martedì 27 maggio 2014

Ho appena venduto la mia vecchia macchina


Ho appena venduto la mia macchina perché ne devo comprare una più grande, me ne serve una con un bagagliaio possibilmente infinito, chissà se la troverò mai.
Aveva sette anni, questa mia 'vecchia' macchina, tanti quanto l'età del mio primogenito. I soldi che ne ho ricavato ammontano a meno di un terzo di quanto l'avevo pagata. La svalutazione, si sa. Eppure, questa macchina l'avevo tenuta bene, aveva fatto i tagliandi annuali, aveva appena cambiato gli pneumatici. Insomma, mi sembrava ancora nuova e non credevo che in soli sette anni fosse invecchiata così tanto.
La durata delle cose, il tempo e la sua percezione sono tutte cose relative. E la verità è che non mi importa affatto della mia vecchia macchina e non sono, se è per questo, nemmeno un consumista consumato. Mi importa molto di più delle persone che delle cose. Ma ho iniziato questo post, parlando della mia ormai ex macchina, perché a volte il destino delle cose assomiglia in modo incredibile a quello degli uomini.
Durante il mio recente viaggio nel sud dell'Italia, siamo andati a trovare i miei parenti che non incontravo da alcuni anni. Un giorno soltanto, per farmi rivedere, per rivederli e per far vedere loro i miei figli. E poi, una mia cugina stava per partire per gli Stati Uniti, "per sempre", dopo aver perso la mamma e aver partorito da poco una seconda figlia. Un'altra mia cugina era stata appena operata e sua mamma, mia zia, aveva una faccia che, senza muovere le labbra, era in grado di minacciare: "Toglietemi questa figlia e faccio una pazzia". Un'altra zia, a causa di un'insufficienza respiratoria, se ne sta tutto il tempo a letto con una bombola di ossigeno, si alza solo per mangiare e per andare in bagno, ed è diventata obesa e soffre di demenza senile, tanto da scambiare i nipoti con i fratelli, il giorno con la notte, la casa di oggi con quella di ieri, dove non abita più da almeno trent'anni. L'ultima zia, quella che sembra passarsela meglio di tutte le altre, è capace di lanciare rimproveri nemmeno più ben celati e, appena ne ha l'occasione, praticamente subito, parla di una cosa che per lei è la panacea, la soluzione per ogni male e che chiama "sano egoismo", laddove di salubre, nel pensare a se stessi, io non ho visto mai nulla, evidentemente ha scelto la persona sbagliata per parlare di questa 'soluzione', ma non devo essere, io, la prima con cui lo fa.
Famiglie per bene, queste delle sorelle di mio padre, seppure ognuna con i propri difetti, e chi non ne ha d'altronde, fanno parte dell'umanità, i difetti. Hanno le virtù e le debolezze che appartengono a tutti, siamo tutti diversi, non c'è persona che sia uguale all'altra, eppure ci assomigliamo tutti quanti, e somigliarsi, si badi bene, non significa essere uguali ma vuol dire semplicemente che siamo tutti una razza, e questa razza è quella degli uomini, discendenti dalle scimmie, forse più evoluti, ma probabilmente neanche troppo.
