martedì 28 ottobre 2014

Prima lettera: la memoria


Stamattina sono andato a nuotare e, come sai, quando sono da solo, i pensieri solitamente confusi nella testa riescono a prendere una direzione a volte addirittura inedita. Non credo ciò dipenda soltanto dal fatto di spostarmi in un fluido, nello scorrere a mia volta in un ambiente instabile. Mi è sempre successo, infatti, che l'immaginazione prenda forma mentre sono intento a muovermi. Mi accadeva molto spesso quando ero più giovane, durante le mie passeggiate quotidiane pomeridiane. Per quanto mi riguarda, spostare il corpo, portarlo da un posto a un altro o, molto più abitudinariamente, muoverlo facendogli disegnare un cerchio e compiere un percorso, coincide con il portare avanti un ragionamento, dandogli un senso compiuto. Nuotare o camminare, sù e giù lungo un itinerario, nel mio caso non vuol dire altro che tracciare dei circoli sempre più concentrici che mi portano a sciogliere una matassa.
Nuotavo, ti dicevo, avanti e indietro per i venticinque metri della piscina e, a un certo momento, ho avuto l'impressione di specchiarmi nell'acqua, invece di restarvi immerso. Ho visto me stesso, ho avuto la percezione di te che ieri, dopo la scuola, nuotavi nella stessa piscina, mi sono ricordato di mio padre, di quando eravamo al mare e nuotavamo insieme. È stato in quel momento che ho deciso di scriverti, per raccontarti qualcosa che riguarda la memoria, che non è soltanto la capacità di ricordare ciò che ci è accaduto o quel che dobbiamo fare. Quando parlo di memoria, infatti, non penso né alla lettura di un diario personale, che si può tenere grosso modo a mente, né al gesto, anche questo mentale, di sfogliare un'agenda.
Per memoria, io intendo il ricordo che ritorna anche quando non è convocato, qualcosa che è successo e che ora riprende forma, e vita. Il passato che si ripresenta e che, in quanto nuovamente presente e attuale, in realtà non è mai passato. Perché mai abbiamo suddiviso il tempo in tre momenti distinti: passato, presente e futuro, quando ciascuno di essi confluisce nell'altro senza soluzione di continuità, creando cioè un flusso unico senza segmentazioni, se non quelle che vogliamo dargli noi, per praticità? Io penso che tutto si risolva in un presente unico, nel quale coesistono anche gli altri tempi, nelle forme del ricordo e dell'aspettativa. Senza il presente, senza qualcuno che li pensi, in questo momento, passato e futuro non esisterebbero. Il giorno che non ci sarò più, molte delle cose che riguardano il mio passato scompariranno per sempre assieme a me. E, così, molte delle mie aspettative, le quali, casomai dovessero realizzarsi, povere orfane, avrebbero la sfortuna di non trovarsi di fronte a colui che le ha concepite. Ma comprendo benissimo la necessità e l'utilità della scomposizione temporale che utilizziamo per ordinare i fatti e le cose che ci accadono, secondo un 'prima', un 'durante' e un 'dopo', anche se non è per nulla scontato che ciò che succede 'prima' corrisponda al passato, che quel che capita 'adesso' sia il presente e le cose che succederanno 'dopo' riguardino il futuro.
Si potrebbero aprire, infatti, mille discussioni sulla teoria del tempo e sulle sue fasi, fino a spingerci a dire che il presente non lo si può circoscrivere in una definizione che lo irrigidirebbe in un 'adesso', dato che si tratta di un tempo assolutamente evanescente. Oppure che, in contrapposizione al pensiero occidentale e moderno - che suddivide la storia in un 'avanti' e in un 'dopo' Cristo - il passato è davanti e il futuro dietro di noi, dato che il primo possiamo ricordarlo, pensarlo e vederlo - in questo senso è di fronte ai nostri occhi -, mentre il secondo ci sorprende alle spalle e in modo del tutto arbitrario, inaspettato e cieco, e quindi giunge da dietro di noi.
