martedì 19 giugno 2012

La cipetta Penelope


Questo è ancora una volta un post sulla libertà e sulla felicità, ma per arrivare a parlare di questi due argomenti occorre fare, di nuovo, una lunga premessa animalista.

Mercoledì 6 giugno, a casa, dopo cena. 
"Allora, cosa hai visto alla gita?".
"Il gufo reale, il barbagianni, i cervi e la cipetta". 
"La cipetta? Che cos'è la cipetta?". 
"Come, non sai che cos'è la cipetta delle nevi? Non conosci la cipetta Penelope?".
"No, non la conosco, non conosco nessuno con questo nome, anzi conosco una persona, la moglie di Ulisse, che aveva questo nome. Ma di cipette nemmeno una, né con questo né con altri nomi. Com'è fatta questa cipetta?". 
"Ha le ali, quindi è un uccello, è grande quanto un gufo ed è bianca". 
"Ma allora tu parli della ci-ve-tta, la civetta delle nevi". 
"Sì, la civetta delle nevi Penelope". 
"Ed è lei l'animale che ti è piaciuto più di tutti". 
"Sì".

Giovedì 7 giugno, in ufficio. Leggo nel sito di notizie: Gipeti, grifoni, capovaccai: allarme per specie di uccelli a rischio di estinzione in Italia... il gipeto: dev'essere lui l'uccello che Dodokko ha chiamato cipetta. Non era una civetta, ma una specie di avvoltoio di grandi dimensioni che un tempo popolava - leggo ancora - il territorio della Sardegna. 
La sera descrivo l'animale a mio figlio, ammettendone l'esistenza e che sì, mi ero sbagliato, non si trattava di una civetta. Ma mio figlio non mi pare convinto dalla mia descrizione, seppure felice per aver avuto ragione. 

Sabato mattina saremmo dovuti andare nel Parco Nazionale d'Abruzzo per cercare di incontrare l'orso, ma il tempo era brutto e così abbiamo cambiato programma, optando, per il giorno dopo, per una visita a questa fantomatica cipetta.

Domenica partiamo dunque alla volta del Parco della Selvotta, a Formello.
Il posto è un piacere di ombra, in questo periodo di caldo è quel che si cerca. Alberi d'alto fusto sono sparsi ovunque, il bosco è fatto così, anche se è tagliato su misura dall'uomo, lo dimostra la geometria delle piante, un'armonia razionale e non una naturale. È un rettangolo verde e marrone, più scuro o meno a seconda di quanta luce vi filtra attraverso le fronde e ciò dipende sia dalla stagione che dall'ora e dalla conseguente densità di foglie sulle chiome e dall'inclinazione della luce. Su un lato del rettangolo ci sono le gabbie dei rapaci, al centro invece, tutt'intorno come fosse una piazza in terra battuta, un cerchio di quattro file di sedie: servono per i visitatori che vogliono assistere agli spettacoli con gli uccelli. Siamo anche noi attorno a questo circo, in quarta fila, al nostro arrivo infatti c'è già il pienone, di famiglie con bambini soprattutto, telefonini con fotocamera e macchine fotografiche in alto, a immortalare questi fenomeni volanti. 
Al centro della piazza una signora col microfono e una gonna ampia dice che adesso apriranno le gabbie e che usciranno i rapaci, pronta a farli atterrare sul guanto di cuoio che le riveste tutto l'avambraccio sinistro. Una serie di spiegazioni ornitologiche, sembra quasi una difesa non richiesta, un mettere le mani avanti: il gufo, la civetta & co., a differenza di quanto si creda, non stanno svegli di notte mentre di giorno dormono. No, pure durante le ore diurne sono spesso svegli, anche se a volte riposano dato che cacciano prevalentemente dopo il tramonto, è questa la ragione per la quale quando è buio stanno con gli occhi aperti. Inoltre, questi uccelli in natura vivono in media cinque anni, mentre grazie a noi riescono a raggiungere l'età di quindici anni, dunque hanno una durata della vita tre volte più lunga del normale, infatti qui sono nutriti tutti i giorni, mentre se fossero allo stato brado mangerebbero quando capita, a volte saltando i pasti per giorni. Dunque, qui hanno cibo regolarmente, sono accuditi, ricevono cure mediche se necessarie, sono protetti dal freddo, che è la prima causa di morte fra questi rapaci...