Ed è in quanto uomini che a volte ci allontaniamo dai nostri simili, per i difetti degli uni e per le incomprensioni degli altri. E gli anni sono passati e passano ancora, sembra ieri che ci siamo visti l'ultima volta e invece è trascorso talmente tanto tempo che qualcuno ha fatto in tempo a morire, qualcun altro ad ammalarsi, un altro ancora a rincoglionirsi, un altro a vaneggiare e a dire cose sempre più allucinanti. E tutti, dico tutti, sono invecchiati, tutti continuano a invecchiare, tutti invecchiamo, come le cose, come le macchine, come le case che un tempo mi sembravano belle e che oggi, pur pulite e in ordine, sono inevitabilmente vecchie.
Basta tanto, è stato sufficiente quel poco che ho visto in un giorno per farmi tornare indietro nel tempo, di almeno vent'anni, e per fare affiorare alcuni ricordi, sia belli che brutti, delle incomprensioni, dei momenti nei quali ho creduto di essere amato, altri nei quali mi sono sentito tradito, anche se magari non lo sono stato, forse era semplicemente sbagliata la premessa, quella di credere di essere amato, quella di pensare che l'amore è univoco, invece ciascuno di noi ama a modo suo, secondo la propria idea di amore e non secondo quella dell'amato. Evidentemente, c'è un egoismo intrinseco perfino nell'amore, una parola, anzi, una serie di azioni pratiche, perché l'amore non ha nulla di teorico, che per me dovrebbero avere una connotazione esclusivamente altruistica.
Sentirsi amati, sentirsi traditi, sempre per quella coerenza maledetta e ottusa che esiste soltanto nelle teste come la mia, e che recita "se c'è l'uno non c'è l'altro, non possono coesistere due contrari", ma che non fa parte della vita, nella quale non esiste nulla di coerente, dove i conti non tornano mai, dove la matematica teorica non ha spazio e dove non hanno spazio neanche gli assiomi, i sillogismi, i postulati, e poi le conseguenze logiche, né tanto meno i facili e scontati risultati di addizioni e di sottrazioni: le persone sono sentimenti e limiti, ed errori e cattive interpretazioni, e bisogni, ed egoismi. E illusioni, e parole non dette, e parole immaginate, illusorie. E poi slanci, passione, ripensamenti, pazzie, rinsavimenti, ancora follie, arrivederci e addii.
Ritorni, a volte, come altri ancora che ho promesso a queste persone a cui voglio bene e che ho sentito vicine, e che sento allontanarsi, giorno dopo giorno. Promesse non mantenute, perché tanto non c'è niente al mondo che ciascuno di noi abbia la forza di cambiare.
Parlo del destino, delle cose e delle persone, che più o meno velocemente, più o meno lentamente, si decompongono.
Il destino che è diverso per ciascuno di noi e che per noi tutti è identico.

