martedì 31 dicembre 2013

Oggi è l’ultimo giorno dell’anno


Oggi è l’ultimo giorno dell’anno. In tutto il mondo retto da questo calendario le persone si intrattengono a dibattere con se stesse le buone azioni che intendono mettere in atto nell’anno che incomincia, giurando che saranno rette, giuste ed equanimi, che dalla loro bocca emendata non uscirà mai più una parola cattiva, una bugia, un inganno, anche se il nemico se lo meritasse, è chiaro che è degli uomini comuni che stiamo parlando, gli altri, quelli d’eccezione, fuori dell’ordinario, si regolano in base a ragioni proprie per essere e fare il contrario sempre che ne ricavino gusto o interesse, questi sono coloro che non si lasciano illudere, arrivano a ridersela di noi e delle buone intenzioni che mostriamo, ma, alla fin fine, lo impariamo con l’esperienza, già nei primi giorni di gennaio abbiamo dimenticato metà dei nostri propositi e, avendo tanto dimenticato davvero non c’è motivo di tener fede al resto, è come un castello di carte, se sono già caduti i piani alti, è meglio che rovini giù tutto e si mescolino i semi.

José Saramago, L'anno della morte di Ricardo Reis, 1984

venerdì 27 dicembre 2013

Qualcuno alle loro spalle è scomparso per sempre


I bambini sono nella stanza accanto e la signora mi dice: "Mi è dispiaciuto per tua zia".
"Non dire niente a Dodokko: le era affezionato", mi raccomando subito, aggiungendo ad alta voce un pensiero che mi viene in mente lì per lì: "Questi bambini non fanno in tempo a girarsi da una parte che qualcuno alle loro spalle scompare per sempre".
"Dov'è?", chiederanno un bel giorno e la risposta sarà vera o falsa, a seconda dell'età che avranno in quel momento, oppure una mezza verità o una mezza bugia, che è la spiegazione più probabile che potremo dargli, ne sono convinto, fra qualche anno soltanto. Ma il fatto resta, ed è che, ai loro occhi, la gente sparisce, all'improvviso, di punto in bianco, senza una ragione e senza la minima spiegazione.
Poco prima che morisse mio padre, fu proprio questa zia a dirmi come stavano le cose e ciò che sarebbe successo di lì a pochi giorni. Eravamo a Milano, in una macchina che ci portava all'ospedale e lei mi confessò, senza mezzi termini, che non c'erano speranze per lui. Avevo diciassette anni, e non l'età dei miei figli, e la verità era una cosa che mi era dovuta. Ricordo che, mentre mi parlava, rimasi a guardarla senza farle domande: non ero né triste e né tanto meno allegro, ero senza espressione, forse mi aspettavo oppure non mi rendevo conto di ciò che mi diceva.
La sorella di mio padre, quella fra i miei parenti a cui ero più affezionato e quella che più di tutti mi ricordava lui, se n'è andata qualche giorno fa, la seconda a morire fra i figli dei miei nonni paterni.
Questo evento mi appare in continuità con quello capitato ventisei anni fa, sia per il legame che c'era allora, tra fratello e sorella, che per quello mantenuto fino a ieri con i suoi nipoti. Ho pensato spesso, in questi giorni, a una parola che qui non c'entra niente ma che è entrata lo stesso, ostinatamente, nella mia testa: 'nemesi', questa dea distributrice della giustizia e dell'equilibrio fra bene e male. Il bello della vita e di cui tutti godiamo, anche i più miserabili e sfortunati, e poi la morte, a far da contraltare e a ristabilire, su un piano del tutto opposto e con un peso altrettanto importante di quello di una vita vissuta, la parità, lo zero. Che non è un numero senza senso o un niente di niente, ma è quella puntina sulla bilancia che segna questa cifra quando due pesi identici, entrambi massicci o leggeri, e opposti, uno da una parte e uno dall'altra, si bilanciano, appunto. E' semplicemente questa la ragione per la quale la morte non ci lascia privi di strascici: non è un azzeramento, ma un ripercorrere al contrario ogni cosa che è stata e le cui conseguenze, il loro peso, sono ancora vive e tutte ancora presenti, fra noi.
E tuttavia accade ad alcuni, soprattutto ai bambini e più spesso di quanto si immagini, che qualcuno scompaia per sempre alle loro spalle, senza che se ne accorgano. Come se nulla fosse mai accaduto, come se nessuna vita fosse mai esistita. Come una perdita improvvisa di memoria. Uno zero assoluto, qui per davvero senza alcun senso.

venerdì 20 dicembre 2013

Gli sdraiati: quando il dialogo fra padri e figli adolescenti è 'inesistente'


Se ne stanno stesi sul divano, col telefonino in mano o con il tablet, a ciattare e, se li interrompi, rispondono al massimo con dei monosillabi. Sono con se stessi, ciascuno per conto proprio, anziché con gli altri. Preferiscono inviarti un sms anche se ti trovi nella stanza affianco, invece di venirti a parlare di persona. Prendo spunto da Gli sdraiati, il libro autobiografico di Michele Serra che non ho ancora letto e che mi è stato segnalato, per scrivere a mia volta qualche nota autobiografica sul rapporto fra padri e figli adolescenti. Ma prima di iniziare vorrei fare un avvertimento o una premessa per così dire 'propedeutica' al racconto della mia esperienza. 
Come dice Serra, è la rarefazione - sempre più marcata a causa delle nuove tecnologie - dei rapporti interpersonali alla base del dialogo 'inesistente' fra generazioni diverse. Ma la mancanza di comunicazione fra padri e figli non è dovuta al silenzio degli uni o degli altri, come sostiene lo psicanalista Massimo Recalcati, o al fatto che i padri oggigiorno non solo non sono più autorevoli ma addirittura inesistenti e che la figura paterna è 'evaporata', ma al problema che, nel comunicare, ciascuno si serve di un 'canale' su cui l'altro non è sintonizzato. A causa dell'età e della distanza generazionale e culturale oppure, a volte, per un'ottusa presa di posizione riguardo il ruolo da incarnare rigidamente e sintetizzabile nella distinzione netta: io sono il padre e tu sei il figlio. Già il rimarcare questa differenza, delle figure e delle funzioni, è una distanza notevole - da accettare o da non prendere in considerazione - che sarebbe tale anche se non esistesse quella inevitabilmente generazionale. A meno che, per silenzio, non si intenda la parola pronunciata ma inascoltata (come se, dunque, non fosse mai stata detta), i canali nei quali manca la comunicazione sono dovuti anzitutto a un'assenza di elasticità che impedisce a genitori e figli di incontrarsi su di un terreno comune, nella condivisone di un qualsivoglia argomento, problema o interesse. 
Ciò premesso e non potendo raccontare del mio rapporto di papà con i miei figli, che ancora sono bambini, posso dire della mia relazione di figlio adolescente col mio genitore. Posso inoltre parlare del mio breve e fallimentare ruolo di 'padre' del mio fratello minore, a cui mi sono adattato, naturalmente e senza essere chiamato da alcuno a farlo, subito dopo la morte prematura di mio padre. Queste due brevi storie parlano appunto di dialogo e di canali, nel primo caso di un successo, nel secondo, come preannunciato, di un insuccesso. 
Con mio padre non ho mai avuto veri scontri (forse non abbiamo avuto tempo perché ce ne capitassero, dato che l'ho perso quando avevo appena diciassette anni) ed eravamo abituati a parlare di tutto. Era un tipo intuitivo e molto comunicativo, che lasciava spesso intendere molto di più di ciò che affermava e che aveva l'abitudine di approfondire ogni questione riguardasse i figli. Era un uomo autorevole ed io e mio fratello ci fidavamo ciecamente di lui, partendo dall'assunto, ai nostri occhi incontestabile e dimostrato - così ci pareva - nelle varie difficoltà incontrate nella vita, che 'ci voleva bene'. Partire dal 'bene', dal presupposto che tutto è fatto per il 'bene' dei figli, come ci avevano insegnato in famiglia, significava anche lasciare poco spazio alle discussioni. Col tempo ho scoperto che il termine 'bene' non ha un significato univoco, e che per gli uni può essere una cosa e per gli altri un'altra. Ma il canale, il terreno comune sul quale ci incontravamo allora era questa parola magica: 'il bene'. 
Con mio fratello il canale non poteva più essere il bene: che poteva saperne, per lui, del bene, un fratello maggiore di soli due anni? Eppure, così come avevo fatto precedentemente e come si usa fare con un fratello più piccolo, avevo sempre cercato di proteggerlo nella situazioni nelle quali si era trovato in difficoltà: ricordo perfettamente un litigio con dei ragazzi, in vacanza, durante il quale presi le sue difese e un'altra volta, da bambini, quando lo feci dormire assieme a me nel mio letto, dopo che lui aveva bagnato il suo. Ma questa volta le cose erano cambiate e la mia pretesa, spontanea ma ingiustificata, era quella di sostituire nostro padre. Non ne avevo né l'autorevolezza e né la credibilità, di certo nessun diritto. Eravamo vicini d'età, mio fratello e io, ma ciascuno di noi parlava una propria lingua: lui la sua e io l'imitazione di quella di mio padre. Forse non potevo neanche essere da esempio per lui ovvero non potevo essere così esemplare da diventare una figura di riferimento. 
E così, mio fratello, ad appena quindici anni, prese la sua strada e io la mia, molto più sicura della sua e prestampata da mio padre. Un tragitto fatto di responsabilità verso la mia coscienza e nei confronti della sua memoria. Una strada che ho percorso per intero fino a oggi ma che, se non avessi avuto sempre presente il ricordo di mio padre e la sua eredità culturale, probabilmente avrebbe preso direzioni differenti. Un canale e un dialogo che sono continuati fino a oggi e che cerco in tutti i modi di lasciare aperti, anche nel rapporto con i miei figli.

