mercoledì 30 aprile 2014

I Fitzgerald a Positano


Erano assidui frequentatori della Costa Azzurra, Francis Scott Fitzgerald e sua moglie Zelda, ma, quasi un secolo dopo, io li ho immaginati a Positano. Quante coppie di americani ho incrociato che se ne andavano a zonzo per i vicoli del paesino della Costiera. E quanti ne ho visti seduti nei ristoranti o nei bar, di fronte a una bottiglia di vino o a una tazza di caffè o di cappuccino...al termine di un pasto. A mangiare a tutte le ore, secondo il fuso del paese ospitante o ancora di quello dello stato da cui provengono. In forma smagliante o meglio, come dicono loro, fit, oppure ciondolanti, fradici di alcol o drunk, se non addirittura pissed a tal punto da non reggersi in piedi e dover prendere attentamente la mira per centrare uno scalino e non cadere nel vuoto. Ma sempre molto curati nell'abbigliamento, ben stirati, ben sbarbati e pettinati, gli uomini, ben truccate e ingioiellate le loro consorti. Parlano a bassa voce, non sono i caciaroni del Texas, ma verranno dal New England o al massimo dalla California.
Sono rilassati e perfettamente a loro agio, quando sono in holiday. Se la godono davvero: centellinano ogni singolo boccone, ogni singola goccia dei loro drink. Assaporano ogni esperienza che fanno, senza alcuna fretta di andarsene. Sono dei puri contemplativi, assorti di fronte a un panorama o a uno sguardo. Sono tutt'altro dai turisti bulimici che vogliono vederere e capire il mondo in un giorno e per questo segnano con una tacca ogni tappa del loro itinerario. Non sono affatto busy, per loro è sufficiente un quadro, una scogliera, una brezza marina, un albero per essere appagati. E saldano il conto senza problemi, senza esitare, quasi senza guardare la ricevuta. Felici a volte anche di essere truffati, gli piace fare i finti tonti.
Davvero, sembrerebbe che non abbiano problemi, né di soldi, né di salute, né di vita affettiva, no stress, no troubles, make love, no war, beati loro.
Io passo il tempo a rincorrere i miei bambini, a dire loro di non gridare, a tentare di non farli litigare, alla ricerca di un introvabile ovetto Kinder per ciascuno, e delle Tic Tac che nessuno vende, a tamponare il sugo della pizza sulla maglietta, a cercare un albero o un muro contro il quale fargli fare la pipì, e bottiglie d'acqua a non finire, e a mediare litigi per cose da nulla, ma fondamentali per loro: un cartone animato al posto di un altro, il tappo verde della bottiglia anziché quello rosso, il bastone trovato sulla spiaggia, questo è mio e questo è tuo...
Quanto mi piacerebbe essere in vacanza e rilassarmi come Fitzgerald, e anche spassarmela alla grande come lui o come tutti gli americani che ho visto godersi la vita ed essere a loro agio ovunque vadano.
Mentre penso a queste cose fin troppo, ma non sempre vane, i miei figli chiedono, a un cameriere del bar dove ci siamo rifugiati in attesa che smetta di piovere, delle cannucce di plastica colorata. Il ragazzo li accontenta per la quarta volta di seguito, senza mai spazientirsi. E loro, che in quel momento hanno tutto ciò che desiderano e che li può rendere felici, all'improvviso sono i miei piccoli Fitzgerald in vacanza, anche soltanto con delle cannucce con cui fanno le bolle in un bicchiere d'acqua e che una dopo l'altra finiscono sistematicamente per cadere in terra, dopo essere state ciancicate.
A me, invece, piacerebbe tanto avere una barchetta come quella nella foto. Perché è di legno e ha gli stessi colori delle case del paese. Soltanto per questo e per nessun altro motivo.

lunedì 28 aprile 2014

Limoni come vecchie vedove


Abbiamo deciso di andare a Ravello per visitare il paese e per vedere Villa Cimbrone. Le previsioni meteorologiche non sono affatto buone, ma non piove ancora e così ci mettiamo in cammino attraverso la breve strada che da Atrani sale fino ad arrivare alla Terrazza dell’infinito. Un susseguirsi di tornanti, l’andatura della macchina è lenta e spesso dobbiamo fermarci per dare la precedenza alle vetture che procedono nel senso di marcia opposto al nostro, su stradine strettissime che si arrampicano in mezzo a terrazzamenti coltivati a limoni. 
Fazzoletti di terra che terminano con muri in pietra e che si affacciano sul mare, al di sopra di altri terreni, a disegnare piramidi maya di terriccio e frutti, bruni e gialli, in un alternarsi continuo di piani ora verticali e ora orizzontali. I limoni si protendono verso l’azzurro da sponde rocciose che ne evitano il naufragio. Qui i muri non servono a dividere i terreni e a delimitare le proprietà, e nemmeno a portare, sopra di sé, altre strutture, ma a trattenere gli alberi che potrebbero scivolare a valle assieme alla stessa terra alla quale sono radicati. 
È primavera inoltrata ma i limoni portano tuttora il ricordo della stagione che si sono lasciati alle spalle. Gli alberi hanno ancora sulle chiome il telo nero con il quale i contadini li coprono per farli stare al caldo d’inverno. Con quel velo addosso, i limoni sono come le vecchie vedove del sud, che portano il lutto stretto fino alla fine dei loro giorni. E che hanno uno sguardo senza vita e dimostrano spesso più anni di quelli che effettivamente hanno. Sono lumie spente questi agrumi col velo scuro e sono gli occhi senza luce delle donne anziane di questi paesi. 
Arriviamo a Ravello e lasciamo la macchina nel parcheggio dell’Auditorium. Percorriamo a piedi i vicoli che portano a Villa Cimbrone e, dopo una camminata con i piedi sulle stradine lastricate di ciottoli e lo sguardo sulla campagna e sui muri ricoperti di rampicanti, entriamo nella parco. 
È un trionfo di glicini, corbezzoli e iris il viale della villa che conduce alla Terrazza dell’infinito. I bambini saltellano da un muretto all’altro e quando arriviamo ha già iniziato a piovere. Il figlio grande mi domanda perché si chiama ‘dell’infinito'. Gli dico che lo capirà quando saremo lì, pensando allo spettacolo che avremo davanti agli occhi una volta arrivati alla nostra destinazione. 
Invece, una nebbia fitta avvolge lo sguardo fino al mare, che non riusciamo neanche a intravedere. Banchi di vapore salgono dall’acqua fino a oltrepassarci e a disperdersi sopra le nostre teste. Stiamo galleggiando in un latte dove si confondono insieme il mare, la terra e il cielo. Perfino i busti di marmo, che ornano la ringhiera, a tratti scompaiono, anche se sono soltanto a pochi metri da noi. 
Non c’è dimostrazione migliore di quella offerta oggi dalla natura per descrivere che cosa sia veramente l’infinito, che non è qualcosa che non finisce mai, come credevo potesse essere l’ampiezza del nostro sguardo di fronte al panorama che avremmo ammirato dalla terrazza. Ma qualcosa che nemmeno ha mai avuto inizio: un’assenza di sguardi, di punti di osservazione e di oggetti da ammirare. Una fusione delle dimensioni e delle assi, dei piani verticali e orizzontali. 
Ancora una volta le lumie ricoperte dai veli: il disincanto dello sguardo delle vecchie vedove, del tutto incapace ormai di vedere davanti a se stesse e di aspettarsi un domani qualsiasi.

