venerdì 13 luglio 2012

Nonno ti ama


"Nonno ti ama", ha detto Dodokko alla nonna.
"Mi chiama?", gli ha chiesto lei.
"No, ti ama. Ti ama", ha ripetuto il bambino. "Non vedi come ti abbraccia e come ti aiuta a camminare?".
Parole e frasi dimenticate e che, dopo tanto tempo, forse non ha più senso dire. Quando esistono, sono le azioni a sostituire la voce. E se all'improvviso quella voce, a distanza di anni, si sente di nuovo, quasi si stenta a credere alle proprie orecchie.
Tutto ciò che un bambino dice ha il sapore della novità e non è affatto vero che è superfluo parlare di cose che sono evidenti. Ciò che è ripetitivo, infatti, non si nota più, è come l'acqua ogni volta diversa che lo stesso fiume da sempre trasporta, finché non arriva una mano a raccoglierne per berla, a prelevarne una frazione e ad interromperne per un impercettibile istante il flusso, allora sì che sappiamo che è fresca e ci accorgiamo che è materia viva.
Dare il nome alle cose non è inutile perché farlo coincide col passare dall'indistinto al particolare, significa prendere coscienza, svegliarsi dal sonno: è la goccia di sangue che esce dalla pelle quando ci feriamo a farci pensare che siamo muniti di un sistema circolatorio, senza un incidente minimo come questo non avrebbe senso considerare come si nutrono le nostre cellule.
Che mistero è la vita di ciascuno di noi, e quanto è strano il dimenticarcene così come il riprenderne coscienza, grazie a un pretesto banale.
Ebbene - questo lo dico io -, è vero che il nonno ama la nonna, si prende cura di lei con una dedizione che non ho mai visto in altri. I suoi occhi, in questi giorni interminabili, non hanno altri occhi che per lei.
Gli occhi di lei, invece, "i suoi begli occhi azzurri" - così li ha definiti Dodokko - ora che ha saputo di essere amata, sono più accesi di prima e sembra che sorridano, ogni tanto.

lunedì 9 luglio 2012

Patrimonio


Immaginiamo uno straniero che volesse imparare l'italiano e che si imbattesse in queste parole: 'patrimonio' e 'matrimonio'. Volendo risalire all'etimologia dei due termini, per prima cosa ne noterebbe non solo l'assonanza, ma che la loro parte finale è addirittura identica. Successivamente - questo straniero è davvero pignolo - ne prenderebbe in esame gli elementi iniziali, 'patri-' e matri-', quelli grazie ai quali le due parole si distinguono fra loro, diventano differenti, divergono.
Divergono, appunto, ma fino a dove? Nel caso di 'patrimonio' e di 'matrimonio', il divergere dei significati non si limita alla differenza constatabile, ad esempio, in parole affini come padre e madre o al genere, come accadrebbe se parlassimo di destra e di sinistra o di maschio e di femmina. La distinzione va molto oltre, invece, fino a spingersi a riferimenti che con i significati originari non hanno più niente a che vedere, tanto che oggi con 'patrimonio' non si pensa più al 'compito del padre', né per 'matrimonio' si intende quello della madre.
Sappiamo tutti cos'è il patrimonio e cosa è il matrimonio. E siamo a conoscenza anche del fatto che i due termini non solo non sono complementari, come 'uomo' e 'donna', ma si riferiscono anche ad argomenti distanti fra loro, estranei addirittura. 
Sono giunto a fare queste riflessioni qualche anno fa, quando lessi Patrimonio di Philip Roth, il racconto vero degli ultimi giorni di vita del padre dello scrittore americano. In questo libro l'autore parla di patrimonio nel senso di eredità, ciò che ci lasciano o ci trasmettono i genitori. Nel suo caso, il padre non gli aveva lasciato né soldi, né i tefillin, né la tazza da barba, ma soltanto merda da pulire, la cacca con la quale il vecchio uomo malato si è sporcato e con cui ha imbrattato tutto ciò che aveva intorno, figlio incluso. L'eredità di Roth, il suo patrimonio, coincide con il prendersi cura del genitore, nel lavarlo come un figlio, nell'evitargli, pulendo il bagno mentre il padre dorme, una mortificazione maggiore di quella che ha appena vissuto, non riuscendo a trattenersi, di fronte al figlio. Il quale diventa perfino una madre - come lo definisce il genitore, ossia la massima espressione dell'amore che, secondo uno schema che probabilmente risale alla stessa distinzione terminologica di 'patrimonio' e 'matrimonio', si esprime nel compito di prendersi cura - e non semplicemente e soltanto un padre generoso, come lo scrittore si sarebbe aspettato di sentirsi chiamare.
Ma non solo questo: l'eredità ricevuta da Roth è esattamente quella dell'aver appreso 'il compito del padre' ovvero, nel suo caso, una responsabilità nei confronti del suo stesso genitore che, malato, cura come un figlio.
Ora, perché parlo nuovamente di questo libro a due anni di distanza dalla sua lettura? Il motivo è che in questi giorni si è palesato concretamente ciò che da sempre ha rappresentato, nel bene e nel male, il mio modo di vivere volto a rispettare, con un senso di responsabilità a volte più grande di me stesso, gli impegni presi, alcune decisioni irrevocabili e certe relazioni. Senza voler andare troppo oltre con le spiegazioni, anche per non urtare la sensibilità altrui, si è manifestata, come una prova lampante dei fatti, una maniera di concepire la vita e di relazionarmi al patrimonio che va oltre gli schemi semplicistici, e tuttavia sempre in voga, e che di solito guardano all'eredità con occhi meramente materialistici. Si è palesato, si è manifestato - ho appena detto - questo mio modo di pormi di fronte alle cose, ma - ha voluto ancora una volta un appannamento della vista o una certa presbiopia - anche ai più intimi è sfuggito ciò che si trovava soltanto a un ventina di centimetri dal loro sguardo, ma che rappresenta una distanza addirittura incolmabile per chi è incapace di guardare a un palmo oltre il proprio naso.
Il patrimonio che mi ha lasciato mio padre è affine a quello ereditato da Roth e non è né una, né mezza casa, ma il dovere di prendermene cura: curare cose e uomini, come un medico di altri tempi, in cui era la vocazione la qualità fondamentale per fare certe professioni. Con tutte le fatiche e le rinunce che ciò comporta, fra l'incomprensione degli altri, siano essi coloro che ti attaccano o, paradossalmente, quelli che cerci di proteggere.
Un mio conoscente, al quale ho raccontato i dettagli, che qui mancano, di tutta questa storia, mi ha detto che ho saputo guardare lontano, al futuro dei figli.
Gli ho risposto che non ho saputo vedere vicino. E che la mia decisione ha avuto l'effetto di saltare una generazione. La mia.