Ok, basta, mi fermo qui, non parlo d'altro e arrivo al dunque ponendo solamente una domanda, la solita domanda, la stessa fatta nel post precedente: è felice chi vive a lungo ma non è libero? 

Un'ultimissima nota: non c'erano gipeti fra gli uccelli presenti alla Selvotta e la cipetta Penelope di cui parlava Dodokko era dunque una civetta. Ma questo non l'ho detto a mio figlio, a fine giornata mi è sembrato non avesse più molta importanza fare questa precisazione.

giovedì 7 giugno 2012

Papà, perché moriamo?


Siamo stati allo zoo, domenica scorsa. Il posto dove ci sono gli animali nei recinti, quello che qualche tempo fa veniva chiamato, con un eufemismo, giardino zoologico e che ora, invece, ha preso il nome di Bioparco - fa più tendenza ultimamente, come tutti termini che iniziano con il prefisso 'bio' e che lasciano pensare a cose buone e giuste.
'Bio' come vita. Tuttavia, anche se sono recinti, sempre di gabbie si tratta, perché oltre quelli non si passa e non è possibile tornare nella savana o nella foresta amazzonica. E se gli animali qui si sono pure ambientati, è la vita strettamente biologica a essere costantemente disadattata, così come lo sono la sua dignità e il suo rispetto. Dirlo è la scoperta dell'acqua calda: è la libertà che manca, ma se volessimo in ogni caso scorgerne un'ombra, se proprio ci tenessimo a farlo, approderemmo facilmente alla banale conclusione che si tratta di libertà fortemente condizionata, di una concessione minima data da altri e non dal soggetto-animale a se stesso. Ti faccio vivere così e ti do più spazio che in passato, questo il ragionamento alla base dei nuovi zoo e così si ragiona spesso in altri casi, in altri tipi di giardini zoologici per umani. Ma la libertà non è una concessione, dovrebbe essere innata invece, oppure, al limite, essere una conquista.
Perché questa lunga introduzione animalista e sulla libertà in un blog che di solito parla d'altro? Perché, al termine della visita allo zoo, Dodokko mi ha fatto delle domande cruciali alle quali non so se ho fatto bene a rispondere e, soprattutto, se ho saputo farlo. Sono queste: "Perché moriamo?", "Morirai anche tu?" e "Morirò anch'io?". Ancora: "Quando siamo felici?" e "Quando siamo liberi?".
Il Bioparco di Roma si trova a Villa Borghese, subito sopra una conca di prato e di platani centenari che viene chiamata 'Valle dei cani', una zona franca del giardino dove, grazie a una lunga consuetudine, è possibile lasciare i cani liberi di correre e di giocare. Ed è su questa valle che, all'uscita dallo zoo, ci siamo affacciati per un attimo a conversare.
"E' qui che portavo Skipper e Minnie", racconto a mio figlio. 
"E adesso dove sono i tuoi cani?", mi chiede. 
"Sono morti", gli confesso per la prima volta. 
"Perché sono morti?". 
"Tutti moriamo". 
"Anche tu?". 
"Anche io, ma solo quando sarò molto vecchio". 
"E adesso sei vecchio?". 
"Non ancora".  
"E anche io morirò?". 
"Sì, anche tu, ma fra tanto, tantissimo tempo". 
"Io non voglio che tu muoia e non voglio morire nemmeno io". 
"Non è possibile non morire". 
"Perché?".
"Perché fa parte della vita e la vita ha bisogno di rinnovarsi".
"Perché moriamo?". 
"Hai visto gli alberi, quando le foglie diventano gialle e poi cadono e i rami sono spogli? Poi, a primavera, nascono delle nuove foglioline, più verdi e belle di quelle che c'erano prima. Noi assomigliamo un poco agli alberi: le nuove foglie sono i figli, quelle vecchie i genitori. Tu sei ancora una fogliolina e, quando diventerai grande e avrai dei figli, saranno loro le nuove foglioline".
"E l'albero?".
"L'albero è la continuità della vita. E' insieme i genitori e i figli. E' quel che c'era prima di loro e ciò che resta dopo".
"E' felice l'albero?".
"Finché le cose continueranno ad andare così, se nessuno gli farà del male, sarà sempre felice".
"Quando siamo felici?"
"Siamo felici quando ci sentiamo liberi".
"Quando siamo liberi?"
"Siamo liberi quando ci sentiamo felici".
"Gli animali nello zoo non sono felici, vero?".
"No, sono tristi".
"E i tuoi cani erano felici?".
"Credo di sì, gli volevo bene".
Siamo andati a casa subito dopo questo scambio di battute. Dodokko si è addormentato in macchina, come sempre.
Mi sono tornati in mente i platani di Villa Borghese: siamo come gli alberi - ho pensato ancora una volta - abbiamo anche noi radici, rami e foglie.
La libertà è la terra nella quale crescere e il cielo verso cui protendere lo sguardo.
La felicità è il succedersi naturale delle stagioni, nient'altro che questo.