mercoledì 18 dicembre 2013

Sport nazionale

Francis Scott Fitzgerald 

"Negli anni più vulnerabili della giovinezza, mio padre mi diede un consiglio che non mi è mai più uscito di mente. «Quando ti vien voglia di criticare qualcuno», mi disse, «ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu». Non disse altro, ma eravamo sempre stati insolitamente comunicativi nonostante il nostro riserbo, e capii che voleva dire molto più di questo".
L'incipit del Grande Gatsby mi è rimasto in testa da quando lessi, una ventina di anni fa, il romanzo di Fitzgerald. Lo stesso messaggio, di non criticare il prossimo, lo giro ai miei figli non solo perché gli altri possono essere più sfortunati di loro, ma soprattutto perché considero una cosa orrenda quella di parlare male delle persone a loro insaputa.
Eppure, sparlare degli altri è un atteggiamento diffusissimo: forse è il vero sport nazionale, un'attività a cui personalmente, sembrerà incredibile, non ho mai preso parte. Prima di incominciare a lavorare, a scuola e poi all'università, non avevo mai fatto comunella con i miei compagni, ma avevo avuto sempre rapporti di amicizia o di conoscenza nei quali i rari commenti riguardo gli altri o erano battute goliardiche, senza peso e che lasciavano il tempo che trovavano, o erano descrizioni il più possibile franche e attendibili, fatte spesso in presenza dei diretti interessati. Da parte mia, non ci sono mai stati secondi fini nel parlare del prossimo, né il desiderio di denigrare qualcuno per poter mettere me stesso in risalto. In generale, non sono mai stato un arrivista. In particolare, non lo sono mai stato ai danni di qualcun altro.
Quando ho iniziato a lavorare, invece, ho incontrato spesso gente sospettosa che si riuniva per parlare sottovoce e che spesso voleva coinvolgermi anche con domande spudoratamente dirette, tipo: "Di quello che pensi? Non ti sembra un cretino?" o con affermazioni, come: "Quello è un raccomandato" e "Quello è un lecchino".
Ho sempre guardato con diffidenza chi mi faceva certe confidenze non richieste e ho sempre deluso le aspettative di chi voleva sapere da me notizie personali di qualcun altro. Col passare degli anni sto diventando sempre più diretto, dico ciò che penso senza farmi problemi, anche a costo di rendermi antipatico.
Ho imparato anche a dire di no con maggiore facilità rispetto al passato. A non credere, per obbedienza o per cortesia, nelle cose che mi raccontano. Sono questi i consigli che rivolgo ai miei figli: di non parlare male degli altri in loro assenza e di fare sempre ciò in cui credono per davvero. Non è troppo presto per dirglielo, anche se queste sono cose che si apprendono col tempo.

