mercoledì 19 febbraio 2014

La prima pagella


"Che cosa devo dirle di suo figlio? E' bravo a scuola". Durante il colloquio con le maestre per il ritiro della prima pagella di Dodokko, l'insegnante di matematica (l'unica rimasta in classe al mio arrivo, quella di italiano era dovuta andare a prendere di corsa il treno) non ha avuto granché da commentare i voti del primo quadrimestre che mi mostrava: una sfilza di sette e anche alcuni otto, uno perfino in musica, materia mai insegnata a mio figlio, come lui stesso mi ha raccontato la sera a casa (però il giorno dopo gli è venuto in mente che forse musica la fanno...quando cantano le canzoni in inglese). Ho guardato rapidamente la pagella, senza soffermarmi sulle materie, e l'unica domanda che ho saputo fare alla maestra è se mio figlio è educato e se, durante le lezioni, segue con attenzione o si distrae facilmente. L'insegnante mi ha rassicurato: "E' un bambino diligente che, anzi, vorrei fosse meno riservato".
Ciò che penso è che i voti in pagella lascino il tempo che trovano e che oggi sono buoni e domani possono esserlo meno. Quel che conta, all'età di sei anni, è che Dodokko vada a scuola volentieri e che sia contento di stare insieme ai suoi compagni. Inoltre, è importante che riesca ad ascoltare, senza distrarsi troppo, le spiegazioni delle maestre e che ne comprenda il significato. Imparare un'attività oppure una lezione non serve a nulla se prima non se ne capisce il senso. Bisognerebbe possedere sempre un buon grado di coscienza rispetto la realtà che ci circonda e che viviamo, e questo vale anche per gli adulti.
Imparare a ragionare è preferibile all'imparare a memoria e io a scuola, non so a partire da quale classe, non ho mai saputo ripetere a pappagallo le cose che gli insegnanti mi dicevano, né le frasi scritte nei libri. Un po' perché le mie doti mnemoniche non sono mai state eccelse e un po' perché in classe mi distraevo facilmente. Ho sempre saputo ricordare le cose che devo fare, mentre quelle fatte le ho sempre rimosse con grande facilità. Per esempio, lì per lì mi piaceva leggere la vita di Napoleone e mi interessava molto la parte relativa alla sua infanzia e le battaglie che vinceva, ma dopo poco tempo dimenticavo tutto. 
Mi piaceva andare a scuola perché mi divertivo tantissimo con i miei compagni, sono stato un bambino, e successivamente un ragazzo, sempre con la battuta pronta che amava scherzare e far ridere gli altri. Spesso, durante le lezioni mi annoiavo e di colpo non ero più presente in classe, perché con la fantasia partivo verso mondi lontanissimi dal luogo fisico in cui realmente mi trovavo. La stessa cosa mi accadde all'università, dove, invece di studiare i libri d'esame, mi ritrovai di frequente a leggere testi di narrativa o di poesia oppure a dipingere o a conversare amabilmente con interlocutori incontrati casualmente durante le passeggiate pomeridiane con i miei cani. Insomma, a prevalere, su quelli che sono considerati i doveri di uno studente modello, sono sempre stati gli interessi, occasionali o coltivati, nei quali mi imbattevo. Pur riuscendo a laurearmi, compiendo dunque un percorso di studi lineare, da giovane ho fatto e ho amato fare delle esperienze nuove, nell'ambito pur ristretto della mia vita quotidiana, dei miei obblighi e delle mie abitudini.
Quel che voglio dire, con la storia della pagella di Dodokko e il riferimento a me stesso studente, è che bisogna avere il piacere di studiare ed è proprio questo piacere che gli insegnanti e i genitori dovrebbero trasmettere ai bambini. L'argomento e il significato di ciò che si studia in qualche modo si apprenderà, perché tutti, chi poco di più e chi poco di meno, siamo normodotati, dunque né geni e né deficienti. 
Tengano presente, questo discorso, soprattutto quei genitori che, all'uscita dall'aula dopo il mio colloquio con l'insegnante, mi hanno chiesto come fosse andata la pagella di Dodokko e ai quali, ne sono convinto, non ho dato soddisfazione con il mio laconico "bene, grazie". So quel che si aspettavano da me, dopo il loro esplicito interessamento: un analogo interessamento, manifestato con la stessa domanda appena fatta da loro. La tentazione di fare paragoni e confronti e di vedere come si piazzasse il proprio figlio rispetto ai compagni era talmente evidente, da potersi leggere sulle loro facce come in un libro spalancato. Un'analisi comparata materia per materia, bambino per bambino è ciò a cui aspiravano, come se i voti siano il Verbo, la Verità, la sentenza di una giustizia infallibile e possano decretare la nascita di un novello Einstein. E, invece, non sono altro che un risultato variabile, fisso soltanto per la breve durata di un dato momento della formazione. A volte, perfino l'espressione di una serie di stati d'animo. Del bambino o, come spesso accade, anche degli insegnanti. 

