lunedì 15 dicembre 2014

Quinta lettera: ricevere (in prestito) e restituire


Tanto tempo fa sentii questa frase che mi colpì molto e che suona più o meno così: "Tutto ciò che possediamo lo abbiamo ricevuto in prestito".
Ancora oggi non mi sono fatto un'opinione netta riguardo questa affermazione. Non so decidere, infatti, se essere d'accordo oppure in contrasto, in particolare con le implicazioni che derivano da una simile posizione. Soprattutto alla luce di una cosa di cui, al contrario, sono assolutamente convinto, e cioè che tutto quel che abbiamo, preso in prestito o non, un giorno dovremo comunque restituirlo o, per lo meno, consegnarlo ad altri.
Non credo che tutto, ma proprio tutto, ci venga dato o che lo riceviamo grazie al contributo di altre persone. Alcune cose, infatti, riusciamo a conquistarle soltanto per la nostra determinazione e con le nostre forze e capacità, spesso soltanto dopo essere riusciti ad avere la meglio su chi queste stesse cose non voleva cederle.
In prestito o meno, domani daremo ad altri quel che abbiamo avuto ieri: non c'è un regalo più bello, che potremmo mai fare, di questo. Siamo, letteralmente, dei testimoni e deponiamo la nostra testimonianza sulle spalle di qualcuno che, se vorrà, potrà farsene carico: ho inteso in tal senso l'eredità che un padre e un figlio si tramandano. E il significato di questo passaggio è univoco: i figli assorbono ciò che i genitori sono, sia nel bene che nel male, non ci sono né sé e né ma. La bellezza ma anche ciò che è brutto, la ragione come la colpa, l'amore e perfino l'odio, sono fili conduttori che vengono tramandati.
Restituiamo cose buone, ma soprattutto cose cattive. Diamo calci a chi ce ne ha dati prima. Alziamo la voce per non ascoltare chi, per primo, non ha udito noi. Siamo prevenuti verso chi ci ha deluso e non gli concediamo una seconda possibilità. Per un'economia del giudizio, dato che rifarsi un'idea su qualcuno, diversa da quella che già avevamo, vuol dire anzitutto rimettere in discussione noi stessi. Il che comporta una fatica non indifferente. Le idee sono formate da sedimenti che si posano su di noi attraverso un processo lento e continuativo, nel tempo, e che si trasformano in macigni duri e inscalfibili.
Ci difendiamo, in ultima analisi, per non essere attaccati. Ci rinchiudiamo, ci barrichiamo in noi stessi, inventiamo microcosmi inaccessibili: restituiamo diffidenza. Pensiamo solamente a noi stessi, allontaniamo i vicini, gli altri sono già lontani e nemmeno ci sentono, né possono vederci: siamo egoisti.
Colmiamo le distanze che ci separano restituendo nuove distanze.
L'altro giorno il Dalai Lama, in visita a Roma, ha spiegato con parole semplici le conseguenze dell'isolamento dell'uomo e della sua chiusura in se stesso: chi sceglie questa strada non produce nulla di buono, perché anzitutto non riconosce la propria uguaglianza con il resto dell'umanità. Ancora una volta, il concetto è che siamo tutti uguali e soltanto se lo capiamo possiamo vivere in armonia gli uni con gli altri. Invece, la forma mentale occidentale e dominante è tutt'altra cosa dall'essere comprensiva, sia in senso stretto che lato, laddove il primo di questi due significati è la premessa necessaria perché anche il secondo funzioni. Al contrario, è esclusiva, cioè allontana l'altro da sé, lo esclude, appunto, assumendo allo stesso tempo un atteggiamento ingiustificatamente aristocratico, di presa di distanza.
Ma finché non ci avvicineremo non saremo in grado di capirci.
Di generazione in generazione, ci passiamo soltanto un testimone, che prendiamo in prestito per un piccolo lasso di tempo, fino al momento in cui lo cederemo, e niente è davvero mio e nulla è del tutto tuo: l'individualità è mortale, mentre il passaggio dura in eterno.

sabato 6 dicembre 2014

Svegliatevi, mammine! (di Enzo Baldoni)


Ogni tanto, quando la cronaca me ne offre la triste occasione, ripenso a questo articolo di Enzo Baldoni, il giornalista ucciso in Iraq nel 2004. Parla di una storia personale di pedofilia e avverte i genitori di proteggere i propri figli da una categoria ben precisa di persone: gli uomini.

Perdonatemi se vi racconto un’esperienza personale. Di quelle che non si raccontano volentieri. Ma sono convinto che vi servirà.
E poi basta col silenzio su queste cose. Il silenzio è sempre colpevole.
Dunque: c’era questa bambina deliziosa, di nome Gabriella. Alla sera le rimboccavo le coperte e le raccontavo strane storie: Ulisse, la corsa all’oro di Jack London, la follia di Orlando, la Genesi (con un’Eva bisbetica, un Adamo perplesso e un Dio pasticcione che diceva “Oh, cazzo, mi sono sbagliato, ho creato le pulci”).
La domenica mattina passavamo ore nel lettone a ruzzolarci, a giocare, a ridere, a coccolarci. D’estate, quando faceva caldo, naturalmente eravamo nudi. Tra un viaggio di Ulisse e un ruzzolone sul letto mia moglie ed io le parlavamo, ovviamente, anche di pisello e pisella, di bambini, di spermatozoi, di parto, di sesso, di orgasmi, di piacere, d’amore. E probabilmente (io non me ne ricordo: erano i normali discorsi che tutti i genitori dovrebbero fare ai bambini) che esistono degli uomini che vogliono fare l’amore con le bambine.
A questo punto vi aspetterete la mia confessione (“il porco ha stuprato la bambina!”).
No, care mamme, se la pensate così dimostrate una volta di più di non saper nulla della sessualità maschile. Il desiderio è sempre figlio della repressione. Dove c’è innocenza non può esserci violenza.
E’ stato il classico cugino. Mia figlia era in vacanza dalla nonna, aveva quattro anni. Lui ne aveva venti, era un ragazzo mite, timido e un po’ complessato. Un insospettabile.
Sovrana ingenuità delle mamme: la mia bimba girava per casa quasi nuda, come sempre, e mia moglie non avrebbe mai pensato che dietro il cugino mite e un po’ tontolone potesse nascondersi un pedofilo. Un padre avrebbe fatto immediatamente rivestire la bambina, E, soprattutto, avrebbe fatto sentire in maniera discreta ma inequivocabile la sua presenza. Non ci fu violenza completa, per fortuna, ma un gioco sessuale un po’pesante.
Naturalmente, il cugino proferì a Gabriella il classico: “Non dire niente a nessuno, sennò ti ammazzo!”
Altrettanto naturalmente, appena uscito il cugino, Gabriella raccontò con schifo alla mamma che “le aveva messo il pisello tra le gambe”.
Mia moglie fu meravigliosa. Prima rassicurò, coccolò e disinfettò la piccola, minimizzando. Poi, angosciatissima mi telefonò (io ero via, a milleduecento chilometri).
Figuratevi la mia reazione. L’avrei ammazzato. Tra me e mia moglie cercammo di mantenere la calma. Ci assicurammo che non ci fosse stata una violenza fisica traumatizzante. Poi io telefonai al cugino. Lo misi di fronte alle sue responsabilità. Lui era, ovviamente, terrorizzato. Mi confessò che aveva avuto approcci con altre bambine. La sua sessualità era decisamente deviata verso la pedofilia. Era militare a Roma, in quel periodo. Gli detti l’indirizzo di una mia cara amica, una psicologa che si era messa a disposizione. Lui si impegnò ad andarla a trovare. Però con lei non si fece mai vivo.
E allora, scusatemi, ma feci una cosa che non avrei dovuto fare.
Saltai sull’aereo per Roma. Entrai nella sua caserma per “visita parenti”. Sbiancò, quando mi vide. Eravamo in parlatorio: lo presi per il bavero, lo spinsi in un cesso e lo caricai di botte. Lo so, non è elegante. Lo so, la violenza non è una riposta. Però a me ha fatto un gran bene. I padri che mi leggono mi capiranno.
Ma la soddisfazione più grande me l’ha data Gabriella, un paio di anni fa, quando aveva ormai sedici anni.
Siamo a tavola, si parla casualmente delle solite cose. Il discorso capita sulla pedofilia. Lei, tranquillissima, fa: “Beh, è capitato a tante. Anche a me, da piccola, vi ricordate?”.
Io e mia moglie abbassiamo gli occhi sul piatto, travolti da un’ondata di emozioni. Lei, serafica, continua: “Sai, babbo, ti devo ringraziare: è merito tuo se ero preparata”.
Annaspo, boccheggio, sorrido. Finalmente respiro.

Care mammine: quanto ne sapete poco della sessualità di questi cari paparini, di questi dolcissimi nonni, di questi zii affettuosi che abbracciano i vostri bimbi e le vostre bimbe.
La sessualità maschile è complessa, penetrante per sua stessa natura. In tutti noi coesistono voglie più o meno espresse. Che, quando non sono arginate dai freni inibitori dell’etica o della morale, sfociano nella perversione o nella violenza.
Una volta nessuno di noi confessava quel pizzico di omosessualità che lo spingeva a guardare con curiosità e forse con un lieve frisson i compagni maschi sotto la doccia.
Oggi tutti accettiamo di avere una parte omosessuale: però facciamo ancora una gran fatica ad accettare le perversioni che screziano il lato oscuro della nostra sessualità.
Sia chiaro: non sto dicendo che l’omosessualità sia una perversione. Per me è solo una sessualità altra. E, ovviamente, non bisogna fare nessuna confusione tra omosessualità e pedofilia.
Ma come mai il papà medio è più guardingo della mamma media quando si tratta di mandare la sua bambina in giro con lo zio, col cugino, col nonno o col caro amico di famiglia?
Perché tutti noi maschi sappiamo, più o meno lucidamente, che per qualsiasi uomo una bambina è una grande tentazione sessuale.
Chiedetelo al vostro compagno, a vostro marito, a vostro padre.
Negheranno spudoratamente.
Ma non sono quasi tutti mariti, quasi tutti padri, i milioni di tedeschi, italiani, inglesi, americani che ogni anno affollano i bordelli della Thailandia per montare addosso (non trovo definizione migliore) a bambine di dieci, otto, perfino quattro anni?
Senza andare in Thailandia, e neanche in Belgio: l’Italia è piena di trafficanti di bambini. E spesso sono le mamme che vendono o spingono nel letto dell’amante la figlia di sette, otto anni.
Nella maggioranza dei casi di stupro, il colpevole è un parente stretto (padre, zio, cugino, nonno) o un amico di famiglia.
Conosco personalmente ben tre ragazze che, verso i sette-otto anni, hanno ricevuto approcci sessuali più o meno delicati dal nonno.
Allora, mamme: sappiate che chiunque può insidiare la vostra bambina (e, in misura inferiore, il vostro bambino). Aprite gli occhi. E non dite: “a me non succederà mai”. Lo dicevamo anche noi.

