martedì 28 ottobre 2014

Prima lettera: la memoria


Stamattina sono andato a nuotare e, come sai, quando sono da solo, i pensieri solitamente confusi nella testa riescono a prendere una direzione a volte addirittura inedita. Non credo ciò dipenda soltanto dal fatto di spostarmi in un fluido, nello scorrere a mia volta in un ambiente instabile. Mi è sempre successo, infatti, che l'immaginazione prenda forma mentre sono intento a muovermi. Mi accadeva molto spesso quando ero più giovane, durante le mie passeggiate quotidiane pomeridiane. Per quanto mi riguarda, spostare il corpo, portarlo da un posto a un altro o, molto più abitudinariamente, muoverlo facendogli disegnare un cerchio e compiere un percorso, coincide con il portare avanti un ragionamento, dandogli un senso compiuto. Nuotare o camminare, sù e giù lungo un itinerario, nel mio caso non vuol dire altro che tracciare dei circoli sempre più concentrici che mi portano a sciogliere una matassa.
Nuotavo, ti dicevo, avanti e indietro per i venticinque metri della piscina e, a un certo momento, ho avuto l'impressione di specchiarmi nell'acqua, invece di restarvi immerso. Ho visto me stesso, ho avuto la percezione di te che ieri, dopo la scuola, nuotavi nella stessa piscina, mi sono ricordato di mio padre, di quando eravamo al mare e nuotavamo insieme. È stato in quel momento che ho deciso di scriverti, per raccontarti qualcosa che riguarda la memoria, che non è soltanto la capacità di ricordare ciò che ci è accaduto o quel che dobbiamo fare. Quando parlo di memoria, infatti, non penso né alla lettura di un diario personale, che si può tenere grosso modo a mente, né al gesto, anche questo mentale, di sfogliare un'agenda.
Per memoria, io intendo il ricordo che ritorna anche quando non è convocato, qualcosa che è successo e che ora riprende forma, e vita. Il passato che si ripresenta e che, in quanto nuovamente presente e attuale, in realtà non è mai passato. Perché mai abbiamo suddiviso il tempo in tre momenti distinti: passato, presente e futuro, quando ciascuno di essi confluisce nell'altro senza soluzione di continuità, creando cioè un flusso unico senza segmentazioni, se non quelle che vogliamo dargli noi, per praticità? Io penso che tutto si risolva in un presente unico, nel quale coesistono anche gli altri tempi, nelle forme del ricordo e dell'aspettativa. Senza il presente, senza qualcuno che li pensi, in questo momento, passato e futuro non esisterebbero. Il giorno che non ci sarò più, molte delle cose che riguardano il mio passato scompariranno per sempre assieme a me. E, così, molte delle mie aspettative, le quali, casomai dovessero realizzarsi, povere orfane, avrebbero la sfortuna di non trovarsi di fronte a colui che le ha concepite. Ma comprendo benissimo la necessità e l'utilità della scomposizione temporale che utilizziamo per ordinare i fatti e le cose che ci accadono, secondo un 'prima', un 'durante' e un 'dopo', anche se non è per nulla scontato che ciò che succede 'prima' corrisponda al passato, che quel che capita 'adesso' sia il presente e le cose che succederanno 'dopo' riguardino il futuro.
Si potrebbero aprire, infatti, mille discussioni sulla teoria del tempo e sulle sue fasi, fino a spingerci a dire che il presente non lo si può circoscrivere in una definizione che lo irrigidirebbe in un 'adesso', dato che si tratta di un tempo assolutamente evanescente. Oppure che, in contrapposizione al pensiero occidentale e moderno - che suddivide la storia in un 'avanti' e in un 'dopo' Cristo - il passato è davanti e il futuro dietro di noi, dato che il primo possiamo ricordarlo, pensarlo e vederlo - in questo senso è di fronte ai nostri occhi -, mentre il secondo ci sorprende alle spalle e in modo del tutto arbitrario, inaspettato e cieco, e quindi giunge da dietro di noi.
Non mi spingo oltre con elucubrazioni e meditazioni più o meno astratte e non dirò niente neanche della durata del tempo, degli attimi a volte lunghi quanto l'eternità e degli anni che invece passano in un momento: sono reali o semplici percezioni? Dipendono dal grado di importanza che attribuiamo alle cose o il passaggio dei fatti, la loro sedimentazione dentro di noi richiede tempi di attuazione personalizzati, modellati sulla nostra coscienza? Tutto ciò non mi interessa.
Mi importa invece ciò che mi accade quotidianamente: la sovrapposizione delle esperienze, quelle già avute e quelle che stiamo facendo. La memoria non è altro che questo: un confronto fra quanto ci accade e quanto ci è accaduto. Siamo dei soggetti, con una coscienza e una storia, che vivono nel presente e che, nella realtà di oggi, ritrovano quella di ieri. Le sfumature sono diverse ma la sostanza non cambia: viviamo in un riconoscimento continuo dei fatti, nel rapporto fra le cose e noi stessi, secondo gli schemi che sono propri della nostra personalità e della nostra cultura. Forse significa proprio questo l'enigmatica teoria nietzschiana dell'eterno ritorno: in un tempo infinito, i fatti finiti si ripetono infinite volte...anche se a me non dispiace l'idea circolare del tempo e non ne contemplo una lineare, dove il passato venga rimosso. Un 'Oltreuomo' nichilista, dionisiaco ed egoista, proprio non è nelle mie corde.
