martedì 31 dicembre 2013

Oggi è l’ultimo giorno dell’anno


Oggi è l’ultimo giorno dell’anno. In tutto il mondo retto da questo calendario le persone si intrattengono a dibattere con se stesse le buone azioni che intendono mettere in atto nell’anno che incomincia, giurando che saranno rette, giuste ed equanimi, che dalla loro bocca emendata non uscirà mai più una parola cattiva, una bugia, un inganno, anche se il nemico se lo meritasse, è chiaro che è degli uomini comuni che stiamo parlando, gli altri, quelli d’eccezione, fuori dell’ordinario, si regolano in base a ragioni proprie per essere e fare il contrario sempre che ne ricavino gusto o interesse, questi sono coloro che non si lasciano illudere, arrivano a ridersela di noi e delle buone intenzioni che mostriamo, ma, alla fin fine, lo impariamo con l’esperienza, già nei primi giorni di gennaio abbiamo dimenticato metà dei nostri propositi e, avendo tanto dimenticato davvero non c’è motivo di tener fede al resto, è come un castello di carte, se sono già caduti i piani alti, è meglio che rovini giù tutto e si mescolino i semi.

José Saramago, L'anno della morte di Ricardo Reis, 1984

venerdì 27 dicembre 2013

Qualcuno alle loro spalle è scomparso per sempre


I bambini sono nella stanza accanto e la signora mi dice: "Mi è dispiaciuto per tua zia".
"Non dire niente a Dodokko: le era affezionato", mi raccomando subito, aggiungendo ad alta voce un pensiero che mi viene in mente lì per lì: "Questi bambini non fanno in tempo a girarsi da una parte che qualcuno alle loro spalle scompare per sempre".
"Dov'è?", chiederanno un bel giorno e la risposta sarà vera o falsa, a seconda dell'età che avranno in quel momento, oppure una mezza verità o una mezza bugia, che è la spiegazione più probabile che potremo dargli, ne sono convinto, fra qualche anno soltanto. Ma il fatto resta, ed è che, ai loro occhi, la gente sparisce, all'improvviso, di punto in bianco, senza una ragione e senza la minima spiegazione.
Poco prima che morisse mio padre, fu proprio questa zia a dirmi come stavano le cose e ciò che sarebbe successo di lì a pochi giorni. Eravamo a Milano, in una macchina che ci portava all'ospedale e lei mi confessò, senza mezzi termini, che non c'erano speranze per lui. Avevo diciassette anni, e non l'età dei miei figli, e la verità era una cosa che mi era dovuta. Ricordo che, mentre mi parlava, rimasi a guardarla senza farle domande: non ero né triste e né tanto meno allegro, ero senza espressione, forse mi aspettavo oppure non mi rendevo conto di ciò che mi diceva.
La sorella di mio padre, quella fra i miei parenti a cui ero più affezionato e quella che più di tutti mi ricordava lui, se n'è andata qualche giorno fa, la seconda a morire fra i figli dei miei nonni paterni.
Questo evento mi appare in continuità con quello capitato ventisei anni fa, sia per il legame che c'era allora, tra fratello e sorella, che per quello mantenuto fino a ieri con i suoi nipoti. Ho pensato spesso, in questi giorni, a una parola che qui non c'entra niente ma che è entrata lo stesso, ostinatamente, nella mia testa: 'nemesi', questa dea distributrice della giustizia e dell'equilibrio fra bene e male. Il bello della vita e di cui tutti godiamo, anche i più miserabili e sfortunati, e poi la morte, a far da contraltare e a ristabilire, su un piano del tutto opposto e con un peso altrettanto importante di quello di una vita vissuta, la parità, lo zero. Che non è un numero senza senso o un niente di niente, ma è quella puntina sulla bilancia che segna questa cifra quando due pesi identici, entrambi massicci o leggeri, e opposti, uno da una parte e uno dall'altra, si bilanciano, appunto. E' semplicemente questa la ragione per la quale la morte non ci lascia privi di strascici: non è un azzeramento, ma un ripercorrere al contrario ogni cosa che è stata e le cui conseguenze, il loro peso, sono ancora vive e tutte ancora presenti, fra noi.
E tuttavia accade ad alcuni, soprattutto ai bambini e più spesso di quanto si immagini, che qualcuno scompaia per sempre alle loro spalle, senza che se ne accorgano. Come se nulla fosse mai accaduto, come se nessuna vita fosse mai esistita. Come una perdita improvvisa di memoria. Uno zero assoluto, qui per davvero senza alcun senso.