Quindi: prepararsi. Non sono uno specialista, sono solo un papà attento. Però mi permetto lo stesso di darvi una serie di consigli di buon senso. Ringrazio fin d’ora chi – più esperto di me – vorrà integrarli.
Mamme, ricordatevi che:
- nel fondo di qualsiasi maschio alberga un pedofilo.
- Non c’è età in cui un bimbo sia troppo piccolo per le attenzioni di un pedofilo.
- Insegnate ai vostri figli a stare attenti alle automobili? Giusto. Insegnate loro anche che esistono degli adulti (compresi gli innocui esibizionisti) interessati sessualmente a loro.
- Avvertiteli che il pedofilo farà delle minacce. Ma che non c’è da avere paura: è lui che ha paura.
- Rassicurateli sul fatto che non c’è mai colpa da parte dei bambini. E che, in ogni caso, qualsiasi cosa facciano, la mamma ed il papà saranno sempre dalla loro parte.
- Non dite “a mio figlio non succederà mai”. Succede a una bimba su quattro, a un maschietto su dieci.
- Fidatevi del vostro uomo: di solito, su questi temi, è più all’erta di voi. E’ fondamentale che lui partecipi attivamente all’educazione sessuale dei vostri bimbi. Dividete con lui le ansie e i dubbi.
- In ogni caso, evitate che il vostro uomo dorma da solo con la bimba. Specialmente se la bimba non ci va volentieri. Specialmente se non è il papà.
- I pedofili sanno come diventare amici dei bambini, perché li amano davvero, anche emotivamente. Non fatevi fregare dallo stereotipo del bruto: non sempre il pedofilo ha la faccia del Pacciani. Spesso è un ragazzo carino e dolcissimo. E fa di tutto per lavorare a contatto con i bambini: maestro, animatore di parrocchia, sacerdote. Perfino baby-sitter, come si è scoperto il mese scorso a Milano.
- Spesso adottano strategie di lunga durata. Per esempio, se sono infermieri, cercano di farsi mettere nei reparti pediatrici. Per questo dovete accertarvi che in reparto, specialmente di notte, ci siano solo infermiere di sesso femminile. In caso contrario, protestare con il primario e soprattutto vigilare.
- Lasciate pure che i vostri bimbi giochino con lo zio, il nonno o il cugino. Ci mancherebbe. Ma fate sentire sempre la vostra discreta presenza. Evitate di mandarli in giro o in viaggio assieme da soli.
- E’ comunque abbastanza probabile che i vostri bimbi abbiano un approccio sessuale da parte di un adulto. Non drammatizzate: se il fatto non è violento può essere metabolizzato bene. Soprattutto se il bimbo è preparato.
- Se avete avuto un’esperienza personale, dividetela con il marito e con i bimbi: sarà un pretesto perfetto per aprire il dialogo e raccontare questo tipo di cose.
- Per favore, per favore, per favore: adesso non diventate paranoiche. Non fate crescere la vostra bimba nella paura degli uomini. Fatevi piuttosto, assieme ai vostri bambini, delle sane risate sugli esibizionisti e sui pedofili. Smitizzate. C’è un sacco di barzellette sull’argomento. Magari, invece, scriveteci qualche lettera su quel che è capitato a voi: sarebbe meraviglioso se su Linus le mamme o le ragazzine che hanno subito approcci sessuali potessero parlarsi e scambiare le proprie esperienze. Sarebbe un servizio reso a tutte le donne.

Non dimenticherò mai una sera in campagna, al Collaccio, una tavolata di famiglia con tante sorelle, cugine, cognate, amiche. Il discorso cadde sulle molestie sessuali. C’erano sette donne: tutte e sette raccontarono di essere state molestate da bambine. Ricordo la calda sensazione di appartenenza, la rassicurazione che emanava da Gabriella quando anche lei raccontò la sua storia. Era bellissimo sentire quel gruppo di donne solidali che avevano condiviso un fatto poco piacevole ma che, filtrato attraverso l’esperienza comune, veniva esorcizzato e smitizzato.

E ora, mammine, guardate la vostra bimba. Chiedetevi: “Oddio, vuoi vedere che anche lei….”.
Una volta su quattro, la risposta sarà probabilmente sì.

venerdì 5 dicembre 2014

Quarta lettera: la paura di perdere qualcuno


È qualche giorno che mi abbracci più del solito e che ogni tanto mi dai un bacio, spontaneamente, senza alcun motivo particolare, addirittura senza che io stesso te lo chieda. L'ho notato e ti ho domandato, scherzando, "come mai ultimamente mi vuoi così bene?". Non mi hai risposto. 
Poi, l'altra sera ti sei messo a piangere: volevi che dormissi con te. Ti ho chiesto cosa ti preoccupasse e tu, all'inizio, non volevi parlarmene. Poi, però, mi hai raccontato del brutto sogno che avevi fatto e del mostro che voleva catturarmi. 
"Ma ci riusciva?", ti ho domandato. "No - mi hai detto - però il sogno non è finito e ho paura che continui stanotte". "Ma il mostro non riuscirà a prendermi, io sono fortissimo, più di Spiderman e di Superman messi insieme", ti ho assicurato. Mi hai guardato un po' scettico, ma non hai voluto contraddirmi.
Mi sono sdraiato affianco a te fin quando ti sei addormentato, poi sono andato nel mio letto. La mattina ti ho chiesto se avessi sognato. Mi hai detto di no. Ti ho spiegato che i mostri che immagini tu non esistono, che sono inventati appositamente per i film e per i cartoni animati. Mi hai abbracciato ancora una volta.
Quanti abbracci: quattro, cinque o forse sei? Tanti insieme, uno dopo l'altro, io non ne avevo mai visti. Abbracciamo quando abbiamo timore di perdere chi amiamo, prima che questi scompaia per sempre, prima ancora che diventi polvere, se troppo presto o troppo tardi dipende da ciascuno di noi, dalla nostra paura, dal legame che abbiamo con chi vogliamo tenerci stretto. Abbracciamo per trattenere, e questo gesto è fallimentare in partenza, per il fatto che la separazione è imminente ed è inevitabile, c'era prima dell'abbraccio e ci sarà un secondo dopo. Resta soltanto il misero istante nel quale siamo stati uniti: un pugno di polvere, il ricordo di un momento passato.
Ma infondo, il presente in cui siamo immersi e in cui i tempi confluiscono, è costituito da istanti evanescenti, che però sopravvivono nel tempo, molto più duraturo, della memoria. E io conservo ancora ricordi bellissimi e tuttora vivi di abbracci con mio padre. Ne ricordo uno, particolarmente nitido, avvenuto in un pomeriggio d'estate, in cui lo abbracciavo mentre tornavamo a casa in motorino e in cui ho sentito di volergli bene, mentre avvertivo contemporaneamente la paura ingiustificata per una possibile perdita. A volte siamo fin troppo sensibili da essere preoccupati per un non nulla e ci accorgiamo della fragilità fisica di chi amiamo e pensiamo, senza ragione e senza nemmeno che vi siano avvisaglie, all'imminenza della morte.
Esiste una ragione valida a causa della quale ci preoccupiamo improvvisamente, senza alcun motivo tangibile? Abbiamo ragione a farlo? Penso di sì, perfino da un punto di vista razionale, perché il presente evanescente non ci soddisfa e vorremmo che certe situazioni e alcune relazioni fossero eterne. Soprattutto i bambini, e chi ancora guarda il mondo con i loro occhi, desiderano un presente infinito e non accettano di accontentarsi di un pugno di polvere.
Gli adulti, invece, acquistano col tempo la capacità di riempire questo pugno di polvere di significati veri e presunti, reali e immaginari, fondati e artefatti. La nostra stessa vita è impastata con questa polvere, che di volta in volta coloriamo con le tonalità che più ci piacciono o che abbiamo a disposizione, a volte solamente con il bianco e con il nero.
Non voglio che ti preoccupi a causa di un brutto sogno e so che presto smetterai di farlo nel momento stesso in cui ti sarai svegliato.
Ma sono contento per il fatto che tu voglia trattenere fin da ora le persone che ami. Se riuscirai a farlo, avrai colorato la tua stessa vita con il colore più bello, decidi tu quale, che resterà per sempre nella tua memoria.

mercoledì 26 novembre 2014

Terza lettera: l'uguaglianza


Avete sette e quattro anni e da un po' di tempo bisticciate spesso su ciò che è dell'uno e quel che appartiene all'altro. Non riuscite quasi mai a mettervi d'accordo, perché pensate che le cose scelte dall'altro abbiano un valore maggiore delle proprie. Continuate a litigare e allora decido io per voi: "Non ci sono cose tue e cose tue - vi dico -, tutto è di entrambi".
E questa mia conclusione è chiaro che non vi soddisfi - desiderare la proprietà esclusiva delle cose fa parte della natura dell'uomo e forse, più dell'oggetto in sé, a interessarci davvero è il controllo che attraverso la proprietà possiamo avere su chi la stessa proprietà non ce l'ha e la desidera. Questa conclusione non fa parte soltanto del mondo degli adulti, ma riguarda anche i bambini, i quali, forse anche per questo motivo, quasi mai disdegnano il fatto di mettere in mostra ciò che possiedono di fronte ai compagni.
E' per tale ragione che, qualche giorno fa, ho deciso di fare questo piccolo esperimento a cena: vi ho fatto sedere vicini, vi ho fatto mangiare nello stesso piatto, vi ho dato lo stesso bicchiere, un unico pezzo di pane da dividervi. Avete protestato un poco per la novità di spartirvi il cibo: è stato il vostro modo di chiedere spiegazioni. Non tutte le pietanze piacevano sia all'uno che all'altro: uno voleva la pasta in bianco e l'altro col sugo, uno le zucchine le mangiava e l'altro no, perciò l'esperimento è parzialmente fallito e alla fine le sole cose che sono rimaste da dividervi sono state il pane e il bicchiere d'acqua, casualmente gli alimenti più poveri ma anche quelli necessari e simbolicamente più densi di significato.
Il motivo della strana cena che avete fatto qualche sera fa si si spiega con una parola che è semplice e complicata allo stesso tempo e che, di per sé, suona come un controsenso: condivisione. È una parola che significa sia dividere la stessa cosa, che partecipare insieme ad essa, sia questa un pasto o qualsiasi altra esperienza. Un termine che divide, dunque, ma che contemporaneamente unisce. Anche l'idea di uguaglianza, che cerco di farvi capire ogni volta che litigate, assomiglia alla condivisione e può apparire come un termine contraddittorio. Per me, voi due siete uguali, in quanto figli, anche se è chiaro che fra di voi ci siano delle differenze. Lo stesso termine uguaglianza, a pensarci bene, implica delle differenze, a meno che non lo si usi in senso assoluto. Ma a questo punto starei parlando di identità, mentre io non penso e non ho mai detto che "siete identici".
Siete uguali in quanto figli: voi due litigate per "ciò che è mio e ciò che è tuo", perché ancora non capite che quel che vi è dato lo è nel modo il più possibile paritario da parte di noi genitori e che non facciamo preferenze e non abbiamo alcun interesse nel rendere più felice l'uno e meno l'altro. Ma siete anche differenti, perché siete due soggetti distinti e non un unico individuo. Siete diversi l'uno dall'altro, così come siete diversi da me e da qualsiasi altro individuo presente sulla faccia della terra. Ciascuno di noi è unico e irripetibile, ma voi sapreste quantificare l'unicità di ogni singola persona rispetto alla sua uguaglianza con gli altri? Dal punto di vista genetico, ad esempio, la differenza sostanziale fra un individuo e un altro corrisponde a meno dell'1 per cento. In altre parole, gli individui sono geneticamente identici per più del 99 per cento. Ma, come dicevo prima, è proprio quel piccolo 1 per cento di diversità a 'fare veramente la differenza' e a darci la possibilità di affermare, di fronte ai figli, frasi non del tutto scontate come "per me siete uguali" o espressioni come "tutti gli uomini sono uguali di fronte alla legge".
Tutti amiamo, tutti soffriamo, tutti desideriamo il bene e prendiamo le distanze dal male. Nessuno è immune dalle malattie, nessuno può fuggire alla morte. Le differenze che ci sono fra una persona e l'altra sono piccole ma sostanziali, ma ai nostri occhi la diversità è quasi sempre macroscopica, mentre di fronte all'identità, che è la parte che maggiormente ci accomuna, siamo troppo spesso miopi.
Siete diversi - è vero - ma ciò che io rivendico per voi è la vostra stessa uguaglianza: non solo per il fatto di essere miei figli e di essere fratelli, non soltanto per il fatto che appartenete alla razza umana, ma soprattutto per la possibilità che avete di riconoscere i bisogni dell'altro, gli stessi che abbiamo tutti.
Siete uguali perché avete gli stessi sentimenti e siete dotati della capacità di comprendere il prossimo.

