martedì 24 aprile 2012

Fraternità


Sono dodici anni che mio fratello e io non viviamo più insieme, uno di qua e l'altro di là, ognuno col suo impiego e la sua famiglia.
Lontani.
L'ultima volta ci eravamo visti a Natale. Ieri è venuto a trovare me e i bambini, alcune ore passate in casa, un altro paio fuori, fra racconti di cose che riguardano la vita privata e il lavoro. 
Tutto qui, nient'altro, a parte l'eloquenza di molti silenzi che dicono, a chi li ascolta, ciò che la sua stessa fantasia, sollecitata dal dubbio e dalla paura, è in grado di dettargli: domande, risposte, nuovi dubbi e ancora dubbi. Il silenzio ha la voce che gli diamo ed è con questa che ci parla, ma le risposte non sono chiarificatrici di alcunché, per la stessa e identica ragione e ansia per le quali le invochiamo. 
Allontanarsi non significa altro che far risaltare, ancora di più, la solitudine, il senso di precarietà che fa parte della vita dell'uomo, addirittura l'emarginazione se, quando si va via, ci si porta appresso un pezzo di ciò che eravamo e delle persone con le quali vivevamo, quelle che amavamo e che ancora amiamo: si parte ma continuiamo inevitabilmente a guardare indietro, a sforzarci di vedere ciò che diventa sempre più impercettibile.
Assieme a una forza centrifuga veniamo al mondo e questa aumenta, col passare degli anni, per allontanarci all'infinito dal nostro centro originario, emarginandoci, appunto. Nel frattempo, nuovi centri nascono, a nuovi mondi apparteniamo, ma l'origine resta una: è da lì che siamo partiti ed è lì che torneremo, al termine del nostro giro. 
Ogni tanto, il filo di un ricordo si impiglia nel passato: è esile e si spezza appena lo tiri, ma è la delicatezza la caratteristica di chi tiene ai propri legami e, allora, non c'è da strattonare ma vai incontro al filo stesso e ripercorri la trama della maglia. 
Ciò accade quando rivedi un fratello e pensi al silenzio.
E poi, ti metti a guardare questi altri due fratelli, ancora all'inizio della loro vita, che giocano e ridono e che gridano perché ancora non sanno starsene zitti, non hanno la più pallida idea del silenzio, quello vero e che è composto da pensieri che ammutoliscono, semplicemente per il fatto che non ha mai fatto parte di loro.
Sembrano uniti, sono un corpo solo. 
Ancora non si accorgono della forza centrifuga che già li distingue e che li rende diversi prima ancora di allontanarli.

sabato 21 aprile 2012

Dippold l'ottico


Che cosa vedete adesso? 
Globi di rosso, giallo, porpora.
Un momento! E adesso?
Mio padre e mia madre e le mie sorelle.
Sì. E adesso?
Cavalieri in armi, belle donne, visi gentili.
Provate questa.
Un campo di grano - una città.
Benissimo! E adesso?
Una donna giovane e angeli chini su di lei.
Una lente più forte! E adesso?
Molte donne dagli occhi vivi e labbra schiuse.
Provate queste.
Soltanto un bicchiere sul tavolo.
Oh, capisco! Provate questa lente!
Soltanto uno spazio vuoto, non vedo nulla in particolare.
Bene, adesso!
Pini, un lago, un cielo d'estate.
Questa va meglio. E adesso?
Un libro.
Leggetemi una pagina.
Non posso. Gli occhi mi sfuggono al di là della pagina.
Provate questa lente.
Abissi d'aria.
Ottima! E adesso?
Luce, soltanto luce che trasforma il mondo in un giocattolo.
Benissimo, faremo gli occhiali così.

Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, Einaudi 1943, traduz. di Fernanda Pivano.
(Questa poesia ispirò a Fabrizio De André la canzone Un ottico).

