giovedì 3 luglio 2014

Devono fare ciò che diciamo noi


Tutto bene, la fine della scuola. Ottimi voti, anche in materie di cui, secondo me, il figlio grande non conosce neanche l'esistenza. Probabilmente, in prima elementare conta soprattutto l'approccio e la propensione per lo studio che si dimostra di possedere, non ciò che si è realmente appreso. 
Adesso sta frequentando un centro estivo. Una volta - mi ha fatto notare il fornaio - c'erano i nonni a tenere i bambini durante le vacanze, almeno finché i genitori non prendevano le ferie. Adesso ci sono questi posti, che sono un po' il proseguimento, senza discontinuità, della scuola e un po' un circolo ricreativo. Un 'divertimento impegnativo', si potrebbero definire: in questo posto dove lo accompagno tutti i giorni, il figlio grande gioca, recita e fa molto sport, fra cui un corso di nuoto. Io so che è felice di andarci, perché lo vedo sorridere quando il pomeriggio vado a prenderlo e mi racconta, non senza entusiasmo, delle cose che ha fatto. 
Però, tutte le mattine, prima di uscire si mostra scontento e dice che vorrebbe restare a casa. Io gli spiego che in casa si annoierebbe e che non mi va di lasciarlo dove vedrebbe per quasi tutto il giorno la televisione. E quindi, in qualche modo, lo costringo a venire fuori con me, per fare ciò che io penso sia meglio per lui: "Dai, che ti diverti - gli dico, mentre quasi lo trascino nell'ascensore -. Lo noto, sai, quando torno a prenderti, che sei contento". "Ci credo - mi ha risposto l'ultima volta -: sono felice perché ti rivedo". "Va bene - gli ho promesso -, se posso vengo a guardarti mentre nuoti, così ci incontriamo anche a metà giornata". 
Si è tranquillizzato subito e io ho rispettato il mio impegno. Sono andato in piscina e, appena arrivato, lui mi ha visto subito, sopra gli spalti, perché mi aspettava. Mi ha fatto un cenno da lontano, con il braccio, mentre già si trovava in acqua, e io gli ho risposto con un cenno identico. Ha nuotato un poco, facendo l'esercizio che il suo istruttore gli aveva detto di fare, e subito dopo un nuovo saluto con la mano, sempre da lontano, al quale ho risposto di nuovo con lo stesso saluto. Ancora un esercizio e ancora un saluto, seguito come sempre dal mio. Per tante volte ancora: un dialogo continuo, anche se periodicamente interrotto dal nuoto, anziché un corso di nuoto intramezzato da frequenti saluti. Un fraseggio sempre identico a se stesso: "Mi vedi? Sono qua, nel punto dove si alza un braccio, il mio", ha detto il bambino con il suo gesto al padre. "Ti vedo, sì, sei proprio là, dove c'è quel braccio sollevato", ha risposto il padre al figlio. Un richiesta e un'offerta di rassicurazione, fatte più volte nell'arco di una mezz'ora, il tempo che sono stato a guardarlo.
"Dov'è il problema?", potrebbe chiedersi qualcuno. "Quando si deciderà, il padre, a mollarlo questo bambino di sette anni, in modo da renderlo autonomo?", potrebbe osservare criticamente qualcun altro. "Quanti capricci!": è un altro punto di vista possibile. "Ma, se ne ha la possibilità, perché questo padre non fa rilassare il figlio a casa, dopo un anno intero passato a scuola?": ancora una posizione plausibile.
La verità è quella che ho spiegato a mio figlio e che ho scritto poco sopra, ma il problema vero - e che sento io - qui è un altro ed è che i figli, a questa età, devono fare ciò che i genitori impongono loro quando certe decisioni non sono condivise. E, anche se so di fare bene, a me le imposizioni non piacciono, nemmeno questa che non lo è neppure troppo, più che altro si tratta di posizioni differenti, con mio figlio che sa bene che ho ragione a compiere questa scelta per lui, ma che, per partito preso, la mattina gioca a fare la parte dello scontento. Però, anche in questa mia minima imposizione nei confronti di chi non è del tutto d'accordo con me, ritrovo certi elementi negativi, delle forzature che vorrei non esistessero.

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