giovedì 27 settembre 2012

La mela rubata


A volte ho l'impressione di non andare troppo lontano. Di viaggiare e, allo stesso tempo, di restare ai nastri di partenza. Vi sono cose che si ripetono, a distanza di generazioni. I figli che rifanno le cose già fatte dai genitori e questi ultimi che hanno già riprodotto una realtà che li aveva preceduti. E' tutto un girare intorno, mi pare, e credo sia inutile farsi illusioni di progressi storici o, almeno, generazionali. Anche se indubbiamente esistono delle variabili e i contesti mutano, quel che conta è l'imprinting, e questo è innato o quasi, ed è come gli occhi della madre che per la prima volta incontrano quelli del figlio appena nato e vi si piantano dentro, mettendo delle radici che subito scavano e vanno a terminare chissà dove, nella terra come nell'anima.
Assieme a certe doti, ci hanno trasmesso - e a nostra volta regaliamo generosamente - il ripetersi degli errori e, anche quando ce ne accorgiamo e saremmo in tempo per metterci in salvo, non sappiamo evitare gli incidenti. Oppure, per non sbagliare - ma anche così non ci salviamo -, restiamo inerti, vivendo una vita che non è la nostra, una realtà ideale e frustrante, il pensiero sempre altrove, nell'abbozzo della possibilità dove esisterebbe, sì, il perpetrarsi dell'errore, ma almeno sarebbe tutto più onesto e vero, e naturale, soprattutto.
Frenare il corso del fiume perché amiamo l'acqua dolce e non ci piace il sapore salmastro che questa avrebbe una volta sfociata in mare: tutto ciò è disonesto e contro natura, come qualsiasi azione umana volta a soddisfare un'esigenza personale e che, per farlo, introduce di continuo nuovi circoli viziosi ai danni del prossimo.
Penso sia questo il peccato originale, la mela rubata di cui ci tramandiamo la colpa. 
Sbagliare oppure evitare di farlo non ci assolve, perché o siamo colpevoli verso la generazione che ci seguirà o lo siamo verso noi stessi.

venerdì 14 settembre 2012

Il racconto del mare


Qualche settimana fa è volato sulle stelle Neil Armstrong, il primo uomo ad aver messo piede sulla luna, l'astronauta del celebre commento: "Un piccolo passo per un uomo, ma un balzo da gigante per l'umanità". C'è chi ha messo in discussione, con prove 'schiaccianti', l'allunaggio del 1969 e chi invece non ha mai dubitato che l'Aquila della missione Apollo 11 abbia effettivamente posato gli artigli sulla base della Tranquillità.
Tutto ciò mi importa ben poco, perché, se è indubbio che calpestare il suolo lunare, se ciò è veramente accaduto 43 anni fa, sia stata un'impresa senza precedenti, penso che di cose straordinarie, di piccoli, grandi passi se ne compiano tutti i giorni e, senza spingersi troppo lontano, anche sulla terra, dove la vita è sufficientemente complicata e non è per niente paragonabile a una linea retta oppure circolare - come pensano i tanti che credono che tutto sia programmabile e dunque immediatamente attuabile, la realtà il riflesso perfetto di un'idea -, ma a un tracciato altalenante, frammentato, fatto di picchi alti e bassi, come un elettroencefalogramma irregolare, delimitato ai due estremi da un inizio e da una fine, a volte neanche da questi due punti, ché spesso non ci si accorge del momento esatto in cui le cose incominciano, né quello che sembra a tutti gli effetti un destino non finisce per riservare, a volte, strascici ulteriori.
Semplicemente, un'impresa è riuscire a fare ciò che poco prima non si sapeva o si pensava di non poter fare. In questa folle estate appena trascorsa (a dire il vero, a esser finite sono le vacanze, non la stagione, che nel calendario scade il 21 settembre, e né tanto meno la pazzia, che è ancora qui attorno e colpisce coloro che hanno una maniera propria e non conformistica di ragionare), Dodokko ha imparato a nuotare e quella che segue è la cronaca di come ciò è accaduto, la storia di una conquista straordinaria, indiscutibile al contrario di quella del nostro satellite. Ed è inoltre la piccola confessione del mio amore per l'acqua, come elemento capace di unire corpo e spirito, di un genitore e un figlio, in questo caso.

Il bambino e suo padre sono andati a fare il bagno a largo. Hanno preso il canotto, che è quasi un gommone, e hanno remato fino al punto dove volevano nuotare, "dove il mare è verde acqua", aveva detto di voler andare il figlio. Hanno gettato l'ancora e si sono tuffati, tutti e due con la maschera e le pinne, il piccolo anche con i braccioli. Hanno nuotato un poco attorno al canotto, poi il papà si è immerso per guardare meglio il fondale.
"Voglio andare anche io sott'acqua", ha detto il bambino, appena il padre è risalito in superficie. E questi ha risposto: "Con i braccioli non ci riuscirai, perché non li togli?".
"Va bene", ha accettato la proposta, senza esitare, il figlio. Il papà lo ha aiutato a sfilare dalle braccia i galleggianti, sorreggendolo per la vita. Poi ha invitato il piccolo a nuotare: "Io ti terrò a galla mantenendoti per la pancia, non hai di che preoccuparti, e poi hai le pinne che ti sostengono come se avessi dei braccioli ai piedi".
Il bambino si è fidato delle parole dell'adulto e si è affidato a lui nel viaggio verso la riva. A un certo momento si è fermato e ha chiesto al padre: "Ma tu non mi stai tenendo?". E il genitore ha risposto, dicendogli la verità: "Lo sto facendo, invece, ma molto leggermente. Quasi quasi non ci sarebbe bisogno che ti aiuti, te la cavi benissimo senza di me". E gli ha domandato: "Vuoi provare a nuotare da solo?". Il bambino ha risposto di sì: "Voglio provare senza il tuo aiuto", ha detto il figlio, ancora una volta fidandosi e affidandosi al padre.
Il bambino ha nuotato fino a riva, con il papà al suo fianco, sono arrivati dove si tocca, in tutto avranno fatto una cinquantina di metri, e poi il papà gli ha ricordato che "ora dobbiamo tornare a riprendere il canotto, non possiamo lasciarlo lì". E così hanno nuotato per altri cinquanta metri fino a raggiungere questa specie di gommone senza motore.
Sono risaliti a bordo felici, sorridenti, tremante per il freddo il piccolo, e subito si sono raccontati le gesta appena compiute, l'impresa che vale di più di un viaggio sulla luna, l'uno correggendo l'altro durante la ricostruzione dell'avvenimento. Aggiungendo, inconsapevoli, dettagli e particolari ad una storia dell'umanità capitata miliardi di volte ma che ogni volta è nuova, unica e irripetibile.

Un bagno in mare permette di capirlo: la programmazione, come affermavo all'inizio, lascia il tempo che trova, perché esiste soltanto una casualità nella quale ci inseriamo e in cui facciamo, perché no, pure la nostra parte: diamo un contributo - diciamo così - allo svolgersi dei fatti, ci limitiamo a correggere una traiettoria oppure - tanto la sostanza non cambia - è il destino che corregge la nostra. Vivere è partecipare, insomma, e di più non siamo in grado di fare.
Si impara a nuotare quasi per caso, forse è sempre stato così da che mondo è mondo. Non è altro che il racconto dell'acqua la storia dell'uomo: un corpo che galleggia nell'abbraccio del mare e che può prendere qualunque direzione desideri, un poco lui stesso e un poco la corrente, perché non tutto dipende veramente da noi, l'inizio come la fine.