Non mi spingo oltre con elucubrazioni e meditazioni più o meno astratte e non dirò niente neanche della durata del tempo, degli attimi a volte lunghi quanto l'eternità e degli anni che invece passano in un momento: sono reali o semplici percezioni? Dipendono dal grado di importanza che attribuiamo alle cose o il passaggio dei fatti, la loro sedimentazione dentro di noi richiede tempi di attuazione personalizzati, modellati sulla nostra coscienza? Tutto ciò non mi interessa.
Mi importa invece ciò che mi accade quotidianamente: la sovrapposizione delle esperienze, quelle già avute e quelle che stiamo facendo. La memoria non è altro che questo: un confronto fra quanto ci accade e quanto ci è accaduto. Siamo dei soggetti, con una coscienza e una storia, che vivono nel presente e che, nella realtà di oggi, ritrovano quella di ieri. Le sfumature sono diverse ma la sostanza non cambia: viviamo in un riconoscimento continuo dei fatti, nel rapporto fra le cose e noi stessi, secondo gli schemi che sono propri della nostra personalità e della nostra cultura. Forse significa proprio questo l'enigmatica teoria nietzschiana dell'eterno ritorno: in un tempo infinito, i fatti finiti si ripetono infinite volte...anche se a me non dispiace l'idea circolare del tempo e non ne contemplo una lineare, dove il passato venga rimosso. Un 'Oltreuomo' nichilista, dionisiaco ed egoista, proprio non è nelle mie corde.
In quanto parte del nostro passato, noi stessi siamo la nostra storia, che incomincia dal momento in cui ne abbiamo memoria. Rimuovere il passato significa annullarci come esseri presenti. Noi siamo il nostro passato e il nostro presente si fonda nel nostro passato. I tempi si allineano, senza tuttavia confondersi, nella nostra attualità, nel nostro esserci.
Io non prescindo, non posso farlo, dalla mia storia e fin dall'inizio, sin dal primo giorno in cui sei venuto al mondo e ti ho preso fra le mie braccia, l'ho fatto alla stessa maniera in cui lo fece con me mio padre. Non ho bisogno di ricordare esattamente quel momento preciso nel quale il mio genitore mi abbracciò, come io ho fatto con te trentasette anni dopo, per sapere che allora le cose andarono nello stesso e identico modo. La storia si ripete se il tempo in cui accade è infinito e io ho ereditato quel gesto paterno, così come ne ho ereditati altri mille, la maggior parte dei quali inconsapevolmente. I miei gesti nascono dalla mia educazione e dalle mie esperienze e quando siamo insieme, tu diventi me da bambino e io mio padre.
Potrà apparirti strano questo modo di pensare la nostra relazione e magari, a questo punto, ti starai chiedendo dove siano le differenze fra le persone, e quelle generazionali, dato che ciascuno di noi è unico e irripetibile, diverso da qualsiasi altro individuo. La risposta te l'ho data poco prima: sono le sfumature a essere differenti, un colore più accentuato, un altro meno, mentre il disegno è lo stesso, la sostanza delle cose non cambia e gli schemi sono sempre identici. È dal giorno in cui si è formata la terra che il sole sorge a est e tramonta a ovest, anche se l'asse su cui il nostro pianeta ruota sembra essersi spostato di qualche grado nel corso di più di quattro miliardi di anni.