venerdì 6 dicembre 2013

Aristocratici


Ma sì, è già un poco che ci penso e allora, dato che oggi ho tempo, questa cosa la scrivo. L'occasione me la offre quel capannello di quattro mamme ferme, come ogni mattina, all'ingresso della scuola. Parlano della classe, dei bambini e delle maestre, a volte anche di altri genitori. Spettegolano, soprattutto, su questi argomenti.
Sono un gruppo di aristocratiche, non nel senso che appartengono alla nobiltà, ma nel significato più stretto di chi si ritiene migliore di altri, costituisce un piccolo gruppo chiuso che include soltanto quelli come loro, i 'migliori', ed esclude, allo stesso tempo, tutti gli altri, i 'peggiori', secondo loro, la maggior parte delle persone. L'aristocrazia ha esattamente queste origini e il suo motto è: "Noi pochi siamo migliori di voi tanti e, dato che siamo migliori di voi, comandiamo noi, mentre voi fate quello che diciamo noi".
Sono persone che, per ottenere ciò che vogliono corteggiano gli altri, si fanno la corte a vicenda, si fanno dei gran complimenti, dando un'importanza eccezionale all'interlocutore. Sono cortigiani, anche qui nel senso stretto di chi appartiene alla corte e dispensa i migliori consigli, non per ciò che può apparire come il bene altrui, ma per il proprio tornaconto. Tanto per romanzarla, ma la cosa non è poi molto lontana dalla realtà, sono gente che parla a bassa voce, bisbiglia, si muove nell'oscurità, tesse trame occulte, fa accordi sottobanco. Sono delatori, spioni tremendi che ti mandano sul patibolo senza pensarci due volte, tanto tu non conti niente, fai parte degli altri: sei uno dei peggiori. 
Non c'è niente da fare, disprezzo le cerchie esclusive ed escludenti, non ho mai infilato, per nessun motivo, la testa fra un gruppo di spalle che fanno muro, non sono mai andato, né ho voluto mai essere, dove non mi volevano. Senza problemi o dispiacere o rabbia. Tutt'altro. Gli aristocratici, e chi si sente tale o chi vorrebbe esserlo, li detesto moralmente e razionalmente, ma senza rancore.
Non esagero: di questi tempi, tutti i fine di settimana, ogni sabato o domenica abbiamo una festa di compleanno di un compagno di scuola di uno o dell'altro figlio. Incontriamo così anche gli altri genitori, in queste celebrazioni a cui il gruppo di aristocratiche ormai non partecipa più, preferendo andare in blocco altrove, all'occorrenza ad altre feste più meritevoli della loro presenza. Restano quindi quelli come noi, la 'middle - lower - working class', diciamo così, gli esclusi, che però sono la maggior parte. La classe media non è univoca come quella aristocratica, ma è variegata ed è composta da persone socialmente e culturalmente, prima ancora che economicamente, differenti. E anche qui, fa parte della natura umana, si creano gruppi e sottogruppi, più o meno bisbiglianti. 
Uno di questi si era formato sabato scorso durante una festa all'aperto. I genitori parlavano, ancor prima del prossimo colloquio con le insegnati, del presunto andamento scolastico dei figli, del caso di un bambino con problemi psicologici e della sua insegnante di sostegno, che spesso non c'è e alla cui mancanza devono sopperire le altre maestre che però, così facendo, trascurerebbero il resto della classe. Denunciavano poi i pochi compiti assegnati a casa, nonché il fatto che altri bambini di loro conoscenza, della stessa età dei loro figli, in altre scuole avessero già fatto questo, e quest'altro, e sanno fare molte cose che i nostri figli ancora non conoscono...Insomma, confronti e aspettative, colpe degli uni o degli altri, le maestre stanche che arrivano a scuola da non so dove e che vengono sovraccaricate ulteriormente, le responsabilità, infine, dello Stato, della crisi o della scuola italiana, "che non è più quella di una volta". 
Mentre loro parlavano, io me ne stavo in disparte, col bambino piccolo, su una panchina del giardino, senza alcuna intenzione di prendere la parola semplicemente per un commento, cosa che di solito invece si fa sempre, anche quando non si ha nulla da dire. A un certo punto però, un genitore, che non avevo mai visto prima, mi chiede di esprimere la mia opinione riguardo la preparazione dei bambini. E io rispondo semplicemente, sapendo di non dargli soddisfazione, che "non mi aspetto molto da chi frequenta la prima elementare da due mesi e mezzo soltanto". Una frase sentita dagli altri, ma che cade nel vuoto come se non fosse mai stata pronunciata, come tutte le cose poco soddisfacenti e che non appagano né la curiosità né le proprie aspettative. E' vero: ci si incontra soltanto se si condivide qualcosa, se si ha qualche cosa in comune. Altrimenti ci si scontra o si prendono le rispettive distanze.
Un'altra cosa carina, di cui volevo parlare, sono i contatti, non più visivi o uditivi con gli altri genitori, ma oggigiorno sempre più virtuali. Mi riferisco alle tantissime catene di mail che girano fra maestre, rappresentanti di classe e genitori, andata e ritorno, botta e risposta, commento al commento del commento, all'infinito. Ebbene, anche in queste corrispondenze c'è la tendenza alla formazione di gruppi e di sottogruppi, persone che condividono alcune scelte contro altri che queste stesse scelte le vedono con disappunto. Ci sono scontri telematici, talvolta con attacchi spregiudicati, atti di plateale e non richiesta pietà nei confronti di chi è in minoranza e, immagino, anche missive private soltanto fra alcuni: anche qui bisbiglii. Per esempio, c'è chi propone un 'miliardo' di euro per i regalini natalizi alle maestre, giustificando la richiesta con il fatto che "trattano con amore i nostri figli". E c'è subito chi appoggia la proposta e, anzi, alza la posta, 'due miliardi!', per non sfigurare e senza pensare soprattutto che, se di amore si tratta, quando questo sentimento è offerto ed è sentito per davvero, per prima cosa deve essere gratuito. Va bene un regalo simbolico per il Natale, ma perché, anche qui, questa tendenza, tutta italiana, a ingraziarsi il prossimo, dalla maestra al medico al cliente, con doni sproporzionati e senza senso, dato che ciascuno è già pagato per il lavoro che svolge e, amore a parte, questo deve essere fatto nel miglior modo possibile e non bene soltanto perché in cambio c'è una ricompensa o incentivo, come oggi si chiama?!
Queste e-mail infinite dove, a un certo punto, si tirano le somme, chi c'è c'è e chi non c'è peggio per lui, e dove si scrive con la leggerezza di chi vuole esprimere su Facebook il proprio stato d'animo e per tutto il giorno non aspetta altro che il commento di chi ha la sua 'amicizia' ed è nel suo gruppo, anche qui, ancora una volta, esclusivo ed escludente. Queste lettere di disappunto per nulla, e di gioia improvvisa, che appare e scompare con la rapidità di un invio, di complicità e di commiserazione e di solidarietà. Lettere veloci, sensazioni rapide e leggere, sentimenti superficiali, sempre confessati con una facilità sorprendente, e che nulla hanno di spontaneo. Linguaggi semplici e sgrammaticati, a volte, ed è la cosa peggiore, pomposi e cerimoniosi.
Firme, alla fine delle lettere, con nomi e cognomi, preceduti da avv. o not. o dott. o ing., e seguiti dalla descrizione della propria specializzazione o del ruolo svolto nell'azienda dove si lavora. Titoli e ruoli specificati senza che ciò sia richiesto, proprio come si usava un tempo, con i titoli nobiliari, a proposito del re di Francia, del principe delle Asturie, del gran duca di Mantova, del marchese di Genova, eccetera, eccetera, chi più ne ha più ne metta.
A me, però, vengono in mente soltanto personaggi come il preposto Camerier del Soglio pontificio Giovan Maria Catalan Belmonte, il conte Raffaello Mascetti, il conte Francesco Puricelli detto 'Tacchia' e il marchese Onofrio del Grillo. Ancora oggi, sono soltanto questi gli aristocratici che mi stanno simpatici. 

venerdì 29 novembre 2013

"Alcune di queste immagini potrebbero urtare la vostra sensibilità"


"Alcune di queste immagini potrebbero urtare la vostra sensibilità": è l'avviso che il sito di Repubblica ha fatto ieri ai lettori che si accingevano ad aprire la galleria fotografica di Zili, il bimbo cinese in catene
Orbene, le immagini del fotografo della Reuters William Hong mostrano un bambino di undici anni con una catena a un piede che lo accompagna fin da piccolo, da quando cioè, dopo aver sbattuto la testa, il bimbo si è mostrato 'aggressivo' e 'ingestibile' da parte del nonno che lo 'accudisce'. 
"Queste foto - racconta la didascalia - hanno contribuito a rilanciare il caso dei bambini dimenticati che in Cina rappresentano numeri da record, anche perché molti casi sono 'nascosti', nelle aree delle province più lontane del Paese".
"Grazie a queste immagini - conclude il breve testo che le accompagna - si sono mobilitate per il piccolo Zili le associazioni per la tutela dell'infanzia".
Meno male che c'è una mobilitazione e spero che i problemi comportamentali del bambino vengano affrontati in maniera dignitosa. Immagini come queste devono girare e 'urtare le sensibilità' di chi le guarda. Non bisognerebbe preoccuparsi davvero della suscettibilità dei lettori ma della realtà che le foto denunciano. E poi affrontarla, ovviamente.