domenica 27 aprile 2014

Perché guardi il mare?


Siamo partiti per la Costiera amalfitana. I bambini hanno guardato Topolino sul computer per tutto il viaggio, circa tre ore. Ci siamo fermati quando il piccolo ha detto che gli faceva male la pancia. È stato quasi all’arrivo, dopo la strada piena di curve che abbiamo fatto da Napoli verso Maiori. Ho parcheggiato poco prima di Tramonti, nel Parco dei Lattari, su un belvedere che dava sul Vesuvio. Ai suoi piedi si distendevano diversi paesi, fra i quali Pompei ed Ercolano. 
Quando gli ho detto che la montagna che avevamo di fronte era un vulcano, il bambino grande mi ha chiesto se fosse pericoloso e se potesse eruttare. Gli ho risposto che “sì, potrebbe farlo, e infatti in passato, tantissimo tempo fa, ha eruttato, sorprendendo le persone che vivevano lì vicino, chi nel sonno, chi mentre lavorava, altri mentre giocavano”. Gli ho detto anche che la lava, dopo essersi raffreddata, ha trasformato in statue di pietra quelle stesse persone di cui ha fermato il tempo. Allo stesso modo si comporta la macchina fotografica quando scatta delle istantanee e immortala, proprio così si dice, dei momenti di vita ben precisi. 
Immortalare mentre uccide, che contraddizione questa parola che ha la pretesa di fermare per sempre il tempo di chi soltanto un attimo prima era vivo e magari era felice e sorrideva. “Potrebbe colpire anche noi la lava?”, mi ha domandato il figlio grande. Gli ho risposto che è impossibile, dato che siamo in alto e di solito la lava scende come un fiume dal vulcano e inonda la pianura, ma non risale le colline. 
Si è tranquillizzato subito. Nella piazzola dove siamo fermi c’è un fruttivendolo ambulante che ha sistemato per terra delle cassette piene di arance rosse e bionde, di mandarini, di limoni e di cedri enormi. Faccio notare ai bambini questi ultimi frutti che non avevano mai visto, la loro buccia gialla e grinzosa, eppure perfetta nella sua irregolare morbidezza, sembra di accarezzare delle candele di cera che risplendono di luce propria e a cui non servono fiamme per brillare. Ora che ci penso, ricordo che in Sicilia chiamano ‘lumìe' i limoni, loro più umili e comuni parenti, e credo che il significato di questa parola rimandi in qualche modo al termine di lume o luce, anche se nella sua etimologia si riferisce a un altro frutto, meno coltivato, della stessa famiglia dei limoni. Il fruttivendolo ci fa assaggiare le arance, e io glie ne compro tre chili, e poi offre dei mandarini ai bambini, che mostrano la loro gratitudine mangiandoli in fretta. Porta delle ciabatte al posto delle scarpe, che ha lasciato in un angolo dietro a un tendaggio di lamiera, dove c’è anche sua moglie che non si fa vedere ed è intenta ad arrostire due fette di carne sulla brace. 
Ho fatto le ultime curve a dieci all'ora, per evitare che il figlio piccolo si sentisse male e vomitasse. Siamo arrivati e c'era il mare. Siamo andati a posare le valigie in albergo e siamo usciti di fretta per andare in spiaggia. I bambini hanno giocato con la sabbia e il secchiello, hanno raccolto i sassolini che hanno trovato, molti pezzi di vetro colorato che il mare ha arrotondato, tante pietre arancioni e ancora smaltate e che un tempo erano ceramiche e piastrelle. Il bambino grande ha anche fatto il bagno con la muta che si è portato. Dopo aver giocato per un poco con le onde, è uscito dall’acqua e l’ho aiutato ad asciugarsi. Si è messo dei vestiti asciutti e ha ricominciato a giocare col fratello. 
Mentre erano indaffarati, mi sono allontanato da loro di un paio di metri per sedermi sui ciottoli di fronte al mare e dando loro le spalle. Dopo un poco il bambino piccolo mi ha raggiunto e mi ha chiesto: “Perché guardi il mare?”. Gli ho proposto: “Perché non lo guardi anche tu?”. “Vado a raccogliere altri sassolini”, mi ha detto. 
Ho pensato che la sua domanda non potesse appartenere a un bambino di tre anni, seppure introspettivo com'è lui. Guardare il mare, anche senza una ragione apparente, non è mai una cosa da poco, perché quando lo sguardo, dalle prime onde che si infrangono sul bagnasciuga, arriva fino all’orizzonte, quel limite dove mare e cielo si uniscono, e non trova nulla, non può fare altro che tornare indietro per trovare se stesso. È come guardarsi in uno specchio senza vedere il proprio viso, ma qualcosa che c’è nascosto dentro. Ecco perché la domanda del figlio piccolo è introspettiva, perché la mia risposta, che non gli ho dato, sarebbe dovuta essere una come questa: “Non sto guardando il mare, ma me stesso”. 
Al che lui, in certi casi molto più pratico di me, avrebbe sicuramente risposto allo stesso modo di prima: “Vado a raccogliere altri sassolini”.