In quanto parte del nostro passato, noi stessi siamo la nostra storia, che incomincia dal momento in cui ne abbiamo memoria. Rimuovere il passato significa annullarci come esseri presenti. Noi siamo il nostro passato e il nostro presente si fonda nel nostro passato. I tempi si allineano, senza tuttavia confondersi, nella nostra attualità, nel nostro esserci.
Io non prescindo, non posso farlo, dalla mia storia e fin dall'inizio, sin dal primo giorno in cui sei venuto al mondo e ti ho preso fra le mie braccia, l'ho fatto alla stessa maniera in cui lo fece con me mio padre. Non ho bisogno di ricordare esattamente quel momento preciso nel quale il mio genitore mi abbracciò, come io ho fatto con te trentasette anni dopo, per sapere che allora le cose andarono nello stesso e identico modo. La storia si ripete se il tempo in cui accade è infinito e io ho ereditato quel gesto paterno, così come ne ho ereditati altri mille, la maggior parte dei quali inconsapevolmente. I miei gesti nascono dalla mia educazione e dalle mie esperienze e quando siamo insieme, tu diventi me da bambino e io mio padre.
Potrà apparirti strano questo modo di pensare la nostra relazione e magari, a questo punto, ti starai chiedendo dove siano le differenze fra le persone, e quelle generazionali, dato che ciascuno di noi è unico e irripetibile, diverso da qualsiasi altro individuo. La risposta te l'ho data poco prima: sono le sfumature a essere differenti, un colore più accentuato, un altro meno, mentre il disegno è lo stesso, la sostanza delle cose non cambia e gli schemi sono sempre identici. È dal giorno in cui si è formata la terra che il sole sorge a est e tramonta a ovest, anche se l'asse su cui il nostro pianeta ruota sembra essersi spostato di qualche grado nel corso di più di quattro miliardi di anni.
Adesso però, invece di discorrere di astronomia, credo di riuscire meglio a farti capire a cosa mi riferisco, quando parlo di memoria e di presente unico nel quale confluiscono gli altri tempi, se ti parlo di un tipo di relazione fondata, ad esempio, sul dialogo. Immagina due persone che stiano parlando fra loro e che esprimano, ciascuna, le proprie idee, le proprie posizioni, a volte anche contrastanti. E adesso immagina che a una di queste, a un certo momento, si sostituisca una terza persona. Ammesso che si volesse continuare il dialogo già iniziato, includendo e facendone partecipe questa nuova persona, secondo te cosa farebbe la persona più 'anziana', quella reduce dal dialogo passato? Non cercherebbe di fare un riassunto delle 'puntate precedenti' e, se è imparziale, non manterrebbe nel suo resoconto le proprie posizioni senza tuttavia trascurare quelle del suo ex interlocutore, facendo anche queste eventualmente proprie, se ve ne fosse necessità ovvero se ciò servisse a rendere maggiormente chiaro l'oggetto del dibattere e soprattutto se il giovane interlocutore gli mostrasse la stessa ingenuità che lui stesso possedeva un tempo, quando era giovane come lui?
Come vedi, anche qui, i ruoli si scambiano pur rimanendo gli stessi. Infatti, mutano le persone che li interpretano incarnandoli, ma il copione è sempre identico: c'è un padre, c'è un figlio che a un certo punto diventa a sua volta padre, cioè riveste il ruolo (paterno) che tempo prima rivestiva il proprio padre.
Probabilmente, la finalità del rapporto fra padre e figlio consiste proprio nel far diventare padre il secondo. Non certo divenendo quest'ultimo identico al primo, ma trasmettendo un messaggio, un insegnamento, un'eredità, un patrimonio: principalmente quello del ruolo paterno, che non è necessariamente il cliché normativo di questa figura (anche se nella nostra cultura patriarcale predomina tale aspetto), dato che ogni persona, e dunque ogni famiglia, è diversa dalle altre, e ciascuna trasmette fondamentalmente quel che è. Questo è ciò che intendo per dialogo ininterrotto: non mi riferisco ai contenuti, ma allo schema e al ruolo dei dialoganti, i quali sono di volta in volta necessariamente diversi: si trasmette e si eredita uno schema e un contenuto, ma è soltanto il primo che si radica, mentre il secondo è interpretabile e dipenderà dalle esigenze, più o meno nuove e personali di chi recepisce il messaggio, dalla contingenza in cui si troverà.
Ti assicuro che è un'esperienza meravigliosa quella di accorgersi di rivivere il rapporto di padre e figlio assumendo il ruolo e, a volte, il punto di vista del proprio genitore e vedendo il proprio figlio come se stessi alla sua età. Immaginare che tuo figlio, che hai qui, proprio davanti agli occhi, sia tu da bambino e che tu sia tuo padre, è sia un tornare 'indietro' con la memoria e sia uno spostarla nel futuro. La memoria non è altro che il confronto fra passato e futuro e il poter vedere il primo nel secondo ed entrambi nel tempo nel quale viviamo.
Tutto ciò mi è accaduto ieri mentre nuotavo, nell'elemento nel quale la nostra vita è incominciata e dove i piani temporali sono sovrapposti e mescolati nell'unico tempo possibile: il nostro. Nell'acqua, che ci scorre addosso e nella quale noi stessi ci muoviamo, è stato possibile ritrovare l'unità generazionale, non le differenze di cui spesso si parla, e che ci sono state e che senz'altro ci saranno - me lo aspetto. Ma questi sono dettagli e sfumature dell'unica sostanza che è soltanto nostra: tu, io, chi ci ha preceduto e chi ci seguirà. E soprattutto il dialogo iniziato molto tempo fa e che ancora continua, come l'acqua che ci scorre addosso e nella quale siamo immersi.

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