sabato 8 novembre 2014

Seconda lettera: l'amore


Eri ancora piccolo, avrai avuto quattro anni, e un giorno ti arrabbiasti per un motivo che ora non ricordo e mi dicesti, perentorio: "Non ti voglio più bene".
Pronunciasti la tua frase in un momento di rabbia e per un motivo probabilmente futile, ma che allora doveva apparirti come la ragione più importante del mondo, e sono sicuro che lo fosse, dato che le ragioni ci appartengono e possono essere grandi o piccole, come e quanto lo decidiamo noi.
Ma lì per lì sorrisi e sdrammatizzai abbracciandoti e ingaggiando con te una finta lotta, dalla quale saresti uscito vincitore, come sempre. Cinque minuti dopo, infatti, eri di nuovo felice. E forse avevi già dimenticato il nostro litigio e la tua decisione di non amarmi più.
Ma tu sapevi davvero cosa mi avevi appena detto? Ovviamente no, a quell'età non potevi. Probabilmente nemmeno oggi sai cosa sia il bene e anch'io, a dire il vero, non so molto dell'amore. L'amore, infatti, non è una cosa da sapere, ma un sentimento, qualcosa che si prova. Forse è anche lui un senso, come i cinque canonici di cui disponiamo, ma rispetto a questi funziona all'incontrario. Infatti, ci accorgiamo maggiormente di amare qualcuno quando questa persona non c'è. O quando abbiamo timore di perderla - che è poi la stessa cosa -, di sentirne l'assenza, un vuoto incolmabile e duraturo.
L'amore è un sentimento e non una cosa da sapere, ma è anche un atto pratico. Non serve a nulla amare qualcuno e non fare niente per lui. Altrimenti, stiamo parlando di amore teorico, non voglio dire 'platonico': un sentimento che ha poco senso, almeno quanto la sua conoscenza asetticamente astratta.
L'amore è la serie di gesti che compiamo per qualcuno, azioni che a volte possono andare anche contro il nostro stesso interesse. Ed è perfino l'accettare che chi amiamo compia delle azioni contro di noi. Ad esempio, il giorno che mi dicesti di non volermi più bene avrei anche potuto crederti e prendere per buona questa tua decisione: infatti, io non ti amo per guadagnarmi il tuo bene. Ma ti amo disinteressatamente, cercando di darti tutti i giorni, nei limiti delle mie possibilità, ciò che credo sia il meglio per te.
L'amore è disinteressato e non è uno scambio di sentimenti, anche se questo è ciò che cerchiamo quasi sempre e ci aspettiamo di venir ricambiati. Invece, c'è sempre chi ama di più dell'altro, ma l'amore non si pesa con la bilancia, perché consiste nel fare ciò che sentiamo, né di più e né di meno, nel dare quel che abbiamo, niente di più e niente di meno: soltanto ciò di cui disponiamo.
Non credo che esista un amore più disinteressato di quello di un genitore verso i suoi figli. Io ho desiderato che tu nascessi, ho avuto la fortuna che ciò accadesse, e da allora la mia vita si svolge in funzione della tua. Non esiste un solo gesto, che faccio nel corso della mia giornata, che non consideri le ripercussioni che potrebbe avere nei tuoi confronti. La mattina esco di casa con lo scopo finale di ritornare da te. Non ho molti progetti, a parte quello di aiutarti a crescere per farti diventare un adulto per bene. Che tu questo lo sappia o che un giorno lo capisca non fa veramente differenza e non cambierebbe questa mia impostazione nel modo di essere tuo padre. Non occorre che tu riconosca ciò che sto facendo per te, anche perché io continuerei a farlo allo stesso modo, ovvero come sento, niente di più e niente di meno. Io ti do quel che possiedo e ciò che posso darti non è altro che me stesso.
Anche se c'è chi sostiene che mettere al mondo dei figli sia un atto assolutamente egoistico, dato che lo si farebbe, in definitiva, per tramandare il proprio patrimonio genetico e per lasciare a  un consanguineo un'eredità materiale, e a volte anche spirituale, che, altrimenti, andrebbe dispersa, sappi invece che, da quando sei nato, sei diventato l'asse sul quale ruota la mia stessa vita. E ciò non lo giudico affatto una rinuncia alla mia, di vita, ma un arricchimento collaterale e, anche se non ricercato, di certo gradito. Per me non è uno spreco di energie dedicarmi a te e nemmeno un distogliermi da altri tipi di appagamento, come ad esempio quello professionale o delle relazioni con le persone che conosco.
Il giorno in cui sei nato è il medesimo in cui io stesso sono diventato padre: essere genitore è un impegno quotidiano che dura da quel giorno e che dunque non si esaurisce nel momento della nascita. Quando un figlio viene al mondo, è soltanto in quell'istante che il genitore incomincia a essere tale. Lo sottolineo ancora: non finisce per essere tale, ma inizia a esserlo. L'inizio della vita del figlio coincide con l'inizio della vita del genitore ed essere padre o madre non è soltanto una definizione che riguarda un grado di parentela col proprio bambino, ma è una relazione col figlio che dura giorno dopo giorno, e che esiste perfino in sua assenza. Una relazione nella quale il genitore stesso cresce assieme al figlio.
Essere genitore è pratica quotidiana, non astratta teoria. Non è un nome o una definizione, ma una relazione e un comportamento, a volte giusto ed altre sbagliato. Quanto assomiglia all'amore, così come l'ho descritto sopra, l'essere padre. Vuol dire prendersi cura del bambino, capire quali sono le sue necessità, farvi fronte, aiutarlo a diventare un adulto indipendente, fino al punto che un giorno possa fare a meno perfino dei propri genitori. E significa anche accorgersi degli sbagli che si possono compiere, chiedere scusa e cercare di non ripeterli. Siamo umani, infondo, ed errare è possibile, così come è possibile rimediare agli sbagli.
Regalare al figlio la propria indipendenza, insegnargli a essere un uomo libero e lasciare che conquisti la propria libertà. Mostrargli la strada sulla quale incamminarsi, il giorno che avrà la forza di farlo da sé, ma non con l'indice puntato, con un gesto rigido della mano. Fargli intravedere, invece, delle possibilità, delle alternative da scegliere. Amare affinché il figlio si allontani per trovare la propria strada, e non la nostra, e compia le proprie scelte autonomamente: questo per me significa provare, e mettere in pratica, un sentimento disinteressato.
Un sentimento disinteressato, ma anche altruistico - non so fino a che punto si possa pretendere che l'amore abbia questi due attributi. Ma senza spingermi fino a considerazioni che intravedono perfino nell'altruismo una sorta di comportamento egoistico, perché potremmo fare qualcosa per gli altri al fine di ottenere un appagamento personale, in altre parole "per essere felici" e gratificati, ti dirò che essere altruisti è il modo più bello di amare qualcuno e non credo ciò sia in contraddizione con un sentimento disinteressato. Non c'è nulla di male nell'essere contenti di far felice qualcun altro.
Ma il sentimento più altruistico è quello che ti costringe a rinunciare a te stesso per aiutare il prossimo, ossia quando, per usare un luogo comune, ti togli il pane di bocca per darlo a un affamato e quando, può accadere anche questo, il tuo altruismo non viene compreso e vieni giudicato male. Tu, però, vai avanti per la tua strada e fa' ciò che senti, senza fermarti a causa dei giudizi degli altri.
Amare è donarsi e chi non lo fa è destinato a vivere un'esistenza vuota e che si esaurisce nel giro dei pochi anni che dura.

giovedì 6 novembre 2014

Autunno


"Papà, perché le foglie sugli alberi si muovono?"
"Perché le sposta il vento".
"Papà, perché la luna non si vede?"
"Perché è coperta dalle foglie e dalle nuvole".
"Papà, perché il cielo ha quel colore rosso?"
"Perché è illuminato dagli ultimi raggi di sole".

(Dialogo di 30 secondi con il figlio piccolo, ieri per strada, in un tardo pomeriggio d'autunno, alla vigilia dell'allerta meteo scattata per oggi a Roma)