mercoledì 23 aprile 2014

Uovo di Pasqua


Lo so io e lo sanno in molti: fosse per me, non festeggerei né la Pasqua, né il Natale, né ogni altra festa comandata. Ma il mio personale disinteresse per le festività non conta nulla, dato che la maggior parte delle gente ama festeggiare questo tipo di avvenimenti, e fanno bene loro, che almeno si divertono. Per me potrebbero benissimo essere giornate come le altre, se non fosse per il fatto che, lo si voglia o meno, nell'aria è presente una certa atmosfera e le persone che hai intorno vogliono comunque fare qualcosa di speciale, e a volte di straordinario, e ti coinvolgono, in un modo o in un altro. In giorni come questi è sempre una corsa: a fare la spesa in supermercati strapieni, a prenotare ristoranti già al completo, a comprare regali per tutti, a telefonare a persone che non senti per gli altri trecentosessantaquattro giorni dell'anno. Per non parlare delle file in macchina, del traffico, a volte anche del caldo, che cominciano già nei giorni prefestivi. 
Un'ansia da prestazione collettiva, una gara a strafare, in senso anche quantitativo ovvero di voler fare tante più cose sia possibile immaginare pur di conferire una pienezza si significato a una giornata che vuol essere memorabile, a ingolfare con futilità il tempo, a dimostrare e a ostentare è ciò che il più delle volte osservo in situazioni del genere: una grande abbuffata, insomma, e non soltanto a tavola, di azioni, di intenzioni, di dimostrazioni, verso gli altri e verso se stessi. 
Per chi vorrebbe starsene tranquillo a riposarsi e magari a leggersi un libro sdraiato sul divano, il vero problema è che non ci si possa estraniare completamente, perché è impossibile riuscire a non convivere con le situazioni appena descritte a da cui, invece, si vorrebbe fuggire. Anche se, con tutto il rispetto, a uno come me non importa nulla della Pasqua, basta fare una passeggiata con la famigliola, con l'automistificazione o l'automotivazione di voler prendere un po' d'aria, per trovarsi davanti a una kermesse di situazioni allucinanti. Sei soltanto uno spettatore che cammina e improvvisamente ti ritrovi circondato, nell'ordine, dalla fotocopia, perfino più brutta dell'originale, di Antonello Venditti, stessa stempiatura, stessi capelli neri corvini allisciati all'indietro, stessi occhiali da sole sull'identica tonalità dell'abbronzatura, stessa giacca orrenda di similpelle nera; da donne in minigonna e collant super coprenti e contenitivi di celluliti ugualmente straripanti ed esaltate da trampoli da passeggio zebrati; da ragazzi tatuati dalla testa ai piedi (ma poi, se un giorno rinsaviranno, si potranno cancellare quei disegni e quelle scritte illeggibili almeno dal viso?); da genitori che approfittano dell'inconsueto tempo libero a loro disposizione, per educare figli disobbedienti e stralunati con inedite e infinite spiegazioni sul 'perché non si fa' e per mezzo di paragoni con oggetti e circostanze della cui esistenza quei bambini non hanno la più pallida idea; da cani di tutti i tipi, grassi e magri, da salotto, da passeggio e da cucina, da guardia e da difesa, qualunque sia la loro razza e discendenza sono l'emanazione di chi li conduce per strada, una loro protesi, una loro appendice, se non fisica e dell'aspetto, come spesso è, di sicuro del carattere e della personalità; dall'aria fetida del McDonald's che ti avvolge già da un chilometro prima di entrare per consumare, io che ho deciso di diventare vegetariano il giorno di Pasqua, un'insalata che chiamano 'Crudité', qualche foglia di lattuga con alcune sottilette disidratate di carota e tre pomodorini, con in cima una ricottina, il tutto per la modica cifra di sei euro, un furto che si merita qualsiasi neovegetariano che entri in un fast food per carnivori e ordini un'insalata, ma l'ho fatto soltanto per i miei figli, che volevano l'Happy Meal, neanche loro per il panino con la carne ma per il gadget di Spiderman, altrimenti lungi da me, e anche da loro.
Ma la cosa peggiore che mi è capitata durante la mia uscita pasquale è stata assistere a una scena che mi ha raggelato il sangue: avevano piazzato una piscina nel bel mezzo della passeggiata lungo il porto. Sull'acqua galleggiavano dei grandi palloni di plastica morbida gonfiati ad aria, nei quali si poteva entrare per nuotare nella piscina senza bagnarsi. Aprivano una cerniera sul pallone quel tanto per far passare un bambino e, prima di richiuderla, infilavano al suo interno un tubo che vi reimmetteva velocemente l'aria appena fuoriuscita.
Si paga prima: cinque euro per cinque minuti, di più non si può restare perché, te lo spiegano senza alcun imbarazzo, dopo questo lasso di tempo, all'interno della sfera inizia a scarseggiare l'ossigeno. Il papà torna col biglietto in mano, aiuta la figlia a togliersi le scarpe, ha uno scrupolo 'last minute' e le chiede se se la sente di fare questo gioco e lei dice di sì, ma si capisce da lontano un chilometro che non è per niente sicura che si divertirà. Appena è pronta, per modo di dire, il papà la cede a due ragazzi che la fanno entrare nel pallone, che subito dopo rigonfiano con un compressore che fa un rumore assordante perfino fuori, figuriamoci al suo interno. E infatti la bambina si tappa le orecchie, mentre il getto d'aria le scompiglia la pettinatura. Poi chiudono la cerniera e, attraverso uno scivolo, spingono la sfera nell'acqua. La bambina inizia a camminare a quattro zampe e a far girare il pallone cercando di prendere una direzione, di andare da qualche parte, di trovare un senso per il gioco che sta facendo, ma la palla gira soltanto su stessa senza andare da nessuna parte e la bambina si stanca, non capisce che succede, soprattutto non sa quel che potrebbe succederle, allora apre la bocca e grida, ma, chiusa lì dentro, nessuno può sentirla, da fuori si avverte appena una voce deformata, parole delle quali non si comprende il significato. Però, basta far caso al suo sguardo per capire che la bambina ha una crisi di panico. I ragazzi cercano di prendere il pallone con dei bastoni, fanno diversi tentativi ma non riescono ad afferrare quella sferra scivolosa. Alcuni secondi dopo, troppi per la verità, uno di loro si getta in acqua, anche se è contrariato per il fatto di doversi bagnare i jeans, acchiappa la palla e l'accompagna fino alla rampa, la passa al compagno che la issa con uno strattone, la apre e fa uscire la bambina che subito corre a farsi consolare dal suo papà.
Un altra bambina, molto più decisa della prima, è già in fila ed è pronta a fare anche lei la sua nuotata nel pallone. Entra e comincia a far girare la sfera e ha tutta l'aria di divertirsi. Meno male, questi giochi dovranno pur piacere a qualcuno. Mio figlio mi dice che vorrebbe farci un giro. Gli rispondo che preferisco altri tipi di uova di Pasqua, col cioccolato e con altre sorprese, a lieto fine.
Alle mie spalle, il papà della bambina appena entrata nel pallone grida alla figlia: "Corri, corri. Fai il criceto". 