Adesso però, invece di discorrere di astronomia, credo di riuscire meglio a farti capire a cosa mi riferisco, quando parlo di memoria e di presente unico nel quale confluiscono gli altri tempi, se ti parlo di un tipo di relazione fondata, ad esempio, sul dialogo. Immagina due persone che stiano parlando fra loro e che esprimano, ciascuna, le proprie idee, le proprie posizioni, a volte anche contrastanti. E adesso immagina che a una di queste, a un certo momento, si sostituisca una terza persona. Ammesso che si volesse continuare il dialogo già iniziato, includendo e facendone partecipe questa nuova persona, secondo te cosa farebbe la persona più 'anziana', quella reduce dal dialogo passato? Non cercherebbe di fare un riassunto delle 'puntate precedenti' e, se è imparziale, non manterrebbe nel suo resoconto le proprie posizioni senza tuttavia trascurare quelle del suo ex interlocutore, facendo anche queste eventualmente proprie, se ve ne fosse necessità ovvero se ciò servisse a rendere maggiormente chiaro l'oggetto del dibattere e soprattutto se il giovane interlocutore gli mostrasse la stessa ingenuità che lui stesso possedeva un tempo, quando era giovane come lui?
Come vedi, anche qui, i ruoli si scambiano pur rimanendo gli stessi. Infatti, mutano le persone che li interpretano incarnandoli, ma il copione è sempre identico: c'è un padre, c'è un figlio che a un certo punto diventa a sua volta padre, cioè riveste il ruolo (paterno) che tempo prima rivestiva il proprio padre.
Probabilmente, la finalità del rapporto fra padre e figlio consiste proprio nel far diventare padre il secondo. Non certo divenendo quest'ultimo identico al primo, ma trasmettendo un messaggio, un insegnamento, un'eredità, un patrimonio: principalmente quello del ruolo paterno, che non è necessariamente il cliché normativo di questa figura (anche se nella nostra cultura patriarcale predomina tale aspetto), dato che ogni persona, e dunque ogni famiglia, è diversa dalle altre, e ciascuna trasmette fondamentalmente quel che è. Questo è ciò che intendo per dialogo ininterrotto: non mi riferisco ai contenuti, ma allo schema e al ruolo dei dialoganti, i quali sono di volta in volta necessariamente diversi: si trasmette e si eredita uno schema e un contenuto, ma è soltanto il primo che si radica, mentre il secondo è interpretabile e dipenderà dalle esigenze, più o meno nuove e personali di chi recepisce il messaggio, dalla contingenza in cui si troverà.
Ti assicuro che è un'esperienza meravigliosa quella di accorgersi di rivivere il rapporto di padre e figlio assumendo il ruolo e, a volte, il punto di vista del proprio genitore e vedendo il proprio figlio come se stessi alla sua età. Immaginare che tuo figlio, che hai qui, proprio davanti agli occhi, sia tu da bambino e che tu sia tuo padre, è sia un tornare 'indietro' con la memoria e sia uno spostarla nel futuro. La memoria non è altro che il confronto fra passato e futuro e il poter vedere il primo nel secondo ed entrambi nel tempo nel quale viviamo.
Tutto ciò mi è accaduto ieri mentre nuotavo, nell'elemento nel quale la nostra vita è incominciata e dove i piani temporali sono sovrapposti e mescolati nell'unico tempo possibile: il nostro. Nell'acqua, che ci scorre addosso e nella quale noi stessi ci muoviamo, è stato possibile ritrovare l'unità generazionale, non le differenze di cui spesso si parla, e che ci sono state e che senz'altro ci saranno - me lo aspetto. Ma questi sono dettagli e sfumature dell'unica sostanza che è soltanto nostra: tu, io, chi ci ha preceduto e chi ci seguirà. E soprattutto il dialogo iniziato molto tempo fa e che ancora continua, come l'acqua che ci scorre addosso e nella quale siamo immersi.

