giovedì 28 febbraio 2013

I bambini quando chiedono


Facciamo spesso delle distinzioni categoriche. Contrapposizioni nette, senza se e senza ma, che sono molto ideali e poco reali. E che, di conseguenza, hanno a che vedere più con un bisogno mentale di categorizzare, una necessità di fare ordine per vivere in pace, che con la vita pratica. Che fortunatamente, invece, è fatta di sfumature e di colori, quasi mai soltanto di bianchi e neri, di destre e sinistre, uomini e donne, bene e male, in breve, di opposizioni dalle configurazioni e dai confini invalicabili.
Insomma, la vita è caotica, è un continuo e sano rimescolamento di tutto, di valori, pensieri, opinioni e posizioni. Ma per vederci chiaro, in tutto questo caos, dobbiamo decidere da che parte stare, dobbiamo inquadrare il mondo (che è tondo), costruire binari e metterci in viaggio.
La meta? Ce n'è sempre una, ma sono le tappe intermedie, quelle che non prendiamo in considerazione: quanti sorrisi, vicini e non visti, per guardare verso un orizzonte evanescente. 
Sto parlando di egoismo e di altruismo e della scelta che fanno i bambini di vivere in un modo o nell'altro e, potendo scegliere, affianco a persone del primo tipo o del secondo. Ebbene, è quasi sempre scontato che la scelta (egoistica?) sia quella di preferire gli altruisti: sono questi ultimi coloro che danno, ma sono gli egoisti a ricevere? O gli opportunisti?
Eppure, chi chiede a chi dà, vuole spesso soltanto il conforto di una risposta, non necessariamente l'oggetto richiesto. Quante sfumature nel dialogo fra persone, il dialogo come posizione e contrapposizione, incontro e diverbio, ordine e preghiera.
E le persone poi, la somma di ogni giorno, ore e minuti di vita vissuta, oltre all'eredità ricevuta, dalla vita e dall'esperienza degli altri.

mercoledì 27 febbraio 2013

Mano nella mano (una poesia di Patrick Gentile)


Mano nella mano (padre e figlio)

Mano nella mano
in quel parco piccolo
una domenica d’aprile
porterai il pallone
e una bicicletta senza più le rotelline
una borsa un po’ a tracolla
quel romanzo che volevi finire
poi lui ti guarderà negli occhi
l’espressione convenuta
quanti tiri in porta da calciare allora
fra due mezzi tronchi di fortuna
alle dieci del mattino
la città che dorme ancora
quest’aria così pulita
che vorresti cantilenasse d'infinita
luce una carezza
senza il minimo spavento
ma solo il fiato dolce
dell’aria vostra preferita.

Tu e tuo figlio assieme spesso
che non fa più tanto freddo adesso
non c’è di fatto alcuna guerra
e mai nessun tremore
nel tuo goal piuttosto storto
quel ginocchio ti fa male
lui è lì sereno e se la ride
e gli è venuta una gran fame
e tu ti fermi qui a guardare
e lo vedi già più grande
alto in treno a salutare
nostalgia di lui
che oggi c’era il sole
anzi no adesso piove
sfili svelto il tuo giaccone
corri da lui e lo vai a riparare.

Mano nella mano
padre e figlio un solo giorno
prima che al ritorno
dietro voi nel traffico bestiale
affondi a briciole sgranate il sole
di una infanzia sfilacciata
già svanita e muta come un fiore.



Patrick Gentile ha scritto la poesia che avete appena letto e poi la lettera che segue, sul suo personale modo di pensare la paternità.


Innaffiarsi da soli

Sono un uomo consapevole della propria difficolta esistenziale ad abbandonare il ruolo di figlio. In un certo senso mi è più congeniale. O forse nella mia vita ho imparato solo a fare il figlio. Figlio di mia madre, figlio degli oggetti, del tempo, delle cose, delle abitudini. Figlio di tutto. Dell’amore. Del sesso. Sempre. Mi autodefinirei una specie di “Eterno Figlio Ontologico”, avulso rispetto all’etica dei Padri, al mondo adulto e astratto della cosiddetta “guida” e delle norme in linea retta progressiva spinta in avanti. Piuttosto, con l’età ho scelto di assumere un atteggiamento genitoriale non solo verso me ma anche verso le persone a me più care, i miei amici, ad esempio, per cercare di essere anch’io un buon timone quando il mare comincia agitarsi. 
Osservo i miei coetanei (i maschi specialmente) con i loro bimbi più o meno piccoli e provo una tenerezza infinita ma talvolta sprofondante. Non ho imparato molto a dialogare con quei marmocchietti, forse non sono granché bravo con i bambini in generale. Spesso mi sento un loro pari ed è probabile che essi stessi mi percepiscano così e non ravvisino in me qualcosa di cresciuto o di autorevole. Però, ogni tanto mi cercano per giocare, questo sì. 