venerdì 20 dicembre 2013

Gli sdraiati: quando il dialogo fra padri e figli adolescenti è 'inesistente'


Se ne stanno stesi sul divano, col telefonino in mano o con il tablet, a ciattare e, se li interrompi, rispondono al massimo con dei monosillabi. Sono con se stessi, ciascuno per conto proprio, anziché con gli altri. Preferiscono inviarti un sms anche se ti trovi nella stanza affianco, invece di venirti a parlare di persona. Prendo spunto da Gli sdraiati, il libro autobiografico di Michele Serra che non ho ancora letto e che mi è stato segnalato, per scrivere a mia volta qualche nota autobiografica sul rapporto fra padri e figli adolescenti. Ma prima di iniziare vorrei fare un avvertimento o una premessa per così dire 'propedeutica' al racconto della mia esperienza. 
Come dice Serra, è la rarefazione - sempre più marcata a causa delle nuove tecnologie - dei rapporti interpersonali alla base del dialogo 'inesistente' fra generazioni diverse. Ma la mancanza di comunicazione fra padri e figli non è dovuta al silenzio degli uni o degli altri, come sostiene lo psicanalista Massimo Recalcati, o al fatto che i padri oggigiorno non solo non sono più autorevoli ma addirittura inesistenti e che la figura paterna è 'evaporata', ma al problema che, nel comunicare, ciascuno si serve di un 'canale' su cui l'altro non è sintonizzato. A causa dell'età e della distanza generazionale e culturale oppure, a volte, per un'ottusa presa di posizione riguardo il ruolo da incarnare rigidamente e sintetizzabile nella distinzione netta: io sono il padre e tu sei il figlio. Già il rimarcare questa differenza, delle figure e delle funzioni, è una distanza notevole - da accettare o da non prendere in considerazione - che sarebbe tale anche se non esistesse quella inevitabilmente generazionale. A meno che, per silenzio, non si intenda la parola pronunciata ma inascoltata (come se, dunque, non fosse mai stata detta), i canali nei quali manca la comunicazione sono dovuti anzitutto a un'assenza di elasticità che impedisce a genitori e figli di incontrarsi su di un terreno comune, nella condivisone di un qualsivoglia argomento, problema o interesse. 
Ciò premesso e non potendo raccontare del mio rapporto di papà con i miei figli, che ancora sono bambini, posso dire della mia relazione di figlio adolescente col mio genitore. Posso inoltre parlare del mio breve e fallimentare ruolo di 'padre' del mio fratello minore, a cui mi sono adattato, naturalmente e senza essere chiamato da alcuno a farlo, subito dopo la morte prematura di mio padre. Queste due brevi storie parlano appunto di dialogo e di canali, nel primo caso di un successo, nel secondo, come preannunciato, di un insuccesso. 
Con mio padre non ho mai avuto veri scontri (forse non abbiamo avuto tempo perché ce ne capitassero, dato che l'ho perso quando avevo appena diciassette anni) ed eravamo abituati a parlare di tutto. Era un tipo intuitivo e molto comunicativo, che lasciava spesso intendere molto di più di ciò che affermava e che aveva l'abitudine di approfondire ogni questione riguardasse i figli. Era un uomo autorevole ed io e mio fratello ci fidavamo ciecamente di lui, partendo dall'assunto, ai nostri occhi incontestabile e dimostrato - così ci pareva - nelle varie difficoltà incontrate nella vita, che 'ci voleva bene'. Partire dal 'bene', dal presupposto che tutto è fatto per il 'bene' dei figli, come ci avevano insegnato in famiglia, significava anche lasciare poco spazio alle discussioni. Col tempo ho scoperto che il termine 'bene' non ha un significato univoco, e che per gli uni può essere una cosa e per gli altri un'altra. Ma il canale, il terreno comune sul quale ci incontravamo allora era questa parola magica: 'il bene'. 
Con mio fratello il canale non poteva più essere il bene: che poteva saperne, per lui, del bene, un fratello maggiore di soli due anni? Eppure, così come avevo fatto precedentemente e come si usa fare con un fratello più piccolo, avevo sempre cercato di proteggerlo nella situazioni nelle quali si era trovato in difficoltà: ricordo perfettamente un litigio con dei ragazzi, in vacanza, durante il quale presi le sue difese e un'altra volta, da bambini, quando lo feci dormire assieme a me nel mio letto, dopo che lui aveva bagnato il suo. Ma questa volta le cose erano cambiate e la mia pretesa, spontanea ma ingiustificata, era quella di sostituire nostro padre. Non ne avevo né l'autorevolezza e né la credibilità, di certo nessun diritto. Eravamo vicini d'età, mio fratello e io, ma ciascuno di noi parlava una propria lingua: lui la sua e io l'imitazione di quella di mio padre. Forse non potevo neanche essere da esempio per lui ovvero non potevo essere così esemplare da diventare una figura di riferimento. 
E così, mio fratello, ad appena quindici anni, prese la sua strada e io la mia, molto più sicura della sua e prestampata da mio padre. Un tragitto fatto di responsabilità verso la mia coscienza e nei confronti della sua memoria. Una strada che ho percorso per intero fino a oggi ma che, se non avessi avuto sempre presente il ricordo di mio padre e la sua eredità culturale, probabilmente avrebbe preso direzioni differenti. Un canale e un dialogo che sono continuati fino a oggi e che cerco in tutti i modi di lasciare aperti, anche nel rapporto con i miei figli.

