venerdì 6 dicembre 2013

Aristocratici


Ma sì, è già un poco che ci penso e allora, dato che oggi ho tempo, questa cosa la scrivo. L'occasione me la offre quel capannello di quattro mamme ferme, come ogni mattina, all'ingresso della scuola. Parlano della classe, dei bambini e delle maestre, a volte anche di altri genitori. Spettegolano, soprattutto, su questi argomenti.
Sono un gruppo di aristocratiche, non nel senso che appartengono alla nobiltà, ma nel significato più stretto di chi si ritiene migliore di altri, costituisce un piccolo gruppo chiuso che include soltanto quelli come loro, i 'migliori', ed esclude, allo stesso tempo, tutti gli altri, i 'peggiori', secondo loro, la maggior parte delle persone. L'aristocrazia ha esattamente queste origini e il suo motto è: "Noi pochi siamo migliori di voi tanti e, dato che siamo migliori di voi, comandiamo noi, mentre voi fate quello che diciamo noi".
Sono persone che, per ottenere ciò che vogliono corteggiano gli altri, si fanno la corte a vicenda, si fanno dei gran complimenti, dando un'importanza eccezionale all'interlocutore. Sono cortigiani, anche qui nel senso stretto di chi appartiene alla corte e dispensa i migliori consigli, non per ciò che può apparire come il bene altrui, ma per il proprio tornaconto. Tanto per romanzarla, ma la cosa non è poi molto lontana dalla realtà, sono gente che parla a bassa voce, bisbiglia, si muove nell'oscurità, tesse trame occulte, fa accordi sottobanco. Sono delatori, spioni tremendi che ti mandano sul patibolo senza pensarci due volte, tanto tu non conti niente, fai parte degli altri: sei uno dei peggiori. 
Non c'è niente da fare, disprezzo le cerchie esclusive ed escludenti, non ho mai infilato, per nessun motivo, la testa fra un gruppo di spalle che fanno muro, non sono mai andato, né ho voluto mai essere, dove non mi volevano. Senza problemi o dispiacere o rabbia. Tutt'altro. Gli aristocratici, e chi si sente tale o chi vorrebbe esserlo, li detesto moralmente e razionalmente, ma senza rancore.
Non esagero: di questi tempi, tutti i fine di settimana, ogni sabato o domenica abbiamo una festa di compleanno di un compagno di scuola di uno o dell'altro figlio. Incontriamo così anche gli altri genitori, in queste celebrazioni a cui il gruppo di aristocratiche ormai non partecipa più, preferendo andare in blocco altrove, all'occorrenza ad altre feste più meritevoli della loro presenza. Restano quindi quelli come noi, la 'middle - lower - working class', diciamo così, gli esclusi, che però sono la maggior parte. La classe media non è univoca come quella aristocratica, ma è variegata ed è composta da persone socialmente e culturalmente, prima ancora che economicamente, differenti. E anche qui, fa parte della natura umana, si creano gruppi e sottogruppi, più o meno bisbiglianti. 
Uno di questi si era formato sabato scorso durante una festa all'aperto. I genitori parlavano, ancor prima del prossimo colloquio con le insegnati, del presunto andamento scolastico dei figli, del caso di un bambino con problemi psicologici e della sua insegnante di sostegno, che spesso non c'è e alla cui mancanza devono sopperire le altre maestre che però, così facendo, trascurerebbero il resto della classe. Denunciavano poi i pochi compiti assegnati a casa, nonché il fatto che altri bambini di loro conoscenza, della stessa età dei loro figli, in altre scuole avessero già fatto questo, e quest'altro, e sanno fare molte cose che i nostri figli ancora non conoscono...Insomma, confronti e aspettative, colpe degli uni o degli altri, le maestre stanche che arrivano a scuola da non so dove e che vengono sovraccaricate ulteriormente, le responsabilità, infine, dello Stato, della crisi o della scuola italiana, "che non è più quella di una volta". 
Mentre loro parlavano, io me ne stavo in disparte, col bambino piccolo, su una panchina del giardino, senza alcuna intenzione di prendere la parola semplicemente per un commento, cosa che di solito invece si fa sempre, anche quando non si ha nulla da dire. A un certo punto però, un genitore, che non avevo mai visto prima, mi chiede di esprimere la mia opinione riguardo la preparazione dei bambini. E io rispondo semplicemente, sapendo di non dargli soddisfazione, che "non mi aspetto molto da chi frequenta la prima elementare da due mesi e mezzo soltanto". Una frase sentita dagli altri, ma che cade nel vuoto come se non fosse mai stata pronunciata, come tutte le cose poco soddisfacenti e che non appagano né la curiosità né le proprie aspettative. E' vero: ci si incontra soltanto se si condivide qualcosa, se si ha qualche cosa in comune. Altrimenti ci si scontra o si prendono le rispettive distanze.