martedì 28 ottobre 2014

Prima lettera: la memoria


Stamattina sono andato a nuotare e, come sai, quando sono da solo, i pensieri solitamente confusi nella testa riescono a prendere una direzione a volte addirittura inedita. Non credo ciò dipenda soltanto dal fatto di spostarmi in un fluido, nello scorrere a mia volta in un ambiente instabile. Mi è sempre successo, infatti, che l'immaginazione prenda forma mentre sono intento a muovermi. Mi accadeva molto spesso quando ero più giovane, durante le mie passeggiate quotidiane pomeridiane. Per quanto mi riguarda, spostare il corpo, portarlo da un posto a un altro o, molto più abitudinariamente, muoverlo facendogli disegnare un cerchio e compiere un percorso, coincide con il portare avanti un ragionamento, dandogli un senso compiuto. Nuotare o camminare, sù e giù lungo un itinerario, nel mio caso non vuol dire altro che tracciare dei circoli sempre più concentrici che mi portano a sciogliere una matassa.
Nuotavo, ti dicevo, avanti e indietro per i venticinque metri della piscina e, a un certo momento, ho avuto l'impressione di specchiarmi nell'acqua, invece di restarvi immerso. Ho visto me stesso, ho avuto la percezione di te che ieri, dopo la scuola, nuotavi nella stessa piscina, mi sono ricordato di mio padre, di quando eravamo al mare e nuotavamo insieme. È stato in quel momento che ho deciso di scriverti, per raccontarti qualcosa che riguarda la memoria, che non è soltanto la capacità di ricordare ciò che ci è accaduto o quel che dobbiamo fare. Quando parlo di memoria, infatti, non penso né alla lettura di un diario personale, che si può tenere grosso modo a mente, né al gesto, anche questo mentale, di sfogliare un'agenda.
Per memoria, io intendo il ricordo che ritorna anche quando non è convocato, qualcosa che è successo e che ora riprende forma, e vita. Il passato che si ripresenta e che, in quanto nuovamente presente e attuale, in realtà non è mai passato. Perché mai abbiamo suddiviso il tempo in tre momenti distinti: passato, presente e futuro, quando ciascuno di essi confluisce nell'altro senza soluzione di continuità, creando cioè un flusso unico senza segmentazioni, se non quelle che vogliamo dargli noi, per praticità? Io penso che tutto si risolva in un presente unico, nel quale coesistono anche gli altri tempi, nelle forme del ricordo e dell'aspettativa. Senza il presente, senza qualcuno che li pensi, in questo momento, passato e futuro non esisterebbero. Il giorno che non ci sarò più, molte delle cose che riguardano il mio passato scompariranno per sempre assieme a me. E, così, molte delle mie aspettative, le quali, casomai dovessero realizzarsi, povere orfane, avrebbero la sfortuna di non trovarsi di fronte a colui che le ha concepite. Ma comprendo benissimo la necessità e l'utilità della scomposizione temporale che utilizziamo per ordinare i fatti e le cose che ci accadono, secondo un 'prima', un 'durante' e un 'dopo', anche se non è per nulla scontato che ciò che succede 'prima' corrisponda al passato, che quel che capita 'adesso' sia il presente e le cose che succederanno 'dopo' riguardino il futuro.
Si potrebbero aprire, infatti, mille discussioni sulla teoria del tempo e sulle sue fasi, fino a spingerci a dire che il presente non lo si può circoscrivere in una definizione che lo irrigidirebbe in un 'adesso', dato che si tratta di un tempo assolutamente evanescente. Oppure che, in contrapposizione al pensiero occidentale e moderno - che suddivide la storia in un 'avanti' e in un 'dopo' Cristo - il passato è davanti e il futuro dietro di noi, dato che il primo possiamo ricordarlo, pensarlo e vederlo - in questo senso è di fronte ai nostri occhi -, mentre il secondo ci sorprende alle spalle e in modo del tutto arbitrario, inaspettato e cieco, e quindi giunge da dietro di noi.
Non mi spingo oltre con elucubrazioni e meditazioni più o meno astratte e non dirò niente neanche della durata del tempo, degli attimi a volte lunghi quanto l'eternità e degli anni che invece passano in un momento: sono reali o semplici percezioni? Dipendono dal grado di importanza che attribuiamo alle cose o il passaggio dei fatti, la loro sedimentazione dentro di noi richiede tempi di attuazione personalizzati, modellati sulla nostra coscienza? Tutto ciò non mi interessa.
Mi importa invece ciò che mi accade quotidianamente: la sovrapposizione delle esperienze, quelle già avute e quelle che stiamo facendo. La memoria non è altro che questo: un confronto fra quanto ci accade e quanto ci è accaduto. Siamo dei soggetti, con una coscienza e una storia, che vivono nel presente e che, nella realtà di oggi, ritrovano quella di ieri. Le sfumature sono diverse ma la sostanza non cambia: viviamo in un riconoscimento continuo dei fatti, nel rapporto fra le cose e noi stessi, secondo gli schemi che sono propri della nostra personalità e della nostra cultura. Forse significa proprio questo l'enigmatica teoria nietzschiana dell'eterno ritorno: in un tempo infinito, i fatti finiti si ripetono infinite volte...anche se a me non dispiace l'idea circolare del tempo e non ne contemplo una lineare, dove il passato venga rimosso. Un 'Oltreuomo' nichilista, dionisiaco ed egoista, proprio non è nelle mie corde.
In quanto parte del nostro passato, noi stessi siamo la nostra storia, che incomincia dal momento in cui ne abbiamo memoria. Rimuovere il passato significa annullarci come esseri presenti. Noi siamo il nostro passato e il nostro presente si fonda nel nostro passato. I tempi si allineano, senza tuttavia confondersi, nella nostra attualità, nel nostro esserci.
Io non prescindo, non posso farlo, dalla mia storia e fin dall'inizio, sin dal primo giorno in cui sei venuto al mondo e ti ho preso fra le mie braccia, l'ho fatto alla stessa maniera in cui lo fece con me mio padre. Non ho bisogno di ricordare esattamente quel momento preciso nel quale il mio genitore mi abbracciò, come io ho fatto con te trentasette anni dopo, per sapere che allora le cose andarono nello stesso e identico modo. La storia si ripete se il tempo in cui accade è infinito e io ho ereditato quel gesto paterno, così come ne ho ereditati altri mille, la maggior parte dei quali inconsapevolmente. I miei gesti nascono dalla mia educazione e dalle mie esperienze e quando siamo insieme, tu diventi me da bambino e io mio padre.
Potrà apparirti strano questo modo di pensare la nostra relazione e magari, a questo punto, ti starai chiedendo dove siano le differenze fra le persone, e quelle generazionali, dato che ciascuno di noi è unico e irripetibile, diverso da qualsiasi altro individuo. La risposta te l'ho data poco prima: sono le sfumature a essere differenti, un colore più accentuato, un altro meno, mentre il disegno è lo stesso, la sostanza delle cose non cambia e gli schemi sono sempre identici. È dal giorno in cui si è formata la terra che il sole sorge a est e tramonta a ovest, anche se l'asse su cui il nostro pianeta ruota sembra essersi spostato di qualche grado nel corso di più di quattro miliardi di anni.
Adesso però, invece di discorrere di astronomia, credo di riuscire meglio a farti capire a cosa mi riferisco, quando parlo di memoria e di presente unico nel quale confluiscono gli altri tempi, se ti parlo di un tipo di relazione fondata, ad esempio, sul dialogo. Immagina due persone che stiano parlando fra loro e che esprimano, ciascuna, le proprie idee, le proprie posizioni, a volte anche contrastanti. E adesso immagina che a una di queste, a un certo momento, si sostituisca una terza persona. Ammesso che si volesse continuare il dialogo già iniziato, includendo e facendone partecipe questa nuova persona, secondo te cosa farebbe la persona più 'anziana', quella reduce dal dialogo passato? Non cercherebbe di fare un riassunto delle 'puntate precedenti' e, se è imparziale, non manterrebbe nel suo resoconto le proprie posizioni senza tuttavia trascurare quelle del suo ex interlocutore, facendo anche queste eventualmente proprie, se ve ne fosse necessità ovvero se ciò servisse a rendere maggiormente chiaro l'oggetto del dibattere e soprattutto se il giovane interlocutore gli mostrasse la stessa ingenuità che lui stesso possedeva un tempo, quando era giovane come lui?
Come vedi, anche qui, i ruoli si scambiano pur rimanendo gli stessi. Infatti, mutano le persone che li interpretano incarnandoli, ma il copione è sempre identico: c'è un padre, c'è un figlio che a un certo punto diventa a sua volta padre, cioè riveste il ruolo (paterno) che tempo prima rivestiva il proprio padre.
Probabilmente, la finalità del rapporto fra padre e figlio consiste proprio nel far diventare padre il secondo. Non certo divenendo quest'ultimo identico al primo, ma trasmettendo un messaggio, un insegnamento, un'eredità, un patrimonio: principalmente quello del ruolo paterno, che non è necessariamente il cliché normativo di questa figura (anche se nella nostra cultura patriarcale predomina tale aspetto), dato che ogni persona, e dunque ogni famiglia, è diversa dalle altre, e ciascuna trasmette fondamentalmente quel che è. Questo è ciò che intendo per dialogo ininterrotto: non mi riferisco ai contenuti, ma allo schema e al ruolo dei dialoganti, i quali sono di volta in volta necessariamente diversi: si trasmette e si eredita uno schema e un contenuto, ma è soltanto il primo che si radica, mentre il secondo è interpretabile e dipenderà dalle esigenze, più o meno nuove e personali di chi recepisce il messaggio, dalla contingenza in cui si troverà.
Ti assicuro che è un'esperienza meravigliosa quella di accorgersi di rivivere il rapporto di padre e figlio assumendo il ruolo e, a volte, il punto di vista del proprio genitore e vedendo il proprio figlio come se stessi alla sua età. Immaginare che tuo figlio, che hai qui, proprio davanti agli occhi, sia tu da bambino e che tu sia tuo padre, è sia un tornare 'indietro' con la memoria e sia uno spostarla nel futuro. La memoria non è altro che il confronto fra passato e futuro e il poter vedere il primo nel secondo ed entrambi nel tempo nel quale viviamo.
Tutto ciò mi è accaduto ieri mentre nuotavo, nell'elemento nel quale la nostra vita è incominciata e dove i piani temporali sono sovrapposti e mescolati nell'unico tempo possibile: il nostro. Nell'acqua, che ci scorre addosso e nella quale noi stessi ci muoviamo, è stato possibile ritrovare l'unità generazionale, non le differenze di cui spesso si parla, e che ci sono state e che senz'altro ci saranno - me lo aspetto. Ma questi sono dettagli e sfumature dell'unica sostanza che è soltanto nostra: tu, io, chi ci ha preceduto e chi ci seguirà. E soprattutto il dialogo iniziato molto tempo fa e che ancora continua, come l'acqua che ci scorre addosso e nella quale siamo immersi.

lunedì 13 ottobre 2014

E tuttavia in Italia c'è ancora gente spensierata


Mi capita sempre più spesso di parlarne quando incontro genitori con figli della stessa età dei miei. Di solito accade alle feste di compleanno a cui partecipiamo e mentre guardiamo distrattamente i bambini giocare: sono spensierati e forse è propro questo fatto a suscitare certe apprensioni. C'è la crisi in Italia, ma soprattutto c'è un senso di sfiducia ormai diffuso nei confronti di un'economia che non si solleverà più e di una classe dirigente a cui interessa soltanto seguire le indicazione che riceve dai propri gruppi lobbistici di riferimento e di cui rappresenta una sorta di alta manovalanza. E allora, fra noi genitori, che nemmeno ci conosciamo per nome, a volte ci diciamo che da questo Paese si dovrebbe andar via, perché tanto è destinato al fallimento: il lavoro, chi ce l'ha lo perderà presto, e la casa, chi ce l'ha sarà costretto a svenderla, di sicuro agli stranieri che verranno a far shopping nell'Italia in saldo che gli offriremo fra qualche anno. 
Non ci sono i soldi - ci raccontiamo - non per mangiare, ma per pagare le tasse: strano modo di essere poveri e che è proprio di chi in passato magari ha investito nel mattone, la maggior parte degli italiani, e riteneva che questa fosse la maniera migliore per mettere da parte un risparmio che col tempo si sarebbe rivalutato. Sappiamo soltanto oggi che questo era un ragionamento sbagliato, perché valido fintanto che esiste un contesto di crescita economica. Il valore di questo risparmio, invece, sta precipitando ed è costoso addirittura conservarlo. 
"Dobbiamo vendere tutto e andarcene", mi ha detto sabato il padre di una compagna di scuola di mio figlio, "come ha fatto mio fratello che è andato in Nuova Zelanda e sta da Dio, addirittura gli restituiscono i soldi dell'energia elettrica se non la consuma", ha aggiunto. "E allora, che aspetti?", gli ho chiesto. "Il dilemma è proprio questo - ha detto ancora -: attendere che i figli crescano e che abbiano finito gli studi, prima di trasferirci, ma con il rischio che nel frattempo la situazione giunga al collasso, e quindi andarcene con la valigia di cartone tra vent'anni, oppure svendere adesso qualche proprietà, lasciare un lavoro o due ancora 'sicuri' e partire con un gruzzolo cospicuo ma con il dubbio di aver sbagliato a vederla così nera, dato che tutto è possibile, infondo, e perfino che nel nostro paese l'economia riprenda slancio".
Le previsioni non sono vere finché non arriva il loro momento, la resa dei conti, l'impatto con la realtà, e si rivelano tali oppure no. Quel che è sicuro, per ora, è il paradosso di una Sinistra che fa una riforma del lavoro di destra e toglie i diritti ai lavoratori, e un governatore della Bce per il quale si deve pensare a come assumere i lavoratori, non a come licenziarli. Ci sono 80 euro in busta paga e domani forse anche il Tfr, ma tassato, probabilmente al posto degli 80 euro di prima, di certo al posto di qualsiasi futura liquidazione al termine del rapporto di lavoro: è il gioco delle tre carte, venuto allo scoperto, qualora ce ne fosse stato il bisogno, anche grazie alle pacche di Merkel e Hollande sulla spalla di Renzi al vertice sul lavoro di Milano: "Jobs Act? Good job, mr. Prime Minister".
Ci sono siti nei quali non è necessario aspettare domani, ma dove già oggi imperversano pubblicità con slogan come: "Vendi casa ai russi" o "Vendi la tua azienda ai cinesi". Come a dire: gli italiani non hanno di che pagare, è inutile restare fermi in un mercato locale senza prospettive. Ci sono agricoltori che, per coltivare le patate spendono 20 centesimi al chilo e poi le vendono alla grande distribuzione che glie le paga la metà - sempre meglio che buttarle, dicono - ma chi glie lo fa fare ad andare avanti così. E ci sono contadini che non vengono dalla campagna, ma dalla città e solo di recente hanno scoperto che gli piace il verde e far finta di coltivare. Siamo noi, quelli che a volte di domenica prendono la famiglia e la portano sui campi.
Stavolta siamo andati a seminare un frumento dell'epoca romana, il grano Claudio, con un gesto per lanciare i semi - ci hanno detto di fare così - che partisse dal cuore e si aprisse verso la terra: discorsi densi di simbolismo, quelli che abbiamo ascoltato, sull'uomo quale tramite tra terra e cielo, lui che è in posizione verticale, grazie ai piedi piantati nella prima e lo sguardo rivolto al secondo, e che compie l'operazione sacro-sessuale di inseminare il grembo della madre terra, di aprirsi al futuro, di investire oggi per raccogliere domani: cose a cui uno normalmente non pensa quando va a comprare il pane al supermercato - è stato sottolineato - ma la verità è che le persone, immerse nella loro quotidianità, hanno altro per la testa e non vivono il presente con il ricordo costante di Adamo ed Eva.
I bambini giocano spensierati, per fortuna. I genitori parlano senza prendere decisioni. Mia cugina però una scelta l'ha fatta: ha cinquant'anni e sta per partire con il marito e i figli già grandi per il Brasile. Lascia tutto quel che ha, poco a dire il vero, perché laggiù il lavoro del marito viene pagato, mentre da noi sono due anni che aspetta i soldi dalla pubblica amministrazione. E' un po' tutto alla rovescia questo mondo in cui viviamo, dove a emigrare sono gli adulti e dove la terra la comprano i ricchi...e dunque non è di tutti, come invece sosteneva il guru di ieri che ce la faceva seminare: i 174 ettari della tenuta alle porte di Roma, coltivati a frumento e adibiti prevalentemente al pascolo delle pecore, scopriamo infatti che appartengono a una nota famiglia romana che è nella moda da quasi cento anni e che solo da dieci ha investito in questa azienda agricola.
Forse è di moda fare i contadini e vendere, a chi se la vuole comprare, la ricotta a 14 euro al chilo. Sta di fatto, però, che almeno loro ci credono nel futuro dell'Italia e, quando li incontri, ti sembrano spensierati, beati loro, proprio come bambini.