lunedì 13 ottobre 2014

E tuttavia in Italia c'è ancora gente spensierata


Mi capita sempre più spesso di parlarne quando incontro genitori con figli della stessa età dei miei. Di solito accade alle feste di compleanno a cui partecipiamo e mentre guardiamo distrattamente i bambini giocare: sono spensierati e forse è propro questo fatto a suscitare certe apprensioni. C'è la crisi in Italia, ma soprattutto c'è un senso di sfiducia ormai diffuso nei confronti di un'economia che non si solleverà più e di una classe dirigente a cui interessa soltanto seguire le indicazione che riceve dai propri gruppi lobbistici di riferimento e di cui rappresenta una sorta di alta manovalanza. E allora, fra noi genitori, che nemmeno ci conosciamo per nome, a volte ci diciamo che da questo Paese si dovrebbe andar via, perché tanto è destinato al fallimento: il lavoro, chi ce l'ha lo perderà presto, e la casa, chi ce l'ha sarà costretto a svenderla, di sicuro agli stranieri che verranno a far shopping nell'Italia in saldo che gli offriremo fra qualche anno. 
Non ci sono i soldi - ci raccontiamo - non per mangiare, ma per pagare le tasse: strano modo di essere poveri e che è proprio di chi in passato magari ha investito nel mattone, la maggior parte degli italiani, e riteneva che questa fosse la maniera migliore per mettere da parte un risparmio che col tempo si sarebbe rivalutato. Sappiamo soltanto oggi che questo era un ragionamento sbagliato, perché valido fintanto che esiste un contesto di crescita economica. Il valore di questo risparmio, invece, sta precipitando ed è costoso addirittura conservarlo. 
"Dobbiamo vendere tutto e andarcene", mi ha detto sabato il padre di una compagna di scuola di mio figlio, "come ha fatto mio fratello che è andato in Nuova Zelanda e sta da Dio, addirittura gli restituiscono i soldi dell'energia elettrica se non la consuma", ha aggiunto. "E allora, che aspetti?", gli ho chiesto. "Il dilemma è proprio questo - ha detto ancora -: attendere che i figli crescano e che abbiano finito gli studi, prima di trasferirci, ma con il rischio che nel frattempo la situazione giunga al collasso, e quindi andarcene con la valigia di cartone tra vent'anni, oppure svendere adesso qualche proprietà, lasciare un lavoro o due ancora 'sicuri' e partire con un gruzzolo cospicuo ma con il dubbio di aver sbagliato a vederla così nera, dato che tutto è possibile, infondo, e perfino che nel nostro paese l'economia riprenda slancio".
Le previsioni non sono vere finché non arriva il loro momento, la resa dei conti, l'impatto con la realtà, e si rivelano tali oppure no. Quel che è sicuro, per ora, è il paradosso di una Sinistra che fa una riforma del lavoro di destra e toglie i diritti ai lavoratori, e un governatore della Bce per il quale si deve pensare a come assumere i lavoratori, non a come licenziarli. Ci sono 80 euro in busta paga e domani forse anche il Tfr, ma tassato, probabilmente al posto degli 80 euro di prima, di certo al posto di qualsiasi futura liquidazione al termine del rapporto di lavoro: è il gioco delle tre carte, venuto allo scoperto, qualora ce ne fosse stato il bisogno, anche grazie alle pacche di Merkel e Hollande sulla spalla di Renzi al vertice sul lavoro di Milano: "Jobs Act? Good job, mr. Prime Minister".