Io non ho figli. E non perché sono omosessuale. Probabilmente ho soltanto deciso – chissà quanti anni fa – di restare a guardare il mondo da quest’altra parte del velo, come lo chiama Niccolò Fabi in quella sua canzone dedicata alla piccola e scomparsa Lulù. E così sono venuto su come una piantina di geranio dietro il vetro della finestra: guarda il mondo arrovellarsi in apparenti evoluzioni, e a volte si sente sola, e altre volte felice. Ma di una cosa sono certo: ho imparato ad innaffiarmi da solo. E forse anche questo è un buon inizio.

mercoledì 20 febbraio 2013

Innamorarsi è fuggire


Chi lo avrebbe detto, emozionarmi per queste poche righe:

"Venga quando vuole, ma su suo figlio io non posso che dirle cose belle.
E' davvero un ragazzino in gamba, educato, volenteroso vivace al punto giusto e soprattutto ha sempre voglia di lavorare e di imparare.
P.S.: Tutte le femminucce sono innamorate di lui...".

Io lo so che Dodokko è proprio come lo ha descritto la sua maestra della scuola materna. E' così in modo schietto, cioè non ha bisogno di fare sforzi per apparire migliore di quello che è. Non gli interessa e non gli serve mostrarsi diverso da sé ed è questo ciò che più apprezzo nelle parole della sua insegnante.

"Tutte le femminucce sono innamorate di lui...": che cosa significa essere innamorati? E' diverso l'innamoramento di un bambino da quello di un adulto? E' solo un modo di chiamare la simpatia verso qualcuno oppure è anche qualcos'altro?
Io non so che cosa voglia dire innamorarsi e, forse, nessuno lo sa davvero bene. Anche perchè questo modo di sentirsi ha davvero poco a che fare con il sapere.
Io penso che innamorarsi sia non avere progetti, non pensare al futuro. Queste cose riguardano semmai l'amore, che è tutt'altro.
Innamorarsi è invece cancellare il presente, spazzare via il passato, almeno per il poco che dura l'innamoramento. Il tempo di un bacio scambiato a occhi chiusi, il mondo attorno che sparisce d'incanto, perché superfluo, nient'altro è indispensabile adesso, in questo preciso istante.
Innamorarsi è una cosa da bambini, i quali si innamorano più spesso di quanto si creda, loro che non hanno un passato, inteso come insieme di responsabilità, e nemmeno un futuro di cui occuparsi, per ora, e del quale, al loro posto, si preoccupano i genitori.
Anche gli adulti, non sembrano forse dei bambini quando sono innamorati?

Ho chiesto a Dodokko se è vero che le sue compagne di scuola sono innamorate di lui. Mi ha risposto di sì, che "è vero". "Che vuol dire essere innamorati?", gli ho domandato. "Darsi dei bacetti e volersi bene", ha precisato lui subito, senza neanche pensarci, mostrando di sapere bene di cosa parlava.
Più semplice di così...

Abbiamo visto un bel film, l'altra sera, Dodokko e io. Moonrise Kingdom è la storia della fuga di due innamorati dodicenni. Una fuga appunto, ma da cosa? Da una realtà spiacevole per entrambi i bambini, dalla solitudine, da un presente e da un passato nei quali da lungo tempo non ci si ritrovavano più.
Era necessaria la minima occasione di innamorarsi e scappare.
Per Sam questa opportunità si chiama Suzy e per Suzy si chiama Sam.

