mercoledì 23 aprile 2014

Uovo di Pasqua


Lo so io e lo sanno in molti: fosse per me, non festeggerei né la Pasqua, né il Natale, né ogni altra festa comandata. Ma il mio personale disinteresse per le festività non conta nulla, dato che la maggior parte delle gente ama festeggiare questo tipo di avvenimenti, e fanno bene loro, che almeno si divertono. Per me potrebbero benissimo essere giornate come le altre, se non fosse per il fatto che, lo si voglia o meno, nell'aria è presente una certa atmosfera e le persone che hai intorno vogliono comunque fare qualcosa di speciale, e a volte di straordinario, e ti coinvolgono, in un modo o in un altro. In giorni come questi è sempre una corsa: a fare la spesa in supermercati strapieni, a prenotare ristoranti già al completo, a comprare regali per tutti, a telefonare a persone che non senti per gli altri trecentosessantaquattro giorni dell'anno. Per non parlare delle file in macchina, del traffico, a volte anche del caldo, che cominciano già nei giorni prefestivi. 
Un'ansia da prestazione collettiva, una gara a strafare, in senso anche quantitativo ovvero di voler fare tante più cose sia possibile immaginare pur di conferire una pienezza si significato a una giornata che vuol essere memorabile, a ingolfare con futilità il tempo, a dimostrare e a ostentare è ciò che il più delle volte osservo in situazioni del genere: una grande abbuffata, insomma, e non soltanto a tavola, di azioni, di intenzioni, di dimostrazioni, verso gli altri e verso se stessi. 
Per chi vorrebbe starsene tranquillo a riposarsi e magari a leggersi un libro sdraiato sul divano, il vero problema è che non ci si possa estraniare completamente, perché è impossibile riuscire a non convivere con le situazioni appena descritte a da cui, invece, si vorrebbe fuggire. Anche se, con tutto il rispetto, a uno come me non importa nulla della Pasqua, basta fare una passeggiata con la famigliola, con l'automistificazione o l'automotivazione di voler prendere un po' d'aria, per trovarsi davanti a una kermesse di situazioni allucinanti. Sei soltanto uno spettatore che cammina e improvvisamente ti ritrovi circondato, nell'ordine, dalla fotocopia, perfino più brutta dell'originale, di Antonello Venditti, stessa stempiatura, stessi capelli neri corvini allisciati all'indietro, stessi occhiali da sole sull'identica tonalità dell'abbronzatura, stessa giacca orrenda di similpelle nera; da donne in minigonna e collant super coprenti e contenitivi di celluliti ugualmente straripanti ed esaltate da trampoli da passeggio zebrati; da ragazzi tatuati dalla testa ai piedi (ma poi, se un giorno rinsaviranno, si potranno cancellare quei disegni e quelle scritte illeggibili almeno dal viso?); da genitori che approfittano dell'inconsueto tempo libero a loro disposizione, per educare figli disobbedienti e stralunati con inedite e infinite spiegazioni sul 'perché non si fa' e per mezzo di paragoni con oggetti e circostanze della cui esistenza quei bambini non hanno la più pallida idea; da cani di tutti i tipi, grassi e magri, da salotto, da passeggio e da cucina, da guardia e da difesa, qualunque sia la loro razza e discendenza sono l'emanazione di chi li conduce per strada, una loro protesi, una loro appendice, se non fisica e dell'aspetto, come spesso è, di sicuro del carattere e della personalità; dall'aria fetida del McDonald's che ti avvolge già da un chilometro prima di entrare per consumare, io che ho deciso di diventare vegetariano il giorno di Pasqua, un'insalata che chiamano 'Crudité', qualche foglia di lattuga con alcune sottilette disidratate di carota e tre pomodorini, con in cima una ricottina, il tutto per la modica cifra di sei euro, un furto che si merita qualsiasi neovegetariano che entri in un fast food per carnivori e ordini un'insalata, ma l'ho fatto soltanto per i miei figli, che volevano l'Happy Meal, neanche loro per il panino con la carne ma per il gadget di Spiderman, altrimenti lungi da me, e anche da loro.