Ci sono siti nei quali non è necessario aspettare domani, ma dove già oggi imperversano pubblicità con slogan come: "Vendi casa ai russi" o "Vendi la tua azienda ai cinesi". Come a dire: gli italiani non hanno di che pagare, è inutile restare fermi in un mercato locale senza prospettive. Ci sono agricoltori che, per coltivare le patate spendono 20 centesimi al chilo e poi le vendono alla grande distribuzione che glie le paga la metà - sempre meglio che buttarle, dicono - ma chi glie lo fa fare ad andare avanti così. E ci sono contadini che non vengono dalla campagna, ma dalla città e solo di recente hanno scoperto che gli piace il verde e far finta di coltivare. Siamo noi, quelli che a volte di domenica prendono la famiglia e la portano sui campi.
Stavolta siamo andati a seminare un frumento dell'epoca romana, il grano Claudio, con un gesto per lanciare i semi - ci hanno detto di fare così - che partisse dal cuore e si aprisse verso la terra: discorsi densi di simbolismo, quelli che abbiamo ascoltato, sull'uomo quale tramite tra terra e cielo, lui che è in posizione verticale, grazie ai piedi piantati nella prima e lo sguardo rivolto al secondo, e che compie l'operazione sacro-sessuale di inseminare il grembo della madre terra, di aprirsi al futuro, di investire oggi per raccogliere domani: cose a cui uno normalmente non pensa quando va a comprare il pane al supermercato - è stato sottolineato - ma la verità è che le persone, immerse nella loro quotidianità, hanno altro per la testa e non vivono il presente con il ricordo costante di Adamo ed Eva.
I bambini giocano spensierati, per fortuna. I genitori parlano senza prendere decisioni. Mia cugina però una scelta l'ha fatta: ha cinquant'anni e sta per partire con il marito e i figli già grandi per il Brasile. Lascia tutto quel che ha, poco a dire il vero, perché laggiù il lavoro del marito viene pagato, mentre da noi sono due anni che aspetta i soldi dalla pubblica amministrazione. E' un po' tutto alla rovescia questo mondo in cui viviamo, dove a emigrare sono gli adulti e dove la terra la comprano i ricchi...e dunque non è di tutti, come invece sosteneva il guru di ieri che ce la faceva seminare: i 174 ettari della tenuta alle porte di Roma, coltivati a frumento e adibiti prevalentemente al pascolo delle pecore, scopriamo infatti che appartengono a una nota famiglia romana che è nella moda da quasi cento anni e che solo da dieci ha investito in questa azienda agricola.
Forse è di moda fare i contadini e vendere, a chi se la vuole comprare, la ricotta a 14 euro al chilo. Sta di fatto, però, che almeno loro ci credono nel futuro dell'Italia e, quando li incontri, ti sembrano spensierati, beati loro, proprio come bambini.

venerdì 10 ottobre 2014

Bill Gates docet, ma la scuola deve formare persone libere


Stamattina ho letto su alcuni quotidiani on-line il decalogo che Bill Gates ha approntato per gli studenti della scuola superiore. Per il fondatore di Microsoft sono appunto 10 le cose che in classe non vengono insegnate e che dunque ha voluto sottolineare in occasione di una cerimonia di diploma davanti a migliaia di ragazzi. Eccole:

1 - La vita è ingiusta, bisogna abituarsi. 
2 - Al mondo non importa granché della vostra autostima. Piuttosto, si aspetta che combinate qualcosa, prima di poterne gioire voi stessi. 
3 - Non si guadagnano 60.000 dollari all’anno appena usciti da scuola. Non ci saranno telefono e auto aziendale per voi, se non ve li sarete guadagnati. 
4 - La vostra insegnante è dura con voi? Aspettate di avere un capo. 
5 - Lavorare in un fast food non significa “abbassarsi”. I vostri nonni chiamavano situazioni simili “opportunità”. 
6 - Se fate qualche guaio, non date la colpa ai vostri genitori. Basta piagnucolare, prendetevi le vostre responsabilità e imparate dai vostri errori. 
7 - Prima della vostra nascita, i vostri genitori erano molto diversi da come li conoscete. Sono decisamente peggiorati a furia di pagare le vostre bollette, pulire i vostri vestiti e ripetere all’infinito quanto siete bravi e intelligenti. Quindi, prima di diventare vegani e andare a salvare le tartarughe, iniziate a pulire la vostra stanza e mettete in ordine tutto ciò che si trova al suo interno. 
8 – A scuola può capitare che vi siano state date delle opportunità all’ultimo minuto per non essere bocciati. Scordatevelo nella vita reale! 
9 - La vita non è divisa in quadrimestri, e durante l’estate bisogna darsi da fare quanto in inverno. E sono molto pochi i datori di lavoro disposti ad aiutarvi ad essere assunti: è una vostra responsabilità. 
10 – Non fidatevi dei professionisti che si vedono nelle fiction televisive: non avrete così tanto tempo libero. Nella vita reale, le persone lasciano il caffè a metà e vanno a lavorare.

Per il magnate americano, all'uscita dalla scuola i ragazzi si scontrerebbero inevitabilmente con il duro mercato del lavoro e non solo: con una vita ingiusta, addirittura, dove non esistono seconde possibilità, né tempo libero, né il tempo per bere un'intera tazza di caffè (vabbè, dalle loro parti lo fanno lungo o 'all'americana', non ristretto).
Dai suoi dieci consigli, mi pare emerga una visione della vita concentrata sul lavoro dipendente e perfino subordinato, nel senso stretto del termine, inclusiva di ogni altra sfera dell'esistenza. La vita come dedizione e sacrificio assoluti al lavoro, nel e per il quale sfuma ogni altro aspetto: affettivo, familiare, giocoso, felice, ciascuno può individuare la soddisfazione che più gli compiace, addice e desiderabile... per poi rinunciarvi, immediatamente dopo e per sempre.
Evidentemente, Gates parla da imprenditore o, meglio, da padrone. Probabilmente, pensa di avere a che fare e di rivolgersi ai propri dipendenti, che forse giudicherà nullafacenti e irresponsabili. Non sa che le ingiustizie accadono anche agli adolescenti e che molti di loro non hanno neppure la minima idea di cosa sia l'autostima, perché semplicemente per sé non ne hanno affatto e perché il mondo è stato già abbastanza duro con loro da non avergli mai fatto un solo complimento col quale gongolarsi. E non sa nemmeno che forse 60mila dollari nessuno se li aspetta all'uscita da scuola, ma magari trovare un lavoro e non farlo 'a gratis', questo magari sarebbe un sogno niente male, altro che auto aziendale. 
Quanto al lavoro nei fast food, non so se i giovani lo disdegnino: so però che in Italia ci vuole la raccomandazione anche per lavorarci e che, all'uscita dall'università, a me non mi presero neanche in considerazione in questi 'ristoranti', qualcuno mi disse perché ero "troppo qualificato", ma per me sarebbe stata in ogni caso un'opportunità, perlomeno di guadagnare qualcosa nell'attesa di un lavoro migliore. Senza difficoltà, mi assunsero invece in un Mc Donald di Londra, dove ero andato a imparare l'inglese dopo la laurea: fin dal primo giorno mi diedero una divisa, un contratto, un conto corrente in banca dove versare lo stipendio, un'assicurazione contro gli infortuni, molti ordini e un giubbotto lercio da indossare per entrare in un freezer grande quanto una camera da letto, per portare e prendere le scatole con gli alimenti da preparare. Nel fast food inglese ero l'unico bianco, oltre alla manager dispotica, a lavorarci: gli altri dipendenti erano tutti di colore e molti di loro si pagavano gli studi con quel lavoro. Ma Gates pensa che i ragazzi abbiano tutti la puzza sotto il naso.
Quanto al non prendersi le proprie responsabilità, il mio figlio più piccolo, di tre anni e mezzo, quando gli cade l'acqua sulla tovaglia dice che "è caduta da sola": non ammette che è stato lui, ma nemmeno dà la colpa ai genitori. L'altro mio figlio di sette anni, invece, ammette le proprie colpe, anche se talvolta con strafottenza. E vero: non sono perfetti, i miei bambini, ma neppure del tutto ingiusti. E so che gran parte del merito di questo loro atteggiamento 'verso la propria responsabilizzazione' è della scuola, dove insegnano a far tesoro degli errori e ad accollarseli, non solo del papà e della mamma.
Per quanto riguarda l'occuparmi dei miei bambini e il pagare le bollette anche loro, io non mi sento peggiorato rispetto a prima, a quando cioè non avevo ancora figli. Sento invece di essere cresciuto, e molto, grazie a loro. I miei figli sono stati e sono per me un'opportunità in questo senso, non una qualche cosa di controproducente. Quindi, nessun senso di colpa per i miei figli, eh Bill?!
Non sono d'accordo con Gates anche sul punto delle possibilità last-minute: la vita concede delle seconde opportunità, anche se raramente. A volte, per fortuna, quando si chiude una porta si spalanca un portone. Un mio consiglio, se qui è permesso: siate ottimisti, ragazzi, però preoccupatevi di cercarli, i portoni.
E, preferibilmente, entrate in quelli che conducono in aziende dove sarete rispettati, non solo nei contratti, ma anzitutto nella vostra dignità di persone. Dove sarete trattati da gente libera e non da moderni schiavi dalla vista annebbiata dalla falsa prospettiva di diventare nuovi Bill Gates. Difficilmente, si riesce ad emanciparsi e ad avere un buon stipendio se prima non si è liberi, anzitutto mentalmente. Lo insegnano e dovrebbero insegnarlo a scuola questo, a ragionare con la propria testa, ad avere delle idee e a esprimerle, e a non reprimerle, e a trovare il modo di realizzarle. Studiare non serve ad altro che a questo: a divenire se stessi, ad affermarsi.