mercoledì 16 aprile 2014

Marea umana


Chi mi conosce lo sa: come sempre, ogni riferimento a persone esistite, ed esistenti, e a fatti realmente accaduti è del tutto e puramente casuale. Quella che segue, infatti, è la storia di una marea umana, una fra le tante che ci circondano e con le quali abbiamo a che fare tutti i giorni. Ma prima di parlarne e di spiegarne i movimenti, mi è d'obbligo fare, e scusatemi se approfitto della vostra pazienza, una lunga premessa.

Qualche tempo fa, un datore di lavoro ha avviato, senza che nessuno fra i suoi dipendenti potesse minimamente immaginarne la possibilità, una procedura di licenziamento per un quarto del personale della sua azienda. Nessun lavoratore avrebbe mai potuto aspettarsi, in quel momento preciso, un'iniziativa del genere, perché, quando questa è stata messa in atto, essi erano in procinto di organizzare un'opposizione al precedente taglio degli stipendi, poi ovviamente passato in secondo piano, vuoi mettere un decurtamento, seppur consistente, del salario con così tante persone che potrebbero perdere il posto di lavoro?!
Dunque, qualche mese fa, l'intenzione era di chiedere e di farsi dare qualcosa, i dipendenti  dovevano soltanto individuare il metodo per farlo (ma i loro tempi, si sa, a volte sono biblici), quando il loro datore di lavoro li ha colti alla sprovvista e, con un colpo a sorpresa, ha tolto loro un pezzetto ancora di quel che avevano: una certa 'sicurezza' contrattuale, alcune prerogative ritenute fino a quel momento incontestabili, soprattuto da parte di un'azienda economicamente sana.
Ancora prima dei licenziamenti annunciati e della cancellazione di parte del reddito, i dipendenti intendevano addirittura osare di chiedere gli 'arretrati' non pagati e i mezzi aziendali per lavorare, quali telefonini, computer, personale tecnico, ecc., insomma, tutti quegli strumenti che, alla luce dei fatti più recenti, hanno inevitabilmente assunto un sapore, se non fantascientifico, almeno anacronistico. Si mettano dunque l'anima in pace, i lavoratori, e rinuncino a queste cose che fanno parte di una concezione moderna di lavorare. Se lo vogliono, usino i propri mezzi oppure non lo facciano, decidano loro, in piena autonomia, se rinunciare per sempre anche al loro senso di responsabilità.

Alla procedura, i dipendenti si sono opposti sia sul piano pratico che su quello della comunicazione, in questo modo: dichiarando lo stato d'agitazione, facendo numerose assemblee 'permanenti', scioperando sette giorni sui dieci annunciati, creando quindi dei problemi all'azienda ma doverosamente amputando anche parte del proprio stipendio, producendo un tam-tam mediatico senza precedenti, costituendo una rete di 'solidarietà' da parte del mondo politico e istituzionale: in questo senso, sono arrivati gli attestati dei presidenti di Senato e Camera, la 'buena' benedizione del Papa, mancava soltanto un'enciclica, una dichiarazione del presidente della Repubblica, l'intervento della regina Elisabetta. 
Le motivazioni a monte di queste scelte sono state che la proprietà non aveva il diritto di licenziare, perché non ha dichiarato lo stato di crisi, ha anzi affermato che la sua è un'azienda sana, e ha appena ricevuto molti soldi pubblici, una quantità non inferiore a quella percepita l'anno precedente. Inoltre, per licenziare, l'azienda vorrebbe fosse applicata una legge che finora non è mai stata utilizzata nel comparto nel quale opera: un precedente che, se passasse, finirebbe per fare a pezzi il contratto che riguarda il settore in questione. 
E' vero, oggi un imprenditore può licenziare anche senza aver necessariamente dichiarato lo stato di crisi e soltanto perché si trova in presenza di un calo del fatturato e intravede all'orizzonte tempi cupi.  Non entro nel merito di ciò che dovrebbe fare un imprenditore di fronte a previsioni del genere, di certo non eliminare forza lavoro ma rinforzarla, non c'è occasione migliore per farlo, attraverso strumenti, formazione e tecnologie, sfruttando la sua particolare e ancora buona congiuntura, investendola e non mettendosela in banca...ma lasciamo perdere. 