venerdì 10 ottobre 2014

Bill Gates docet, ma la scuola deve formare persone libere


Stamattina ho letto su alcuni quotidiani on-line il decalogo che Bill Gates ha approntato per gli studenti della scuola superiore. Per il fondatore di Microsoft sono appunto 10 le cose che in classe non vengono insegnate e che dunque ha voluto sottolineare in occasione di una cerimonia di diploma davanti a migliaia di ragazzi. Eccole:

1 - La vita è ingiusta, bisogna abituarsi. 
2 - Al mondo non importa granché della vostra autostima. Piuttosto, si aspetta che combinate qualcosa, prima di poterne gioire voi stessi. 
3 - Non si guadagnano 60.000 dollari all’anno appena usciti da scuola. Non ci saranno telefono e auto aziendale per voi, se non ve li sarete guadagnati. 
4 - La vostra insegnante è dura con voi? Aspettate di avere un capo. 
5 - Lavorare in un fast food non significa “abbassarsi”. I vostri nonni chiamavano situazioni simili “opportunità”. 
6 - Se fate qualche guaio, non date la colpa ai vostri genitori. Basta piagnucolare, prendetevi le vostre responsabilità e imparate dai vostri errori. 
7 - Prima della vostra nascita, i vostri genitori erano molto diversi da come li conoscete. Sono decisamente peggiorati a furia di pagare le vostre bollette, pulire i vostri vestiti e ripetere all’infinito quanto siete bravi e intelligenti. Quindi, prima di diventare vegani e andare a salvare le tartarughe, iniziate a pulire la vostra stanza e mettete in ordine tutto ciò che si trova al suo interno. 
8 – A scuola può capitare che vi siano state date delle opportunità all’ultimo minuto per non essere bocciati. Scordatevelo nella vita reale! 
9 - La vita non è divisa in quadrimestri, e durante l’estate bisogna darsi da fare quanto in inverno. E sono molto pochi i datori di lavoro disposti ad aiutarvi ad essere assunti: è una vostra responsabilità. 
10 – Non fidatevi dei professionisti che si vedono nelle fiction televisive: non avrete così tanto tempo libero. Nella vita reale, le persone lasciano il caffè a metà e vanno a lavorare.

Per il magnate americano, all'uscita dalla scuola i ragazzi si scontrerebbero inevitabilmente con il duro mercato del lavoro e non solo: con una vita ingiusta, addirittura, dove non esistono seconde possibilità, né tempo libero, né il tempo per bere un'intera tazza di caffè (vabbè, dalle loro parti lo fanno lungo o 'all'americana', non ristretto).
Dai suoi dieci consigli, mi pare emerga una visione della vita concentrata sul lavoro dipendente e perfino subordinato, nel senso stretto del termine, inclusiva di ogni altra sfera dell'esistenza. La vita come dedizione e sacrificio assoluti al lavoro, nel e per il quale sfuma ogni altro aspetto: affettivo, familiare, giocoso, felice, ciascuno può individuare la soddisfazione che più gli compiace, addice e desiderabile... per poi rinunciarvi, immediatamente dopo e per sempre.
Evidentemente, Gates parla da imprenditore o, meglio, da padrone. Probabilmente, pensa di avere a che fare e di rivolgersi ai propri dipendenti, che forse giudicherà nullafacenti e irresponsabili. Non sa che le ingiustizie accadono anche agli adolescenti e che molti di loro non hanno neppure la minima idea di cosa sia l'autostima, perché semplicemente per sé non ne hanno affatto e perché il mondo è stato già abbastanza duro con loro da non avergli mai fatto un solo complimento col quale gongolarsi. E non sa nemmeno che forse 60mila dollari nessuno se li aspetta all'uscita da scuola, ma magari trovare un lavoro e non farlo 'a gratis', questo magari sarebbe un sogno niente male, altro che auto aziendale. 
Quanto al lavoro nei fast food, non so se i giovani lo disdegnino: so però che in Italia ci vuole la raccomandazione anche per lavorarci e che, all'uscita dall'università, a me non mi presero neanche in considerazione in questi 'ristoranti', qualcuno mi disse perché ero "troppo qualificato", ma per me sarebbe stata in ogni caso un'opportunità, perlomeno di guadagnare qualcosa nell'attesa di un lavoro migliore. Senza difficoltà, mi assunsero invece in un Mc Donald di Londra, dove ero andato a imparare l'inglese dopo la laurea: fin dal primo giorno mi diedero una divisa, un contratto, un conto corrente in banca dove versare lo stipendio, un'assicurazione contro gli infortuni, molti ordini e un giubbotto lercio da indossare per entrare in un freezer grande quanto una camera da letto, per portare e prendere le scatole con gli alimenti da preparare. Nel fast food inglese ero l'unico bianco, oltre alla manager dispotica, a lavorarci: gli altri dipendenti erano tutti di colore e molti di loro si pagavano gli studi con quel lavoro. Ma Gates pensa che i ragazzi abbiano tutti la puzza sotto il naso.
Quanto al non prendersi le proprie responsabilità, il mio figlio più piccolo, di tre anni e mezzo, quando gli cade l'acqua sulla tovaglia dice che "è caduta da sola": non ammette che è stato lui, ma nemmeno dà la colpa ai genitori. L'altro mio figlio di sette anni, invece, ammette le proprie colpe, anche se talvolta con strafottenza. E vero: non sono perfetti, i miei bambini, ma neppure del tutto ingiusti. E so che gran parte del merito di questo loro atteggiamento 'verso la propria responsabilizzazione' è della scuola, dove insegnano a far tesoro degli errori e ad accollarseli, non solo del papà e della mamma.
Per quanto riguarda l'occuparmi dei miei bambini e il pagare le bollette anche loro, io non mi sento peggiorato rispetto a prima, a quando cioè non avevo ancora figli. Sento invece di essere cresciuto, e molto, grazie a loro. I miei figli sono stati e sono per me un'opportunità in questo senso, non una qualche cosa di controproducente. Quindi, nessun senso di colpa per i miei figli, eh Bill?!
Non sono d'accordo con Gates anche sul punto delle possibilità last-minute: la vita concede delle seconde opportunità, anche se raramente. A volte, per fortuna, quando si chiude una porta si spalanca un portone. Un mio consiglio, se qui è permesso: siate ottimisti, ragazzi, però preoccupatevi di cercarli, i portoni.
E, preferibilmente, entrate in quelli che conducono in aziende dove sarete rispettati, non solo nei contratti, ma anzitutto nella vostra dignità di persone. Dove sarete trattati da gente libera e non da moderni schiavi dalla vista annebbiata dalla falsa prospettiva di diventare nuovi Bill Gates. Difficilmente, si riesce ad emanciparsi e ad avere un buon stipendio se prima non si è liberi, anzitutto mentalmente. Lo insegnano e dovrebbero insegnarlo a scuola questo, a ragionare con la propria testa, ad avere delle idee e a esprimerle, e a non reprimerle, e a trovare il modo di realizzarle. Studiare non serve ad altro che a questo: a divenire se stessi, ad affermarsi.

giovedì 9 ottobre 2014

"Il nostro primo viaggio"


Il figlio grande ha chiamato "il nostro primo viaggio" quello che sabato abbiamo fatto in bicicletta da casa in pineta. Lo ha definito così perché è stata la prima volta che siamo andati da qualche parte pedalando su tre biciclette differenti: la sua, la mia e quella del figlio piccolo.
Il secondogenito è caduto poco dopo essere partiti: c'era una buca nell'asfalto, la rotellina si è infilata lì dentro, la bici si è piegata su un fianco e il piccolo si è ritrovato per terra, dopo aver sbattuto la testa. Si è messo a piangere, l'ho consolato, ho guardato fra i capelli, dove la cute si era appena arrossata, si è lamentato ancora un poco ma poi si è calmato subito ed è ripartito come se nulla fosse. Ho detto ai bambini che "da domani si usano i caschi", che "a casa ne abbiamo uno rosso per il grande e uno giallo per il piccolo", ma quasi non ho fatto in tempo a convincerli che, appena arrivati in pineta, il figlio grande si mette a correre, perde l'equilibrio e cade, rovinosamente.
Mi precipito verso di lui mentre sta urlando: è una maschera di sangue, ha già un bozzo enorme sulla fronte, il naso graffiato, il labbro superiore gonfio e sanguinante, la bocca stessa è piena di sangue. Sputa, e un uomo che ci aiuta mi dice che ha visto dei denti cadere in terra. 
Piange ancora mentre raggiungiamo un bar lì vicino, dove chiediamo del ghiaccio da mettere sulla fronte. Alcune persone ci hanno accompagnati portando le biciclette e il bambino piccolo ci ha seguiti per quel breve tratto restandosene in silenzio. Durante il tragitto abbiamo incrociato gente che, alla vista della faccia di mio figlio, restava ammutolita e, tuttavia, non sapeva staccargli gli occhi di dosso.
L'ambulanza è arrivata dieci minuti più tardi, siamo entrati tutti e tre ed è partita verso l'ospedale, senza sirene spiegate. L'operatore ha guardato nella bocca e negli occhi del bambino, ha misurato il livello di ossigeno presente nel sangue, poi ha compilato un questionario: nomi, cognomi, età, come è successo? ha pianto subito? ha vomitato? ha nausea? gli gira la testa? Nessuno di questi sintomi, fortunatamente.
Siamo arrivati al pronto soccorso e dopo un poco un medico visita il bambino, mentre un'infermiera commenta, rivolgendosi a mio figlio: "Stavolta papà ti ha fatto male per davvero".
"Lo dice per sdrammatizzare o è una tecnica che usano per stanare i genitori violenti": nella mia mente si affolla immediatamente una serie di ipotesi sulla battuta che al momento non so definire né infelice e né sensata, probabilmente non mi importa nulla delle parole di una persona che neanche conosco, e poi ho già troppo da pensare a mio figlio, sto guardando i suoi occhi, che neanche la guardano, figuriamoci se prende in considerazione parole prive di senso.
Il medico dice che probabilmente il bambino ha soltanto una semplice contusione e varie escoriazioni, mentre in bocca non ha nulla e tutti i denti sono al loro posto. Decide di fargli fare una radiografia al naso e al polso, mentre per la testa non sa ancora se è il caso di prescrivere una Tac. Per il momento lo vuole tenere in osservazione e decidere dopo il daffarsi.
Andiamo in uno stanzino dove c'è una brandina: il bambino si sdraia, vuole riposarsi, mentre continua a lamentarsi per il dolore. Fa un po' freddo e vado a chiedere un lenzuolo all'infermiera di prima. Me ne dà uno verde. Le chiedo fra quanto faranno la radiografia e quanto dura l'osservazione. Mi stringe  un braccio con la mano, mi guarda negli occhi e mi risponde di non avere fretta, che loro si stanno occupando di mio figlio e quel che fanno è per il suo bene: non ho alcuna fretta, per la verità, e ho soltanto fatto una semplice domanda. Quel tono paternalistico, accorato e rassicurante mi infastidisce, mi sembra di essere trattato da cretino. Le chiedo altro ghiaccio da applicare sulla fronte.
Dopo un'ora di attesa sulla brandina, il bambino si assopisce e poco dopo arriva il medico a controllarlo. Lo chiama per svegliarlo con una certa insistenza e lui si desta quasi subito (ma, nel suo referto, il dottore scriverà che il paziente ha praticamente perso i sensi e ha avuto difficoltà nel riprendere coscienza. Il fatto, secondo me, è che l'incidente stesso e l'aver pianto a lungo lo hanno stremato e poi lo stare sdraiato per molto tempo, ad aspettare senza avere nulla da fare, hanno fatto sì che mio figlio si addormentasse). Mi consiglia di fare la Tac e un tecnico mi chiede l'autorizzazione. Io sono indeciso, le radiazioni sono pesanti, ma lui mi racconta che a questo esame ha sottoposto suo figlio neonato e che è meglio farlo per escludere qualsiasi problema importante. Mi sembra sincero e accetto senza pensarci ulteriormente.
Dopo un poco, il risultato: la Tac è negativa, fortunatamente, così come le radiografie. Ancora una piccola attesa e siamo dimessi. Ce ne torniamo a casa mentre penso a questa storia, all'incidente, al fatto che siamo stati fortunati, a quanto è stato bravo anche il figlio piccolo a essere altrettanto paziente del fratello, e maturo ad aspettare per così tanto tempo senza lamentarsi. Mi dice che gli è piaciuta l'ambulanza perché è più grande della nostra macchina. Gli rispondo che non la vendono e che non si può andare in vacanza con una macchina così.
Penso anche all'infermiera e alla sua frase, che soltanto ora giudico di cattivo gusto, e al medico che ha dovuto giustificare la Tac estremizzando una situazione che non mi è parsa quella che ha descritto, ma la burocrazia, si sa, e la medicina legale anche, probabilmente impongono certe motivazioni 'allarmanti'.
Penso a domani, a quando andrò a riprendere le biciclette in pineta, dal proprietario del bar dove le ho lasciate, lo stesso che la scorsa estate bruciò la maglietta del mio figlio piccolo dopo averla infilata nel forno a microonde. Ma questa è un'altra storia, che magari racconterò un'altra volta. Per ora ho presente ancora questo nostro "primo viaggio", che è finito male e che spero sia l'ultimo fra i viaggi di questo tipo.

