venerdì 18 luglio 2014

Per un pugno di riso


Ho appena letto questo libro tanto famoso, Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta, la storia di un viaggio in moto, agli inizi degli anni '70 attraverso gli Stati Uniti, di un padre e un figlio, nella quale però prevalgono nettamente le riflessioni dell'autore attorno alla cosiddetta Metafisica della Qualità sulla vera e propria narrazione avventurosa 'on the road'. A parte qualche spunto filosofico interessante e meno complicato di altri, che ho trovato qua e là nel volume, mi ha colpito molto l'aneddoto che Robert Pirsig usa per parlare della 'Rigidità dei valori', il racconto di come vengono cacciate le scimmie in India:

"La trappola consiste in una noce di cocco svuotata e legata a uno steccato con una catena. La noce di cocco contiene del riso che si può prendere attraverso un buco. L'apertura è grande quanto basta perché entri la mano della scimmia, ma è troppo piccola perché ne esca il suo pugno pieno di riso. La scimmia infila la mano e si ritrova intrappolata esclusivamente a causa della rigidità dei suoi valori. Non riesce a cambiare il valore del riso. Non riesce a vedere che la libertà senza riso vale di più della cattura con". Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta, di Robert M. Pirsig, Adelphi 1990.

Io non credo che la scimmia non estragga la propria mano perché non vuole rinunciare al riso e non penso proprio che soppesi il valore del cereale confrontandolo con quello della libertà. Primo, perché non sa quello che gli succederà una volta catturata dai cacciatori (non ha una pre-visione del proprio futuro, non si immagina in una gabbia), secondo, perché nell'istante in cui è braccata è probabilmente così atterrita da non riuscire a compiere una scelta opposta a quella che fino a un secondo prima aveva compiuto: la scimmia è irrigidita, non nei valori, ma nell'animo, per la paura. E non sa retrocedere.
Per quanto riguarda invece la rigidità dei valori - ho pensato - è proprio questa che insegniamo ai nostri figli, fin da quando nascono. "Questo sì, questo no", diciamo loro. "Questo è giusto, questo no", affermiamo noi adulti, con una sicurezza ai loro occhi infallibile, "Ascolta e ripeti, senti e impara". Abbiamo costantemente questa saccenza da primi della classe, anche quando ci rendiamo conto benissimo di non sapere. Perché di fronte a loro dobbiamo apparire sicuri di noi stessi. Siamo o no le loro guide?
Purtroppo - fa notare Pirsig più avanti - il modo di ragionare occidentale è esclusivamente binario, fatto di sì e di no, se sei così non puoi essere fatto nel modo opposto, non ci sono vie di mezzo. Non solo: non ci sono proprio alternative, peggio: non ci sono realtà che non si prestino a questo ragionamento. In Giappone invece esiste questa parola, 'Mu', che significa semplicemente 'nessuna di queste cose soltanto'. Ossia, anche loro o in parte anche loro e comunque non soltanto loro e non necessariamente l'una o l'altra.
Se non proprio il 'Mu', ai nostri figli dovremmo insegnare a ragionare con la propria testa, ma forse questo già lo fanno dal giorno stesso in cui vengono al mondo. 
Probabilmente, invece, dovremmo essere noi genitori più elastici, che ne dite: sì, no o mu?

1 commento:

sicampeggia ha detto...

"mu" tutta la vita: mi vengono in mente tante persone che hanno a che fare coi bambini ma non hanno figli, per loro è tutto semplice, basta seguire delle "semplici" regole e tutto andrà bene, pensano loro. Niente di più fuorviante, dico io. Quello che sfugge a questi esperti è che un genitore è sempre coinvolto emotivamente e questo coinvolgimento è ciò che rende tutto più difficile: essendo un pochino onesti non si può pretendere dai nostri figli un'integralismo che spesso manca (e giustamente, perché siamo umani) a noi stessi.
Io con mio figlio preferisco l'ascolto e la contrattazione, in ultima analisi, come dici tu, l'amicizia.