Prima di concludere e dire dove voglio andare a parare, vorrei per un momento ancora concentrarmi sull'uso del linguaggio: "le parole sono importanti", diceva qualcuno, ma qui ne sono state spese molte e spesso a sproposito ovvero in maniera non appropriata. Si è parlato – così sono state chiamate – di proposte e di contro-proposte, nel momento nel quale i lavoratori sono stati attaccati e offesi, prima di tutto nella loro dignità. Quelle del datore di lavoro non sono state 'proposte'...di licenziamento, ma dichiarazioni, atti formali, che secondo lui non dovevano essere contestati.
Una proposta è tale se porta dei vantaggi a tutti quanti, a chi la fa e a chi la riceve. Un contro-proposta, invece, è quella che porta degli aggiustamenti alla proposta, altri vantaggi, in definitiva, per gli uni o per gli altri o, ancora meglio, se ciò è possibile, per tutte e due le parti. Qui, invece, i dipendenti sono stati bersagliati a bruciapelo da una pistola ancora fumante: di tanti presunti obiettivi iniziali, soltanto alcuni erano (sono stati) quelli da centrare. Questi sono stati centrati in pieno e si sono difesi parlando e scioperando; hanno assistito a casi di mancata solidarietà (non diciamo altro) da parte di altri colleghi; a casi di crumiraggio mascherato dalla necessità, evidentemente avvertita dalla sensibilità di chi non ha scioperato, "di non staccare del tutto la spina alla proprietà, ma di mantenere accesa almeno una fiammella nell'oscurità nella quale l'azienda è stata gettata dai dipendenti"; sono stati stati cacciati come dei reietti dai loro uffici e hanno dovuto riunirsi in piazza; allo stesso modo, ai rappresentanti sindacali è stato interdetto l'accesso nella loro sede di lavoro; è stato minacciato perfino il ricorso alle forze dell'ordine...parole inaudite o che si sarebbero potute sentire 40 anni fa, nemmeno in Italia, ma in Argentina.

Forse ho dimenticato qualche fatto nel mio resoconto, ma soltanto il pensare queste cose mi crea un certo imbarazzo nel pronunciare la parola 'proposta'. E ancora più imbarazzante è per me pensare alla possibilità di una contro-proposta. A chi mi attacca io non faccio proposte, bensì mi difendo e contro-attacco, anche se sono apparentemente più debole. Che lo sia è infatti tutto da dimostrare: io non sono da solo ma faccio parte di un gruppo. E mi sento ancora più forte se penso di avere ragione, come quando tutta questa vicenda è iniziata, non con una proposta ma con un atto unilaterale da parte della proprietà. E io ho ragione a pensare che un datore di lavoro non possa licenziare nessun dipendente perché la sua è un'azienda sana, perché gode di contributi pubblici che deve spendere per la sua impresa e non per altro. E grazie a questa ragione avrò ragione un giorno anche contro il decurtamento dello stipendio e di tutte le cose di cui ho parlato, che non devono essere intese come concessioni ma come diritti. Che saranno tali se i lavoratori saranno forti, perché i diritti appartengono a chi se li conquista e a chi lotta per mantenerli, mentre le concessioni, qualora ci siano, sono per i deboli. 
In conclusione, io non sono per la mediazione dato che qui non ci sono interlocutori, semmai uno che attacca e l'altro che deve, ha il dovere, di difendersi. Nel caso in questione, 'mediazione' non vuol dire altro che scegliersi una tomba più bella anziché una semplice e povera cassa da morto come quella che inizialmente volevano dare. 'Mediazione', nel nostro caso, vuol dire che i dipendenti facciano fronte a problemi che dovrebbe affrontare un imprenditore. Anche qui, infatti, nel caso delle possibili soluzioni emerse, dei contratti di solidarietà o della cassa integrazione, la parole sono importanti: chi è l'imprenditore e chi sono i dipendenti? Chi deve pagare gli stipendi, il primo o gli altri? Chi ha scioperato ha rinunciato a parte dello stipendio per far valere i propri diritti, non per fare delle concessioni a chi glie li calpestava. Io non voglio accordarmi con chi mi spara ma voglio avere, se ragione ho, ragione su di lui.

Tutto questo è l'antefatto, che andava raccontato, se non altro per far conoscere quanto accaduto e per far comprendere le ragioni dei lavoratori in questa vicenda, i quali sembrerebbero propendere per la lotta e per la difesa dei propri diritti. Riuniti in assemblea, sembrano dei combattenti sul piede di guerra, pronti a ogni sacrificio pur di ottenere la ragione in cui credono. Si opporranno all'iniziativa dell'azienda e, come credono, vinceranno ottenendo ragione contro i licenziamenti. Non solo, avranno restituita anche la parte sottratta dello stipendio che spetta loro. In base alle motivazioni elencate sopra, le singole teste si muovono insieme in un'unica direzione, sono un unico schieramento senza defezioni, sono come una marea che trascina con sé, e dentro di sé annulla, ogni particolarità, qualsiasi singolarità: una voce, un corpo, un movimento. 

Belle premesse, grande solidarietà, una motivazione collettiva senza precedenti. Ma ecco come è andata a finire: all'ultima assemblea i rappresentanti dei lavoratori fanno il resoconto dell'incontro fra le parti, terminato, a tarda sera e dopo un'estenuante trattativa durata un giorno intero, con la rottura: non c'è stato accordo, dato che l'azienda ha respinto anche l'ultima offerta del sindacato che si era detto pronto a rinunciare, pur di salvare i posti di lavoro, a una parte dello stipendio e a conteggiare le giornate di riposo settimanale secondo un sistema di calcolo favorevole all'azienda. Quest'ultima aveva ritenuto l'offerta insufficiente e, a questa notizia, nell'assemblea s'era diffuso un sentimento indefinibile, un guazzabuglio fatto di stupore e disappunto, ma anche di sollievo per un pericolo appena sventato di vedersi sottrarre dei diritti, e parte della paga.

Avete sentito bene, ho appena detto che, nella sua "ultima offerta, il sindacato si era detto pronto a rinunciare, pur di salvare i posti di lavoro, a una parte dello stipendio e a conteggiare le giornate di riposo settimanale secondo un sistema di calcolo favorevole all'azienda". C'è qualcosa che non quadra o sbaglio? L'insieme dei lavoratori non aveva appena detto di essere pronto alla lotta pur di ottenere ragione nei confronti della proprietà? Perché allora i rappresentanti sindacali hanno cercato di perseguire la mediazione, facendo delle offerte e delle concessioni, fortunatamente rifiutate? Qualcuno ha fatto presente tale incongruenza, ma è stato subito azzittito dal sindacato stesso, "il quale ha ricevuto pieno mandato dall'assemblea e la sua iniziativa, dunque, non è in contrasto con il suo ruolo principale di mediatore".