mercoledì 12 febbraio 2014

La cattiveria e la commedia umana



Ancora fino a pochi anni fa, credevo che il modo di comportarsi delle persone dipendesse da ciò che esse erano: il carattere, la cultura, l'esperienza. Mettevo al primo posto la coerenza fra quello che siamo e quel che facciamo. Non immaginavo la possibilità che si potessero avere in mente dei secondi fini. Credevo nella parola data e soprattutto in quella mantenuta. Addirittura, non ipotizzavo l'esistenza di persone cattive: il male, secondo me, era dovuto all'ignoranza perché chiunque desidera e si comporta in modo tale da perseguire ciò che ritiene sia il bene. Anche il ladro che mi rubò la macchina - ero pronto a giustificarlo, anche se sporsi denuncia - probabilmente aveva bisogno di farlo, non trovando - immagino - un lavoro onesto, per mangiare. 
Ero un idealista e le mie posizioni erano certo estreme, ma che vuoi farci se allora, e a volte anche adesso, la pensavo così. Non ero un ingenuo e avevo già avuto anch'io la mia parte normale di delusioni e di fregature, ma mantenevo sempre una buona dose di fiducia nel prossimo. 
Mi sbagliavo, è chiaro: le persone malvagie esistono, così come quelle che hanno dei secondi fini e quelle che ti parlano davanti e ti pugnalano alle spalle. C'è gente che dice che farà e che, mentre lo dice, nello stesso e identico istante, già pensa che non lo farà mai. C'è gente che afferma il contrario di ciò che pensa, che è intellettualmente disonesta: una cosa per me inconcepibile, prima come adesso. 
Esistono queste persone e lo sapevo già allora, ma non volevo tenerne conto, non volevo crederci. Oggi ogni tanto lo riscontro, anche se di sbilanciarmi su certi giudizi non me la sento quasi mai. Credo di più nei ruoli che gli uomini interpretano nella commedia della vita. Hai presente  il dialogo di Totò e Fabrizi nella scena dell'inseguimento, in Guardie e ladri? Pur comprendendo, l'uno le ragioni dell'altro, ciascun personaggio rappresenta una parte e deve attenersi al proprio ruolo: la guardia deve fare la guardia e rincorrere il ladro, mentre quest'ultimo deve scappare per non farsi prendere.

"Ormai te sei fermato. Sei preso. Vieni qua", intima la guardia.
"A chi?? A chi???!!! Tu vieni qua. Sei tu che mi devi arrestare, no?", spiega il ladro.
E proseguono:
"Aò, te sparo, sa'?".
"Non puoi".
"Perché?".
"Puoi sparare solo per legittima difesa: io non offendo".
"Va be', allora sparo in aria a scopo intimidatorio".
"E va be', io non mi intimido e sto qua".

