venerdì 31 gennaio 2014

Due fratelli


A volte un colpo di fortuna può trasformarsi in una sciagura e rovinare la vita di chi ne è colto. La storia di cui sto per parlare me l'ha raccontata la persona che la scorsa estate mi ha affittato la sua casa al mare, nel sud dell'Italia, dove abbiamo trascorso le vacanze. Con gentilezza e disponibilità, un giorno mi accompagna con la sua macchina a fare degli acquisti e, fra gli altri posti nei quali ci fermiamo, c'è un banchetto di frutta e verdura ai margini di una strada di campagna. Io compro quel che mi serve, uva, pesche, insalata e melanzane, lui prende alcune cassette di pomodori che gli servono per fare le passate per l'inverno. 
Il fruttivendolo è aiutato dalla moglie nel suo lavoro, è un tipo taciturno, che ci passa quel che ci serve senza parlare e che, quando si rivolge alla consorte, lo fa con dei gesti accompagnati da monosillabi. Alla fine della spesa, saluta il mio accompagnatore senza sorridere e neanche risponde al mio "arrivederci". Carichiamo tutto in macchina e ce ne andiamo.
"Ci conosciamo da una vita, io e quel ragazzo", mi dice il mio amico appena ci allontaniamo un poco. "Il padre vinse una bella somma al Totocalcio e con i soldi comprò quei terreni alle spalle del banchetto, con quelle case che vedi lì in fondo. Il papà intestò ogni bene al fruttivendolo e non diede niente al fratello, che in quel momento era emigrato per lavoro in Germania".
Saputo della vincita paterna - prosegue il racconto - il fratello del fruttivendolo torna dalla Germania, intenzionato a rivendicare la sua parte. Il padre però crede nelle proprie e, secondo lui, ottime ragioni, che non conosco, di dare tutto a un figlio e niente all'altro. E così un bel giorno, dopo un gran litigio, questa pecora nera di un figlio, che anche lui crede nelle proprie ottime ragioni e ritiene ingiusta la decisione del genitore, anziché belare prende un fucile e lo punta contro il padre e, senza pensarci due volte ma una sola, così come aveva fatto poco prima il suo genitore con la sua decisione univoca, fa fuoco e lo uccide. Non come si ammazza un cane o un maiale o un avvoltoio, cioè per paura o per fame o per rabbia, ma per fare giustizia, secondo lui, ovvero nel tentativo di mettere nel piatto della bilancia una parte mancante: i soldi, l'eredità, i terreni, le case? - direte voi. No, non credo queste cose, ma l'amore di un genitore, a questo sentimento penso, guardando con lucidità e il senno di poi a un gesto che non è altro che folle.
Ma la legge non vede di buon occhio i gesti folli dettati da un vuoto d'amore o dalla gelosia, né la giustizia fai da te, né tanto meno l'omicidio di un padre tutt'altro che equanime. Pertanto, segue un processo inevitabilmente senza troppi fronzoli e il carcere. E adesso, a causa di un colpo di fortuna inaspettata, c'è un persona finita prematuramente sotto terra e un'altra che, tornata dalla Germania, tutt'altro si sarebbe aspettata se non di essere sbattuta dietro le sbarre.
E poi, ovviamente, c'è il fruttivendolo che, a sorpresa, ha speso una gran parte dei suoi soldi per la difesa, vana, del fratello, durante il breve, e dall'esito scontato, processo, e sta spendendo l'altra grossa parte della sua eredità per aiutare la famiglia dell'unico consanguineo che gli è rimasto.
Bel gesto, non c'è che dire, quello di un uomo che riconosce l'ingiustizia di un padre e aiuta un fratello colpito dalla disgrazia. E che tutti i giorni lavora in silenzio, sotto a un sole che brucia la pelle e con la testa rivolta chissà dove mentre i clienti gli parlano, forse a un giorno lontano dell'infanzia nel quale tutti e tre, il padre con i due figli, si rincorrevano spensierati e felici per i campi e giocavano a nascondersi fra i filari dei pomodori.
Questo tipo di pensieri, immagino, oggi che tutto è cambiato: i pomodori sono nelle cassette e vanno venduti a chi vuole fare le conserve, i soldi sono nelle tasche ma non fanno in tempo a entrarvi che già ne escono, la fortuna che passa, anche lei senza fermarsi e lasciando soltanto una scia di dolore. 