Sì, ne sono convinto, innamorarsi significa fuggire. Anche se Dodokko non lo sa ancora, essere innamorati non vuol dire altro che questo: essere e sentirsi liberi. 

lunedì 18 febbraio 2013

Prepotenza


Il figlio piccolo si è svegliato dopo un sonno più lungo del solito, ieri pomeriggio. E' corso da me, il viso arrossato e le braccia tese per essere aiutato a salire sul divano, dove ero seduto a leggere un libro di cui ora non importa né il titolo né l'autore, ma la pagina che avevo sotto gli occhi e che parlava del concetto di persona e di prepotenza. 
Leggevo, e nel frattempo pensavo a mio fratello, che abita lontano e che ha appena avuto una bambina, e al quale ho detto che per il momento non andrò a trovarlo, "perché - lo avvisato - da ora in poi le tue preoccupazioni saranno tutte per tua figlia e nei primi giorni dovrai riorganizzare la tua vita attorno a lei e non è giusto che pensi a occuparti anche di altri ospiti".
Dunque, tre circostanze concomitanti: mio figlio che arriva e pretende di essere preso in braccio, mentre, grazie a un libro, rifletto sulla prepotenza e sulla persona, e intanto il mio pensiero, che va a mio fratello e alla vita che cambia a causa di una nuova nascita.
La prepotenza di chi chiama alla vita qualcuno, il diretto interessato al quale non si è mai chiesto neanche un parere in merito, del tipo: "Ti va di nascere, di vivere, di soffrire ogni tanto, di essere felice o infelice?". E la prepotenza di chi arriva e senza parlare ti abbraccia senza chiedersi (prima ancora di chiedere) se per caso disturba, ma io lo so che cosa gli passerebbe per la testa se sapesse formulare pensieri neanche troppo complessi, anziché agire per istinto: "Sei tu che per primo mi hai preteso, adesso sono io che pretendo da te attenzioni e cura". Mio fratello, infine, neo genitore, e la sua vita che sta per essere stravolta: i figli, sempre loro al centro di tutto, anche quando siamo lontani, anche quando ci occupiamo di faccende che a loro non interessano per niente, ad esempio il lavoro, chi avrebbe il coraggio, ormai, di lasciarlo per uno più soddisfacente ma con minori garanzie? Oppure, una malattia che ci potrebbe colpire e, nel caso ciò avvenisse, non si penserebbe a guarire soltanto per loro e non per noi stessi, per non lasciare degli orfani?
I prepotenti in questione non sono i soverchiatori, che vogliono che il mondo giri secondo i propri schemi, ma sono persone che possono più degli altri e che soprattutto possono prima degli altri, nel senso stretto del termine 'pre-potenza'.
Al termine di tutta questa divagazione attorno ai termini 'figlio', 'genitore' e 'prepotenza', esce fuori il collante fra questi elementi e che si chiama 'persona'. Si tratta delle particolarità specifiche che compongono ogni uomo e ogni donna e li distinguono dagli altri. Ed è il modo unico di ciascuno di noi di essere qualsiasi cosa: genitore, figlio, studente, lavoratore, eccetera, eccetera, ma per me una persona è anche un qualsiasi animale dotato di una personalità, come un cane, tanto per fare il solito esempio.
La persona è mio figlio che mi viene incontro senza dubitare assolutamente del mio abbraccio; la persona sono io che lascio cadere il libro e gli concedo che mi si riaddormenti addosso; la persona è mio fratello che adesso è padre e, come tale, non so ancora che persona sarà. 
La persona è chiunque abbia la prepotenza di essere se stessa. Anche istintivamente, ancora prima di credere in ciò che è oppure fa. 

mercoledì 13 febbraio 2013

Mai...neim...is...Deddé


Il più grande insegna l'inglese al più piccolo. Oggigiorno, infatti, è necessario conoscere almeno un'altra lingua, oltre a quella madre. Anche se quest'ultima la si parla ancora a stento, può succedere che l'idioma straniero venga pronunciato meglio di quello di provenienza. 
"Ripeti", dice Doddoko a Deddé (ultimamente si fa chiamare così, il secondogenito, dal fratello maggiore): "Mai...neim...is...Deddé". E il duenne rifà, alla perfezione: "Mai...neim...is...Deddé".
Con i tempi che corrono, nei tre possibili sensi di questa frase, ossia di modernità, velocità e superficialità, poco importa che il piccolo sappia cosa stia dicendo: conta l'effetto-sorpresa che fa, su chi lo ascolta, sentire delle parole pronunciate in una lingua straniera. 
E, di conseguenza, contano e pesano poco tutte le frasi non contate e soppesate, quelle espresse soltanto mentalmente (e sono la stragrande maggioranza), perché non si possiede ancora la capacità di dirle. 
C'è una quantità inaudita di parole che restano nella testa o che si fermano fra i denti, senza uscire dalla bocca. Succede soprattutto ai bambini, ma anche agli adulti, di voler dire ma di non sapere come. 
Ai primi il tempo di imparare a farlo. A noi la capacità di apprendere come dare voce anche al silenzio.