mercoledì 18 dicembre 2013

Sport nazionale

Francis Scott Fitzgerald 

"Negli anni più vulnerabili della giovinezza, mio padre mi diede un consiglio che non mi è mai più uscito di mente. «Quando ti vien voglia di criticare qualcuno», mi disse, «ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu». Non disse altro, ma eravamo sempre stati insolitamente comunicativi nonostante il nostro riserbo, e capii che voleva dire molto più di questo".
L'incipit del Grande Gatsby mi è rimasto in testa da quando lessi, una ventina di anni fa, il romanzo di Fitzgerald. Lo stesso messaggio, di non criticare il prossimo, lo giro ai miei figli non solo perché gli altri possono essere più sfortunati di loro, ma soprattutto perché considero una cosa orrenda quella di parlare male delle persone a loro insaputa.
Eppure, sparlare degli altri è un atteggiamento diffusissimo: forse è il vero sport nazionale, un'attività a cui personalmente, sembrerà incredibile, non ho mai preso parte. Prima di incominciare a lavorare, a scuola e poi all'università, non avevo mai fatto comunella con i miei compagni, ma avevo avuto sempre rapporti di amicizia o di conoscenza nei quali i rari commenti riguardo gli altri o erano battute goliardiche, senza peso e che lasciavano il tempo che trovavano, o erano descrizioni il più possibile franche e attendibili, fatte spesso in presenza dei diretti interessati. Da parte mia, non ci sono mai stati secondi fini nel parlare del prossimo, né il desiderio di denigrare qualcuno per poter mettere me stesso in risalto. In generale, non sono mai stato un arrivista. In particolare, non lo sono mai stato ai danni di qualcun altro.
Quando ho iniziato a lavorare, invece, ho incontrato spesso gente sospettosa che si riuniva per parlare sottovoce e che spesso voleva coinvolgermi anche con domande spudoratamente dirette, tipo: "Di quello che pensi? Non ti sembra un cretino?" o con affermazioni, come: "Quello è un raccomandato" e "Quello è un lecchino".
Ho sempre guardato con diffidenza chi mi faceva certe confidenze non richieste e ho sempre deluso le aspettative di chi voleva sapere da me notizie personali di qualcun altro. Col passare degli anni sto diventando sempre più diretto, dico ciò che penso senza farmi problemi, anche a costo di rendermi antipatico.
Ho imparato anche a dire di no con maggiore facilità rispetto al passato. A non credere, per obbedienza o per cortesia, nelle cose che mi raccontano. Sono questi i consigli che rivolgo ai miei figli: di non parlare male degli altri in loro assenza e di fare sempre ciò in cui credono per davvero. Non è troppo presto per dirglielo, anche se queste sono cose che si apprendono col tempo.

