mercoledì 24 settembre 2014

Tre secondi, anche meno


Domenica siamo andati a raccogliere le nocciole con un gruppo di persone che organizza questo tipo di escursioni, un po' alla moda ormai, "a contatto con la natura e alla ricerca dei sapori di un tempo", come quella di giugno nella quale andammo per fragole. Ebbene, adesso non voglio parlare davvero di frutta secca, anche perché ne abbiamo trovata poca, la maggior parte infatti erano gusci vuoti, né del fatto che, mentre i bambini frugavano nel terreno fra le foglie dei noccioli, io a un certo punto mi sono messo a cercare la cicoria. Racconterò invece una scena, a cui ho assistito e che sarà durata non più di tre secondi, e che in un lampo ha rimandato i miei pensieri a un episodio avvenuto la scorsa estate.
La scena è questa e a prima vista può sembrare banale: si è formata una piccola fila fra i partecipanti alla raccolta e a un certo punto il bambino piccolo, che mi precedeva, ha dato la mano a una signora che non conosceva. Non si è accorto dell'equivoco né lui né la donna, che pensava di tenere per mano suo figlio. Per tre secondi, anche meno, hanno camminato insieme, davanti a me, in mezzo ad altra gente, lungo lo sterrato. E io ho pensato a ciò che una volta mi disse una mia amica, che i bambini sono figli di tutti, anche delle altre persone, della collettività, nel momento in cui hanno bisogno di aiuto, in quei casi infatti non c'è differenza fra il mio vero figlio e un altro bambino (sconosciuto?). Un bambino cammina affianco a una madre, fra loro non sono necessariamente imparentati, ma le necessità del primo e l'istinto della seconda si esprimono comunque, si sintonizzano fra loro e comunicano, facendo sì che nasca spontaneamente una solidarietà naturale e immediata.
Il ricordo della scorsa estate è arrivato in un attimo: eravamo in un ristorante all'aperto, con noi c'era anche mio fratello, la compagna e la loro figlia. Accanto al nostro tavolo c'era un coppia con due bambini seduti di fronte ai genitori. La più piccola piangeva e gridava, avrà avuto al massimo un anno e ho pensato che si lamentasse perché era stanca. La mamma le dice una volta soltanto di abbassare la voce, di non piangere, mentre noi mangiamo e chiacchieriamo, e cerchiamo di far cenare anche i più piccoli. La bambina non smette e all'improvviso, rapidamente, la donna si solleva un poco dalla sedia e si allunga sul tavolo, quel poco che le basta per raggiungere con uno schiaffo violento il viso della piccola. E' un colpo secco e sonoro, a cui assisto personalmente e che, davanti ai miei occhi e alle mie orecchie, rimbomba come un boato nel mezzo di un silenzio che presumibilmente nemmeno esiste, siamo infatti in un ristorante, dove è tutto un via-vai di camerieri e clienti, di gente che mastica e che chiede il conto, di telefonini accesi e di altri bambini che giocano e gridano: un microcosmo nel quale ciascun abitante è concentrato nelle proprie attività momentanee e non ha alcuna colpa se non si accorge di quanto sta avvenendo a poca distanza dal proprio tavolo.
L'episodio dello schiaffo, infatti, si è svolto troppo velocemente e con la massima disinvoltura della madre e con l'assoluta indifferenza del padre, bisognava avere la sfortuna di trovarsi nella traiettoria dell'azione, così come si è trovato il mio sguardo, per accorgersi dell'accaduto, per vedere una neonata venir maltrattata da sua madre, per notare la totale estraneità con la quale ha compiuto il suo gesto, per assistere al silenzio (assenso) paterno, per guardare una bambina così piccola tornare poco dopo a piangere, più forte di prima dopo uno smarrimento momentaneo dovuto al colpo ricevuto, per vedere infine la donna alzarsi dalla sua sedia per andare a consolare la figlia, prendendola in braccio, forse pentita, forse imbarazzata, forse niente di tutto questo, magari si tratta soltanto della parte conclusiva di un modo abituale di fare (probabilmente ritenuto educativo, forse il modo in cui lei stessa è stata educata).
E io cosa ho fatto di fronte a questa scena, per una figlia che in un momento di difficoltà sarebbe dovuta essere anche mia? Mi è mancata la prontezza di una reazione istintiva, quella di alzarmi e di andare a dare anch'io uno schiaffone alla donna e di gridarle in faccia che non si trattano così dei bambini tanto piccoli. La prontezza di schiaffeggiarla, sì, davanti a tutti, anche di fronte ai miei figli, perfino a costo di dare loro un pessimo esempio. Una scenata plateale ci voleva, una di quelle alla Nanni Moretti, tanto per capirsi, dove l'indignazione non può essere trattenuta, ma deve esplodere di fronte a tutti.