martedì 15 ottobre 2013

Un cinque e un quattro


Un cinque e un quattro. 
"Cosa sono quei numeri sul braccio?". 
"Sono i giorni che mancano alle vacanze: ieri cinque, oggi quattro".
Sono anche gli ultimi giorni al centro estivo. Se li è scritti con la penna sulla pelle, soltanto i primi due, poi ha dimenticato di continuare fino al numero uno, fino all'ultimo giorno di scuola, o allo zero, se esiste un giorno zero.
Il tempo passato all'asilo è stato non solo ben accettato ma proprio bello. Un sorriso di soddisfazione ha sempre accompagnato i bambini all'uscita dalle loro classi. E quando al mattino li portavo a scuola, ci lasciavamo senza drammi, soltanto gli occhi seguivano quelli dell'altro fino alla porta. Poi, ciascuno di noi a fare quel che doveva...chissà se il pensiero, ancora per poco, chissà se la memoria, se i ricordi recenti...
Un cinque e un quattro. E il tempo ha interrotto il suo corso. Le vacanze sono arrivate e se ne sono andate, con il loro carico di aspettative e di contraddizioni, in un soffio.
E un anno ancora è iniziato, a settembre, è questo il mese in cui incominciano gli anni per i bambini, non il primo giorno di gennaio o quello del proprio compleanno.
Inizia la scuola e ha inizio un nuovo anno. Adesso il grande fa la prima elementare. Il piccolo invece ha cominciato la scuola materna. Mi sembra siano sereni, in generale, per quanto si possa generalizzare con gli stati d'animo, e per quanto a fondo si possano capire i pensieri degli altri e le loro manifestazioni. Il silenzio mi fa pensare alla calma e alla tranquillità, ma non è vero che il silenzio non abbia voci soltanto perché queste non si sentono. E' indefinibile il silenzio, così come lo sono i bambini: non puoi sapere se sono felici e se stanno bene, perché non lo sai, perché non lo dicono e perché un genitore è sempre preoccupato per loro e vive in uno stato di ansia costante, anche nei momenti migliori. Non puoi saperlo, allo stesso modo nel quale non puoi dire con certezza a chi i figli assomiglino, se alla mamma o al papà, se da adulti saranno magri o grassi e se hanno una predisposizione per l'arte o per lo sport.
Gli anni iniziano e passano con una facilità ogni anno sorprendente. Il mare dove siamo stati questa estate era soltanto apparentemente bello. Sotto la sua superficie non c'erano più pesci. Era un mare impoverito, un deserto blu, d'acqua salata. E poi siamo tornati a Roma, e in pescheria ci sono tutti questi pesci ammassati sul ghiaccio a quintali, i rossi con i rossi, gli azzurri con gli azzurri, i grigi con i grigi, tutti della stessa e identica taglia, lunghezza, larghezza, peso, lucentezza e odore, tutti con la stessa faccia morta distesa su un fianco assieme al resto del corpo e con l'unico occhio visibile che guarda, assieme a migliaia di occhi, in un'unica e sola direzione.
Ecco, le vacanze che terminano e gli anni che ripartono assomigliano a questi pesci catturati dalla rete tutti assieme, nel sonno o mentre andavano chissà dove, in branco. Sono una mano che ti preleva all'improvviso da dove sei e che ti mette lì, nell'unico posto soltanto dove devi stare. 

giovedì 4 luglio 2013

Estate


Sul momento non ce ne accorgevamo: era il tempo trascorso vicini, giorno dopo giorno, a renderci felici. L'estate non era altro che l'occasione per stare insieme a lungo. Durante l'anno scolastico ci incontravamo la sera e il fine settimana. Momenti che duravano poco e che terminavano con l'ennesima divisione, il lunedì mattina. 
Abbiamo sempre scambiato la felicità essenziale, dello stare insieme l'estate, con quella della circostanza occasionale. Per esempio, quella di andare a raccogliere le more o l'uva fragola oppure quella di pescare di fronte allo scoglio. 
Agli occhi di un bambino, queste avventure erano magiche, sensazionali, addirittura sovrumane. Tornavo a casa ancora pieno di adrenalina, con i muscoli tonici e senza appetito. 
Ancora oggi, ogni estate desidero ritrovare quel mondo mitico. Cercando inconsciamente posti che assomiglino a quelli vissuti da ragazzino. In questi luoghi, che vorrei fossero gli stessi - "quelli di una volta", come dicono gli anziani come me -, ripeto le stesse azioni che hanno reso alcuni istanti della mia infanzia pieni di soddisfazioni e memorabili.
Non c'è bisogno di dire che ogni posto oggi è deludente, se paragonato a quello che ricordo. La memoria trasforma la realtà e l'abbellisce, colorando anche ciò che era grigio. Ma la cosa bella non era, appunto, il luogo in sé o la circostanza particolare o quel momento preciso o quella persona in particolare con la quale dialogavo. Ma tutta questa serie di cose: quella persona, con cui eravamo in quel momento e in quel luogo, in quella tale e unica circostanza. Situazioni che ovviamente non possono e non potrebbero ripetersi, anche se mio padre ci fosse ancora.
Ora come allora, siamo alla vigilia della partenza per le vacanze. Fra due settimane raggiungeremo un posto lontano e talmente diverso da quelli in cui viviamo abitualmente, che soltanto arrivarci e trovarcisi avrà i connotati più avventurosi. 
Quest'estate vorrei comprare un motore per il mio gommoncino e magari pescare un pesce grande per mangiarlo insieme la sera. Chissà cosa ricorderanno i miei figli, quando saranno grandi, dei giorni che trascorreremo insieme.

martedì 2 luglio 2013

Senza salutare nessuno


Si è svegliato ed è andato a sedersi 
di fronte alla sua ciotola di latte.
Senza salutare nessuno.
Il bambino ha guardato la tazza 
a lungo prima di bere un sorso.
Tutt'intorno voci  
che pretendono di essere ascoltate.

Altre voci che negano e che vogliono 
anche loro il proprio spazio.
Tutto lo spazio.
Voci e ancora voci
di un egoismo scontato.
Che non è quello di chi 
tiene soltanto a se stesso,

ma di chi è convinto di non avere avuto.
E ora vuole, vuole solo per sé:
una compensazione, una rivalsa, una dimostrazione.
E in mezzo quel silenzio.
E quella domanda altrettanto scontata 
che in cucina precipita come un fulmine: 
"Perché non saluti, la mattina?".   (2013)

martedì 25 giugno 2013

Il colore giallo


Se i colori fossero tutti gialli
come dici tu
sarebbe giallo il verde
lo sarebbe il rosso
e anche il blu.
Se il mondo fosse tutto giallo
perfino gli alberi e il mare 
e le montagne sotto la neve
avrebbero questo colore.
Anche la notte più nera
sarebbe gialla.
E il sole più giallo 
luminoso e talmente caldo
che i vestiti gialli 
si asciugherebbero 
in un momento.
I tuoi capelli gialli
che brillano sempre
appena c'è un po' di vento
sarebbero gialli 
anche con la luce spenta
quando ti addormenti.   (2013)

giovedì 20 giugno 2013

La bicicletta

Garçon à vélo ©Jean-Philippe Charbonnier

L'uomo inventò la ruota.
Il bambino, il segreto di andare in bicicletta.
Il papà lo ha accompagnato, tenendolo per il sellino.
E poi, d'accordo con lui, l'ha lasciato,
prima per pochi metri, dopo per tutto il viale.
L'andatura non è rettilinea
e il manubrio trema.
La schiena è ancora curva,
adesso come allora,
quando l'uomo inventò la ruota.   (2013)

venerdì 14 giugno 2013

Quando il leoncino mangia


La colpa è nostra, non loro. L'essere umano ha bisogno di spiegazioni verbali, dettagli, nonché la sicurezza del tempo che occorre a risolvere il problema. L'assenza di tali elementi ci fa preoccupare: l'incertezza di capire chi non sa ancora esprimersi bene a parole e quella che deriva da una brutta situazione che, ti sembra, non evolva mai verso il meglio.
E poi, improvvisamente, tutto finisce e torniamo alla normalità, il bambino piccolo è guarito e sta bene.
Ripenso a questa scena, ricorrente e più che mai visiva, per quanto mi riguarda: "Quando il leoncino mangia / la leonessa ringiovanisce", e mi tornano in mente tante situazioni nelle quali il pericolo quasi non ci travolgeva.
Quanti sospiri per una vita che, non dimentichiamolo, è sempre appesa a un filo. E quante spiegazioni, e parole, e piccole soluzioni momentanee, di cui abbiamo necessità ma che servono soltanto a distrarci e a farcelo dimenticare.
Adesso ho solo voglia di un bicchiere d'acqua, come quello bevuto l'ultima volta in riva al mare, il vetro riempito di luce, per un attimo, il sole fra le mani.

