martedì 2 settembre 2014

E poi c'era questo ballo di rondini


Andiamo a pescare quasi ogni mattina. Il bambino grande entra in camera e mi sveglia. Facciamo colazione e poco dopo siamo già in spiaggia. I primi ad arrivare, mentre il sole inizia a spuntare dal mare e a brillare su quel gigante azzurro ancora addormentato. Sappiamo di avere poco tempo per fare tutto, perché di lì a poco, in una o al massimo due ore, siamo diventati degli esperti in questo, l'acqua si incresperà, come succede tutti i giorni. E noi vogliamo approfittare di quella calma provvisoria non solo per pescare, che non vuol dire necessariamente prendere dei pesci, ma fare qualcosa insieme o farne una mentre chi sta vicino ne fa un'altra, contribuire in definitiva a qualcosa, e intanto parlare, andare e tornare, guardare l'orizzonte da una parte e la costa dall'altra, e osservare, in mezzo, le profondità che mutano sempre, la sabbia bianca e le secche vestite di posidonia, accorgerci di un movimento improvviso, in terra o in cielo o nell'acqua, nella monotonia che inevitabilmente finisce per manifestarsi in ogni attività umana, mentre la terra compie il proprio giro e il sole è già alto e i colori intanto sono mutati e continuano a cambiare ancora, tutt'intorno.
Prendiamo questo gommone minimo, dove a malapena si sta in due, e partiamo per un'avventura che è tale soltanto per il fatto di essere piena di aspettative: il pesce che prenderemo e che poi mangeremo, quello gigantesco contro cui lotteremo in una battaglia per la vita o per la morte, vera per l'animale, più presunta per noi, d'altronde lo stesso pesce miracoloso non è altro che un mito o una chimera, così come la stessa necessità inesistente di catturarlo, non credo che esista più, almeno alle nostre latitudini, un vecchio in mare in lotta contro l'oceano, ci sono invece persone d'ogni età per le quali tutta la vita è una guerra, e non sono in mare ma in terra, e vicine di casa, ma lasciamo stare questo discorso che già ci sta portando molto più lontano di quanto volessimo andare, noi che navighiamo sempre sotto costa e ci teniamo il più possibile al riparo dalle intemperie.
In una parola, ci lanciamo in sfide avventurose, anche se in un certo senso ripetitive e delle quali spesso dimentichiamo lo scopo finale, probabilmente di prendere un pesce ci importa poco fin dall'inizio, ma ciò che ogni volta cambia sono i discorsi e i sorrisi e, ogni tanto, anche un tipo di scontentezza che non è altro che stanchezza, quella che prima o poi arriva per tutti. Gli stati d'animo sono sempre differenti, come le maree, un po' come il mutare del tempo, spesso imprevedibile nonostante tutte le previsioni che si fanno.
Nel modo di sentirsi e nella maniera di dirlo, senza le parole che perlopiù sono ovvie ma con termini che invece si fermano sulle labbra, perché è del tutto inutile che fuoriescano, ci accorgiamo della nostra breve felicità. E appunto, io non ho parole per raccontare questa felicità, ma soltanto un paragone a cui ultimamente penso spesso, ed è quel che ho visto oltre il canneto un pomeriggio di ritorno dal mare: un volo di rondini su un campo di mais, gli uccelli che giocavano con gli schizzi d'acqua degli irrigatori automatici, e che andavano e tornavano e bevevano col becco spalancato e facevano il bagno con le ali spiegate, e gioivano e ridevano mentre si rincorrevano fra loro e passavano sotto un getto e ne saltavano un altro.
A questo somiglia la nostra felicità: qualcosa di più di un semplice modo per dissetarsi e rinfrescarsi, un ballo estivo e un sorriso dipinto su ciascuna faccia di quegli animali che ancora non hanno il dono della parola, perché parlare infondo non gli è mai servito e perché davvero la felicità non ha mai avuto bisogno di raccontarsi.

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