venerdì 12 ottobre 2012

"I bambini non si portano via, ma vanno ascoltati"


Tante parole superflue, sia nelle accuse che nelle giustificazioni. 
Troppa violenza gratuita, anche dopo il fatto e - immagino - pure prima. 
Nessun rispetto, nessuna pietà, nessuna mano sulla coscienza.
Ripeterò soltanto questo: "I bambini non si portano via. I bambini vanno ascoltati".

lunedì 8 ottobre 2012

Il piccolo Zorro


Domenica ho avuto l'onore di fotografare Zorro bambino: sulle spalle ha un mantello fatto con un avanzo di tenda rossa, un foulard nero con due buchi per gli occhi è la sua maschera, il cappello è di paglia rosa e lo ha preso in prestito da sua madre, mentre ciò che resta della spada, dopo mille duelli, è soltanto l'impugnatura, il paracolpi e un moncone di lama di plastica rattoppato con lo scotch da pacchi.
Il piccolo Zorro non ha ancora il cavallo, c'è bisogno che lo scriva? Tutta la sua dotazione di spadaccino mascherato è fatta di oggetti trovati in casa...e anche questo si era capito. 
Ma voi avete visto, oltre la maschera, la felicità degli occhi che guardano verso la spada, più in alto delle fronde dei pini? 
Giocare è sognare e per me non esistono altri eroi che questi sognatori impavidi, capaci di avventurarsi in California nel bel mezzo di una passeggiata sotto casa, per combattere contro gli arroganti e difendere gli oppressi. E vincere, naturalmente.

venerdì 5 ottobre 2012

Il ritorno


Ancora sulla felicità, sono su questa scia di riflessioni in questi giorni.
Credo che questa non sia altro che il ritorno presso qualcosa che abbiamo conosciuto una volta e che abbiamo creduto bello o che oggi ricordiamo come tale. È chiaro, per essere felici non cerchiamo necessariamente di tornare negli stessi posti che abbiamo visto da bambini o di assaporare gli identici gusti di un tempo. Tutto è cambiato, lo sapevamo già, e forse quei luoghi non esistono più. Ma per quanto ce ne siamo allontanati, l'infanzia resta un paradigma, un punto di riferimento costante per tutta la vita.
'Autenticità', è questa la parola che mi viene in mente quando penso al desiderio di voler tornare alle cose che da piccoli ci hanno resi felici. Tuttavia, quanto è poco credibile, da adulti, questa parola: da bambini - potremmo obiettare - era più o meno tutto ovattato, che ne sanno i ragazzini di ciò che è autentico? La realtà, e lo scontro con essa, è quella che viviamo noi, non la loro, e questa è l'unica cosa autentica, non il miraggio di un paradiso perduto.
Ecco perché è tanto difficile raggiungere la felicità cercando di far ritorno al mondo dell'infanzia: quel posto non è mai esistito veramente e ce lo siamo costruito giorno dopo giorno mentre diventavamo adulti, man mano che gli anni sono passati. La vita è diventata sempre più dura oppure siamo noi che abbiamo acquisito una coscienza che prima non avevamo e oggi abbiamo capito, finalmente, ciò che davvero conta...che indugiare presso i giochi non aveva senso e che la fantasia non ha nulla di costruttivo.
Eppure, è proprio lì che i bambini si sentono a casa, molto più che fra le mura domestiche. Negli scenari fantastici dei loro giochi si sentono felici. E poi, col tempo, dopo la perdita dei loro mondi immaginari, finiscono per confondere fantasia e realtà e ricordano come qualcosa di reale quel che avevano solamente immaginato. Non c'è differenza, in questo, fra l'adulto che adesso crede in un passato realmente accaduto, e il bambino che, mentre gioca, pensa che la realtà che ha appena inventato sia vera.
Non è altro che questo la felicità: un frutto della fantasia, il ritorno a un passato immaginario nel quale crediamo ancora, oggi come allora, e che, per un po' di tempo, ci ha fatto stare bene.

lunedì 1 ottobre 2012

La felicità


Una di quelle domande a cui, su due piedi, non si sa come rispondere: "Papà, che cos'è la felicità?". L'argomento è talmente soggettivo, uno può essere felice per qualcosa che magari non interessa affatto a un altro o che quest'ultimo addirittura disprezza.
E allora, che raccontare a un figlio, che per me la felicità è l'occasione di un sorriso, tanto inaspettato quanto improvviso, che può capitare un giorno qualsiasi nel bel mezzo del trambusto assurdo dell'esistenza?
Oppure, che la felicità è quando si accorcia la distanza, quasi sempre insormontabile, fra il dove sono e i tanti dove vorrei essere?
Dirgli, per esempio, che non mi basta il tempo che ho per fare ciò che vorrei? Che la vita assieme è soltanto lo scarto, solamente questo, di ciò che ci resta al termine della giornata?
Parlargli della mia infelicità, un sentimento in definitiva non più grande, né avvertito con più forza, di quello di ogni altro essere vivente, ma che rimane pur sempre il solo e unico termine di paragone con questa idea o sogno che è la felicità? Come proporgli un contesto così tremendo - l'infelicità - per un argomento che dovrebbe essere, al contrario, il più bello fra tutti?
C'è una particolare solitudine che accompagna noi tutti e non è banalmente quella di non avere amici o fratelli o animali con cui parlare o con cui passare il tempo. Siamo fin troppo circondati da voci e i giorni li riempiamo sempre, in un modo o nell'altro. Non viviamo dimenticati nel silenzio, ma persi in un frastuono assordante. 
La solitudine a cui mi riferisco, invece, è un dialogo mancante con noi stessi o con chi ci è maggiormente vicino. 
Parole che per esistere dovrebbero fare a meno della voce e delle orecchie e del vento, questo vorrei. 
Dovrebbe bastare uno sguardo per capirsi ed essere felici e, anche se a volte ciò succede, non è quasi mai così.
Viviamo in maniera distratta, so che è inevitabile, e quel che facciamo non è nostro, ma appartiene al giorno che volge al termine, che finisce proprio quando siamo troppo stanchi, perfino per parlarci o per pensare o ricordare.
Ma come dire tutte queste cose a un bambino di cinque anni?
Come fargli capire qualcosa di cui non vorrei avesse mai perfino l'occasione di accorgersi?