giovedì 6 giugno 2013

Il disegno sul vetro appannato


E' trascorso quasi un anno da quando abitiamo più vicino al lavoro. Ed è dal giorno in cui ci siamo trasferiti che torniamo sempre nella vecchia casa, nei fine settimana. Ritroviamo non solo un luogo o delle abitudini o degli oggetti, come vestiti, giocattoli, libri. Ogni volta incontriamo, invece, soprattutto la nostra storia, anche la più recente. Una casa, specie quella dove sono nati dei figli, non è un posto qualsiasi, ed è difficile sbarazzarsene, cancellarla dalla memoria oppure venderla. Ci sono i tuoi ricordi, lì dentro, e i ricordi sono il collante con il nostro passato. 
Leggere un libro con i bambini prima di addormentarci, cucinare insieme, passeggiare su strade che in passato abbiamo calpestato decine di volte: il ritorno a queste consuetudini non è piacevole soltanto per il bel racconto narrato o la buona riuscita della ricetta o il panorama, bello come un tempo, che ci circonda mentre camminiamo. 
La bellezza di cui parlo è fatta della stessa sostanza del disegno sul vetro appannato, lo stesso della poesia di Juan Rodolfo Wilcock: un rapido segno su una superficie rigida e fredda, il manifestarsi, per un attimo, della vita e del suo passaggio, mentre le gocce d'acqua già si riprendono il posto che apparteneva loro, invadendo il disegno e cancellandone ogni traccia.
Ritorniamo, e tutte le volte, per quanto possiamo, lo facciamo per recuperare, per un istante soltanto, pezzi di vita che ci sono stati sottratti.

mercoledì 29 maggio 2013

A mio figlio


Abbi fiducia nella vita
e non nelle ideologie;
non ascoltare i missionari
di quest’illusione o quell’altra.

Ricorda che c’è una sola cosa
affermativa, l’invenzione;
il sistema invece è caratteristico
della mancanza d’immaginazione.

Ricorda che tutto accade
a caso e che niente dura,
il che non ti vieta di fare
un disegno sul vetro appannato,

né di cantare qualche nota
semplice quando sei contento;
può darsi che sia un bel disegno,
che la canzone sia bella:

ma questo non ha certo importanza,
basta che piacciano a te.
Un giorno morrai; non fa niente,
poiché saranno gli altri ad accorgersene.

Juan Rodolfo Wilcock, Luoghi Comuni, 1961

lunedì 13 maggio 2013

E' un albero di foglie d'argento la giovinezza


Una giornata in campagna. Un albero di foglie d'argento che brilla nel vento. Gente che chiacchiera, parole già udite, frasi monotone. L'umana pretesa di sentenziare, di inquadrare la realtà, e anche di farsi una ragione. Bisogna pur riempire il silenzio, dare un senso soggettivo alle cose e, soprattutto, tornare a casa appagati, con l'arrogante sensazione di essere i detentori di una verità che adesso gode anche del consenso degli altri. Il riconoscimento, nient'altro che questo, desideriamo dal prossimo.
I bambini hanno corso per ore, sudati a causa del sole, raffreddati dall'aria ancora fresca, graffiati sulle braccia, sulle ginocchia, sulle guance, dopo essere caduti in terra decine di volte. Hanno attraversato un mondo fatto di prato e scoperto insetti nuovi, toccato piante mai viste prima e osservato nuvole capaci di viaggiare il cielo da una parte all'altra senza mutare mai di forma, intatte dall'inizio alla fine del loro percorso.
Quello che ho visto bene è un albero di foglie d'argento che brillano nel vento, grazie soltanto alla loro recente giovinezza. Tutto il resto assomiglia al deserto, anche le foglie che sono in terra sono roba di ieri, che fa parte del passato e che appartiene, allo stesso tempo, al futuro che sarà. 

Queste poche righe tanto per rifarmi vivo, in un luogo dal quale avevo deciso di sparire. Mi sono confrontato con un monotonia di argomenti che pensavo avesse fatto il suo tempo. 
Soprattutto, alcune verità taciute hanno assunto spesso le fattezze di ignobili bugie il cui peso si è fatto sempre più insostenibile. A poco è valso, quando li ho tracciati, delineare contorni vaghi, e parlare a grandi linee, generalizzare, riferirmi a una terza e immaginaria persona, invece che a me stesso soltanto.

venerdì 1 marzo 2013

La partita


Tira, fa canestro
e si volta di scatto.

Trova i miei occhi
che aspettano i suoi.

E con lo sguardo dice

Papà, ho fatto centro.
Visto che bravo?

Mi hai visto?   (2013)

giovedì 28 febbraio 2013

I bambini quando chiedono


Facciamo spesso delle distinzioni categoriche. Contrapposizioni nette, senza se e senza ma, che sono molto ideali e poco reali. E che, di conseguenza, hanno a che vedere più con un bisogno mentale di categorizzare, una necessità di fare ordine per vivere in pace, che con la vita pratica. Che fortunatamente, invece, è fatta di sfumature e di colori, quasi mai soltanto di bianchi e neri, di destre e sinistre, uomini e donne, bene e male, in breve, di opposizioni dalle configurazioni e dai confini invalicabili.
Insomma, la vita è caotica, è un continuo e sano rimescolamento di tutto, di valori, pensieri, opinioni e posizioni. Ma per vederci chiaro, in tutto questo caos, dobbiamo decidere da che parte stare, dobbiamo inquadrare il mondo (che è tondo), costruire binari e metterci in viaggio.
La meta? Ce n'è sempre una, ma sono le tappe intermedie, quelle che non prendiamo in considerazione: quanti sorrisi, vicini e non visti, per guardare verso un orizzonte evanescente. 
Sto parlando di egoismo e di altruismo e della scelta che fanno i bambini di vivere in un modo o nell'altro e, potendo scegliere, affianco a persone del primo tipo o del secondo. Ebbene, è quasi sempre scontato che la scelta (egoistica?) sia quella di preferire gli altruisti: sono questi ultimi coloro che danno, ma sono gli egoisti a ricevere? O gli opportunisti?
Eppure, chi chiede a chi dà, vuole spesso soltanto il conforto di una risposta, non necessariamente l'oggetto richiesto. Quante sfumature nel dialogo fra persone, il dialogo come posizione e contrapposizione, incontro e diverbio, ordine e preghiera.
E le persone poi, la somma di ogni giorno, ore e minuti di vita vissuta, oltre all'eredità ricevuta, dalla vita e dall'esperienza degli altri.

mercoledì 27 febbraio 2013

Mano nella mano (una poesia di Patrick Gentile)


Mano nella mano (padre e figlio)

Mano nella mano
in quel parco piccolo
una domenica d’aprile
porterai il pallone
e una bicicletta senza più le rotelline
una borsa un po’ a tracolla
quel romanzo che volevi finire
poi lui ti guarderà negli occhi
l’espressione convenuta
quanti tiri in porta da calciare allora
fra due mezzi tronchi di fortuna
alle dieci del mattino
la città che dorme ancora
quest’aria così pulita
che vorresti cantilenasse d'infinita
luce una carezza
senza il minimo spavento
ma solo il fiato dolce
dell’aria vostra preferita.