venerdì 6 dicembre 2013

Aristocratici


Ma sì, è già un poco che ci penso e allora, dato che oggi ho tempo, questa cosa la scrivo. L'occasione me la offre quel capannello di quattro mamme ferme, come ogni mattina, all'ingresso della scuola. Parlano della classe, dei bambini e delle maestre, a volte anche di altri genitori. Spettegolano, soprattutto, su questi argomenti.
Sono un gruppo di aristocratiche, non nel senso che appartengono alla nobiltà, ma nel significato più stretto di chi si ritiene migliore di altri, costituisce un piccolo gruppo chiuso che include soltanto quelli come loro, i 'migliori', ed esclude, allo stesso tempo, tutti gli altri, i 'peggiori', secondo loro, la maggior parte delle persone. L'aristocrazia ha esattamente queste origini e il suo motto è: "Noi pochi siamo migliori di voi tanti e, dato che siamo migliori di voi, comandiamo noi, mentre voi fate quello che diciamo noi".
Sono persone che, per ottenere ciò che vogliono corteggiano gli altri, si fanno la corte a vicenda, si fanno dei gran complimenti, dando un'importanza eccezionale all'interlocutore. Sono cortigiani, anche qui nel senso stretto di chi appartiene alla corte e dispensa i migliori consigli, non per ciò che può apparire come il bene altrui, ma per il proprio tornaconto. Tanto per romanzarla, ma la cosa non è poi molto lontana dalla realtà, sono gente che parla a bassa voce, bisbiglia, si muove nell'oscurità, tesse trame occulte, fa accordi sottobanco. Sono delatori, spioni tremendi che ti mandano sul patibolo senza pensarci due volte, tanto tu non conti niente, fai parte degli altri: sei uno dei peggiori. 
Non c'è niente da fare, disprezzo le cerchie esclusive ed escludenti, non ho mai infilato, per nessun motivo, la testa fra un gruppo di spalle che fanno muro, non sono mai andato, né ho voluto mai essere, dove non mi volevano. Senza problemi o dispiacere o rabbia. Tutt'altro. Gli aristocratici, e chi si sente tale o chi vorrebbe esserlo, li detesto moralmente e razionalmente, ma senza rancore.
Non esagero: di questi tempi, tutti i fine di settimana, ogni sabato o domenica abbiamo una festa di compleanno di un compagno di scuola di uno o dell'altro figlio. Incontriamo così anche gli altri genitori, in queste celebrazioni a cui il gruppo di aristocratiche ormai non partecipa più, preferendo andare in blocco altrove, all'occorrenza ad altre feste più meritevoli della loro presenza. Restano quindi quelli come noi, la 'middle - lower - working class', diciamo così, gli esclusi, che però sono la maggior parte. La classe media non è univoca come quella aristocratica, ma è variegata ed è composta da persone socialmente e culturalmente, prima ancora che economicamente, differenti. E anche qui, fa parte della natura umana, si creano gruppi e sottogruppi, più o meno bisbiglianti. 
Uno di questi si era formato sabato scorso durante una festa all'aperto. I genitori parlavano, ancor prima del prossimo colloquio con le insegnati, del presunto andamento scolastico dei figli, del caso di un bambino con problemi psicologici e della sua insegnante di sostegno, che spesso non c'è e alla cui mancanza devono sopperire le altre maestre che però, così facendo, trascurerebbero il resto della classe. Denunciavano poi i pochi compiti assegnati a casa, nonché il fatto che altri bambini di loro conoscenza, della stessa età dei loro figli, in altre scuole avessero già fatto questo, e quest'altro, e sanno fare molte cose che i nostri figli ancora non conoscono...Insomma, confronti e aspettative, colpe degli uni o degli altri, le maestre stanche che arrivano a scuola da non so dove e che vengono sovraccaricate ulteriormente, le responsabilità, infine, dello Stato, della crisi o della scuola italiana, "che non è più quella di una volta". 