giovedì 9 ottobre 2014

"Il nostro primo viaggio"


Il figlio grande ha chiamato "il nostro primo viaggio" quello che sabato abbiamo fatto in bicicletta da casa in pineta. Lo ha definito così perché è stata la prima volta che siamo andati da qualche parte pedalando su tre biciclette differenti: la sua, la mia e quella del figlio piccolo.
Il secondogenito è caduto poco dopo essere partiti: c'era una buca nell'asfalto, la rotellina si è infilata lì dentro, la bici si è piegata su un fianco e il piccolo si è ritrovato per terra, dopo aver sbattuto la testa. Si è messo a piangere, l'ho consolato, ho guardato fra i capelli, dove la cute si era appena arrossata, si è lamentato ancora un poco ma poi si è calmato subito ed è ripartito come se nulla fosse. Ho detto ai bambini che "da domani si usano i caschi", che "a casa ne abbiamo uno rosso per il grande e uno giallo per il piccolo", ma quasi non ho fatto in tempo a convincerli che, appena arrivati in pineta, il figlio grande si mette a correre, perde l'equilibrio e cade, rovinosamente.
Mi precipito verso di lui mentre sta urlando: è una maschera di sangue, ha già un bozzo enorme sulla fronte, il naso graffiato, il labbro superiore gonfio e sanguinante, la bocca stessa è piena di sangue. Sputa, e un uomo che ci aiuta mi dice che ha visto dei denti cadere in terra. 
Piange ancora mentre raggiungiamo un bar lì vicino, dove chiediamo del ghiaccio da mettere sulla fronte. Alcune persone ci hanno accompagnati portando le biciclette e il bambino piccolo ci ha seguiti per quel breve tratto restandosene in silenzio. Durante il tragitto abbiamo incrociato gente che, alla vista della faccia di mio figlio, restava ammutolita e, tuttavia, non sapeva staccargli gli occhi di dosso.
L'ambulanza è arrivata dieci minuti più tardi, siamo entrati tutti e tre ed è partita verso l'ospedale, senza sirene spiegate. L'operatore ha guardato nella bocca e negli occhi del bambino, ha misurato il livello di ossigeno presente nel sangue, poi ha compilato un questionario: nomi, cognomi, età, come è successo? ha pianto subito? ha vomitato? ha nausea? gli gira la testa? Nessuno di questi sintomi, fortunatamente.
Siamo arrivati al pronto soccorso e dopo un poco un medico visita il bambino, mentre un'infermiera commenta, rivolgendosi a mio figlio: "Stavolta papà ti ha fatto male per davvero".
"Lo dice per sdrammatizzare o è una tecnica che usano per stanare i genitori violenti": nella mia mente si affolla immediatamente una serie di ipotesi sulla battuta che al momento non so definire né infelice e né sensata, probabilmente non mi importa nulla delle parole di una persona che neanche conosco, e poi ho già troppo da pensare a mio figlio, sto guardando i suoi occhi, che neanche la guardano, figuriamoci se prende in considerazione parole prive di senso.
Il medico dice che probabilmente il bambino ha soltanto una semplice contusione e varie escoriazioni, mentre in bocca non ha nulla e tutti i denti sono al loro posto. Decide di fargli fare una radiografia al naso e al polso, mentre per la testa non sa ancora se è il caso di prescrivere una Tac. Per il momento lo vuole tenere in osservazione e decidere dopo il daffarsi.
Andiamo in uno stanzino dove c'è una brandina: il bambino si sdraia, vuole riposarsi, mentre continua a lamentarsi per il dolore. Fa un po' freddo e vado a chiedere un lenzuolo all'infermiera di prima. Me ne dà uno verde. Le chiedo fra quanto faranno la radiografia e quanto dura l'osservazione. Mi stringe  un braccio con la mano, mi guarda negli occhi e mi risponde di non avere fretta, che loro si stanno occupando di mio figlio e quel che fanno è per il suo bene: non ho alcuna fretta, per la verità, e ho soltanto fatto una semplice domanda. Quel tono paternalistico, accorato e rassicurante mi infastidisce, mi sembra di essere trattato da cretino. Le chiedo altro ghiaccio da applicare sulla fronte.
Dopo un'ora di attesa sulla brandina, il bambino si assopisce e poco dopo arriva il medico a controllarlo. Lo chiama per svegliarlo con una certa insistenza e lui si desta quasi subito (ma, nel suo referto, il dottore scriverà che il paziente ha praticamente perso i sensi e ha avuto difficoltà nel riprendere coscienza. Il fatto, secondo me, è che l'incidente stesso e l'aver pianto a lungo lo hanno stremato e poi lo stare sdraiato per molto tempo, ad aspettare senza avere nulla da fare, hanno fatto sì che mio figlio si addormentasse). Mi consiglia di fare la Tac e un tecnico mi chiede l'autorizzazione. Io sono indeciso, le radiazioni sono pesanti, ma lui mi racconta che a questo esame ha sottoposto suo figlio neonato e che è meglio farlo per escludere qualsiasi problema importante. Mi sembra sincero e accetto senza pensarci ulteriormente.
Dopo un poco, il risultato: la Tac è negativa, fortunatamente, così come le radiografie. Ancora una piccola attesa e siamo dimessi. Ce ne torniamo a casa mentre penso a questa storia, all'incidente, al fatto che siamo stati fortunati, a quanto è stato bravo anche il figlio piccolo a essere altrettanto paziente del fratello, e maturo ad aspettare per così tanto tempo senza lamentarsi. Mi dice che gli è piaciuta l'ambulanza perché è più grande della nostra macchina. Gli rispondo che non la vendono e che non si può andare in vacanza con una macchina così.
Penso anche all'infermiera e alla sua frase, che soltanto ora giudico di cattivo gusto, e al medico che ha dovuto giustificare la Tac estremizzando una situazione che non mi è parsa quella che ha descritto, ma la burocrazia, si sa, e la medicina legale anche, probabilmente impongono certe motivazioni 'allarmanti'.
Penso a domani, a quando andrò a riprendere le biciclette in pineta, dal proprietario del bar dove le ho lasciate, lo stesso che la scorsa estate bruciò la maglietta del mio figlio piccolo dopo averla infilata nel forno a microonde. Ma questa è un'altra storia, che magari racconterò un'altra volta. Per ora ho presente ancora questo nostro "primo viaggio", che è finito male e che spero sia l'ultimo fra i viaggi di questo tipo.