Tu e tuo figlio assieme spesso
che non fa più tanto freddo adesso
non c’è di fatto alcuna guerra
e mai nessun tremore
nel tuo goal piuttosto storto
quel ginocchio ti fa male
lui è lì sereno e se la ride
e gli è venuta una gran fame
e tu ti fermi qui a guardare
e lo vedi già più grande
alto in treno a salutare
nostalgia di lui
che oggi c’era il sole
anzi no adesso piove
sfili svelto il tuo giaccone
corri da lui e lo vai a riparare.

Mano nella mano
padre e figlio un solo giorno
prima che al ritorno
dietro voi nel traffico bestiale
affondi a briciole sgranate il sole
di una infanzia sfilacciata
già svanita e muta come un fiore.



Patrick Gentile ha scritto la poesia che avete appena letto e poi la lettera che segue, sul suo personale modo di pensare la paternità.


Innaffiarsi da soli

Sono un uomo consapevole della propria difficolta esistenziale ad abbandonare il ruolo di figlio. In un certo senso mi è più congeniale. O forse nella mia vita ho imparato solo a fare il figlio. Figlio di mia madre, figlio degli oggetti, del tempo, delle cose, delle abitudini. Figlio di tutto. Dell’amore. Del sesso. Sempre. Mi autodefinirei una specie di “Eterno Figlio Ontologico”, avulso rispetto all’etica dei Padri, al mondo adulto e astratto della cosiddetta “guida” e delle norme in linea retta progressiva spinta in avanti. Piuttosto, con l’età ho scelto di assumere un atteggiamento genitoriale non solo verso me ma anche verso le persone a me più care, i miei amici, ad esempio, per cercare di essere anch’io un buon timone quando il mare comincia agitarsi. 
Osservo i miei coetanei (i maschi specialmente) con i loro bimbi più o meno piccoli e provo una tenerezza infinita ma talvolta sprofondante. Non ho imparato molto a dialogare con quei marmocchietti, forse non sono granché bravo con i bambini in generale. Spesso mi sento un loro pari ed è probabile che essi stessi mi percepiscano così e non ravvisino in me qualcosa di cresciuto o di autorevole. Però, ogni tanto mi cercano per giocare, questo sì. 

Io non ho figli. E non perché sono omosessuale. Probabilmente ho soltanto deciso – chissà quanti anni fa – di restare a guardare il mondo da quest’altra parte del velo, come lo chiama Niccolò Fabi in quella sua canzone dedicata alla piccola e scomparsa Lulù. E così sono venuto su come una piantina di geranio dietro il vetro della finestra: guarda il mondo arrovellarsi in apparenti evoluzioni, e a volte si sente sola, e altre volte felice. Ma di una cosa sono certo: ho imparato ad innaffiarmi da solo. E forse anche questo è un buon inizio.

mercoledì 20 febbraio 2013

Innamorarsi è fuggire


Chi lo avrebbe detto, emozionarmi per queste poche righe:

"Venga quando vuole, ma su suo figlio io non posso che dirle cose belle.
E' davvero un ragazzino in gamba, educato, volenteroso vivace al punto giusto e soprattutto ha sempre voglia di lavorare e di imparare.
P.S.: Tutte le femminucce sono innamorate di lui...".

Io lo so che Dodokko è proprio come lo ha descritto la sua maestra della scuola materna. E' così in modo schietto, cioè non ha bisogno di fare sforzi per apparire migliore di quello che è. Non gli interessa e non gli serve mostrarsi diverso da sé ed è questo ciò che più apprezzo nelle parole della sua insegnante.

"Tutte le femminucce sono innamorate di lui...": che cosa significa essere innamorati? E' diverso l'innamoramento di un bambino da quello di un adulto? E' solo un modo di chiamare la simpatia verso qualcuno oppure è anche qualcos'altro?
Io non so che cosa voglia dire innamorarsi e, forse, nessuno lo sa davvero bene. Anche perchè questo modo di sentirsi ha davvero poco a che fare con il sapere.
Io penso che innamorarsi sia non avere progetti, non pensare al futuro. Queste cose riguardano semmai l'amore, che è tutt'altro.
Innamorarsi è invece cancellare il presente, spazzare via il passato, almeno per il poco che dura l'innamoramento. Il tempo di un bacio scambiato a occhi chiusi, il mondo attorno che sparisce d'incanto, perché superfluo, nient'altro è indispensabile adesso, in questo preciso istante.
Innamorarsi è una cosa da bambini, i quali si innamorano più spesso di quanto si creda, loro che non hanno un passato, inteso come insieme di responsabilità, e nemmeno un futuro di cui occuparsi, per ora, e del quale, al loro posto, si preoccupano i genitori.
Anche gli adulti, non sembrano forse dei bambini quando sono innamorati?

Ho chiesto a Dodokko se è vero che le sue compagne di scuola sono innamorate di lui. Mi ha risposto di sì, che "è vero". "Che vuol dire essere innamorati?", gli ho domandato. "Darsi dei bacetti e volersi bene", ha precisato lui subito, senza neanche pensarci, mostrando di sapere bene di cosa parlava.
Più semplice di così...

Abbiamo visto un bel film, l'altra sera, Dodokko e io. Moonrise Kingdom è la storia della fuga di due innamorati dodicenni. Una fuga appunto, ma da cosa? Da una realtà spiacevole per entrambi i bambini, dalla solitudine, da un presente e da un passato nei quali da lungo tempo non ci si ritrovavano più.
Era necessaria la minima occasione di innamorarsi e scappare.
Per Sam questa opportunità si chiama Suzy e per Suzy si chiama Sam.

Sì, ne sono convinto, innamorarsi significa fuggire. Anche se Dodokko non lo sa ancora, essere innamorati non vuol dire altro che questo: essere e sentirsi liberi. 

