mercoledì 27 febbraio 2013

Mano nella mano (una poesia di Patrick Gentile)


Mano nella mano (padre e figlio)

Mano nella mano
in quel parco piccolo
una domenica d’aprile
porterai il pallone
e una bicicletta senza più le rotelline
una borsa un po’ a tracolla
quel romanzo che volevi finire
poi lui ti guarderà negli occhi
l’espressione convenuta
quanti tiri in porta da calciare allora
fra due mezzi tronchi di fortuna
alle dieci del mattino
la città che dorme ancora
quest’aria così pulita
che vorresti cantilenasse d'infinita
luce una carezza
senza il minimo spavento
ma solo il fiato dolce
dell’aria vostra preferita.

Tu e tuo figlio assieme spesso
che non fa più tanto freddo adesso
non c’è di fatto alcuna guerra
e mai nessun tremore
nel tuo goal piuttosto storto
quel ginocchio ti fa male
lui è lì sereno e se la ride
e gli è venuta una gran fame
e tu ti fermi qui a guardare
e lo vedi già più grande
alto in treno a salutare
nostalgia di lui
che oggi c’era il sole
anzi no adesso piove
sfili svelto il tuo giaccone
corri da lui e lo vai a riparare.

Mano nella mano
padre e figlio un solo giorno
prima che al ritorno
dietro voi nel traffico bestiale
affondi a briciole sgranate il sole
di una infanzia sfilacciata
già svanita e muta come un fiore.



Patrick Gentile ha scritto la poesia che avete appena letto e poi la lettera che segue, sul suo personale modo di pensare la paternità.


Innaffiarsi da soli

Sono un uomo consapevole della propria difficolta esistenziale ad abbandonare il ruolo di figlio. In un certo senso mi è più congeniale. O forse nella mia vita ho imparato solo a fare il figlio. Figlio di mia madre, figlio degli oggetti, del tempo, delle cose, delle abitudini. Figlio di tutto. Dell’amore. Del sesso. Sempre. Mi autodefinirei una specie di “Eterno Figlio Ontologico”, avulso rispetto all’etica dei Padri, al mondo adulto e astratto della cosiddetta “guida” e delle norme in linea retta progressiva spinta in avanti. Piuttosto, con l’età ho scelto di assumere un atteggiamento genitoriale non solo verso me ma anche verso le persone a me più care, i miei amici, ad esempio, per cercare di essere anch’io un buon timone quando il mare comincia agitarsi. 
Osservo i miei coetanei (i maschi specialmente) con i loro bimbi più o meno piccoli e provo una tenerezza infinita ma talvolta sprofondante. Non ho imparato molto a dialogare con quei marmocchietti, forse non sono granché bravo con i bambini in generale. Spesso mi sento un loro pari ed è probabile che essi stessi mi percepiscano così e non ravvisino in me qualcosa di cresciuto o di autorevole. Però, ogni tanto mi cercano per giocare, questo sì. 

Io non ho figli. E non perché sono omosessuale. Probabilmente ho soltanto deciso – chissà quanti anni fa – di restare a guardare il mondo da quest’altra parte del velo, come lo chiama Niccolò Fabi in quella sua canzone dedicata alla piccola e scomparsa Lulù. E così sono venuto su come una piantina di geranio dietro il vetro della finestra: guarda il mondo arrovellarsi in apparenti evoluzioni, e a volte si sente sola, e altre volte felice. Ma di una cosa sono certo: ho imparato ad innaffiarmi da solo. E forse anche questo è un buon inizio.

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