sabato 9 febbraio 2013

Anch'io volevo guarire i ciliegi (e lo vorrei ancora)


E sì, era il tempo della grandi idee...ideali, cose imparate da piccolo e promesse sempre mantenute. Uno sforzo durato una vita, per non tradirmi, per non ammettere a me stesso di aver perso tempo. 
Vorrei ancora poter pensare di guarire i ciliegi, avere un sogno, immaginare che esistano realmente persone che, quando parlano, dicono parole che effettivamente pensano.
No, anche se lo desidero, i miei ciliegi non fioriranno più. Ci sono i miei figli, adesso, a sognare al mio posto. Ma non so se sperare che tradiscano presto il bambino per l'uomo: da un lato il sogno, dall'altro la realtà.
In mezzo due parole importanti: credere e amare. L'immaginazione non è tale se non si crede che l'oggetto a cui è rivolta sia vero e se non lo si ama ciecamente, con tutto il cuore.
E loro non mettono in discussione la realtà. Quanto è bello poter dipingere il mondo con i colori del nostro astuccio. E guardarlo con i propri occhi, non ha del miracoloso?
Sarebbe meraviglioso non considerare di nuovo quello stesso mondo che vuole pigliarti per fame, non badare a esso, la realtà, quella che hai in mente tu, non quella degli altri.
Sfogliare i tramonti in prigione: è questa la fine di chi, diventato adulto, sogna ancora a occhi aperti.

martedì 5 febbraio 2013

Abbracci


L'ho capito fin dai tempi di Skipper e Minnie, i miei due cani dai caratteri diametralmente opposti, che certe cose sono tali e immodificabili. Prima uno crede, molto idealisticamente, che siamo tutti uguali o che, se siamo diversi, lavorandoci un po', possiamo raggiungere gli stessi risultati. Invece, la realtà è un'altra, perché i punti di partenza, in primis, sono differenti. E non si tratta soltanto di trovarsi in anticipo o in ritardo rispetto agli altri, ma di essere, tutti, sempre diversi. Non c'è un cane uguale a un altro e non esistono nemmeno due persone identiche fra loro. Non serve a niente dannarsi per correggere o per addomesticare, perché abbiamo sempre a che fare con un'indole, una personalità, un carattere autonomi. Possiamo soltanto dare degli esempi e cercare di spiegare, confidando nell'ascolto e nell'elasticità di chi ci sta davanti. Oltre questo non andiamo.
L'altro giorno ho assistito a due belle scene, di quelle capaci di riempirmi di gioia e che hanno a che fare con le qualità innate, ma che mi hanno fatto domandare lo stesso "dove hanno imparato certi gesti, i miei figli?". Siamo usciti da casa per andare a scuola e il piccolo non ha voluto che gli tenessi la mano con la mia, come facciamo di solito, mentre camminavamo per la strada, preferendo e cercando, invece, quella del fratello maggiore. Come mai questa scelta? Nessuna invidia, ci mancherebbe!, da parte mia, ma perché questa preferenza inedita?
E al ritorno da scuola, appena si sono incontrati nel corridoio di casa, si sono abbracciati come se non si vedessero da secoli. Sono rimasto sbalordito, e ai limiti della commozione. Non è che si amino sempre i due fratelli, anzi, bisticciano spesso, com'è normale, spesso a causa di un giocattolo che è di uno e che magari sta usando l'altro o per ragioni di gelosia. Ma poi, ogni volta, basta davvero poco perché facciano la pace: un sorriso, una battuta allegra, l'offerta di un piccolo dono.
Le cose innate e che non si apprendono sono sempre una sorpresa per noi adulti che abbiamo la convinzione di aver imparato tutto dagli altri e dall'esperienza. Eppure, dobbiamo capacitarcene, il nostro ruolo di genitori-guida è davvero marginale, perché ciascuno di noi regge soltanto il timone della propria nave, e non anche quello di altre, a partire dalla più tenera età. 
Dunque, da osservatore esterno, più che da genitore, oltre a compiacermi per certi gesti spontanei, nelle mani che si stringono e che si accompagnano lungo la strada, e negli abbracci che nascono dal nulla e che non sono furtive messe in scena, ma si protraggono per più di qualche secondo, posso soltanto intravedere la bellezza della vita, quella naturalezza non ancora intaccata dall'artificiosità della mente, dall'elaborazione, dallo schema. 
Abbracci così fanno parte delle cose ferme nel tempo e sono della stessa bellezza del mare e di una prateria ancora vergine, dove l'uomo non ha messo mai piede.