lunedì 18 febbraio 2013

Prepotenza


Il figlio piccolo si è svegliato dopo un sonno più lungo del solito, ieri pomeriggio. E' corso da me, il viso arrossato e le braccia tese per essere aiutato a salire sul divano, dove ero seduto a leggere un libro di cui ora non importa né il titolo né l'autore, ma la pagina che avevo sotto gli occhi e che parlava del concetto di persona e di prepotenza. 
Leggevo, e nel frattempo pensavo a mio fratello, che abita lontano e che ha appena avuto una bambina, e al quale ho detto che per il momento non andrò a trovarlo, "perché - lo avvisato - da ora in poi le tue preoccupazioni saranno tutte per tua figlia e nei primi giorni dovrai riorganizzare la tua vita attorno a lei e non è giusto che pensi a occuparti anche di altri ospiti".
Dunque, tre circostanze concomitanti: mio figlio che arriva e pretende di essere preso in braccio, mentre, grazie a un libro, rifletto sulla prepotenza e sulla persona, e intanto il mio pensiero, che va a mio fratello e alla vita che cambia a causa di una nuova nascita.
La prepotenza di chi chiama alla vita qualcuno, il diretto interessato al quale non si è mai chiesto neanche un parere in merito, del tipo: "Ti va di nascere, di vivere, di soffrire ogni tanto, di essere felice o infelice?". E la prepotenza di chi arriva e senza parlare ti abbraccia senza chiedersi (prima ancora di chiedere) se per caso disturba, ma io lo so che cosa gli passerebbe per la testa se sapesse formulare pensieri neanche troppo complessi, anziché agire per istinto: "Sei tu che per primo mi hai preteso, adesso sono io che pretendo da te attenzioni e cura". Mio fratello, infine, neo genitore, e la sua vita che sta per essere stravolta: i figli, sempre loro al centro di tutto, anche quando siamo lontani, anche quando ci occupiamo di faccende che a loro non interessano per niente, ad esempio il lavoro, chi avrebbe il coraggio, ormai, di lasciarlo per uno più soddisfacente ma con minori garanzie? Oppure, una malattia che ci potrebbe colpire e, nel caso ciò avvenisse, non si penserebbe a guarire soltanto per loro e non per noi stessi, per non lasciare degli orfani?
I prepotenti in questione non sono i soverchiatori, che vogliono che il mondo giri secondo i propri schemi, ma sono persone che possono più degli altri e che soprattutto possono prima degli altri, nel senso stretto del termine 'pre-potenza'.
Al termine di tutta questa divagazione attorno ai termini 'figlio', 'genitore' e 'prepotenza', esce fuori il collante fra questi elementi e che si chiama 'persona'. Si tratta delle particolarità specifiche che compongono ogni uomo e ogni donna e li distinguono dagli altri. Ed è il modo unico di ciascuno di noi di essere qualsiasi cosa: genitore, figlio, studente, lavoratore, eccetera, eccetera, ma per me una persona è anche un qualsiasi animale dotato di una personalità, come un cane, tanto per fare il solito esempio.
La persona è mio figlio che mi viene incontro senza dubitare assolutamente del mio abbraccio; la persona sono io che lascio cadere il libro e gli concedo che mi si riaddormenti addosso; la persona è mio fratello che adesso è padre e, come tale, non so ancora che persona sarà. 
La persona è chiunque abbia la prepotenza di essere se stessa. Anche istintivamente, ancora prima di credere in ciò che è oppure fa. 

mercoledì 13 febbraio 2013

Mai...neim...is...Deddé


Il più grande insegna l'inglese al più piccolo. Oggigiorno, infatti, è necessario conoscere almeno un'altra lingua, oltre a quella madre. Anche se quest'ultima la si parla ancora a stento, può succedere che l'idioma straniero venga pronunciato meglio di quello di provenienza. 
"Ripeti", dice Doddoko a Deddé (ultimamente si fa chiamare così, il secondogenito, dal fratello maggiore): "Mai...neim...is...Deddé". E il duenne rifà, alla perfezione: "Mai...neim...is...Deddé".
Con i tempi che corrono, nei tre possibili sensi di questa frase, ossia di modernità, velocità e superficialità, poco importa che il piccolo sappia cosa stia dicendo: conta l'effetto-sorpresa che fa, su chi lo ascolta, sentire delle parole pronunciate in una lingua straniera. 
E, di conseguenza, contano e pesano poco tutte le frasi non contate e soppesate, quelle espresse soltanto mentalmente (e sono la stragrande maggioranza), perché non si possiede ancora la capacità di dirle. 
C'è una quantità inaudita di parole che restano nella testa o che si fermano fra i denti, senza uscire dalla bocca. Succede soprattutto ai bambini, ma anche agli adulti, di voler dire ma di non sapere come. 
Ai primi il tempo di imparare a farlo. A noi la capacità di apprendere come dare voce anche al silenzio.

sabato 9 febbraio 2013

Anch'io volevo guarire i ciliegi (e lo vorrei ancora)


E sì, era il tempo della grandi idee...ideali, cose imparate da piccolo e promesse sempre mantenute. Uno sforzo durato una vita, per non tradirmi, per non ammettere a me stesso di aver perso tempo. 
Vorrei ancora poter pensare di guarire i ciliegi, avere un sogno, immaginare che esistano realmente persone che, quando parlano, dicono parole che effettivamente pensano.
No, anche se lo desidero, i miei ciliegi non fioriranno più. Ci sono i miei figli, adesso, a sognare al mio posto. Ma non so se sperare che tradiscano presto il bambino per l'uomo: da un lato il sogno, dall'altro la realtà.
In mezzo due parole importanti: credere e amare. L'immaginazione non è tale se non si crede che l'oggetto a cui è rivolta sia vero e se non lo si ama ciecamente, con tutto il cuore.
E loro non mettono in discussione la realtà. Quanto è bello poter dipingere il mondo con i colori del nostro astuccio. E guardarlo con i propri occhi, non ha del miracoloso?
Sarebbe meraviglioso non considerare di nuovo quello stesso mondo che vuole pigliarti per fame, non badare a esso, la realtà, quella che hai in mente tu, non quella degli altri.
Sfogliare i tramonti in prigione: è questa la fine di chi, diventato adulto, sogna ancora a occhi aperti.

martedì 5 febbraio 2013

Abbracci


L'ho capito fin dai tempi di Skipper e Minnie, i miei due cani dai caratteri diametralmente opposti, che certe cose sono tali e immodificabili. Prima uno crede, molto idealisticamente, che siamo tutti uguali o che, se siamo diversi, lavorandoci un po', possiamo raggiungere gli stessi risultati. Invece, la realtà è un'altra, perché i punti di partenza, in primis, sono differenti. E non si tratta soltanto di trovarsi in anticipo o in ritardo rispetto agli altri, ma di essere, tutti, sempre diversi. Non c'è un cane uguale a un altro e non esistono nemmeno due persone identiche fra loro. Non serve a niente dannarsi per correggere o per addomesticare, perché abbiamo sempre a che fare con un'indole, una personalità, un carattere autonomi. Possiamo soltanto dare degli esempi e cercare di spiegare, confidando nell'ascolto e nell'elasticità di chi ci sta davanti. Oltre questo non andiamo.
L'altro giorno ho assistito a due belle scene, di quelle capaci di riempirmi di gioia e che hanno a che fare con le qualità innate, ma che mi hanno fatto domandare lo stesso "dove hanno imparato certi gesti, i miei figli?". Siamo usciti da casa per andare a scuola e il piccolo non ha voluto che gli tenessi la mano con la mia, come facciamo di solito, mentre camminavamo per la strada, preferendo e cercando, invece, quella del fratello maggiore. Come mai questa scelta? Nessuna invidia, ci mancherebbe!, da parte mia, ma perché questa preferenza inedita?
E al ritorno da scuola, appena si sono incontrati nel corridoio di casa, si sono abbracciati come se non si vedessero da secoli. Sono rimasto sbalordito, e ai limiti della commozione. Non è che si amino sempre i due fratelli, anzi, bisticciano spesso, com'è normale, spesso a causa di un giocattolo che è di uno e che magari sta usando l'altro o per ragioni di gelosia. Ma poi, ogni volta, basta davvero poco perché facciano la pace: un sorriso, una battuta allegra, l'offerta di un piccolo dono.
Le cose innate e che non si apprendono sono sempre una sorpresa per noi adulti che abbiamo la convinzione di aver imparato tutto dagli altri e dall'esperienza. Eppure, dobbiamo capacitarcene, il nostro ruolo di genitori-guida è davvero marginale, perché ciascuno di noi regge soltanto il timone della propria nave, e non anche quello di altre, a partire dalla più tenera età. 
Dunque, da osservatore esterno, più che da genitore, oltre a compiacermi per certi gesti spontanei, nelle mani che si stringono e che si accompagnano lungo la strada, e negli abbracci che nascono dal nulla e che non sono furtive messe in scena, ma si protraggono per più di qualche secondo, posso soltanto intravedere la bellezza della vita, quella naturalezza non ancora intaccata dall'artificiosità della mente, dall'elaborazione, dallo schema. 
Abbracci così fanno parte delle cose ferme nel tempo e sono della stessa bellezza del mare e di una prateria ancora vergine, dove l'uomo non ha messo mai piede. 