sabato 4 ottobre 2014

Oggi sono Baby Pit Stop le principali piazze italiane


In occasione della SAM 2014 (Settimana Mondiale per l’Allattamento, informazioni qui http://mami.org) oggi 4 ottobre dalle 10.30 le principali piazze d’Italia saranno allegramente invase da Flash-Mob di mamme e di bambini allattati, di papà, di nonni e di persone sensibili all’argomento, che sottoporranno all’attenzione dei media e del grande pubblico la necessità di un cambiamento nella cultura dell’allattamento. 
Ogni piazza diventerà così un gigantesco Baby Pit Stop, luogo accogliente per allattare. Durante la SAM vengono organizzati in tutto il mondo incontri, convegni, seminari, Flash-Mob che abbiano come focus l’allattamento e il tema dell’anno: nel 2014 si approfondisce l’importanza dell’allattamento come obiettivo vincente per tutta la vita. 
La Leche League partecipa o organizza direttamente i Flash-Mob delle seguenti città: Roma, Napoli, Trieste, Genova, Padova, Salerno, La Spezia, Massa, L'Aquila, Fano (PU), Castelfranco Veneto, Cosseria (SV), Asti, Porto Sant'Elpidio (FM).
Sull’account Facebook https://www.facebook.com/groups/FlashMobAllattamentoSAM2014/ si possono trovare tutte le piazze d'Italia in cui le mamme si raccoglieranno e gli orari dei Flash-Mob, assieme a decine di altri appuntamenti in altre date (per LLL: Torino il 4 ottobre, Cagliari e Perugia l’11, Siena il 16) organizzati da una variopinta mescolanza di associazioni di mamme. Molte donne indosseranno una maglietta bianca: un omaggio al latte materno! 
Allattare pone le basi per la salute futura del bambino e gli insegna ad ascoltare ed interpretare correttamente il senso di fame e di sazietà. Allattare è una scelta che non influenza solo la singola famiglia, ma si diffonde e porta beneficio all’intera comunità. È in quest’ottica che La Leche League ha sempre portato avanti la sua filosofia, creando e diffondendo una rete sociale, vicina alle donne, perché il sostegno fosse davvero “da mamma a mamma”, presente nelle singole realtà in modo concreto e visibile anche con l’esperienza dei Baby Pit Stop. 
La Leche League si augura che le varie Amministrazioni coinvolte nei Flash-Mob procedano nella sensibilizzazione verso l’allattamento anche sostenendo e creando reti di Baby Pit Stop pubbliche (Musei, Biblioteche, Stazioni, Uffici Postali...).

(Fonte LLL Italia)

In Italia allattare in gravidanza è sicuro


Sul sito del Ministero della Salute sono stati pubblicati altri due importanti comunicati diffusi dal Tavolo Tecnico Operativo interdisciplinare per la promozione dell’allattamento. 
Il primo è su Allattamento e contraccezione e argomenta le conclusioni cui giunge, delle quali la più importante è che “I metodi ormonali sono sicuri in corso di allattamento, ma vanno avviati nella donna che allatta dopo alcune settimane dal parto”. 
Il secondo affronta la questione dell’Allattamento durante la gravidanza. In questo comunicato si sottolinea come “…quando la donna resti gravida, spesso viene data l’indicazione di interrompere immediatamente l’allattamento, ritenendo che la sovrapposizione di allattamento e gravidanza possa avere un’influenza negativa sullo stato nutrizionale e sulla salute della donna, sul prodotto del concepimento e sul bambino allattato”. In seguito a una revisione della letteratura disponibile sulla sicurezza della coesistenza fra allattamento e gravidanza, i membri del Gruppo di Studio sull’Allattamento al Seno della Società Italiana di Medicina Perinatale (SIMP) e del TAS hanno concluso che: - non è documentato in letteratura un aumentato rischio di aborto; - in un paese come l’Italia, in cui le donne gravide sono generalmente sane e ben nutrite, non vi è un aumentato rischio di ritardo di crescita intrauterino (IUGR), né di malnutrizione materna; - non è documentato che la suzione al seno collegata all’allattamento possa determinare parto pre-termine per attivazione delle contrazioni uterine; - anche se potrebbero esserci situazioni tali da suggerire la sospensione dell’allattamento, occorre essere consapevoli che il consiglio di interrompere l’allattamento manca ancora di evidenze scientifiche. 
In conclusione, la SIMP ed il TAS del Ministero della Salute ritengono che la coesistenza di gravidanza ed allattamento al seno risulti sicura per madre, embrione, feto e lattante. 

(Fonte LLL Italia)