giovedì 4 settembre 2014

E' stato come avrei voluto aspettarmi che fosse


L'immaginazione si mescola alla realtà in ogni viaggio che si rispetti. Non solo nelle aspettative, non soltanto nei luoghi dove si vorrebbe tornare. Che non corrispondono più, ormai, a quelli del passato, né i luoghi né i ritorni stessi, perché tutto è cambiato, perfino noi stessi che spesso e volentieri ci crediamo ancora quelli di una volta. E ovviamente anche gli altri, che rincontriamo dopo un po' di tempo, sono diventati tutt'altro da prima. I luoghi e le persone, riviste a distanza di anni, non sono più quelli di prima, ma altra cosa, quasi sempre deludente, perché nella memoria tutto ha una dimensione idilliaca e, sarà come sempre per istinto di conservazione, ricordiamo soprattutto la parte buona degli avvenimenti, mentre rimuoviamo quella negativa, eppure ce ne saranno stati di lati oscuri nelle situazioni che ci sono capitate, almeno quante quelle che intravediamo nel presente con cui facciamo i conti.
Dicevo della realtà e dell'immaginazione che si mescolano: questa frase appartiene a un modo di dire abbastanza usato. A dire il vero però, io intendevo parlare della fusione, e non della mescolanza, delle due sfere, quella concreta e quella ideale. Esistono infatti situazioni tali, nelle quali le aspettative vengono rispettate pienamente e alcune cose sono esattamente non come te le aspetti, ma come vorresti aspettarti che fossero. La differenza è sottile ma sostanziale: aspettarsi che una realtà sia fatta in un certo modo e abbia certi connotati presuppone, letteralmente, una grande capacità intuitiva, se non una forte dose di presunzione, di certo una sequela di delusioni. Trovare, invece, inaspettatamente, quasi per caso una tale realtà, vuol dire, al massimo, essere fortunati. E infatti, proprio di fortuna si tratta quando ci si imbatte in una situazione che è 'identica a quella che avresti voluto aspettarti'.
Non diciamo forse "non me lo aspettavo", quando siamo innanzi a una bella sorpresa? E questa bella cosa non è quella che avremmo voluto attendere e che, magari fino a ieri sera, era vera soltanto nei nostri sogni? Lì stava, non fuori, ancora ieri i due mondi erano distinti mentre ora sono fusi.
Nel viaggio che ho fatto, ho rivisto mio fratello, nemmeno troppo tempo dopo l'ultima volta che ci siamo incontrati. Un giorno, percorrendo insieme duecento chilometri in macchina, abbiamo parlato per tre ore di seguito, trovandoci d'accordo su molte cose che ci dicevamo. Ci siamo raccontati delle nostre attività lavorative, ciascuno di noi ha fatto delle proposte all'altro e dato qualche consiglio. Abbiamo ricordato molti episodi passati di vita familiare e, quando uno dei due mostrava poca memoria riguardo a qualche circostanza, l'altro gli raccontava come erano andate le cose. Ci siamo dati anche dei chiarimenti riguardo alcune circostanze nelle quali ci eravamo trovati in disaccordo. Abbiamo parlato ovviamente anche dei nostri rispettivi figli, del nostro e del loro futuro nel quale, ogni volta, abbiamo ritrovato riferimenti che riguardano inevitabilmente anche il nostro stesso passato.
Intanto che viaggiavamo, mentre il futuro ci inseguiva, noi andavamo verso il passato, l'unico tempo che conosciamo, dal momento che il presente è quella dimensione che evapora costantemente, mentre ciò che ci resta è soltanto quel che abbiamo fatto e che ricordiamo. Anche qui, così come nel discorso sulle aspettative, c'è una fusione degli elementi, dove il nostro andare avanti non corrisponde ad altro che a un cercare il passato. Siamo come il fiume che scorre verso il mare e dalla cui stessa acqua è nato. Ed è fantastico quando ti accade di intuire che questa percezione non è soltanto tua, ma, in un certo momento, e da quell'istante in poi, è condivisa con qualcuno a cui vuoi bene.

