venerdì 18 maggio 2012

I suoi occhi il più bel paesaggio


Più che viaggi, negli ultimi tempi abbiamo fatto qualche piccolo spostamento, altra aria e abitudini, anche se per alcune ore, al massimo una giornata. Per un poco, lontani dalla ripetitività dei giorni.
Il bello del viaggio è la possibilità che offre, a chi lo compie, di cambiare vita. Visitiamo Paesi nuovi e pensiamo a ciò che saremmo potuti essere laggiù, la nostra esistenza sarebbe stata diversa, forse migliore, non lo sapremo mai. Una prospettiva nuova o un'illusione, raccolta nell'arco di un giorno, iniziata al mattino e terminata la sera, nel momento stesso del ritorno, evanescente come l'acqua ma ancora nelle mani, fra le dita bagnate per un ultimo istante. Osservi bene un'altra volta questa nuova possibilità, prima che scompaia per sempre, e improvvisamente sai che è bella, come qualsiasi cosa che dura un secondo e che adesso non c'è più. Eppure c'è ancora, nel ricordo o nell'idea.
E' la stessa cosa che succede con le fotografie, sono quel che ci resta (di tangibile?) di un momento ormai tramontato. O che capita con gli occhi - per rubare un verso a Fabrizio De Andrè, di una canzone (Le belle passanti, tradotta da una di Georges Brassens e, a sua volta, ripresa da una poesia di Antoine Pol) che ha tutt'altri intenti e significati - sono loro il più bel paesaggio, nonché l'unico che rimane, dopo che in un viaggio hanno visto tutto ciò che di bello c'era da osservare.
Impresso nelle retine c'è l'attimo fuggente, il più bello proprio perché il più volatile: nell'istante c'è il passato appena trascorso e tuttavia ancora presente, e c'è l'intero arco delle possibilità che desideriamo attribuirgli, il sogno, e, di nuovo, il ritorno alla realtà, con il rimpianto o semplicemente con la sua accettazione.
All'inizio del viaggio in macchina, Dodokko ha visto le nuvole che "ci inseguono e che assomigliano a dei bambini", ne hanno la sagoma e probabilmente proprio così le disegnano o le pensano lui e i suoi compagni d'asilo, per merito della loro fantasia  o - decidete voi quale motivo vi piaccia di più, la sostanza non cambia -  a causa della loro testa, perennemente immersa fra le stesse nubi. E al termine di una passeggiata sui prati, mio figlio ci ha chiesto di volersi sdraiare ancora un po' fra gli steli d'erba giovane e di poggiare il capo fra le margherite, facendosi avvolgere dal profumo e dal colore delle infiorescenze.
Indugiare tra terra e nuvole, dormire sospesi fra i fiori, godersi il vento, ancora fresco, sulla faccia: tutto ciò fa ugualmente parte delle cose che passano e che restano, sono come gli occhi che hanno raccolto tutto il paesaggio possibile o come le mani, ancora bagnate dopo aver preso dell'acqua da bere da una fontana.

