giovedì 20 marzo 2014

Genialità non fa rima con paternità


Qualche giorno fa sono stato invitato a rispondere a un sondaggio su genialità e paternità. La domanda era questa: il genio deve sacrificare i propri doveri di genitore per rendere, in cambio, un grande beneficio all'umanità? Ho risposto di no, ovviamente, dato che per me chi ha fatto la scelta di diventare genitore si prende una responsabilità che dura per tutta la vita e che deve precedere ogni altra scelta futura. Dal momento che ha messo al mondo dei figli, il genitore non può, di fronte a nulla e in nessuna circostanza, dimenticare di esserlo. Neanche davanti alla possibilità di rendere un grande beneficio all'umanità.
La domanda, tipica dei sondaggi, imponeva una risposta secca, un sì oppure un no, nessuna via di mezzo. Ma, se si potesse rispondere in maniera più esaustiva, direi che la domanda è mal posta perché, secondo me, dà per scontato che il genio, che opera beneficamente per l'umanità, senta di avere dei doveri di genitore e si ponga il problema se sacrificarli o meno. 
Chi raggiunge certi risultati 'geniali' è qualcuno che si è dedicato, anima, cuore e corpo, al suo lavoro: non c'è spazio per altro, nella vita dei geni, se non per il loro interesse principale al quale danno tutta la propria esistenza. Spesso i geni dimenticano perfino di mangiare e di dormire, quando sono intenti nelle loro attività. Non è un giudizio morale, il mio, e il termine va inteso in senso stretto: i geni sono degli 'egoisti' totali, che non hanno altri stimoli e interessi al di fuori della loro opera, sulla quale soltanto sono concentrati. Figuriamoci dunque se possono avere cura dei propri figli e se avvertono il proprio 'sacrificio' del dovere di genitore.
In conclusione, quel che penso è che una persona, che non sacrificherà i propri doveri di genitore, non sarà mai un genio. Ciò a cui al massimo può aspirare, un tal uomo, è di essere un genitore 'geniale'. E anche questo, in fin dei conti, credo voglia dire rendere un grande beneficio all'umanità. 

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