giovedì 22 novembre 2012

Gaza, quinto giorno di bombardamenti


Gaza, 18/11/2012, quinto giorno di bombardamenti

Ibrahim Al Dalu, 11 mesi
Jamal Al Dalu, 6 anni
Yousif Al Dalu, 5 anni
Sara Al Dalu, 3 anni

Rosa Schiano, Una famiglia sterminata-Operation Pillar of Cloud

http://ilblogdioliva.blogspot.it/

mercoledì 21 novembre 2012

Il buon umore


E' una liberazione, il buon umore. Come quando sei sfinito e trovi un letto. I muscoli si rilassano e cominci a sognare.
Siamo qui, in una piazza dove non ci sono automobili. L'aria che respiriamo è fresca e la porta il vento dal mare. Il sole è caldo, il cielo finalmente limpido dopo la pioggia dei giorni scorsi.
I bambini giocano per conto loro e io mi siedo in un angolo a osservarli. I vestiti che indossano sono un po' grandi e ballano quando corrono sul pavé lucido. 
Ora si fermano. Il più grande fa provare il suo arco di legno ad alcuni bambini appena incontrati: è fatto con un ramo di pino e una corda da pacchi. Le frecce invece sono rametti storti e spuntati. Fanno a gara a chi le lancia più lontano, ma Dodokko ha il vantaggio di conoscere bene la sua attrezzatura. Però, la soddisfazione più grande per lui non è vincere, ma dispensare consigli agli amici, tipo "metti la freccia più al centro" oppure "tienila delicatamente fra le dita".
Il piccolo invece ha iniziato a fare la spola fra me e il bar. Desidera che gli compri una fetta di torta. E' goloso e sa bene quel che vuole. Ne morde pezzi che sono più grandi della sua bocca. Il resto cade in terra o si impasta con la saliva. Gli si appiccica al mento formando cristalli giallognoli. Così fa la resina quando cola sulla corteccia degli alberi: ferma il tempo trattenendo tutto ciò che incontra.
Hanno ricominciato a correre, adesso. Dio, come sono cresciuti i miei bambini. 
Sembra soltanto ieri che neanche camminavano. Ancora un giorno come questo e chissà dove saranno.

martedì 13 novembre 2012

Come quando guarda le nuvole


E' andata come la racconto. 
Ha visto il cane e subito lo ha scelto. Ha iniziato a portarselo ovunque. 
Ci inciampa sopra, se cammina tenendolo in braccio. Infatti, è molto più grande di lui. 
Non piange da quando vanno insieme al nido. E i compagni gli vanno incontro. Vogliono giocare insieme. 
Gli da un boccone di riso o di carne o di insalata, prima di mangiare lui stesso. Ed è come se assaporasse il cibo per davvero, il cane.
Poi si addormentano l'uno accanto all'altro e quando si svegliano, nel cuore della notte, bevono il latte dal biberon. 
Sembra tutto un sogno, ma non lo è. 
Poco importa che il cane sia di peluche. Anche un pupazzo può essere vero. Il mondo non è dritto ma nemmeno tondo.
Né più e né meno, è come quando guarda le nuvole mentre camminiamo. E pensa che ci stanno seguendo.

venerdì 2 novembre 2012

E se qualche volta evitassimo il male invece di perseguire il cosiddetto bene?


Ho sempre creduto che alla base di tutto ci debba essere una sensibilità. Se non la cultura – intesa, alla tedesca, come formazione e storia o, perlomeno, come memoria – dovrebbe esserci come minimo una coscienza. Un io che interpreti, di volta in volta, la realtà, e che si relazioni con essa. Un soggetto che pensi e non un mero esecutore cieco di un compito o di un dovere. Mi riferisco agli agenti che a Padova hanno trascinato per la strada un bambino urlante. Ma penso anche a tanti altri casi del genere, più o meno conflittuali ma dove, sempre, non si prende in considerazione il bene più importante, quello dei minori. 
A volte si è ciechi quando si indossa una divisa (non solo militare), ma spesso un'uniforme – come dice la parola stessa – prende le sembianze più di una livrea mentale che di un semplice abito: non ci sono più io, lì dentro, ma soltanto un credo conformista e incontestabile esiste. Il ruolo, il mandato e la gerarchia sono gli unici valori che contano. E' da qui che nascono i dualismi delineati che conosciamo bene: dirigenti e sottoposti, controllori e controllati, questo sì e quello no, il mio ruolo e il tuo. La libertà nella nostra epoca esiste, sì, ma si trova all'interno di una sfera i cui confini sono tracciati e ben visibili, guai a chi non li rispetta. 
E le conseguenze di tale impostazione sono sotto gli occhi di tutti. Non solo a Padova, ma, senza andare troppo lontano, anche a Mestre. Dove una bambina, figlia di genitori separati e affidata a loro (soltanto sulla carta) in modo 'condiviso', alla vista del papà, che era andato a scuola per incontrarla all'uscita e parlarle, si è rifugiata nell'edificio, mentre l'insegnante chiamava la polizia che interveniva con ben tre pattuglie, contro questo 'padre-nemico pubblico numero uno', per-riportare-la-situazione-alla-normalità - è questa di solito la loro giustificazione. 
Ancora una volta i ruoli e gli attori che vi si rispecchiano – il metodo è evidentemente lo Stanislavskij – più che interpretarli: l'insegnante e la polizia, in primis, ma anche la figlia e il padre. Questi ultimi personaggi che sembrano, a dire il vero, far saltare gli schemi: ma dove si è vista mai una bambina che scappa alla vista del genitore? E dove invece un papà, costretto, da una preesistente 'situazione di normalità' che improvvisamente non condivide più, a inseguire sua figlia? 
Ma non è proprio questo il bello della diretta, quel che sembra un autentico paradosso ma che invece è parte intrinseca della realtà più trita? E quante realtà come questa esistono e quante ancora, di identiche, ce ne sarebbero se al loro posto non ci fossero altrettante situazioni il cui scopo è soltanto quello 'funzionale' di evitare che nascano? Sono tantissimi i matrimoni che saltano, ma sono tanti anche quelli che 'stanno in piedi', anche se barcollano ogni giorno. 
Ci sono genitori che non si lasciano e che vivono una vita da schiavi in una realtà domestica da cui vorrebbero fuggire. “Per 'amore' dei figli, per il 'loro bene'” - così si giustificano, ma non so veramente se sono capace di fidarmi delle loro parole. Quello a cui credo, in questi casi, è ciò di cui ho accennato all'inizio e cioè che, dietro ad alcune scelte, c'è anzitutto una sensibilità e una cultura, spesso una storia che non si vuole replicare, un futuro certo e già noto da evitare. In casi come questi, soltanto successivamente si sviluppano certi ruoli: ma le uniformi sono strette e le parti sono imparate a stento. E se non è un bene quello da salvaguardare, di certo è presente un male (maggiore?) da evitare. 
A volte va così e si vive un'esistenza che è una seconda scelta, piuttosto che affrontare la realtà, con tutte le conseguenze che essa comporta, per sé come per i figli. Ma vorrei che qualche volta succedesse anche che chi indossa un abito si spogliasse del suo ruolo, quando il caso dovesse richiederlo. E che tornassimo a essere uomini anziché soldati, e quindi più umani e sensibili. Che guardassimo di più al male da evitare piuttosto che al bene – se davvero di bene si tratta – da perseguire.