lunedì 4 giugno 2012

Il tempo dilatato dell'infanzia


Avrò avuto dieci anni, era estate e ovviamente faceva caldo, la sera arrivava tardi, restavo fuori fino all'ora di cena. Ricordo ancora quel cagnolino ferito, dietro a un cespuglio di rovi all'ora del tramonto, le formiche già sulla sua pelle, i guaiti deboli. "Lo porto a casa", chiesi di poterlo fare. "No, sta per morire", la risposta secca. La gamma delle possibilità, fantasie ottimistiche, quasi sempre, quelle di un bambino. Una frase concisa, una sola, la realtà senza appello di chi decide, spesso, anche la vita o la morte di qualcun altro.
Ripenso a episodi come questo, ogni tanto, alla vista di una scena di tanti anni fa durata pochi minuti, infondo, ma intensa e più incisiva di molte altre, tanto da portare con sé, allora, sviluppi immaginari che andavano oltre le possibilità concrete del momento e tale da replicare nel ricordo e nel tempo, fino a oggi addirittura, e mi accorgo di quanto possa essere dilatato il tempo dell'infanzia, sia nella direzione della durata di un istante che in quella dell'enfasi o dell'importanza che da bambini attribuiamo anche alle cose più banali, come gli adulti spesso chiamano ciò che invece per i più piccoli può avere il massimo valore.
Ci sono incontri, come quello capitato qualche domenica fa a mio figlio, che durano non più di mezz'ora e che la sera fanno esclamare "che giornata meravigliosa". Si è semplicemente trattato di aver visto per caso un suo compagno di asilo al parco e di averci giocato insieme per un poco, tutto qui, nulla di eccezionale.
La durata delle cose dipende dall'importanza che attribuiamo loro e non dal freddo meccanismo dell'orologio: non tutto dura sessanta secondi o sessanta minuti o ventiquattro ore o cinquant'anni. La percezione del tempo è quanto di più soggettivo vi sia, altrimenti perché una settimana in ospedale non termina mai, mentre un mese di vacanza vola via come il vento? Questa prospettiva, poi, ha la capacità di invertirsi, almeno negli spiriti ottimisti, ai quali tornano spesso in mente i momenti belli e cancellano dalla memoria quelli più negativi.
Il tempo dilatato dell'infanzia non ammette la ripetitività, così come la intendiamo noi, e la banalità delle cose già viste e perfino queste sono capaci di riservare sorprese inattese. Nel mondo degli adulti succede invece esattamente il contrario: il fare quel che già conosciamo è ciò che cerchiamo perché ci riempie di sicurezza. Col passare degli anni desideriamo sempre più carne tritata per non fare più nemmeno la fatica di masticare.
I giorni stessi diventano triti, senza importanza, ripetiamo nozioni apprese a memoria e mai più rimesse in discussione, andiamo dove dobbiamo e torniamo sempre al solito punto di partenza. Finché la vita va così, se non vi sono intoppi improvvisi, i giorni durano, ininterrottamente, ciascuno ventiquattro ore.
E' spaventosa la scansione metodica ed esatta del tempo all'ombra delle lancette dell'orologio.
I bambini sono capaci di vivere fuori dal tempo e lo fanno ogni volta che definiamo distrazioni i loro interessi ovvero appena prima di 'ridimensionarli', prima di dire loro frasi come "è tardi" o "basta adesso" o "andiamo via", prima di consegnarli a una realtà che non è la loro, ma soltanto nostra: niente più possibilità e fantasie, le decisioni sono già prese e provengono dall'alto.