martedì 2 settembre 2014

E poi c'era questo ballo di rondini


Andiamo a pescare quasi ogni mattina. Il bambino grande entra in camera e mi sveglia. Facciamo colazione e poco dopo siamo già in spiaggia. I primi ad arrivare, mentre il sole inizia a spuntare dal mare e a brillare su quel gigante azzurro ancora addormentato. Sappiamo di avere poco tempo per fare tutto, perché di lì a poco, in una o al massimo due ore, siamo diventati degli esperti in questo, l'acqua si incresperà, come succede tutti i giorni. E noi vogliamo approfittare di quella calma provvisoria non solo per pescare, che non vuol dire necessariamente prendere dei pesci, ma fare qualcosa insieme o farne una mentre chi sta vicino ne fa un'altra, contribuire in definitiva a qualcosa, e intanto parlare, andare e tornare, guardare l'orizzonte da una parte e la costa dall'altra, e osservare, in mezzo, le profondità che mutano sempre, la sabbia bianca e le secche vestite di posidonia, accorgerci di un movimento improvviso, in terra o in cielo o nell'acqua, nella monotonia che inevitabilmente finisce per manifestarsi in ogni attività umana, mentre la terra compie il proprio giro e il sole è già alto e i colori intanto sono mutati e continuano a cambiare ancora, tutt'intorno.
Prendiamo questo gommone minimo, dove a malapena si sta in due, e partiamo per un'avventura che è tale soltanto per il fatto di essere piena di aspettative: il pesce che prenderemo e che poi mangeremo, quello gigantesco contro cui lotteremo in una battaglia per la vita o per la morte, vera per l'animale, più presunta per noi, d'altronde lo stesso pesce miracoloso non è altro che un mito o una chimera, così come la stessa necessità inesistente di catturarlo, non credo che esista più, almeno alle nostre latitudini, un vecchio in mare in lotta contro l'oceano, ci sono invece persone d'ogni età per le quali tutta la vita è una guerra, e non sono in mare ma in terra, e vicine di casa, ma lasciamo stare questo discorso che già ci sta portando molto più lontano di quanto volessimo andare, noi che navighiamo sempre sotto costa e ci teniamo il più possibile al riparo dalle intemperie.
In una parola, ci lanciamo in sfide avventurose, anche se in un certo senso ripetitive e delle quali spesso dimentichiamo lo scopo finale, probabilmente di prendere un pesce ci importa poco fin dall'inizio, ma ciò che ogni volta cambia sono i discorsi e i sorrisi e, ogni tanto, anche un tipo di scontentezza che non è altro che stanchezza, quella che prima o poi arriva per tutti. Gli stati d'animo sono sempre differenti, come le maree, un po' come il mutare del tempo, spesso imprevedibile nonostante tutte le previsioni che si fanno.
Nel modo di sentirsi e nella maniera di dirlo, senza le parole che perlopiù sono ovvie ma con termini che invece si fermano sulle labbra, perché è del tutto inutile che fuoriescano, ci accorgiamo della nostra breve felicità. E appunto, io non ho parole per raccontare questa felicità, ma soltanto un paragone a cui ultimamente penso spesso, ed è quel che ho visto oltre il canneto un pomeriggio di ritorno dal mare: un volo di rondini su un campo di mais, gli uccelli che giocavano con gli schizzi d'acqua degli irrigatori automatici, e che andavano e tornavano e bevevano col becco spalancato e facevano il bagno con le ali spiegate, e gioivano e ridevano mentre si rincorrevano fra loro e passavano sotto un getto e ne saltavano un altro.
A questo somiglia la nostra felicità: qualcosa di più di un semplice modo per dissetarsi e rinfrescarsi, un ballo estivo e un sorriso dipinto su ciascuna faccia di quegli animali che ancora non hanno il dono della parola, perché parlare infondo non gli è mai servito e perché davvero la felicità non ha mai avuto bisogno di raccontarsi.