La guardia insegue e il ladro fugge, il padrone minaccia di licenziare e il dipendente sciopera, il maestro sale in cattedra e l'allievo sta seduto al suo banco, il padre e la madre fanno i genitori e i bambini si comportano da figli. Non sono vuote e inutili tautologie queste appena enunciate, ma ruoli ben definiti e per nulla scontati che gli attori hanno ben presenti, conoscendo bene anche il ruolo degli antagonisti e, in generale, il copione che recitano. La differenza fra gli uomini e gli animali e fra gli adulti e i bambini è proprio questa: la visione del quadro generale che i primi hanno e che i secondi ignorano, e anche le ragioni della controparte e il calarsi, idealmente, ogni tanto, in quei panni. Al leone non passano neanche minimamente per la testa le ragioni della gazzella, così come il neonato non si crea il problema di disturbare il sonno dei genitori, che il mattino dopo devono andare a lavorare, quando di notte, urlando, reclama la sua sacrosanta dose di latte.
Ho preso appositamente, dal gergo teatrale, i verbi 'interpretare' e 'rappresentare', e invece non ho voluto usare 'incarnare', il primo che mi è venuto in mente, quando poco sopra ho accennato alla commedia della vita e alla quale partecipiamo in qualità di attori a tutti gli effetti, che si attengono a una sceneggiatura ben definita che scriviamo ogni giorno noi stessi. I soliti che non recitano sono gli animali e, non so fino a che età, anche i bambini: è per questo che amo queste due categorie di esseri viventi, che si comportano come sentono di fare, che non devono rendere conto a nessun regista e non hanno ancora alcun miraggio da Oscar all'orizzonte.
E' il grado di coscienza che gli uomini hanno e la possibilità che hanno di calarsi nei panni degli altri a distinguerli da chi non ha ancora raggiunto questo grado di consapevolezza. E la cattiveria, con cui ho aperto questo post, cosa c'entra con tale ragionamento? C'entra nella misura in cui decidiamo di ignorare, non le nostre, ma le ragioni del prossimo e non ne vestiamo i panni. Non è cattivo il leone che, obbedendo all'istinto e allo stimolo della fame, mangia la gazzella e ne lascia orfani i figli appena partoriti e che, senza più una madre, presto moriranno anche loro, né il neonato che pretende il suo cibo. Cattivo è invece chi conosce le ragioni dell'altro e le ignora, facendo prevalere le proprie, chi crede che il proprio diritto sia superiore a quello del prossimo. Non dico che questi non debba attenersi al proprio ruolo, ma soltanto che dovrebbe tenere presente anche quello della sua controparte e non ignorarlo, dimenticarlo, calpestarlo. Una visione umana sul mondo è quella che vorrei, uno sguardo comprensivo, nel senso stretto del termine, ossia che comprendesse la realtà a 360 gradi, le proprie come le altrui ragioni. Proprio come il dialogo succitato fra Totò e Fabrizi.


Dopo tanta pioggia, sabato scorso era finalmente una bella giornata e con i bambini siamo andati in una piazzetta per giocare con i coriandoli. Ne ho comprata una busta da un indiano e ho detto ai miei figli di dividerseli e di tirarne un po' per uno agli altri bambini in maschera. Lo hanno fatto per un poco, poi, quando si sono accorti che i coriandoli diminuivano e che presto sarebbero finiti, hanno fatto come facevano già altri ragazzini: hanno cominciato a raccoglierli da terra, dove ce n'era una prateria, e a riempire non solo la propria busta, ma anche altre che avevano trovato in giro. Prima ho consigliato loro di lasciar perdere e di giocare e divertirsi, invece di lavorare e riempire sacchetti. Infine, dato che preferivano farlo, li ho aiutati anch'io, questi figli della crisi, e insieme abbiamo fatto ben cinque buste.


Gli ambulanti indiani passavano e guardavano divertiti, con i loro sorrisi candidi sui volti scuri, questi bambini che, in qualche minima ma sufficiente misura, rallentavano qualche altro loro già esiguo guadagno. E allora sai a un certo punto che hanno fatto? Hanno aperto alcuni dei loro sacchetti e hanno cominciato a rincorrersi per tirarsi l'un l'altro i coriandoli e a spruzzarsi le stelle filanti con le bombolette, divertendosi come pazzi per davvero.
E' stato il rovesciamento delle parti che la commedia umana qualche volta ci riserva, con tanto di colpo di scena nel finale. E il lungo ragionamento sui ruoli che lo ha preceduto ha preso spunto da questo sorprendente episodio.