"Le vie legali, le vie legali", ha gridato a questo punto, di nuovo con voce unica, l'assemblea, ancora una volta l'unanimità dei lavoratori, la marea umana. Non c'è spazio per altri equivoci, stavolta la decisione è presa, non c'è più spazio per trattative che nemmeno prima ci sarebbero dovute essere. Da domani partono le lettere di licenziamento, ma anche il contrattacco, e la lotta entra nel vivo, vediamo chi la spunta, afferma spavaldo il coro dei lavoratori.
Il giorno dopo incomincia con il senso di vuoto tipico di chi si chiede "e adesso che succederà" e aspetta la mossa dell'avversario per mettersi in azione. Ben presto però, già nella mattinata, arriva la notizia che la proprietà e i rappresentanti dei lavoratori hanno raggiunto l'accordo: in sostanza, l'azienda ritira i licenziamenti a fronte delle concessioni fatte dai dipendenti ed elencate sopra, le stesse respinte due giorni prima.

Prima di qua, poi di là, ora alta poi bassa. La marea, tutta insieme, lo abbiamo capito ma ripetiamolo, univoca e indifferenziata, è entusiasta per il risultato ottenuto e canta vittoria: sono stati ritirati i licenziamenti, abbiamo vinto, un successo del sindacato, lotta dura senza paura, i lavoratori hanno vinto, una bella giornata frutto della lotta, bella pagina, ottimo lavoro, il risultato della forza e della tenacia della trattativa, è l'inizio di nuove relazioni in azienda, vittoria del sindacato e della ragione.    

Sono contento, ovviamente, che per il momento i lavoratori non vengano licenziati. Tutto bene quel che finisce bene. Ma quel che è incomprensibile, per me, è questo andirivieni delle posizioni, la contraddizione, più che l'incoerenza, di chi prima dice una cosa e subito dopo ne sostiene un'altra, del tutto opposta. La mancanza delle conseguenze logiche, più che di quelle pratiche, è ciò che più di ogni altra cosa è in grado di destabilizzarmi.

P.S. Li scrivo qui, questi pensieri sulle maree, perché questo è un posto che non dimenticherò e di cui non perderò traccia.
 Un luogo che un giorno potranno frequentare anche i miei figli.

lunedì 14 aprile 2014

Amore a chili: da genitori 'sociali' o 'biologici'?


La Consulta ha dichiarato incostituzionale il divieto di fecondazione eterologa. Vado a una conferenza stampa per ascoltare le opinioni di Stefano Rodotà sull'argomento. Secondo il quale la Corte Costituzionale non ha fatto "nessuna forzatura, semplicemente ha richiamato il valore della Costituzione in questa materia. Non si può sottoporre il rispetto della Carta alle negoziazioni legate alla sopravvivenza di una maggioranza politica”. Quest'ultima frase del giurista è la risposta alla dichiarazione del ministro della Salute Beatrice Lorezin che ha auspicato l’intervento del Parlamento sulla questione. 
Una breve sintesi di quanto accaduto soltanto poche ore prima: la Corte Costituzionale ha definito illegittima la norma che vieta il ricorso a un donatore esterno di ovuli o spermatozoi nei casi di infertilità assoluta. Una sentenza attesa dalle coppie che in Italia si sono viste negare la possibilità di avere un figlio per mezzo della provetta, scegliendo in molti casi di rivolgersi a centri esteri. Per quanto riguarda il divieto, ancora esistente, di accesso alle tecniche di fecondazione assistita per i single e le coppie dello stesso sesso, il divieto di utilizzo degli embrioni per la ricerca scientifica e revoca del consenso, si dovranno pronunciare sia la Consulta che la Grand Chambre della Corte europea per i diritti dell’uomo il prossimo 18 giugno. Resta invece ancora da fissare l’udienza, sempre davanti alla Corte Costituzionale, sul divieto di accesso alle coppie fertili ma portatrici di patologie genetiche.
La mia idea in materia di Legge 40 e, in generale, di procreazione (eterologa, assistita, in vitro, artificiale oppure banalmente naturale), ma anche di affido e adozione da parte di coppie etero o gay (chi più ne ha, più ne metta), è che non importa come il figlio nasca, né chi siano i suoi genitori, perché la cosa fondamentale, l'ho detto tante volte in questo blog, è che il bambino sia amato e che i genitori se ne prendano cura. 
Ma meglio di me lo racconta Michela Marzano nel suo blog.
Con la decisione presa ieri dalla Consulta sulla fecondazione eterologa è caduto l’ultimo paletto imposto dalla tristemente celebre legge 40. Non si potrà più impedire la fecondazione a chi, per avere figli, ha bisogno di ricorrere a un dono di gameti (ovuli o sperma). E non si potranno quindi più discriminare alcune coppie sterili. Perché d’altronde focalizzarsi sui legami genetici esistenti o meno tra genitori e figli senza accettare l’evidenza del fatto che non è certo il patrimonio genetico che rende una donna “madre” o un uomo “padre”? 
Come diceva lo scrittore francese Marcel Pagnol, quando un bimbo nasce, pesa tre o quattro chili. Poi cresce, e mette su i “chili amore” dei propri “ parents”, termine che in francese designa i “genitori sociali”, da non confondere con la parola “ géniteurs” che indica invece i “genitori biologici”. Ancora una volta, però, l’Italia è vittima di un provincialismo culturale che impedisce a molti di capire che la genetica non potrà mai spiegare la complessità dei legami familiari, e che le questioni “eticamente sensibili” dovrebbero essere affrontate con rigore e lucidità. Ci si immagina che rendere possibile l’inseminazione eterologa significhi trasformare la maternità e la paternità in una sorta di marketing con compravendita di gameti. Si fantastica che il dono di gameti possa introdurre in una coppia il “fantasma dell’adulterio”. Si invoca il primato dell’interesse dei bambini rispetto a quelli degli adulti, ricordando il diritto dei figli a conoscere le proprie origini. Nessuno di questi argomenti, però, è decisivo. Anzi. Basta analizzarli con serenità — guardando anche come gli altri paesi europei hanno affrontato la questione della fecondazione eterologa — per rendersi conto della loro inconsistenza. Nel momento in cui si organizza il dono di gameti sulla base dei principi di gratuità e di anonimato, come accade ad esempio in Francia già dal 1994, vengono meno molti pericoli: non è la coppia che sceglie i donatori, ma i medici, che decidono sulla base di criteri strettamente sanitari; i donatori non vengono mai remunerati per il dono che fanno e non acquisiscono alcuna relazione giuridica parentale con i bambini; il dono è solo “dono di materiale genetico”, e non ha né “volto”, né “nome”. Per quanto riguarda poi la questione delle origini, basterebbe ricordare la sentenza del 18 novembre 2013 della Corte Costituzionale, in cui si spiega come permettere ad un figlio di conoscere le proprie ori
gini significhi permettergli di “accedere alla propria storia parentale”. Ma quando si parla di storia, non si parla certo di “codice genetico”, a meno di immaginare che il codice genetico ci racconti la storia dei nostri genitori. Quella storia che li ha portati a desiderarci o meno, a volerci crescere e darci o meno affetto, a trasmetterci o meno valori e principi. 
Il caso dei bambini adottati, in questo senso, non ha niente a che vedere con quello dei bambini nati grazie ad un’inseminazione eterologa. Nell’adozione, c’è sempre la storia di un abbandono. Storia cui è sicuramente importante avere accesso, anche solo per poter fare il lutto di quest’abbandono. Ma quale abbandono ci sarebbe nel caso di chi è nato grazie ad un dono di gameti? La storia parentale, in questo caso, non è forse quella di chi, sterile, desiderava a tal punto avere un figlio che è ricorso ad un dono di gameti?
 