Ma la cosa peggiore che mi è capitata durante la mia uscita pasquale è stata assistere a una scena che mi ha raggelato il sangue: avevano piazzato una piscina nel bel mezzo della passeggiata lungo il porto. Sull'acqua galleggiavano dei grandi palloni di plastica morbida gonfiati ad aria, nei quali si poteva entrare per nuotare nella piscina senza bagnarsi. Aprivano una cerniera sul pallone quel tanto per far passare un bambino e, prima di richiuderla, infilavano al suo interno un tubo che vi reimmetteva velocemente l'aria appena fuoriuscita.
Si paga prima: cinque euro per cinque minuti, di più non si può restare perché, te lo spiegano senza alcun imbarazzo, dopo questo lasso di tempo, all'interno della sfera inizia a scarseggiare l'ossigeno. Il papà torna col biglietto in mano, aiuta la figlia a togliersi le scarpe, ha uno scrupolo 'last minute' e le chiede se se la sente di fare questo gioco e lei dice di sì, ma si capisce da lontano un chilometro che non è per niente sicura che si divertirà. Appena è pronta, per modo di dire, il papà la cede a due ragazzi che la fanno entrare nel pallone, che subito dopo rigonfiano con un compressore che fa un rumore assordante perfino fuori, figuriamoci al suo interno. E infatti la bambina si tappa le orecchie, mentre il getto d'aria le scompiglia la pettinatura. Poi chiudono la cerniera e, attraverso uno scivolo, spingono la sfera nell'acqua. La bambina inizia a camminare a quattro zampe e a far girare il pallone cercando di prendere una direzione, di andare da qualche parte, di trovare un senso per il gioco che sta facendo, ma la palla gira soltanto su stessa senza andare da nessuna parte e la bambina si stanca, non capisce che succede, soprattutto non sa quel che potrebbe succederle, allora apre la bocca e grida, ma, chiusa lì dentro, nessuno può sentirla, da fuori si avverte appena una voce deformata, parole delle quali non si comprende il significato. Però, basta far caso al suo sguardo per capire che la bambina ha una crisi di panico. I ragazzi cercano di prendere il pallone con dei bastoni, fanno diversi tentativi ma non riescono ad afferrare quella sferra scivolosa. Alcuni secondi dopo, troppi per la verità, uno di loro si getta in acqua, anche se è contrariato per il fatto di doversi bagnare i jeans, acchiappa la palla e l'accompagna fino alla rampa, la passa al compagno che la issa con uno strattone, la apre e fa uscire la bambina che subito corre a farsi consolare dal suo papà.
Un altra bambina, molto più decisa della prima, è già in fila ed è pronta a fare anche lei la sua nuotata nel pallone. Entra e comincia a far girare la sfera e ha tutta l'aria di divertirsi. Meno male, questi giochi dovranno pur piacere a qualcuno. Mio figlio mi dice che vorrebbe farci un giro. Gli rispondo che preferisco altri tipi di uova di Pasqua, col cioccolato e con altre sorprese, a lieto fine.
Alle mie spalle, il papà della bambina appena entrata nel pallone grida alla figlia: "Corri, corri. Fai il criceto". 

2 commenti:

sicampeggia ha detto...

Ma i cani da cucina? Parliamone o forse no, è meglio.
Comunque stesse idee sulle feste con l'aggiunta dello stress "stiamo dai tuoi, no, dai miei, o sennò dividiamoci" e del super lavoro da grande abbuffata, e stessa fobia da incontri sconvolgenti.
Che ci vuoi fare, Cristiano, penso tu ormai l'abbia capito da un pezzo: la maggioranza fa tendenza e, a quelli come noi, non resta che rimanere sconvolti e scandalizzati per un po' per poi tornare a dedicarci alle cose che ci interessano nelle modalità che sentiamo praticabili.
C'è di buono che la prossima festa comandata (appunto) arriverà tra quattro mesi, c'è tutto il tempo per programmare una sparizione temporanea.
Allegria!!!

Cristiano Camera ha detto...

Se un tempo c'erano i cani da macellaio, ora ci sono quelli da cucina, ossia quelli che pensano sempre e soltanto a magna'.
w le feste.