martedì 21 agosto 2012

Fermati un momento


Un momento non è uno qualsiasi degli istanti che, tutti quanti, in successione, prima uno poi l'altro, compongono il nostro tempo, ogni ora e ogni anno della nostra vita. Il momento è invece questo: prendere una direzione e poi fermarsi, improvvisamente, senza una spiegazione plausibile o, almeno, apparente. Fermarsi e tornare indietro, andare esattamente dall'altra parte, addirittura, di punto in bianco. Il momento è quando l'orologio si rompe e le lancette restano inchiodate su un quadrante bianco alle 10 e 29, fisse a quell'ora per un tempo indefinibile quanto l'eternità. Il momento è fissità, per noi mortali, e non movimento. E dato che siamo umani, non possiamo evitare di chiederci, pur sapendo in partenza di non avere risposte, cosa passerà per la testa a chi cambia idea tanto repentinamente, perché lo fa, che cosa ha visto.
E' perfettamente inutile farsi questo genere di domande. Il bambino ha preso la strada in discesa ma poi, senza preavviso, è tornato sui suoi passi, ha ripercorso la stessa via di prima e che ora è una salita, se prima il mare era alla sua destra adesso lo accompagna per la mano sinistra, ha oltrepassato il punto da cui era partito, la soglia di casa, ed è andato a sedersi sui gradini di una scala di un'abitazione vicina.
Siamo su un'isola e il mare è proprio di fronte agli occhi e così, dalla sua posizione leggermente sopraelevata, il piccolo si mette a guardare, non a contemplare, questa distesa azzurra che non è né infinita e né minimamente poetica, ma è semplicemente acqua salata delimitata ai lati dalla terra e, in fondo, laggiù, dal cielo.
Guarda il mare a lungo, senza dire niente, il bambino. Se fosse più grande e se, soprattutto, io fumassi, gli offrirei una sigaretta: assomiglia a un uomo d'altri tempi questa piccola creatura che non ha ancora due anni. Sembra appartenere a un tempo che non è il passato, ma una dimensione che nemmeno lui conosce e che adesso forse intravede, proprio nell'azzurro davanti a sé con cui si è riempito gli occhi.
E' un orologio fermo senza spiegazione in una mattina di luglio, il mio bambino. E la mia occasione, colta al volo, per starlo a guardare ed essere felice.

lunedì 20 agosto 2012

Tre discorsi sul bene


Adesso che la nonna non c'è più, voglio parlare di tre pensieri che mi sono venuti in mente durante la sua malattia. Il primo riguarda il ricordo, il secondo la morte, l'ultimo la continuità. Si tratta di tre argomenti diversi, ma ciascuno di essi è riconducibile a un'idea di bene.
Quando se ne vanno, le persone che ci hanno voluto bene e alle quali ne abbiamo voluto ci lasciano in regalo un buon ricordo. Credo che sia soltanto questo ciò che ci resta degli altri: accettiamo di prolungare dentro di noi la loro vita, seppure per un momento minimo, breve quanto la durata della nostra. Penso che l'eternità non sia altra cosa, diversa dalla memoria, purtroppo, a meno di non immaginare le persone in termini meramente 'chimici', alla Lavoisier. Anche se non credo che il filosofo francese, quando si è trovato con la testa sulla ghigliottina, abbia trovato conforto nella sua teoria dell'indistruttibilità della materia.
Il secondo pensiero è una critica alla classica frase che si dice quando si è in presenza di una persona ammalata e senza speranza: "Sarebbe stato meglio un infarto, una morte improvvisa che non avesse arrecato troppi dolori, piuttosto che questa tortura". Personalmente, non vorrei essere strappato via dalla vita mentre magari me la sto godendo o, ancora, nel pieno delle forze e, ovviamente, non vorrei neanche soffrire a causa di una lunga malattia. Se potessi scegliere, vorrei continuare a vivere bene e, invece, morire al più presto, se dovessi contrarre una malattia incurabile. La mia conclusione è che la morte è un bene, ed è una soluzione in cui sperare, se arriva quando quella che stiamo vivendo assomiglia a tutto tranne che alla vita. Se ci toglie il dolore, quando questo è l'unica cosa che ci è rimasta, allora più che a un evento negativo la morte assomiglia a un regalo benefico, da accogliere con gioia, addirittura.
Il terzo e ultimo discorso parla della continuità e del futuro, dei figli in definitiva. È a loro che ho pensato ogni volta che ho immaginato la loro nonna sofferente. In quelle frequenti occasioni, un'angoscia senza spiegazione immediata mi ha assalito, forse perché non sapevo come avrei raccontato a Dodokko la scomparsa di una persona cara o forse perché, inconsciamente, in certi momenti è inevitabile pensare che il male possa colpire chiunque. Ancora paura della perdita dunque, l'ennesima, la più pesante, e che riguarda il presente assieme al futuro: il bene più grande, forse, non è altro che questo, anche se intravedo un che di enormemente egoistico in questo modo di ragionare.
Ma per ora i figli continuano a esserci, sono qui, adesso, e ci saranno anche domani. Sono loro la continuità e anche questo è un bene, almeno per il momento.