Chi si oppone con accanimento alla fecondazione eterologa forse dimentica (o fa finta di dimenticare) che non c’è bisogno di ricorrere alle tecniche procreative per trattare i figli come “oggetti” a propria disposizione. Basta desiderare un figlio per colmare un vuoto oppure perché i propri sogni e i propri desideri possano un giorno realizzarsi, per trasformare i figli in “cose”. E lo stesso vale per tante altre motivazioni che spingono ad avere un figlio, che si tratti del conformismo o del desiderio di avere una discendenza. Ma questo, appunto, vale sempre, non solo nel caso in cui si ricorra ad una fecondazione eterologa. 

Diventare genitori è sempre complesso: si tratta di accogliere un’altra vita riconoscendola come “altro” rispetto a sé; significa aiutare a crescere chi dipende in tutto e per tutto da noi; significa amare incondizionatamente e senza ricatti. Poco importa, poi, se ci siano stati ostacoli o incidenti di percorso o se, per far nascere un figlio, ci sia stato bisogno di ricorrere ad un dono di gameti. Chi può anche solo immaginare che avere lo stesso patrimonio genetico dei propri genitori metta al riparo dalle difficoltà della vita?

venerdì 11 aprile 2014

Bassa marea


Stamattina ho fatto una passeggiata in qualche modo lontana dalla realtà. Per riprendere un discorso appena detto e che riguardava le maree, il paesaggio stavolta era apparentemente fermo e sapeva infondere una pace insolita. In una giornata normalmente lavorativa, le persone nel parco erano poche e le poche che c’erano viaggiavano senza fretta e, mi pareva, senza una destinazione precisa, chi da sole, chi in compagnia di qualche altra persona o di un cane o dei propri pensieri, eventualmente espressi in silenzio, solamente a se stessi. 
Gli alberi che incorniciavano il viale per il quale mi sono incamminato sembravano addirittura pendere sul terreno nel quale, al contrario, sono piantati. Sembravano creature che fossero state risparmiate, e che dunque potevano farne a meno, dalla forza di gravità: pur senza muoversi, né ondeggiare, la mia impressione è che galleggiassero sulla terra. Se è vero che la gravità sul nostro pianeta è un’elemento imprescindibile, a volte è sufficiente un’assenza, o un’insieme di assenze, per creare una condizione che, almeno idealmente, si avvicina a questa idea di assoluta leggerezza. Un’assenza di vento, tanto per cominciare, una inaspettata mancanza di fretta, un paio di ore di libertà, la fine di un’ansia, un incubo da cui ci si è appena risvegliati e che adesso è dissolto. 
Ho approfittato di qualche ora di libertà per passeggiare fra i viali di un tempo, guardando in faccia persone, animali e oggetti che non conoscevo personalmente, ma che tuttavia ho saputo riconoscere. Il processo che porta alla conoscenza delle cose, e delle persone, viaggia per analogie: non c’è spazio per la matematica o per le equazioni nei rapporti interpersonali, né in qualsivoglia relazione umana, anche se c'è chi ne fa uso e in questo metodo ripone una fiducia estrema. C'è, al contrario, un riferimento costante a noi stessi, un confronto continuativo con casi simili di nostra conoscenza, con le nostre esperienze precedenti, alle quali rapportiamo qualsiasi novità. 
E anche qui, non so veramente quanto le novità in generale possano veramente essere considerate tali, dato che fondamentalmente percepiamio il mondo attraverso i nostri sensi, quindi sempre e soltanto in maniera esclusivamente soggettiva, riferendoci sempre a qualcosa di già noto. La signora con il cane che ho incrociato soltanto per un attimo non era esattamente quella che ho conosciuto tanti anni fa, così come il tronco cavo del grande platano che ho visto non è lo stesso albero che ho conosciuto in passato e che seppi essere stato sventrato da un fulmine. Adesso le chiome dei pini sono popolate da pappagallini anziché da passerotti, tuttavia la sostanza non cambia e sia il cinguettio degli uni, così come quello degli altri, è possibile udirlo soltanto se tutt’intorno c’è un minimo di silenzio. Allo stesso modo, sia la signora, che il cane, che il platano, ma anche il bambino che pedala sul suo triciclo o la persona che corre per dimagrire sono analogie e paradigmi indispensabili: riferimenti, rimandi della memoria, categorie. Oltre a essere, ovviamente, entità soggettive, ciascuna con un'identità unica e irripetibile e dunque sconosciuta e inconoscibile fino in fondo o, per lo meno, oggettivamente. 
Ma torniamo alla quiete di una camminata in un viale alberato dove non soffia il vento e dove la parola “fretta" sembrerebbe non essere mai stata pronunciata. Ci hanno raccontato che nessun uomo è un'isola e credo che questo sia vero. Però penso anche che al massimo possiamo definirci come dei piccoli arcipelaghi, oltre questo non andiamo. Gruppi di isole misconosciute o quasi, separate fra loro da tratti di mare difficilmente navigabili. Dal punto più alto dell'isola possiamo scorgere lo scoglio che abbiamo di fronte, ma più di questo, oltre a uno sguardo da lontano o d'insieme e, in ogni caso, sempre e soltanto tridimensionale, non riusciamo a offrire o a ottenere. Semplicemente perché chi si trova all'esterno resta fondamentalmente un estraneo. Almeno quanto lo spettatore che, pur immedesimandosi col personaggio principale, non solo non riuscirà mai a oltrepassare lo schermo, ma non sarà mai come lui, anche altrove.
Forse è stata soltanto questa piccola e momentanea consapevolezza, inaspettata come una luna che sorgesse nel breve spazio di una passeggiata mattutina, a rendere più leggera una giornata e a far ritirare la marea del giorno prima.