sabato 4 ottobre 2014

Oggi sono Baby Pit Stop le principali piazze italiane


In occasione della SAM 2014 (Settimana Mondiale per l’Allattamento, informazioni qui http://mami.org) oggi 4 ottobre dalle 10.30 le principali piazze d’Italia saranno allegramente invase da Flash-Mob di mamme e di bambini allattati, di papà, di nonni e di persone sensibili all’argomento, che sottoporranno all’attenzione dei media e del grande pubblico la necessità di un cambiamento nella cultura dell’allattamento. 
Ogni piazza diventerà così un gigantesco Baby Pit Stop, luogo accogliente per allattare. Durante la SAM vengono organizzati in tutto il mondo incontri, convegni, seminari, Flash-Mob che abbiano come focus l’allattamento e il tema dell’anno: nel 2014 si approfondisce l’importanza dell’allattamento come obiettivo vincente per tutta la vita. 
La Leche League partecipa o organizza direttamente i Flash-Mob delle seguenti città: Roma, Napoli, Trieste, Genova, Padova, Salerno, La Spezia, Massa, L'Aquila, Fano (PU), Castelfranco Veneto, Cosseria (SV), Asti, Porto Sant'Elpidio (FM).
Sull’account Facebook https://www.facebook.com/groups/FlashMobAllattamentoSAM2014/ si possono trovare tutte le piazze d'Italia in cui le mamme si raccoglieranno e gli orari dei Flash-Mob, assieme a decine di altri appuntamenti in altre date (per LLL: Torino il 4 ottobre, Cagliari e Perugia l’11, Siena il 16) organizzati da una variopinta mescolanza di associazioni di mamme. Molte donne indosseranno una maglietta bianca: un omaggio al latte materno! 
Allattare pone le basi per la salute futura del bambino e gli insegna ad ascoltare ed interpretare correttamente il senso di fame e di sazietà. Allattare è una scelta che non influenza solo la singola famiglia, ma si diffonde e porta beneficio all’intera comunità. È in quest’ottica che La Leche League ha sempre portato avanti la sua filosofia, creando e diffondendo una rete sociale, vicina alle donne, perché il sostegno fosse davvero “da mamma a mamma”, presente nelle singole realtà in modo concreto e visibile anche con l’esperienza dei Baby Pit Stop. 
La Leche League si augura che le varie Amministrazioni coinvolte nei Flash-Mob procedano nella sensibilizzazione verso l’allattamento anche sostenendo e creando reti di Baby Pit Stop pubbliche (Musei, Biblioteche, Stazioni, Uffici Postali...).

(Fonte LLL Italia)

In Italia allattare in gravidanza è sicuro


Sul sito del Ministero della Salute sono stati pubblicati altri due importanti comunicati diffusi dal Tavolo Tecnico Operativo interdisciplinare per la promozione dell’allattamento. 
Il primo è su Allattamento e contraccezione e argomenta le conclusioni cui giunge, delle quali la più importante è che “I metodi ormonali sono sicuri in corso di allattamento, ma vanno avviati nella donna che allatta dopo alcune settimane dal parto”. 
Il secondo affronta la questione dell’Allattamento durante la gravidanza. In questo comunicato si sottolinea come “…quando la donna resti gravida, spesso viene data l’indicazione di interrompere immediatamente l’allattamento, ritenendo che la sovrapposizione di allattamento e gravidanza possa avere un’influenza negativa sullo stato nutrizionale e sulla salute della donna, sul prodotto del concepimento e sul bambino allattato”. In seguito a una revisione della letteratura disponibile sulla sicurezza della coesistenza fra allattamento e gravidanza, i membri del Gruppo di Studio sull’Allattamento al Seno della Società Italiana di Medicina Perinatale (SIMP) e del TAS hanno concluso che: - non è documentato in letteratura un aumentato rischio di aborto; - in un paese come l’Italia, in cui le donne gravide sono generalmente sane e ben nutrite, non vi è un aumentato rischio di ritardo di crescita intrauterino (IUGR), né di malnutrizione materna; - non è documentato che la suzione al seno collegata all’allattamento possa determinare parto pre-termine per attivazione delle contrazioni uterine; - anche se potrebbero esserci situazioni tali da suggerire la sospensione dell’allattamento, occorre essere consapevoli che il consiglio di interrompere l’allattamento manca ancora di evidenze scientifiche. 
In conclusione, la SIMP ed il TAS del Ministero della Salute ritengono che la coesistenza di gravidanza ed allattamento al seno risulti sicura per madre, embrione, feto e lattante. 

(Fonte LLL Italia)

mercoledì 24 settembre 2014

Tre secondi, anche meno


Domenica siamo andati a raccogliere le nocciole con un gruppo di persone che organizza questo tipo di escursioni, un po' alla moda ormai, "a contatto con la natura e alla ricerca dei sapori di un tempo", come quella di giugno nella quale andammo per fragole. Ebbene, adesso non voglio parlare davvero di frutta secca, anche perché ne abbiamo trovata poca, la maggior parte infatti erano gusci vuoti, né del fatto che, mentre i bambini frugavano nel terreno fra le foglie dei noccioli, io a un certo punto mi sono messo a cercare la cicoria. Racconterò invece una scena, a cui ho assistito e che sarà durata non più di tre secondi, e che in un lampo ha rimandato i miei pensieri a un episodio avvenuto la scorsa estate.
La scena è questa e a prima vista può sembrare banale: si è formata una piccola fila fra i partecipanti alla raccolta e a un certo punto il bambino piccolo, che mi precedeva, ha dato la mano a una signora che non conosceva. Non si è accorto dell'equivoco né lui né la donna, che pensava di tenere per mano suo figlio. Per tre secondi, anche meno, hanno camminato insieme, davanti a me, in mezzo ad altra gente, lungo lo sterrato. E io ho pensato a ciò che una volta mi disse una mia amica, che i bambini sono figli di tutti, anche delle altre persone, della collettività, nel momento in cui hanno bisogno di aiuto, in quei casi infatti non c'è differenza fra il mio vero figlio e un altro bambino (sconosciuto?). Un bambino cammina affianco a una madre, fra loro non sono necessariamente imparentati, ma le necessità del primo e l'istinto della seconda si esprimono comunque, si sintonizzano fra loro e comunicano, facendo sì che nasca spontaneamente una solidarietà naturale e immediata.
Il ricordo della scorsa estate è arrivato in un attimo: eravamo in un ristorante all'aperto, con noi c'era anche mio fratello, la compagna e la loro figlia. Accanto al nostro tavolo c'era un coppia con due bambini seduti di fronte ai genitori. La più piccola piangeva e gridava, avrà avuto al massimo un anno e ho pensato che si lamentasse perché era stanca. La mamma le dice una volta soltanto di abbassare la voce, di non piangere, mentre noi mangiamo e chiacchieriamo, e cerchiamo di far cenare anche i più piccoli. La bambina non smette e all'improvviso, rapidamente, la donna si solleva un poco dalla sedia e si allunga sul tavolo, quel poco che le basta per raggiungere con uno schiaffo violento il viso della piccola. E' un colpo secco e sonoro, a cui assisto personalmente e che, davanti ai miei occhi e alle mie orecchie, rimbomba come un boato nel mezzo di un silenzio che presumibilmente nemmeno esiste, siamo infatti in un ristorante, dove è tutto un via-vai di camerieri e clienti, di gente che mastica e che chiede il conto, di telefonini accesi e di altri bambini che giocano e gridano: un microcosmo nel quale ciascun abitante è concentrato nelle proprie attività momentanee e non ha alcuna colpa se non si accorge di quanto sta avvenendo a poca distanza dal proprio tavolo.
L'episodio dello schiaffo, infatti, si è svolto troppo velocemente e con la massima disinvoltura della madre e con l'assoluta indifferenza del padre, bisognava avere la sfortuna di trovarsi nella traiettoria dell'azione, così come si è trovato il mio sguardo, per accorgersi dell'accaduto, per vedere una neonata venir maltrattata da sua madre, per notare la totale estraneità con la quale ha compiuto il suo gesto, per assistere al silenzio (assenso) paterno, per guardare una bambina così piccola tornare poco dopo a piangere, più forte di prima dopo uno smarrimento momentaneo dovuto al colpo ricevuto, per vedere infine la donna alzarsi dalla sua sedia per andare a consolare la figlia, prendendola in braccio, forse pentita, forse imbarazzata, forse niente di tutto questo, magari si tratta soltanto della parte conclusiva di un modo abituale di fare (probabilmente ritenuto educativo, forse il modo in cui lei stessa è stata educata).
E io cosa ho fatto di fronte a questa scena, per una figlia che in un momento di difficoltà sarebbe dovuta essere anche mia? Mi è mancata la prontezza di una reazione istintiva, quella di alzarmi e di andare a dare anch'io uno schiaffone alla donna e di gridarle in faccia che non si trattano così dei bambini tanto piccoli. La prontezza di schiaffeggiarla, sì, davanti a tutti, anche di fronte ai miei figli, perfino a costo di dare loro un pessimo esempio. Una scenata plateale ci voleva, una di quelle alla Nanni Moretti, tanto per capirsi, dove l'indignazione non può essere trattenuta, ma deve esplodere di fronte a tutti.

