altrimenti, stiamo parlando di amore teorico, non voglio dire 'platonico': un sentimento che ha poco senso, almeno quanto la sua conoscenza asetticamente astratta.
L'amore è la serie di gesti che compiamo per qualcuno, azioni che a volte possono andare anche contro il nostro stesso interesse. Ed è perfino l'accettare che chi amiamo compia delle azioni contro di noi. Ad esempio, il giorno che mi dicesti di non volermi più bene avrei anche potuto crederti e prendere per buona questa tua decisione: infatti, io non ti amo per guadagnarmi il tuo bene. Ma ti amo disinteressatamente, cercando di darti tutti i giorni, nei limiti delle mie possibilità, ciò che credo sia il meglio per te.
L'amore è disinteressato e non è uno scambio di sentimenti, anche se questo è ciò che cerchiamo quasi sempre e ci aspettiamo di venir ricambiati. Invece, c'è sempre chi ama di più dell'altro, ma l'amore non si pesa con la bilancia, perché consiste nel fare ciò che sentiamo, né di più e né di meno, nel dare quel che abbiamo, niente di più e niente di meno: soltanto ciò di cui disponiamo.
Non credo che esista un amore più disinteressato di quello di un genitore verso i suoi figli. Io ho desiderato che tu nascessi, ho avuto la fortuna che ciò accadesse, e da allora la mia vita si svolge in funzione della tua. Non esiste un solo gesto, che faccio nel corso della mia giornata, che non consideri le ripercussioni che potrebbe avere nei tuoi confronti. La mattina esco di casa con lo scopo finale di ritornare da te. Non ho molti progetti, a parte quello di aiutarti a crescere per farti diventare un adulto per bene. Che tu questo lo sappia o che un giorno lo capisca non fa veramente differenza e non cambierebbe questa mia impostazione nel modo di essere tuo padre. Non occorre che tu riconosca ciò che sto facendo per te, anche perché io continuerei a farlo allo stesso modo, ovvero come sento, niente di più e niente di meno. Io ti do quel che possiedo e ciò che posso darti non è altro che me stesso.
Anche se c'è chi sostiene che mettere al mondo dei figli sia un atto assolutamente egoistico, dato che lo si farebbe, in definitiva, per tramandare il proprio patrimonio genetico e per lasciare a  un consanguineo un'eredità materiale, e a volte anche spirituale, che, altrimenti, andrebbe dispersa, sappi invece che, da quando sei nato, sei diventato l'asse sul quale ruota la mia stessa vita. E ciò non lo giudico affatto una rinuncia alla mia, di vita, ma un arricchimento collaterale e, anche se non ricercato, di certo gradito. Per me non è uno spreco di energie dedicarmi a te e nemmeno un distogliermi da altri tipi di appagamento, come ad esempio quello professionale o delle relazioni con le persone che conosco.
Il giorno in cui sei nato è il medesimo in cui io stesso sono diventato padre: essere genitore è un impegno quotidiano che dura da quel giorno e che dunque non si esaurisce nel momento della nascita. Quando un figlio viene al mondo, è soltanto in quell'istante che il genitore incomincia a essere tale. Lo sottolineo ancora: non finisce per essere tale, ma inizia a esserlo. L'inizio della vita del figlio coincide con l'inizio della vita del genitore ed essere padre o madre non è soltanto una definizione che riguarda un grado di parentela col proprio bambino, ma è una relazione col figlio che dura giorno dopo giorno, e che esiste perfino in sua assenza. Una relazione nella quale il genitore stesso cresce assieme al figlio.
Essere genitore è pratica quotidiana, non astratta teoria. Non è un nome o una definizione, ma una relazione e un comportamento, a volte giusto ed altre sbagliato. Quanto assomiglia all'amore, così come l'ho descritto sopra, l'essere padre. Vuol dire prendersi cura del bambino, capire quali sono le sue necessità, farvi fronte, aiutarlo a diventare un adulto indipendente, fino al punto che un giorno possa fare a meno perfino dei propri genitori. E significa anche accorgersi degli sbagli che si possono compiere, chiedere scusa e cercare di non ripeterli. Siamo umani, infondo, ed errare è possibile, così come è possibile rimediare agli sbagli.
Regalare al figlio la propria indipendenza, insegnargli a essere un uomo libero e lasciare che conquisti la propria libertà. Mostrargli la strada sulla quale incamminarsi, il giorno che avrà la forza di farlo da sé, ma non con l'indice puntato, con un gesto rigido della mano. Fargli intravedere, invece, delle possibilità, delle alternative da scegliere. Amare affinché il figlio si allontani per trovare la propria strada, e non la nostra, e compia le proprie scelte autonomamente: questo per me significa provare, e mettere in pratica, un sentimento disinteressato.
Un sentimento disinteressato, ma anche altruistico - non so fino a che punto si possa pretendere che l'amore abbia questi due attributi. Ma senza spingermi fino a considerazioni che intravedono perfino nell'altruismo una sorta di comportamento egoistico, perché potremmo fare qualcosa per gli altri al fine di ottenere un appagamento personale, in altre parole "per essere felici" e gratificati, ti dirò che essere altruisti è il modo più bello di amare qualcuno e non credo ciò sia in contraddizione con un sentimento disinteressato. Non c'è nulla di male nell'essere contenti di far felice qualcun altro.
Ma il sentimento più altruistico è quello che ti costringe a rinunciare a te stesso per aiutare il prossimo, ossia quando, per usare un luogo comune, ti togli il pane di bocca per darlo a un affamato e quando, può accadere anche questo, il tuo altruismo non viene compreso e vieni giudicato male. Tu, però, vai avanti per la tua strada e fa' ciò che senti, senza fermarti a causa dei giudizi degli altri.
Amare è donarsi e chi non lo fa è destinato a vivere un'esistenza vuota e che si esaurisce nel giro dei pochi anni che dura.

giovedì 6 novembre 2014

Autunno


"Papà, perché le foglie sugli alberi si muovono?"
"Perché le sposta il vento".
"Papà, perché la luna non si vede?"
"Perché è coperta dalle foglie e dalle nuvole".
"Papà, perché il cielo ha quel colore rosso?"
"Perché è illuminato dagli ultimi raggi di sole".

(Dialogo di 30 secondi con il figlio piccolo, ieri per strada, in un tardo pomeriggio d'autunno, alla vigilia dell'allerta meteo scattata per oggi a Roma)