P.S. Li scrivo qui, questi pensieri sulle maree, perché questo è un posto che non dimenticherò e di cui non perderò traccia. 
Un luogo che un giorno potranno frequentare anche i miei figli.

martedì 8 aprile 2014

Alta marea


La linea di solito non è affollata, ma ieri l'autobus che ho preso era strapieno e al suo interno si moriva di caldo. Saranno stati i troppi caffè bevuti, ma sono salito sul mezzo con una nausea che non riuscivo a sopportare. Ero in piedi sul lato opposto alle porte centrali e di fronte a me una signora grassa parlava con un ragazzo. Discutevano del quartiere dove vivono, di come era prima e di come è rovinato oggi. La donna non risparmiava critiche al traffico, alle strade sporche, alla maleducazione. Il giovane ne ammorbidiva puntualmente ogni disappunto, con la frase ricorrente "in fondo non è così male, io ci sto bene": avrà avuto non più di sedici anni e davvero un bel carattere, per contraddire una persona tanto impetuosa.
Ho appoggiato lo zaino sullo scalino di un sedile alla mia destra, sul quale stava una vecchina vestita di tutto punto - una specie di regina Elisabetta seduta su un trono di plastica, dagli abiti meno sgargianti della sovrana inglese, ma la pettinatura era identica - che è restata in silenzio e senza espressione per tutto il viaggio. Accanto a lei, due ragazze sudamericane, che sembrano appena uscite da un provino televisivo per fare le veline, parlavano fra di loro, a bassa voce, in spagnolo. Sembravano perfettamente a loro agio nei vestiti succinti e nella pettinatura e nel trucco appariscenti. Attiravano inevitabilmente lo sguardo degli altri passeggeri, ma i loro modi erano riservati né si davano delle arie per l'aspetto fisico. Erano incredibilmente discrete, nonostante l'apparenza vistosa.
Accanto alle porte c'erano dei ragazzini con t-shirt attillate e bicipiti in bella vista, tatuati e con i capelli rasati sulle tempie e lunghi al centro della testa, un tempo si sarebbero chiamati 'alla moicana', ma erano pieni di gelatina e appiattiti e induriti come la pinna di uno squalo. Le sopracciglia disegnate come oggi fanno anche i maschi, se ne stavano in silenzio a guardare il resto dei passeggeri, appoggiati alle vetrate delle portiere, come se sotto il loro peso spavaldo non avessero mai potuto aprirsi per farli precipitare sulla strada.
Alla mia sinistra si muoveva un gruppo di studenti di una qualche scuola di recitazione, che parlavano di parti assegnate da maestri incompetenti, di audizioni dove, a chi non era bello, veniva ogni volta chiesto se, oltre a saper recitare, fosse anche in grado di cantare e di ballare. Erano giovani già abbastanza delusi dalle loro prime esperienze lavorative, dove spesso gente 'che ne sa di meno' si trova a giudicare, e il più delle volte 'ad ammazzare sul nascere', dei talenti o semplicemente delle speranze. Invece, questi ragazzi avevano delle facce talmente espressive, erano già dei personaggi da vedere in qualche film. C'era una ragazza non particolarmente bella, ma che aveva degli occhioni talmente azzurri che, quando ti guardavano, sembravano sapessero già tutto di te, e in ogni caso non avresti mai saputo raccontarle delle bugie. Il suo amico, invece, era magro come un chiodo e, mentre parlava, gesticolava e i suoi movimenti erano così mimici ed espressivi, che avrebbe potuto benissimo fare a meno della parola. Un'altra ragazza del gruppo, che penso fosse americana, portava un cappello di lana spessa in testa, nonostante il caldo. Prendeva la parola ogni tanto e sembrava la più saggia o, almeno, la più riflessiva fra gli altri attori che aveva attorno.
L'autobus avrà impiegato più di un'ora a compiere un tragitto di non più di otto chilometri, muovendosi nel traffico cittadino come una zattera in balia delle onde e facendo ballare a ogni stop e a ogni nuova partenza il carico umano che trasportava. La nausea non è diminuita nel corso del viaggio e sono uscito dal mezzo prima della fermata alla quale sarei dovuto scendere. Ho preferito continuare il mio tragitto a piedi, lasciandomi alle spalle l'autobus e le persone che vi si trovavano dentro.
L'aria fresca deve avermi fatto bene: appena ho cominciato a camminare ho immaginato le maree nelle quali ci troviamo inevitabilmente invischiati: chi in balia di un mezzo pubblico, chi nella propria macchina, alcuni in un ufficio, altri in un ospedale. Oppure a scuola o in un giardino o in montagna. Non ci troviamo semplicemente in un ambiente, ma ne siamo sommersi e a volte vi siamo perfino abbandonati. Ciascuno di noi, con la propria e unica vita in mezzo a tutte le altre che ci circondano, spesso siamo come dei naufraghi in cerca di un'isola o di uno scoglio al quale aggrapparci.
Aspettiamo il soccorso di qualcuno mentre preghiamo che la marea non si alzi troppo. Oppure iniziamo a nuotare, la maggior parte delle volte controcorrente.

P.S. Li scrivo qui, questi pensieri sulle maree, perché questo è un posto che non dimenticherò e di cui non perderò traccia.
Un luogo che un giorno potranno frequentare anche i miei figli.