giovedì 4 settembre 2014

E' stato come avrei voluto aspettarmi che fosse


L'immaginazione si mescola alla realtà in ogni viaggio che si rispetti. Non solo nelle aspettative, non soltanto nei luoghi dove si vorrebbe tornare. Che non corrispondono più, ormai, a quelli del passato, né i luoghi né i ritorni stessi, perché tutto è cambiato, perfino noi stessi che spesso e volentieri ci crediamo ancora quelli di una volta. E ovviamente anche gli altri, che rincontriamo dopo un po' di tempo, sono diventati tutt'altro da prima. I luoghi e le persone, riviste a distanza di anni, non sono più quelli di prima, ma altra cosa, quasi sempre deludente, perché nella memoria tutto ha una dimensione idilliaca e, sarà come sempre per istinto di conservazione, ricordiamo soprattutto la parte buona degli avvenimenti, mentre rimuoviamo quella negativa, eppure ce ne saranno stati di lati oscuri nelle situazioni che ci sono capitate, almeno quante quelle che intravediamo nel presente con cui facciamo i conti.
Dicevo della realtà e dell'immaginazione che si mescolano: questa frase appartiene a un modo di dire abbastanza usato. A dire il vero però, io intendevo parlare della fusione, e non della mescolanza, delle due sfere, quella concreta e quella ideale. Esistono infatti situazioni tali, nelle quali le aspettative vengono rispettate pienamente e alcune cose sono esattamente non come te le aspetti, ma come vorresti aspettarti che fossero. La differenza è sottile ma sostanziale: aspettarsi che una realtà sia fatta in un certo modo e abbia certi connotati presuppone, letteralmente, una grande capacità intuitiva, se non una forte dose di presunzione, di certo una sequela di delusioni. Trovare, invece, inaspettatamente, quasi per caso una tale realtà, vuol dire, al massimo, essere fortunati. E infatti, proprio di fortuna si tratta quando ci si imbatte in una situazione che è 'identica a quella che avresti voluto aspettarti'.
Non diciamo forse "non me lo aspettavo", quando siamo innanzi a una bella sorpresa? E questa bella cosa non è quella che avremmo voluto attendere e che, magari fino a ieri sera, era vera soltanto nei nostri sogni? Lì stava, non fuori, ancora ieri i due mondi erano distinti mentre ora sono fusi.
Nel viaggio che ho fatto, ho rivisto mio fratello, nemmeno troppo tempo dopo l'ultima volta che ci siamo incontrati. Un giorno, percorrendo insieme duecento chilometri in macchina, abbiamo parlato per tre ore di seguito, trovandoci d'accordo su molte cose che ci dicevamo. Ci siamo raccontati delle nostre attività lavorative, ciascuno di noi ha fatto delle proposte all'altro e dato qualche consiglio. Abbiamo ricordato molti episodi passati di vita familiare e, quando uno dei due mostrava poca memoria riguardo a qualche circostanza, l'altro gli raccontava come erano andate le cose. Ci siamo dati anche dei chiarimenti riguardo alcune circostanze nelle quali ci eravamo trovati in disaccordo. Abbiamo parlato ovviamente anche dei nostri rispettivi figli, del nostro e del loro futuro nel quale, ogni volta, abbiamo ritrovato riferimenti che riguardano inevitabilmente anche il nostro stesso passato.
Intanto che viaggiavamo, mentre il futuro ci inseguiva, noi andavamo verso il passato, l'unico tempo che conosciamo, dal momento che il presente è quella dimensione che evapora costantemente, mentre ciò che ci resta è soltanto quel che abbiamo fatto e che ricordiamo. Anche qui, così come nel discorso sulle aspettative, c'è una fusione degli elementi, dove il nostro andare avanti non corrisponde ad altro che a un cercare il passato. Siamo come il fiume che scorre verso il mare e dalla cui stessa acqua è nato. Ed è fantastico quando ti accade di intuire che questa percezione non è soltanto tua, ma, in un certo momento, e da quell'istante in poi, è condivisa con qualcuno a cui vuoi bene.

martedì 2 settembre 2014

E poi c'era questo ballo di rondini


Andiamo a pescare quasi ogni mattina. Il bambino grande entra in camera e mi sveglia. Facciamo colazione e poco dopo siamo già in spiaggia. I primi ad arrivare, mentre il sole inizia a spuntare dal mare e a brillare su quel gigante azzurro ancora addormentato. Sappiamo di avere poco tempo per fare tutto, perché di lì a poco, in una o al massimo due ore, siamo diventati degli esperti in questo, l'acqua si incresperà, come succede tutti i giorni. E noi vogliamo approfittare di quella calma provvisoria non solo per pescare, che non vuol dire necessariamente prendere dei pesci, ma fare qualcosa insieme o farne una mentre chi sta vicino ne fa un'altra, contribuire in definitiva a qualcosa, e intanto parlare, andare e tornare, guardare l'orizzonte da una parte e la costa dall'altra, e osservare, in mezzo, le profondità che mutano sempre, la sabbia bianca e le secche vestite di posidonia, accorgerci di un movimento improvviso, in terra o in cielo o nell'acqua, nella monotonia che inevitabilmente finisce per manifestarsi in ogni attività umana, mentre la terra compie il proprio giro e il sole è già alto e i colori intanto sono mutati e continuano a cambiare ancora, tutt'intorno.
Prendiamo questo gommone minimo, dove a malapena si sta in due, e partiamo per un'avventura che è tale soltanto per il fatto di essere piena di aspettative: il pesce che prenderemo e che poi mangeremo, quello gigantesco contro cui lotteremo in una battaglia per la vita o per la morte, vera per l'animale, più presunta per noi, d'altronde lo stesso pesce miracoloso non è altro che un mito o una chimera, così come la stessa necessità inesistente di catturarlo, non credo che esista più, almeno alle nostre latitudini, un vecchio in mare in lotta contro l'oceano, ci sono invece persone d'ogni età per le quali tutta la vita è una guerra, e non sono in mare ma in terra, e vicine di casa, ma lasciamo stare questo discorso che già ci sta portando molto più lontano di quanto volessimo andare, noi che navighiamo sempre sotto costa e ci teniamo il più possibile al riparo dalle intemperie.
In una parola, ci lanciamo in sfide avventurose, anche se in un certo senso ripetitive e delle quali spesso dimentichiamo lo scopo finale, probabilmente di prendere un pesce ci importa poco fin dall'inizio, ma ciò che ogni volta cambia sono i discorsi e i sorrisi e, ogni tanto, anche un tipo di scontentezza che non è altro che stanchezza, quella che prima o poi arriva per tutti. Gli stati d'animo sono sempre differenti, come le maree, un po' come il mutare del tempo, spesso imprevedibile nonostante tutte le previsioni che si fanno.
Nel modo di sentirsi e nella maniera di dirlo, senza le parole che perlopiù sono ovvie ma con termini che invece si fermano sulle labbra, perché è del tutto inutile che fuoriescano, ci accorgiamo della nostra breve felicità. E appunto, io non ho parole per raccontare questa felicità, ma soltanto un paragone a cui ultimamente penso spesso, ed è quel che ho visto oltre il canneto un pomeriggio di ritorno dal mare: un volo di rondini su un campo di mais, gli uccelli che giocavano con gli schizzi d'acqua degli irrigatori automatici, e che andavano e tornavano e bevevano col becco spalancato e facevano il bagno con le ali spiegate, e gioivano e ridevano mentre si rincorrevano fra loro e passavano sotto un getto e ne saltavano un altro.
A questo somiglia la nostra felicità: qualcosa di più di un semplice modo per dissetarsi e rinfrescarsi, un ballo estivo e un sorriso dipinto su ciascuna faccia di quegli animali che ancora non hanno il dono della parola, perché parlare infondo non gli è mai servito e perché davvero la felicità non ha mai avuto bisogno di raccontarsi.

venerdì 18 luglio 2014

Per un pugno di riso


Ho appena letto questo libro tanto famoso, Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta, la storia di un viaggio in moto, agli inizi degli anni '70 attraverso gli Stati Uniti, di un padre e un figlio, nella quale però prevalgono nettamente le riflessioni dell'autore attorno alla cosiddetta Metafisica della Qualità sulla vera e propria narrazione avventurosa 'on the road'. A parte qualche spunto filosofico interessante e meno complicato di altri, che ho trovato qua e là nel volume, mi ha colpito molto l'aneddoto che Robert Pirsig usa per parlare della 'Rigidità dei valori', il racconto di come vengono cacciate le scimmie in India:

"La trappola consiste in una noce di cocco svuotata e legata a uno steccato con una catena. La noce di cocco contiene del riso che si può prendere attraverso un buco. L'apertura è grande quanto basta perché entri la mano della scimmia, ma è troppo piccola perché ne esca il suo pugno pieno di riso. La scimmia infila la mano e si ritrova intrappolata esclusivamente a causa della rigidità dei suoi valori. Non riesce a cambiare il valore del riso. Non riesce a vedere che la libertà senza riso vale di più della cattura con". Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta, di Robert M. Pirsig, Adelphi 1990.

Io non credo che la scimmia non estragga la propria mano perché non vuole rinunciare al riso e non penso proprio che soppesi il valore del cereale confrontandolo con quello della libertà. Primo, perché non sa quello che gli succederà una volta catturata dai cacciatori (non ha una pre-visione del proprio futuro, non si immagina in una gabbia), secondo, perché nell'istante in cui è braccata è probabilmente così atterrita da non riuscire a compiere una scelta opposta a quella che fino a un secondo prima aveva compiuto: la scimmia è irrigidita, non nei valori, ma nell'animo, per la paura. E non sa retrocedere.
Per quanto riguarda invece la rigidità dei valori - ho pensato - è proprio questa che insegniamo ai nostri figli, fin da quando nascono. "Questo sì, questo no", diciamo loro. "Questo è giusto, questo no", affermiamo noi adulti, con una sicurezza ai loro occhi infallibile, "Ascolta e ripeti, senti e impara". Abbiamo costantemente questa saccenza da primi della classe, anche quando ci rendiamo conto benissimo di non sapere. Perché di fronte a loro dobbiamo apparire sicuri di noi stessi. Siamo o no le loro guide?
Purtroppo - fa notare Pirsig più avanti - il modo di ragionare occidentale è esclusivamente binario, fatto di sì e di no, se sei così non puoi essere fatto nel modo opposto, non ci sono vie di mezzo. Non solo: non ci sono proprio alternative, peggio: non ci sono realtà che non si prestino a questo ragionamento. In Giappone invece esiste questa parola, 'Mu', che significa semplicemente 'nessuna di queste cose soltanto'. Ossia, anche loro o in parte anche loro e comunque non soltanto loro e non necessariamente l'una o l'altra.
Se non proprio il 'Mu', ai nostri figli dovremmo insegnare a ragionare con la propria testa, ma forse questo già lo fanno dal giorno stesso in cui vengono al mondo. 
Probabilmente, invece, dovremmo essere noi genitori più elastici, che ne dite: sì, no o mu?

martedì 8 luglio 2014

L'eredità di Telemaco


Ereditare non significa ricevere passivamente. Sia che ci si riferisca a beni come immobili o soldi e sia che si tratti della cosiddetta (più immateriale?) 'eredità culturale', non siamo scatole vuote pronte all'occorrenza a essere riempite. Chi eredità per davvero è colui che fa suo e combatte per avere ciò a cui ha diritto e che dunque gli spetta. Questa operazione di appropriazione è esclusivamente attiva, anzitutto perché l'erede, per essere tale, - come fa notare Massimo Cacciari - è principalmente un orfano, una persona che si scopre improvvisamente abbandonata e dunque non può che contare esclusivamente sulle proprie forze per  guadagnare quanto gli è stato lasciato: il passato del padre e la propria relazione con lui.
Telemaco, il figlio di Ulisse - tornato alla ribalta perché citato la settimana scorsa dal presidente del Consiglio nel suo discorso al Parlamento europeo -, abbandonato, dopo essere appena nato, dal padre che deve andare a combattere a Troia, è il simbolo vivente del significato del termine 'eredità'. Il suo nome vuol dire 'colui che combatte lontano' ed egli infatti non aspetta il ritorno del padre semplicemente guardando il mare di Itaca, ma, vedendone minacciato dai Proci il regno, lo va a cercare prima a Pilo e poi a Sparta. E quando Ulisse torna in patria, il figlio lo aiuta a combattere contro i pretendenti al trono e a ristabilire l'ordine dello Stato. 
Telemaco, sottolinea Massimo Recalcati nel suo Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre, simboleggia il giusto modo di ereditare: non beni, non un regno, ma la parola, il significato e l'insegnamento paterno, dopo averlo fatto faticosamente proprio.