giovedì 24 gennaio 2013

Montagne innevate


Non l'ho mai amata molto perché l'ho frequentata poco, la montagna. Le ho sempre preferito il mare e, idealmente, perfino la campagna. In montagna d'inverno fa freddo e per le vacanza estive il mare è qualcosa di irrinunciabile. 
Gli orizzonti marini, che ho citato tante volte in questo blog, mi hanno sempre attratto per il mistero che celano: sono un bisogno infinito e mai appagato, una meta ambita e mai raggiunta.
Ancora acqua, dopo tanta acqua. Acqua che sfuma in altra acqua. Colori che cambiano in un viaggio che non termina mai.
Il mare è sete che non si può placare con l'acqua di cui è composto.
Le montagne, invece, sono punti stabili dello sguardo verso l'orizzonte. Sono la possibilità di fermarsi e riposare. Eppure, osservandole così, sommerse dalla neve e avvolte nella nebbia, sono come isole galleggianti in un mare lattiginoso. Fra loro concatenate, terminano l'una nell'altra e la loro continuità è infinita. Proprio come l'acqua del mare.
I bambini hanno giocato con la neve come sono abituati a fare con le onde. Tuffi e schiaffi in questa acqua bianca e spumosa, discese con lo slittino, scarponi che affondano nell'ovatta gelata.
Non c'è differenza fra la montagna e il mare, per loro quanto per me, quando siamo insieme.
Le montagne sono i punti fermi di cui la vita degli uomini prima o poi, nel bene e nel male, si riempie. Abbiamo bisogno di certezze e di arrivare, in ogni caso, da qualche parte.
Dobbiamo dare un nome a ogni cosa e questo è quanto di più sbagliato possiamo fare. Infatti le cose ci sono o non ci sono anche se un nome non ce l'hanno. Ad ogni età esistono montagne, anche se sommerse, anche se invisibili.
Ma per adesso non teniamo conto di tutto questo e consideriamo mare anche una catena montuosa che dorme sotto la neve.

venerdì 4 gennaio 2013

Avete mai visto un vitello seguire il toro? Quando l'etologia è applicata agli esseri umani


Mi è tornata più volte in mente La scimmia nuda di Desmond Morris, leggendo il Manuale del papà separato di Maurizio Quilici. Specialmente il capitolo dedicato all'affidamento dei figli alla madre, quasi sempre esclusivo - ma sarebbe meglio chiamarlo escludente (del papà) - e il paragrafo dal titolo, sparato a bruciapelo, Eliminare il padre, mi fa pensare a quanto sia stata corta, in termini di evoluzione genitoriale, la strada percorsa dalla specie umana in più di quattro milioni di anni. E' dai tempi dei primi australopitechi a quello che ancora oggi si chiama 'homo sapiens', infatti, che il rapporto del figlio con la madre si caratterizza in maniera indiscutibile come naturale, immediato e innato, mentre quello con il padre richiama a valenze soprattutto culturali, mediate, storico-sociologiche e, in questo senso, discutibili e il più delle volte accessorie. 
Se la prima scimmia antropomorfa utilizzava il pretesto sessuale per far restare 'fedele' l'uomo e instaurare fra i primati un'inedita forma di monogamia, congeniale alla salvaguardia e all'accudimento, da parte di entrambi i genitori, della prole durante i tempi, lunghissimi, richiesti inizialmente dalla gestazione e successivamente legati alla lenta costruzione dell'autonomia del futuro adulto, ancora oggi - potremmo affermare con convinzione – la presenza del padre cessa nel momento esatto in cui viene meno la sua utilità, sia essa assistenziale o normativa o economica. Ovvero, le funzioni che egli rappresenta restano valide e in 'vigore' anche in sua assenza, rappresentate di volta in volta da una prassi sociale conformistica o da un dovere stabilito da un tribunale o da un assegno di mantenimento. 
In altre parole, ciò che spesso resta del padre non è il genitore ma il suo contributo, anche distante, all'economia familiare. Può anche scomparire e non è necessario che sia fisicamente presente, il padre. L'importante è che non vengano meno i mezzi da lui messi a disposizione per la famiglia. Resta in primo piano il ruolo 'contributivo', mentre è relegato a un secondo o a un terzo livello – ed è forse scontato, ma comunque non è mai richiesto – il suo apporto e il rapporto affettivo con il figlio. 
Insomma, è fin dai tempi della preistoria che il padre è solamente un 'breadwinner' - come dicono gli inglesi - ossia un membro della famiglia il cui compito principale è quello di provvederne il sostentamento. Questa conclusione però, a leggerla di questi tempi, un certo effetto lo fa, sia da una parte che dall'altra: anche le donne, adesso più che mai, contribuiscono, grazie al loro lavoro, alla ricchezza e quindi al sostentamento della famiglia; e si contano sempre di più gli uomini che si sentono – e lo sono concretamente – impegnati nelle cosiddette cure parentali. Come mai accaduto, storicamente, prima di oggi, abbiamo assistito all'uscita – sacrosanta – della donna dalla casa, per vestire i panni dell'impiegata e della professionista; inversamente – e altrettanto giustamente – gli uomini rivendicano, come non mai, un ruolo attivo nella cura dei figli. Se c'è chi è giunto, come la filosofa Elisabeth Badinter, a teorizzare che la donna è tale se delega a terzi il proprio ruolo materno (nell'ordine: biberon, balie, baby-sitter, collaboratrici domestiche varie, Stato), in quanto la sua affermazione e soddisfazione hanno luogo soltanto nella società e nel mondo del lavoro e in nessun altro contesto, e se le leggi in materia di affidamento dicono che adesso esiste quello condiviso e antepongono a ogni altro interesse quello del minore, perché il padre, alla minima occasione, continua a scomparire? 
Qual è l'interesse 'del minore' di cui si parla e di cui tanto ci si preoccupa? E' quello affettivo o quello economico? Gli basta soltanto l'amore della mamma, che oggi un po' assomiglia al padre dato che è anche – e a volte principalmente – una lavoratrice? 
Ho il dubbio che la famiglia sia considerata da sempre – etologicamente, economicamente, giuridicamente e affettivamente parlando – alla stregua di una piccola società per azioni. Una SpA che resta unita fintanto che è in attivo e gli interessi degli azionisti sono comuni e che, una volta che i soci siano ritenuti superflui o un peso, chiede loro la restituzione di quote che ora non valgono più nulla.
Fin da prima della preistoria è andata in questo modo e va così anche oggi, nonostante i progressi culturali, giuridici e di ingegneria transgenica: è la mucca che fa il latte, non il toro. Ecco perché il vitello segue sempre la madre e mai il padre.