martedì 8 aprile 2014

Alta marea


La linea di solito non è affollata, ma ieri l'autobus che ho preso era strapieno e al suo interno si moriva di caldo. Saranno stati i troppi caffè bevuti, ma sono salito sul mezzo con una nausea che non riuscivo a sopportare. Ero in piedi sul lato opposto alle porte centrali e di fronte a me una signora grassa parlava con un ragazzo. Discutevano del quartiere dove vivono, di come era prima e di come è rovinato oggi. La donna non risparmiava critiche al traffico, alle strade sporche, alla maleducazione. Il giovane ne ammorbidiva puntualmente ogni disappunto, con la frase ricorrente "in fondo non è così male, io ci sto bene": avrà avuto non più di sedici anni e davvero un bel carattere, per contraddire una persona tanto impetuosa.
Ho appoggiato lo zaino sullo scalino di un sedile alla mia destra, sul quale stava una vecchina vestita di tutto punto - una specie di regina Elisabetta seduta su un trono di plastica, dagli abiti meno sgargianti della sovrana inglese, ma la pettinatura era identica - che è restata in silenzio e senza espressione per tutto il viaggio. Accanto a lei, due ragazze sudamericane, che sembrano appena uscite da un provino televisivo per fare le veline, parlavano fra di loro, a bassa voce, in spagnolo. Sembravano perfettamente a loro agio nei vestiti succinti e nella pettinatura e nel trucco appariscenti. Attiravano inevitabilmente lo sguardo degli altri passeggeri, ma i loro modi erano riservati né si davano delle arie per l'aspetto fisico. Erano incredibilmente discrete, nonostante l'apparenza vistosa.
Accanto alle porte c'erano dei ragazzini con t-shirt attillate e bicipiti in bella vista, tatuati e con i capelli rasati sulle tempie e lunghi al centro della testa, un tempo si sarebbero chiamati 'alla moicana', ma erano pieni di gelatina e appiattiti e induriti come la pinna di uno squalo. Le sopracciglia disegnate come oggi fanno anche i maschi, se ne stavano in silenzio a guardare il resto dei passeggeri, appoggiati alle vetrate delle portiere, come se sotto il loro peso spavaldo non avessero mai potuto aprirsi per farli precipitare sulla strada.
Alla mia sinistra si muoveva un gruppo di studenti di una qualche scuola di recitazione, che parlavano di parti assegnate da maestri incompetenti, di audizioni dove, a chi non era bello, veniva ogni volta chiesto se, oltre a saper recitare, fosse anche in grado di cantare e di ballare. Erano giovani già abbastanza delusi dalle loro prime esperienze lavorative, dove spesso gente 'che ne sa di meno' si trova a giudicare, e il più delle volte 'ad ammazzare sul nascere', dei talenti o semplicemente delle speranze. Invece, questi ragazzi avevano delle facce talmente espressive, erano già dei personaggi da vedere in qualche film. C'era una ragazza non particolarmente bella, ma che aveva degli occhioni talmente azzurri che, quando ti guardavano, sembravano sapessero già tutto di te, e in ogni caso non avresti mai saputo raccontarle delle bugie. Il suo amico, invece, era magro come un chiodo e, mentre parlava, gesticolava e i suoi movimenti erano così mimici ed espressivi, che avrebbe potuto benissimo fare a meno della parola. Un'altra ragazza del gruppo, che penso fosse americana, portava un cappello di lana spessa in testa, nonostante il caldo. Prendeva la parola ogni tanto e sembrava la più saggia o, almeno, la più riflessiva fra gli altri attori che aveva attorno.
L'autobus avrà impiegato più di un'ora a compiere un tragitto di non più di otto chilometri, muovendosi nel traffico cittadino come una zattera in balia delle onde e facendo ballare a ogni stop e a ogni nuova partenza il carico umano che trasportava. La nausea non è diminuita nel corso del viaggio e sono uscito dal mezzo prima della fermata alla quale sarei dovuto scendere. Ho preferito continuare il mio tragitto a piedi, lasciandomi alle spalle l'autobus e le persone che vi si trovavano dentro.
L'aria fresca deve avermi fatto bene: appena ho cominciato a camminare ho immaginato le maree nelle quali ci troviamo inevitabilmente invischiati: chi in balia di un mezzo pubblico, chi nella propria macchina, alcuni in un ufficio, altri in un ospedale. Oppure a scuola o in un giardino o in montagna. Non ci troviamo semplicemente in un ambiente, ma ne siamo sommersi e a volte vi siamo perfino abbandonati. Ciascuno di noi, con la propria e unica vita in mezzo a tutte le altre che ci circondano, spesso siamo come dei naufraghi in cerca di un'isola o di uno scoglio al quale aggrapparci.
Aspettiamo il soccorso di qualcuno mentre preghiamo che la marea non si alzi troppo. Oppure iniziamo a nuotare, la maggior parte delle volte controcorrente.

P.S. Li scrivo qui, questi pensieri sulle maree, perché questo è un posto che non dimenticherò e di cui non perderò traccia.
Un luogo che un giorno potranno frequentare anche i miei figli.

2 commenti:

sicampeggia ha detto...

E alle volte, semplicemente, si affoga e tutto finisce, nella solitudine infinita del mare. Altre volte invece lo scoglio, l'isola o un'abbraccio salvifico arrivano in tempo a ricordarci il bello della vita.
Peccato che il prezzo da pagare sia tanto alto.
Ma bisogna davvero rischiare la vita (o l'esistenza) per approdare da qualche parte?

Cristiano Camera ha detto...

Sono convinto di sì: non esiste davvero alcuna certezza