giovedì 3 luglio 2014

Devono fare ciò che diciamo noi


Tutto bene, la fine della scuola. Ottimi voti, anche in materie di cui, secondo me, il figlio grande non conosce neanche l'esistenza. Probabilmente, in prima elementare conta soprattutto l'approccio e la propensione per lo studio che si dimostra di possedere, non ciò che si è realmente appreso. 
Adesso sta frequentando un centro estivo. Una volta - mi ha fatto notare il fornaio - c'erano i nonni a tenere i bambini durante le vacanze, almeno finché i genitori non prendevano le ferie. Adesso ci sono questi posti, che sono un po' il proseguimento, senza discontinuità, della scuola e un po' un circolo ricreativo. Un 'divertimento impegnativo', si potrebbero definire: in questo posto dove lo accompagno tutti i giorni, il figlio grande gioca, recita e fa molto sport, fra cui un corso di nuoto. Io so che è felice di andarci, perché lo vedo sorridere quando il pomeriggio vado a prenderlo e mi racconta, non senza entusiasmo, delle cose che ha fatto. 
Però, tutte le mattine, prima di uscire si mostra scontento e dice che vorrebbe restare a casa. Io gli spiego che in casa si annoierebbe e che non mi va di lasciarlo dove vedrebbe per quasi tutto il giorno la televisione. E quindi, in qualche modo, lo costringo a venire fuori con me, per fare ciò che io penso sia meglio per lui: "Dai, che ti diverti - gli dico, mentre quasi lo trascino nell'ascensore -. Lo noto, sai, quando torno a prenderti, che sei contento". "Ci credo - mi ha risposto l'ultima volta -: sono felice perché ti rivedo". "Va bene - gli ho promesso -, se posso vengo a guardarti mentre nuoti, così ci incontriamo anche a metà giornata". 
Si è tranquillizzato subito e io ho rispettato il mio impegno. Sono andato in piscina e, appena arrivato, lui mi ha visto subito, sopra gli spalti, perché mi aspettava. Mi ha fatto un cenno da lontano, con il braccio, mentre già si trovava in acqua, e io gli ho risposto con un cenno identico. Ha nuotato un poco, facendo l'esercizio che il suo istruttore gli aveva detto di fare, e subito dopo un nuovo saluto con la mano, sempre da lontano, al quale ho risposto di nuovo con lo stesso saluto. Ancora un esercizio e ancora un saluto, seguito come sempre dal mio. Per tante volte ancora: un dialogo continuo, anche se periodicamente interrotto dal nuoto, anziché un corso di nuoto intramezzato da frequenti saluti. Un fraseggio sempre identico a se stesso: "Mi vedi? Sono qua, nel punto dove si alza un braccio, il mio", ha detto il bambino con il suo gesto al padre. "Ti vedo, sì, sei proprio là, dove c'è quel braccio sollevato", ha risposto il padre al figlio. Un richiesta e un'offerta di rassicurazione, fatte più volte nell'arco di una mezz'ora, il tempo che sono stato a guardarlo.
"Dov'è il problema?", potrebbe chiedersi qualcuno. "Quando si deciderà, il padre, a mollarlo questo bambino di sette anni, in modo da renderlo autonomo?", potrebbe osservare criticamente qualcun altro. "Quanti capricci!": è un altro punto di vista possibile. "Ma, se ne ha la possibilità, perché questo padre non fa rilassare il figlio a casa, dopo un anno intero passato a scuola?": ancora una posizione plausibile.
La verità è quella che ho spiegato a mio figlio e che ho scritto poco sopra, ma il problema vero - e che sento io - qui è un altro ed è che i figli, a questa età, devono fare ciò che i genitori impongono loro quando certe decisioni non sono condivise. E, anche se so di fare bene, a me le imposizioni non piacciono, nemmeno questa che non lo è neppure troppo, più che altro si tratta di posizioni differenti, con mio figlio che sa bene che ho ragione a compiere questa scelta per lui, ma che, per partito preso, la mattina gioca a fare la parte dello scontento. Però, anche in questa mia minima imposizione nei confronti di chi non è del tutto d'accordo con me, ritrovo certi elementi negativi, delle forzature che vorrei non esistessero.

giovedì 12 giugno 2014

Maree: i falsi testimoni


Mi è capitato, molto più spesso di quanto potessi immaginare e, di conseguenza, riuscissi a riconoscere in tempo, di incontrare delle persone senza alcun valore o che, valendo ben poco, passano la vita a cercare di abbassare al loro infimo livello quello degli altri.
Anche questo tipo di gente fa parte della marea umana. Sono delle merde e cercano di far passare per merde anche gli altri che stanno loro intorno. Come fanno? Semplice: gettando merda su di loro, ingiuriando, magari dopo essersi mostrati per un certo periodo come degli amiconi, dopo aver adulato e fatto dei gran complimenti. Si arrogano il diritto di parlare male degli altri soltanto perché, precedentemente, ne avevano parlato bene e questi ne avevano accettato i complimenti: se ci si sottopone al giudizio altrui, infatti, non c'è scelta, si deve dire di sì, sia a quelli buoni che a quelli cattivi.
Sono personaggi che cercano in continuazione di essere popolari, e che vogliono sempre, e si affannano davvero per ottenerlo, il consenso del prossimo. Hanno bisogno, infatti, di sentirsi spalleggiati nel momento in cui passeranno all'offensiva e si attrezzano come possono, con scudi e linee di difesa. 
Sono fondamentalmente degli invidiosi e mia nonna diceva che l'invidia è una delle cose più pericolose che possano esistere. Per questo ci avvertiva di non mostrare troppo ciò che avevamo e che non era comunque molto, né di farci vanto delle nostre qualità e dei nostri piccoli successi. Io non capivo bene questo bisogno di apparire modesti, anche se modesto lo ero in ogni caso e lo sono tuttora, pensa che a volte mi vergognavo perfino di mangiare di fronte a degli estranei, che magari non avevano, così ipotizzavo il più delle volte ingenuamente, la mia stessa possibilità di comprarsi una semplice pizzetta per merenda.
Ora, ci si potrebbe chiedere: "Ma a questi, chi glie lo fa fare di essere così infami, calunniatori e maligni? Che vantaggio diretto traggono dal denigrare il prossimo? Diffamando gli altri, mica si elevano, loro stessi, alla condizione dei santi". La risposta è che, ciò che ottengono, è davvero ben poco e soprattutto di breve durata, ma per loro è sufficientemente appagante: è niente di più della pacca sulla spalla che il capo potrebbe dare al suo delatore preferito o la carezza senza amore che qualsiasi persona potrebbe fare disinteressatamente a un cane di passaggio. Loro si compiacciono di questo, si sentono felici per questa riconoscenza soltanto formale di chi accetta un servizio senza averlo mai espressamente richiesto, ma che il servo gli ha generosamente offerto, servilmente appunto, perché sa che al capo fa comodo o solamente piacere.
E fra di loro, il padrone e il servo, si dichiarano senza indugio amici, quando l'amicizia ha invece il dovere di mettere sullo stesso piano le persone, non ne contempla, nel rapporto che le lega, alcune di serie A e altre di serie B. Ma qui si parla principalmente di sfruttamento: della slealtà e del disprezzo del primo verso il secondo, e degli stessi sentimenti di quest'ultimo nei confronti di tutto il suo prossimo. E della prostituzione che opera chi sa essere più realista del re ovvero chi non ha una coscienza propria, la percezione minima della giustizia e la più piccola idea di cosa sia l'onestà intellettuale.
Hanno dei padiglioni enormi, grazie ai quali riescono ad ascoltare, per riferirle, anche parole mai dette. Sanno leggere nel pensiero, sia di chi sta loro vicino e sia di chi si trova lontano. Hanno una vista eccezionale, con tanto di raggi X, per vedere cose che per la gente comune addirittura non esistono. Sono i falsi testimoni, da cui è difficile stare alla larga ma dai quali è necessario prendere le distanze e che vivono sempre nascosti, nei bassofondi della marea umana.

P.S. Li scrivo qui, questi pensieri sule maree, perché questo è un posto che non dimenticherò e di cui non perderò traccia.
Un luogo che un giorno potranno frequentare anche i miei figli.

martedì 10 giugno 2014

Fragole e altre contraddizioni


Già il fatto di aver dovuto prendere un antistaminico preventivamente, cioè prima di trascorrere una giornata di svago in campagna, mi suona come un controsenso: nessuno infatti mi ha obbligato, domenica, ad andare a raccogliere le fragole insieme ai miei figli, ma l'ho fatto perché mi piaceva l'idea di stare all'aria aperta e quindi ho assunto un farmaco per stare a 'contatto con la natura'.
E per stare a contatto con la natura, e per raccogliere la frutta, abbiamo pagato un biglietto ciascuno, mentre io sapevo che, chi aiutava i contadini nella raccolta, era pagato per farlo oppure otteneva una parte del raccolto, di certo non era lui stesso a dover pagare. Vabbe', le fragole ce le siamo mangiate tutte e ce ne siamo portate tante anche a casa, e poi ci hanno dato i panini. Però, stona lo stesso questo fatto di dover pagare per lavorare (anche se, d'accordo, molto, molto poco).
C'era un traffico per andare in campagna, perché la strada che abbiamo fatto è in gran parte la stessa che porta al mare! E tutti gli automobilisti hanno dovuto soffrire il caldo e stancarsi tanto per godere soltanto di qualche ora di brezza marina. 
Lungo la consolare c'erano anche delle prostitute, con delle facce felici e rilassate, e per niente smarrite: appoggiate ai bordi della strada, sembravano delle turiste già abbronzate, che erano lì soltanto per prendere il sole. E' senz'altro merito della loro professionalità, che impone lo sguardo sicuro di sé e, più che provocante, ai limiti del provocatorio, e che deve comunicare sicurezza, felicità e benessere, se non si notava il disagio normale dello stare al caldo fra i tubi di scappamento. E questo poi dev'essere soltanto il lato meno brutto della giornata-tipo di questa categoria di lavoratrici, il peggio infatti credo venga poi, quando l'attesa del cliente è finita e, dopo una finta trattativa, si giunge al dunque. E non voglio spingermi a parlare di tratte o di sfruttamento, né del desiderio semplice, anche per loro, di andare al mare. Lasciamo perdere anche questo.
Qualche giorno prima di domenica, sono andato al funerale del papà di un mio amico e anche lì mi si è presentata una contraddizione, sicuramente la più evidente fra quelle raccontate finora. Non avevo conosciuto la persona che è morta, ma sapevo che almeno 14 anni fa aveva subito un trapianto di cuore. Aveva sofferto molto, aveva avuto molti ricoveri, faceva una terapia antirigetto debilitante, con tutti gli inimmaginabili annessi e connessi. Il figlio invece soffre di depressione e da due anni almeno si era fatto sentire sempre più poco. L'ho rincontrato al funerale e gli ho detto di farsi coraggio e di essere forte. Mi ha risposto: "Non ce la faccio. Non ce la faccio". Gli ho detto, con la voce che mi si strozzava in gola: "Fallo almeno per tuo padre". Ancora una volta: "Non ce la faccio".
Me ne sono andato dalla chiesa quasi di corsa, senza più girarmi verso di lui e soltanto con questo pensiero in testa: che uno che voleva vivere è morto, mentre uno che è vivo vorrebbe morire.