lunedì 9 luglio 2012

Patrimonio


Immaginiamo uno straniero che volesse imparare l'italiano e che si imbattesse in queste parole: 'patrimonio' e 'matrimonio'. Volendo risalire all'etimologia dei due termini, per prima cosa ne noterebbe non solo l'assonanza, ma che la loro parte finale è addirittura identica. Successivamente - questo straniero è davvero pignolo - ne prenderebbe in esame gli elementi iniziali, 'patri-' e matri-', quelli grazie ai quali le due parole si distinguono fra loro, diventano differenti, divergono.
Divergono, appunto, ma fino a dove? Nel caso di 'patrimonio' e di 'matrimonio', il divergere dei significati non si limita alla differenza constatabile, ad esempio, in parole affini come padre e madre o al genere, come accadrebbe se parlassimo di destra e di sinistra o di maschio e di femmina. La distinzione va molto oltre, invece, fino a spingersi a riferimenti che con i significati originari non hanno più niente a che vedere, tanto che oggi con 'patrimonio' non si pensa più al 'compito del padre', né per 'matrimonio' si intende quello della madre.
Sappiamo tutti cos'è il patrimonio e cosa è il matrimonio. E siamo a conoscenza anche del fatto che i due termini non solo non sono complementari, come 'uomo' e 'donna', ma si riferiscono anche ad argomenti distanti fra loro, estranei addirittura. 
Sono giunto a fare queste riflessioni qualche anno fa, quando lessi Patrimonio di Philip Roth, il racconto vero degli ultimi giorni di vita del padre dello scrittore americano. In questo libro l'autore parla di patrimonio nel senso di eredità, ciò che ci lasciano o ci trasmettono i genitori. Nel suo caso, il padre non gli aveva lasciato né soldi, né i tefillin, né la tazza da barba, ma soltanto merda da pulire, la cacca con la quale il vecchio uomo malato si è sporcato e con cui ha imbrattato tutto ciò che aveva intorno, figlio incluso. L'eredità di Roth, il suo patrimonio, coincide con il prendersi cura del genitore, nel lavarlo come un figlio, nell'evitargli, pulendo il bagno mentre il padre dorme, una mortificazione maggiore di quella che ha appena vissuto, non riuscendo a trattenersi, di fronte al figlio. Il quale diventa perfino una madre - come lo definisce il genitore, ossia la massima espressione dell'amore che, secondo uno schema che probabilmente risale alla stessa distinzione terminologica di 'patrimonio' e 'matrimonio', si esprime nel compito di prendersi cura - e non semplicemente e soltanto un padre generoso, come lo scrittore si sarebbe aspettato di sentirsi chiamare.
Ma non solo questo: l'eredità ricevuta da Roth è esattamente quella dell'aver appreso 'il compito del padre' ovvero, nel suo caso, una responsabilità nei confronti del suo stesso genitore che, malato, cura come un figlio.
Ora, perché parlo nuovamente di questo libro a due anni di distanza dalla sua lettura? Il motivo è che in questi giorni si è palesato concretamente ciò che da sempre ha rappresentato, nel bene e nel male, il mio modo di vivere volto a rispettare, con un senso di responsabilità a volte più grande di me stesso, gli impegni presi, alcune decisioni irrevocabili e certe relazioni. Senza voler andare troppo oltre con le spiegazioni, anche per non urtare la sensibilità altrui, si è manifestata, come una prova lampante dei fatti, una maniera di concepire la vita e di relazionarmi al patrimonio che va oltre gli schemi semplicistici, e tuttavia sempre in voga, e che di solito guardano all'eredità con occhi meramente materialistici. Si è palesato, si è manifestato - ho appena detto - questo mio modo di pormi di fronte alle cose, ma - ha voluto ancora una volta un appannamento della vista o una certa presbiopia - anche ai più intimi è sfuggito ciò che si trovava soltanto a un ventina di centimetri dal loro sguardo, ma che rappresenta una distanza addirittura incolmabile per chi è incapace di guardare a un palmo oltre il proprio naso.
Il patrimonio che mi ha lasciato mio padre è affine a quello ereditato da Roth e non è né una, né mezza casa, ma il dovere di prendermene cura: curare cose e uomini, come un medico di altri tempi, in cui era la vocazione la qualità fondamentale per fare certe professioni. Con tutte le fatiche e le rinunce che ciò comporta, fra l'incomprensione degli altri, siano essi coloro che ti attaccano o, paradossalmente, quelli che cerci di proteggere.
Un mio conoscente, al quale ho raccontato i dettagli, che qui mancano, di tutta questa storia, mi ha detto che ho saputo guardare lontano, al futuro dei figli.
Gli ho risposto che non ho saputo vedere vicino. E che la mia decisione ha avuto l'effetto di saltare una generazione. La mia. 

1 commento:

sicampeggia ha detto...

Ciao Cristiano, ammesso che io abbia capito bene (ed è davvero difficile), mi viene da dire che ciò che solo adesso si è palesato, ha le sue radici molto in profondità ed ha motivo d'essere nel modo in cui hai percepito ciò che hai visto e sentito da quando sei nato. Non c'è mai un momento in cui si "decide" che la propria vita non occupa la lista delle nostre priorità, c'è, al massimo, un momento in cui ce ne rendiamo conto ma, di solito, è già troppo tardi. Si tratterebbe di vedere con occhi diverse e udire con orecchie diverse. Si tratterebbe di essere altri da noi, impresa molto più ardua di qualsiasi fatica o rinuncia che l'essere se stessi possa comportare.
Ma poi magari non ho capito nulla...