Un'altra cosa carina, di cui volevo parlare, sono i contatti, non più visivi o uditivi con gli altri genitori, ma oggigiorno sempre più virtuali. Mi riferisco alle tantissime catene di mail che girano fra maestre, rappresentanti di classe e genitori, andata e ritorno, botta e risposta, commento al commento del commento, all'infinito. Ebbene, anche in queste corrispondenze c'è la tendenza alla formazione di gruppi e di sottogruppi, persone che condividono alcune scelte contro altri che queste stesse scelte le vedono con disappunto. Ci sono scontri telematici, talvolta con attacchi spregiudicati, atti di plateale e non richiesta pietà nei confronti di chi è in minoranza e, immagino, anche missive private soltanto fra alcuni: anche qui bisbiglii. Per esempio, c'è chi propone un 'miliardo' di euro per i regalini natalizi alle maestre, giustificando la richiesta con il fatto che "trattano con amore i nostri figli". E c'è subito chi appoggia la proposta e, anzi, alza la posta, 'due miliardi!', per non sfigurare e senza pensare soprattutto che, se di amore si tratta, quando questo sentimento è offerto ed è sentito per davvero, per prima cosa deve essere gratuito. Va bene un regalo simbolico per il Natale, ma perché, anche qui, questa tendenza, tutta italiana, a ingraziarsi il prossimo, dalla maestra al medico al cliente, con doni sproporzionati e senza senso, dato che ciascuno è già pagato per il lavoro che svolge e, amore a parte, questo deve essere fatto nel miglior modo possibile e non bene soltanto perché in cambio c'è una ricompensa o incentivo, come oggi si chiama?!
Queste e-mail infinite dove, a un certo punto, si tirano le somme, chi c'è c'è e chi non c'è peggio per lui, e dove si scrive con la leggerezza di chi vuole esprimere su Facebook il proprio stato d'animo e per tutto il giorno non aspetta altro che il commento di chi ha la sua 'amicizia' ed è nel suo gruppo, anche qui, ancora una volta, esclusivo ed escludente. Queste lettere di disappunto per nulla, e di gioia improvvisa, che appare e scompare con la rapidità di un invio, di complicità e di commiserazione e di solidarietà. Lettere veloci, sensazioni rapide e leggere, sentimenti superficiali, sempre confessati con una facilità sorprendente, e che nulla hanno di spontaneo. Linguaggi semplici e sgrammaticati, a volte, ed è la cosa peggiore, pomposi e cerimoniosi.
Firme, alla fine delle lettere, con nomi e cognomi, preceduti da avv. o not. o dott. o ing., e seguiti dalla descrizione della propria specializzazione o del ruolo svolto nell'azienda dove si lavora. Titoli e ruoli specificati senza che ciò sia richiesto, proprio come si usava un tempo, con i titoli nobiliari, a proposito del re di Francia, del principe delle Asturie, del gran duca di Mantova, del marchese di Genova, eccetera, eccetera, chi più ne ha più ne metta.
A me, però, vengono in mente soltanto personaggi come il preposto Camerier del Soglio pontificio Giovan Maria Catalan Belmonte, il conte Raffaello Mascetti, il conte Francesco Puricelli detto 'Tacchia' e il marchese Onofrio del Grillo. Ancora oggi, sono soltanto questi gli aristocratici che mi stanno simpatici. 

2 commenti:

Luca ha detto...

Quante situazioni come quella descritta capitano con una frequenza purtroppo assuefante.

sicampeggia ha detto...

Ho come la sensazione che l'aristocrazia cui ti riferisci non sia solo quella di cui hai raccontato, del resto questo è un paese che aspira fortemente alla dignità aristocratica e, nel farlo, perde di vista che siamo (quasi) tutti sulla stessa bagnarola. Diamoci addosso e cerchiamo di distinguerci perché riflettere su quello che ci accomuna è troppo difficile; non sia mai, poi, dovessimo renderci conto che per migliorare questo paese, bisogna iniziare da noi stessi! Per carità, troppa fatica e poi: va bene che tutti vogliamo una società giusta e meritocratica ma quando si tratta dei nostri figli un piccolo incentivo a chi se ne occupa è irrinunciabile. Sarà che sono tendenzialmente asociale ma, anche a me, gli atteggiamenti di cui parli disturbano molto eppure, immagino, l'anno prossimo toccherà sorbirmeli. Vedrò di trovare un modo per sopravvivere.
Poi, oltre all'aristocrazia, ci sono le "elites" ma quella è un'altra storia...