martedì 8 maggio 2012

I pastori volano tutti senza ali


"Gavino è ancora troppo piccolo! Come potrà custodire le pecore e far paura ai banditi? La sua presenza sarà inutile... Qui imparerà a vivere prima di esporsi alla vita. Gli mancano ancora le penne per prendere il volo ".
"Cosa ne sa lei della pastorizia? I pastori volano tutti senza ali". (Gavino Ledda, Padre padrone, Feltrinelli/Loescher 1978, p. 17)
Ritengo lucidamente saggia - in questo libro trovato di recente su una bancarella - la risposta del padre-padrone alla maestra che cerca di difendere un bambino di sei anni: è ancora troppo piccolo per andare a lavorare - dice l'insegnante, spiegando al genitore che il figlio è del tutto impreparato ad affrontare il mondo e che la scuola serve proprio per 'rafforzarlo', per insegnargli "a vivere prima di esporsi alla vita", per farsi "le penne per prendere il volo". 
Dopo averle raccontato tutti i motivi che lo obbligano a ritirare da scuola un figlio così giovane per obbligarlo a lavorare, il padre fulmina la maestra con una frase inappellabile: "I pastori volano tutti senza ali".
Al di là delle motivazioni del padre, in una parola la miseria, e di quelle della maestra, il rispetto dell'infanzia, trovo universalmente incontestabile la verità della frase (ovviamente non le ragioni che la dettano) che dà il titolo a questo post. Non solo i pastori, ma tutti gli uomini e perfino gli uccelli volano senza ali. Anche gli adulti che sono andati a scuola sono sprovvisti di ali e non esiste maestra che, con tutto il suo impegno e capacità, possa assicurare ai bambini, una volta cresciuti, un volo certo e lontano da rischi.
Nel libro è la pastorizia il lavoro più faticoso e allo stesso tempo più precario: si tratta di un continuo sacrificare la vita semplicemente per mantenere in vita, una lotta per difendere e conservare ciò che si possiede, di certo non per garantirsi qualcosa, il futuro è un'incognita costante e i sogni si rivelano sempre delle chimere. Perfino una cosa minima e scontata, come il riposo al termine del lavoro, non è detto che sia dovuto. Il racconto è essenzialmente quello della vita e del lavoro che soggiacciono alle leggi e ai capricci della natura, alle intemperie così come alle malattie di fronte alle quali non esistono ali con le quali poter fuggire.
Ero ancora molto giovane quando non ebbi più maestri a cui chiedere consigli o far domande su quale sarebbe potuto essere l'esito di una mia scelta. Nessuno mi ha mai offerto, come invece avrei desiderato, uno scenario ipotetico, confrontandolo con la propria vita vissuta e dicendomi: "Guarda che se farai così succederà questo e poi quest'altro". Invece, prima ho sempre scelto e poi ho vissuto ogni conseguenza delle mie decisioni. Senza ali per proteggermi o per volare lontano e cambiare scenario, all'occorrenza. Come la maggior parte delle persone - ne sono convinto e l'ho già detto -, ma a me quel che è veramente mancata è stata una sorta di prefigurazione delle situazioni che avrei vissuto.
In conclusione, senza azzardarmi a gettare nel vuoto anche i figli e pensando invece che il ruolo di noi genitori debba essere molto simile a quello dei maestri, ovvero quello di cercare di proteggere i più piccoli fornendo loro gli strumenti per affrontare la vita autonomamente, per me tutti voliamo senza ali perché, anche dopo mille precauzioni, nessun volo è certo e la frase di Ledda è una sintesi perfetta di questa nostra condizione. Aggiungerei soltanto una cosa: che la vicinanza di un genitore a un figlio, se per il secondo non può essere una garanzia di sicurezza, anche se tardiva di certo è una fonte di comprensione e di aiuto dopo qualsiasi caduta.
A questo proposito, voglio citare queste ultime, bellissime, righe: "Il momento del distacco, anzi, sembrava suscitare in essi un certo complesso di colpa. Forse si sentirono padri incapaci di sistemare i propri figli. E in uno slancio disperato di amore paterno, sia pure timido, volevano quasi effondere ai propri figli tutto quell'affetto che mai avevano potuto dare.
La corda della loro morale, tesa fino allo spasimo dalla miseria, per la prima volta si allentò e poté 'suonare' in una tonalità più dolce. E per la prima volta i patriarchi divennero padri. I rapporti tra padre e figlio si umanizzarono e almeno durante i reciproci funerali la loro austerità abituale svanì. E in uno slancio di tenerezza le braccia nerborute e le mani callose, che avevano sempre picchiato, avvinghiarono affettuosamente i propri figli: le loro labbra per la prima volta s'incontrarono reciprocamente e si baciarono per l'ultima volta... ". (Gavino Ledda, Padre padrone, Feltrinelli/Loescher 1978, p. 151)