Mentre loro parlavano, io me ne stavo in disparte, col bambino piccolo, su una panchina del giardino, senza alcuna intenzione di prendere la parola semplicemente per un commento, cosa che di solito invece si fa sempre, anche quando non si ha nulla da dire. A un certo punto però, un genitore, che non avevo mai visto prima, mi chiede di esprimere la mia opinione riguardo la preparazione dei bambini. E io rispondo semplicemente, sapendo di non dargli soddisfazione, che "non mi aspetto molto da chi frequenta la prima elementare da due mesi e mezzo soltanto". Una frase sentita dagli altri, ma che cade nel vuoto come se non fosse mai stata pronunciata, come tutte le cose poco soddisfacenti e che non appagano né la curiosità né le proprie aspettative. E' vero: ci si incontra soltanto se si condivide qualcosa, se si ha qualche cosa in comune. Altrimenti ci si scontra o si prendono le rispettive distanze.
Un'altra cosa carina, di cui volevo parlare, sono i contatti, non più visivi o uditivi con gli altri genitori, ma oggigiorno sempre più virtuali. Mi riferisco alle tantissime catene di mail che girano fra maestre, rappresentanti di classe e genitori, andata e ritorno, botta e risposta, commento al commento del commento, all'infinito. Ebbene, anche in queste corrispondenze c'è la tendenza alla formazione di gruppi e di sottogruppi, persone che condividono alcune scelte contro altri che queste stesse scelte le vedono con disappunto. Ci sono scontri telematici, talvolta con attacchi spregiudicati, atti di plateale e non richiesta pietà nei confronti di chi è in minoranza e, immagino, anche missive private soltanto fra alcuni: anche qui bisbiglii. Per esempio, c'è chi propone un 'miliardo' di euro per i regalini natalizi alle maestre, giustificando la richiesta con il fatto che "trattano con amore i nostri figli". E c'è subito chi appoggia la proposta e, anzi, alza la posta, 'due miliardi!', per non sfigurare e senza pensare soprattutto che, se di amore si tratta, quando questo sentimento è offerto ed è sentito per davvero, per prima cosa deve essere gratuito. Va bene un regalo simbolico per il Natale, ma perché, anche qui, questa tendenza, tutta italiana, a ingraziarsi il prossimo, dalla maestra al medico al cliente, con doni sproporzionati e senza senso, dato che ciascuno è già pagato per il lavoro che svolge e, amore a parte, questo deve essere fatto nel miglior modo possibile e non bene soltanto perché in cambio c'è una ricompensa o incentivo, come oggi si chiama?!
Queste e-mail infinite dove, a un certo punto, si tirano le somme, chi c'è c'è e chi non c'è peggio per lui, e dove si scrive con la leggerezza di chi vuole esprimere su Facebook il proprio stato d'animo e per tutto il giorno non aspetta altro che il commento di chi ha la sua 'amicizia' ed è nel suo gruppo, anche qui, ancora una volta, esclusivo ed escludente. Queste lettere di disappunto per nulla, e di gioia improvvisa, che appare e scompare con la rapidità di un invio, di complicità e di commiserazione e di solidarietà. Lettere veloci, sensazioni rapide e leggere, sentimenti superficiali, sempre confessati con una facilità sorprendente, e che nulla hanno di spontaneo. Linguaggi semplici e sgrammaticati, a volte, ed è la cosa peggiore, pomposi e cerimoniosi.
Firme, alla fine delle lettere, con nomi e cognomi, preceduti da avv. o not. o dott. o ing., e seguiti dalla descrizione della propria specializzazione o del ruolo svolto nell'azienda dove si lavora. Titoli e ruoli specificati senza che ciò sia richiesto, proprio come si usava un tempo, con i titoli nobiliari, a proposito del re di Francia, del principe delle Asturie, del gran duca di Mantova, del marchese di Genova, eccetera, eccetera, chi più ne ha più ne metta.
A me, però, vengono in mente soltanto personaggi come il preposto Camerier del Soglio pontificio Giovan Maria Catalan Belmonte, il conte Raffaello Mascetti, il conte Francesco Puricelli detto 'Tacchia' e il marchese Onofrio del Grillo. Ancora oggi, sono soltanto questi gli aristocratici che mi stanno simpatici.