mercoledì 11 aprile 2012

Il bambino e la nonna


Mio padre un giorno mi disse che gli anziani tornano a essere bambini. So che si riferiva al loro comportamento e alle loro necessità, al fatto che non sono più autosufficienti come quando erano nel pieno delle forze. 
Ciò che non sapevo è che diventano anche fisicamente simili a come erano da piccoli.
Ho raccomandato a Dodokko di fare attenzione con la nonna, di essere delicato e non irruente perché ha la febbre. Ho dovuto raccontargli una bugia, non potevo confessargli che la nonna sta molto male. 
Poi siamo saliti al quinto piano della casa dove è nata e ha sempre vissuto. E su una sedia da ufficio, di quelle con le rotelle, non abbiamo trovato seduta una signora, ma una bambina. Un viso dimagrito e pallido, somigliante di più alla ragazzina che ho visto in alcune sue vecchie fotografie che non alla persona che fino a poco tempo fa conoscevo. 
I due bambini si sono guardati come se non sapessero chi si trovavano di fronte, non come due estranei che, se fossero realmente tali, neanche si degnerebbero di uno sguardo, ma come due amici che non si vedevano da tanto tempo e che ora si osservano con insistenza, nell'attesa di riconoscersi. 
Oltre di loro, gli occhi della nonna ad assistere alla scena muta di se stessa bambina assieme a un nipote per la prima volta in imbarazzo di fronte a lei. Il tempo dura troppo negli istanti come questi, nei momenti che, a partire dal nome, non sono altro che l'assurdo anacronismo delle aspettative deluse.
Ma anche in questi casi il tempo è un galantuomo e finisce per passare, per fortuna, e dopo un minuto il bambino riconosce la nonna e torna a essere vivace, come al suo solito, e allegro e loquace. E sulla sua scia, anche gli altri che sono lì attorno, gli adulti che ancora stanno bene, tirano un sospiro di sollievo e prendono la parola come farebbero con una palla al balzo, divagano, non dico che addirittura parlino del tempo meteorologico, ma quasi. Quanto è anomalo questo improvviso ritorno alla normalità, alle situazioni abituali, il non prendere atto o il far finta di nulla che le cose adesso sono mutate. 
Ma che altro si dovrebbe fare in situazioni del genere se non fingere, dal primo all'ultimo, a ognuno la sua parte dal recitare, chi consapevole del proprio ruolo in commedia, chi meno, perché chiamato dagli altri sul palco all'ultimo momento? Com'è che siamo arrivati a inventarci questo modo di fare finta che non è falsità, ma soltanto un  mezzo per proteggere le persone a cui vogliamo bene? La nonna che continua a ripetere "come sei bello" al bambino, gli altri che non si accorgono di questa frase pronunciata in continuazione, chissà cosa penserà il piccolo mentre per la prima volta guarda il nonno spingere in avanti la sedia sulla quale la moglie è seduta, ormai incapace di alzarsi e di camminare con le proprie gambe?
Il bambino prende i libri che ha voluto portare alla nonna per farglieli vedere e per raccontarle, gli piace tanto farlo, la storia di cui parlano. Sono La straordinaria invenzione di Hugo Cabret, Up e Il più grande fiore del mondo, tre titoli che in comune hanno l'inizio malinconico e il lieto fine, infatti sono libri per bambini e per forza di cose finiscono bene. Ad ogni modo, la nonna fa le domande che il bambino vuole sentirsi porre, per lui in questo momento lei ha l'età di un compagno di giochi, si mostra curiosa, parlare di uno qualsiasi dei tre libri, a caso, è lo stesso,  anche se le trame cambiano sono gli schemi narrativi a essere identici e poi non c'è tempo per raccontare tutto, soprattutto in questa occasione, vuoi per la stanchezza dell'una o dell'altro, vuoi per il fatto che i pensieri sono più che mai altrove, non so se nella realtà, di certo adesso non appartengono al mondo delle favole.
Però che strano, anche qui, non trovare il tempo proprio nel momento in cui di tempo da perdere non ce n'è. Perché nessuno ha ancora capito che il tempo non è un oggetto, ma una dimensione, e che dunque non è il tempo in sé a essere ipoteticamente sprecato, ma le cose che potremmo apprezzare o godere all'interno di esso, gli affetti o i sentimenti, se non proprio gli oggetti, che si trovano nel contenitore temporale?
Prevalgono gli schemi e non le trame, fra gli adulti, i comportamenti e le frasi fatte, di circostanza. Gli addii, che quando vengono pronunciati suonano come degli arrivederci, gli sguardi, in ogni caso bassi, anche se gli occhi guardano dritti verso altri occhi, ma qui è il pensiero a mancare veramente della forza di elevarsi, non le pupille. Ci si allontana (ma ci si è mai avvicinati in realtà?), a fine giornata si va via promettendosi di ritornare ma sarà, questa, una promessa che difficilmente potrà essere mantenuta, di chi sarà la colpa, di chi per abitudine la fa o di chi per forza maggiore non potrà aspettare? Probabilmente non si tratta neanche di una responsabilità, ma perché mai allora continuiamo a promettere sapendo di non essere capaci di mantenere la nostra parola?
In tutto ciò, fortunatamente, c'è chi inaspettatamente esce fuori dagli schemi ed è il vero protagonista capace di salvare una trama che altrimenti avrebbe ben poco di originale e di inconsueto, si tratta come al solito della stessa storia, ripetuta milioni di volte e che parla dell'incomunicabilità fra le persone, a tutti i livelli e in qualsiasi onesta relazione affettiva. Ed è, questi, ancora una volta il bambino, che, mentre se ne va via assieme ai suoi genitori e attraversa il cortile del condominio, resta qualche passo indietro, si gira alzando la testa verso le finestre dell'appartamento dei nonni per salutarli, come è abituato a fare ogni volta che esce da casa loro, confidando nel fatto che anche adesso siano affacciati. Lo schema narrativo imporrebbe che invece questa volta nessuno si sporga dalla finestra per fargli ciao con la mano, la nonna è troppo provata per farlo e il marito deve badare a lei, più che mai adesso che sono rimasti da soli, e il bambino dovrebbe andarsene via deluso, proprio come chi tornasse da un incontro mancato, da un appuntamento al quale era andato pieno di speranze ma dove l'altro non si è mai presentato.
E invece, proprio come in un finale a sorpresa, qui la trama racconta che il bambino all'improvviso corre verso i genitori che lo precedono, li raggiunge e urla festante: "Si sono affacciati, si sono affacciati. Voi non li avete visti, ma c'erano, i nonni alla finestra mentre mi salutavano".

1 commento:

sicampeggia ha detto...

Meno male che ci sono i bambini a rendere possibile l'improbabile, che se fosse per gli adulti...che fanno promesse pensando non a come mantenerle ma al fatto (che è già una conclusione) che non le manterranno mai. Ma finché non finisce, il tempo sta qui ad aspettare di essere sostanziato. Ciao Cristiano.