mercoledì 29 gennaio 2014

La casa bianca


Mi è capitato qualche giorno fa di andare in una casa bianca (a Roma, non a Washington). E' l'appartamento di un amico di Dodokko che vive assieme alla mamma e a una cameriera-baby sitter. La madre del piccolo è separata da qualche anno, è una modaiola incallita, griffata da capo a piedi e che griffa anche il figlio. I loghi che ostenta, così come il telefonino all'ultimo grido, le conferiscono la sicurezza di cui ha bisogno nei rapporti con gli altri. Niente di male, in questo: preferisco una persona di tale specie a una che, per le stesse ragioni, si rovina la salute con le sigarette o gli psicofarmaci. E poi, chi non ha bisogno di sentirsi certo con gli altri e al sicuro in casa propria? 
Anche per questo motivo l'appartamento è prevalentemente bianco, così come suggerito dagli ultimi numeri delle riviste di arredamento, ma il bianco che impera negli abiti, nelle automobili e nei cellulari, a me non piace affatto. Anche se il bianco, ce lo hanno insegnato a scuola, è l'insieme dei colori dell'arcobaleno, non amo le tele vuote, ma quelle colorate nelle quali il pittore sceglie almeno una tonalità e con questa caratterizza il suo quadro. Che poi venga brutto non fa niente, l'importante è tentare di fare qualcosa che esprima il sentire dell'autore, qualcosa di comunicativo. Nel bianco non esiste nulla di questo, non c'è personalità, né carattere, né idea.
Tornando alla casa bianca, non mi piace entrare in un appartamento e sentirmi come in un negozio d'arredamento, dove tutto è perfettamente piegato e in ordine ma dove non c'è traccia di vita. In questa casa, perfino nella stanza del bambino, tutti i giocattoli sono al loro posto, e il piccolo neanche ricorda tutti quelli che ha, se funzionano ancora o se le pile sono soltanto scariche, e si stupisce quando trova una macchina telecomandata che ancora cammina. 
E le foto appese sono quelle plastiche, posate e con la luce giusta, dove mamma e figlio sono rappresentati secondo il canone attuale dell'amor filiale: anche qui la moda del bianco, laddove il sentimento me lo immagino sempre come qualcosa di forte, struggente, violento, drammatico e mai neutro, e la sua rappresentazione fotografica quella di un momento spontaneo: un bacio improvviso, una risata irrefrenabile, un abbraccio dove i muscoli e le dita delle mani sono contratti e affondano nella pelle.
Nella stanza del bambino non c'è una foto visibile di suo padre, se non quella, l'unica, minuscola, su una mensola alta, in fondo a tutte le altre. In questa stanza bianca la foto del padre è l'unico accenno di colore, un tentativo minimo di forza o di carattere, una mezza vittoria dato che il colore è sbiadito, tendente al bianco. Una prova di coraggio o una nota stonata, dipende dal punto di vista dell'osservatore, di chi ha provato a dire: "Vediamo se per una volta  so sentirmi sicura, anche senza le mie certezze di sempre".  
E il bambino, in questo quadro, è quel colore ancora nel tubetto in attesa di sporcare la tela. Immagino di rosso, perché il rosso è un colore magnifico, caldo e fluido come il sangue. 
E' il colore del sentimento e della passione, della gioia e del dolore. Forte come l'amore e intenso come la vita.

martedì 7 gennaio 2014

L'orologio in cucina


L'orologio in cucina segna le quattro, cinquantacinque minuti e cinque secondi, ma potrebbero benissimo essere le sedici, cinquantacinque minuti e cinque secondi. L'orologio nella cucina della casa, dove sono nati i miei bambini e dove qualche volta torniamo, infatti, non dice la verità. E' fermo e ha interrotto il suo tentativo di inseguire il tempo in un certo momento della sua vita, di mattina molto presto o nel pomeriggio di un giorno ben preciso, ma non è dato sapere quale, infatti questo orologio segna le ore, i minuti e i secondi, non i giorni, e nemmeno gli anni. 
Ho osservato più volte l'orologio della cucina durante la mia breve permanenza in questa casa per le feste di Natale, nell'attesa, non dico nella speranza, che almeno la lancetta dei secondi scattasse, magari una volta soltanto, e si spostasse di una tacca, grazie non a un ultimo anelito delle batterie, che ormai saranno completamente esaurite, ma per una minima forza di inerzia, una ruotina dentata che per caso si è fermata sul piglio del secondo numero sei e che adesso è sospesa, una spinta in avanti, un altro piccolo sforzo ed è fatta, ho pensato spesso fra me e me.
Ad ogni modo, questo orologio che non segna più il tempo presente ma soltanto un istante trascorso e lontano, non ha impedito al mondo di andare avanti e al tempo stesso di fare il suo corso. I bambini stanno dormendo adesso, sono sul letto grande, in un pomeriggio d'inverno, e sono circa le diciassette, lo giurano altri orologi nella casa, primo fra tutti quello che ho al polso. Hanno i visi rivolti l'uno verso l'altro, le guance sono arrossate e le bocche semi aperte. Il piccolo non è più un neonato, lo si capisce facilmente, non solo dal punto di vista anagrafico, ha compiuto tre anni da pochi giorni, ma per il fatto che adesso si è affinato, è un bambino a tutti gli effetti e quando è sveglio parla a dirotto, è un torrente di parole in piena, senza dighe né mare. Il grande, invece, è un bambino da molto più tempo del fratello, ma già si intravedono i tratti del ragazzo che sarà, e della sua maturità, mi capita di pensare.
Eccolo dunque, il tempo che "non si ferma mai", come ho spiegato a Dodokko in due o tre recentissime occasioni. Il tempo che tanto meno può essere scandito da un orologio, ma soltanto inseguito da questo strumento sempre in affanno. Eccoli, i momenti che non sono fissi o addirittura eterni, come qualcuno a volte romanticamente fantastica, come si potrebbe credere guardando un orologio fermo, ma sempre in movimento: adesso siamo qui, per qualche ora o alcuni giorni, nello stesso posto dove eravamo ieri, ma già siamo altrove, e molto più lontano di quanto sia possibile, per ognuno di noi, sognare.