venerdì 9 maggio 2014

E loro in cambio prendono te?


Mentre torniamo a casa dopo la scuola, il bambino piccolo mi chiede perché mai io vada tutti i giorni al lavoro. Gli rispondo, senza troppi giri di parole e senza dirgli altre ragioni da quella principale, la più terra terra e anche la più vera, che "ci vado perché in cambio mi danno dei soldi". 
Pausa brevissima e lui, il figlio di tre anni e quattro mesi, mi domanda testualmente: "E loro in cambio prendono te?".
Il che non è esattamente vero. Anzi, a pensarci bene, in gran parte lo è. Ma mi limito lo stesso a precisare che "in cambio prendono un po' del mio tempo: la mattina e un pezzo del pomeriggio".
Passa oltre e mi dice: "Con i soldi che ti hanno dato, mi compri i camaleonti fosforescenti in edicola?".
"Te li compro quando arriviamo, dal giornalaio sotto casa", i camaleonti, questi rettili che mutano colore, che cambiano le carte in tavola. Un po' come me, un po' come tutti coloro che chiamano le cose con un nome diverso da quello che hanno. E si illudono che tutto vada bene, anche le cose più semplici, quelle di tutti i giorni. E che di solito chiamiamo "normalità".

mercoledì 7 maggio 2014

Tra i fricchettoni cilentani


Dopo la Costiera siamo andati nel Cilento. Ho prenotato un agriturismo vicino a Camerota, ai piedi del monte Bulgheria, da utilizzare come base per visitare parte della Lucania, l'ultimo lembo della Campania al confine con la Basilicata.
A parte la vista che si gode da qui e l'ossigeno che si respira, la struttura è molto semplice, senza fronzoli, e neanche senza i lussi normali a cui siamo abituati: l'acqua calda c'è ma arriva dopo dieci minuti da quando hai spalancato il rubinetto, è presente una perdita non meglio localizzata in bagno, non ci sono buste nei cestini, "per non produrre rifiuti superflui", mi è stato detto, anche se non ho capito bene questa spiegazione, e i saponi sono in corridoio, chi li vuole li prende e li usa... sempre "per non inquinare troppo".
Ci sono cinque cani bianchi, due gatte, una nera e una grigia con la sua cucciolata di quattro gattini di un mese in una scatola di cartone che puzza di urina, una pecora, una capra, quattro cavalle "molto mansuete, gli stalloni invece bisogna castrarli, allora per evitare...", c'è un filare di fave, alcuni ulivi, una vigna piantata da poco, molto verde tutt'intorno, prati, altri alberi, dei rovi, siepi, pioggia, molta pioggia, e quindi non è possibile vedere altro.
Le persone che si occupano della struttura non sono né contadini né albergatori, ma ragazzi che pensano che condurre un agriturismo significhi - così ci dicono - ospitare un parente o un amico, ai quali si dà quel che c'è in casa, anzi quel poco che a volte può esserci, con il sorriso ma a pagamento.
E infatti, a parte la stanza molto semplice e la perdita in bagno, le porzioni della mezza pensione che avevamo prenotato sono scarse e contate, il secondo bisogna chiederlo, perché magari pensano che uno sia già sazio dopo il primo, cosa che può succedere ma che non deve interessare a chi offre un servizio completo, così come bisogna chiedere la frutta, o uno yogurt a colazione o un biscotto in più.
I tempi, poi, sono biblici, il bambino piccolo si è addormentato per la stanchezza mentre aspettava una fetta di carne che non arrivava mai. È successo a cena, la sera del nostro arrivo. C'era un banchetto apparecchiato per una festa con delle pizze che, se volevamo, potevamo assaggiare. Così, almeno, ci avevano detto. Però, quando i bambini si sono avvicinati a quel tavolo, li hanno fermati, dicendo loro, sempre sorridendo, che il buffet era stato preparato per altre persone.
Durante quella stessa cena, un ragazzo con un barbone lungo così, molto stempiato, la camicia di flanella a quadroni, i buchi sui pantaloni, una chitarra folk che, mi sembrava, sapesse suonare molto bene, e ubriaco come una zucca, si è messo a deliziare gli ospiti con delle canzoni popolari cilentane. Fra queste, ce n'è una che mi è rimasta particolarmente impressa: si chiama Cicerenella sì bbona e bella, che credo essere una variazione sul tema di Cicerinella teneva teneva, famosa tarantella napoletana del '700. Il musicista insisteva molto sulla strofa "Cicerinella teneva 'nu culo ca pareva 'nu cofanaturo" e tutti cantavano e ridevano e anche il figlio grande si è messo a battere il tempo sul tavolo, anche se credo non abbia afferrato il significato profondo dei versi che voleva accompagnare con le sue manine.
Insomma, nel posto dove siamo capitati neanche per caso, ma che ho scelto perché su Tripadvisor ci sono dodici ottime recensioni su dodici, ma presto mi sono convinto che se le siano scritte da soli, i gestori sono dei finti fricchettoni che non hanno alcuna idea riguardo il modo di gestire un agriturismo che si trova in un posto bellissimo, nemmeno da valorizzare, a questo ha già pensato madre natura, ma dove basterebbe fare le cose con un minimo di professionalità per far stare bene le persone che ospitano. E invece trascurano l'abc dell'ospitalità, mostrandosi di volta in volta ambientalisti o amichevoli o compiacenti. Fanno finta di voler apparire trasandati, quando lo sono realmente. E ciò che manca non è volutamente mancante, perché in qualche modo ritenuto superfluo, ma è assente per delle dimenticanze o per ignoranza, non so se si coglie la fine distinzione.
In ogni caso, i bambini sono stati bene in questo posto e si sono divertiti. Gli sono piaciuti i cavalli, i cani e i gattini, si sono divertiti ad ascoltare le canzoni durante la festa e a  giocare a calcio sotto la pioggia.