venerdì 20 aprile 2012

Una felicità senza tempo


Se vorrò farlo continuare a esistere, prima o dopo dovrò decidermi a trasformare questo blog in un diario esclusivamente fantasioso. Dodokko cresce, fra poco imparerà a leggere e a scrivere e allo stesso tempo diventerà più indipendente, sempre meno bambino e un po' alla volta più adulto. Man mano che aumenterà la sua consapevolezza delle cose che fa e la sua coscienza di sé, io perderò il diritto di descrivere la sua vita privata, rendendola pubblica: le sue azioni apparterranno sempre più a lui e un giorno non lontano ne sarà il solo responsabile. 
Nel rispetto del figlio vero, comincio proprio oggi a inventare un Dodokko, a essere sincero, non del tutto nuovo, frutto non esclusivo della fantasia: ogni invenzione, infatti, anche il volo più stravagante e assurdo dell'immaginazione, si sa, ha i piedi in terra, è composto da ogni possibile riferimento alla realtà, basta scavare e si trovano le radici sotto al suolo. Ora, l'abilità di chi racconta sta nel non farle scorgere, nel parlare di sé come se parlasse d'altro, nel mostrarsi disinteressato quando ciò invece non è vero, nel mostrare, dell'albero, la fronda e al massimo il tronco. 
Come penso il bambino che diventa adulto? Come lo immagino da grande? Che vita gli auguro di avere? Sono queste le domande che mi pongo oggi e a cui non so rispondere, perché proprio questi sono i casi nei quali non esistono risposte da manuale, ma esse vengono da sé, di volta in volta e col passare degli anni. Con tanto anticipo, oggi potrei rispondere soltanto rivolgendo questi stessi interrogativi a me stesso ovvero al bambino che sono stato e all'adulto (contento? soddisfatto?) che sono diventato. Ma, evidentemente, una tale impostazione sarebbe un errore, perché qui parliamo prevalentemente del figlio e non del padre e, se è vero che il secondo influenza inevitabilmente il primo nelle (sue) scelte, è ancora più importante della verità stessa che egli cerchi di limitare al massimo questa sua influenza. 
La libertà è quel che auguro alla persona che mio figlio vorrà diventare, e con questo mio auspicio ho detto tantissimo senza aver detto nulla. La libertà, infatti, è la condizione (il termine non è mai stato tanto contraddittorio quanto in questo caso) nella quale l'uomo realizza se stesso, quando ciò che gli capita lo ha fortemente voluto. Per assurdo, perfino una situazione di disagio, se desiderata, può essere fonte di un sorriso. 
Comunque, sarà lui stesso a scegliersi la sua libertà, quella che vorrà vivere da grande, quando sarà...indipendente. 

Ieri i bambini hanno giocato insieme, come fanno da alcune settimane a questa parte. Si sono inseguiti correndo per il corridoio, hanno riso a lungo, l'uno contagiato dall'altro. A volte hanno riso senza riuscire a smettere, posseduti da una felicità che non aveva nozione del tempo. 
Non c'è libertà più bella, sincera e desiderabile di quella vissuta in questo stato di tempo sospeso, nella più totale spensieratezza. Di solito immaginiamo e diciamo che una cosa è eterna quando dura per sempre, invece è vero esattamente il contrario e cioè che l'eternità esiste ogni qual volta non consideriamo il tempo, ce ne dimentichiamo, non pensiamo a ciò che è stato e non ci preoccupiamo di quel che avverrà. Tutto ciò accade quando, in un determinato istante, solamente il presente conta, il presente senza i confini del prima e del dopo. 
Immaginare la felicità, in un simile stato mentale non necessariamente consapevole, credo non abbia paragoni con quanto di più bello ci possa accadere.

mercoledì 11 aprile 2012

Il bambino e la nonna


Mio padre un giorno mi disse che gli anziani tornano a essere bambini. So che si riferiva al loro comportamento e alle loro necessità, al fatto che non sono più autosufficienti come quando erano nel pieno delle forze. 
Ciò che non sapevo è che diventano anche fisicamente simili a come erano da piccoli.
Ho raccomandato a Dodokko di fare attenzione con la nonna, di essere delicato e non irruente perché ha la febbre. Ho dovuto raccontargli una bugia, non potevo confessargli che la nonna sta molto male. 
Poi siamo saliti al quinto piano della casa dove è nata e ha sempre vissuto. E su una sedia da ufficio, di quelle con le rotelle, non abbiamo trovato seduta una signora, ma una bambina. Un viso dimagrito e pallido, somigliante di più alla ragazzina che ho visto in alcune sue vecchie fotografie che non alla persona che fino a poco tempo fa conoscevo. 
I due bambini si sono guardati come se non sapessero chi si trovavano di fronte, non come due estranei che, se fossero realmente tali, neanche si degnerebbero di uno sguardo, ma come due amici che non si vedevano da tanto tempo e che ora si osservano con insistenza, nell'attesa di riconoscersi. 
Oltre di loro, gli occhi della nonna ad assistere alla scena muta di se stessa bambina assieme a un nipote per la prima volta in imbarazzo di fronte a lei. Il tempo dura troppo negli istanti come questi, nei momenti che, a partire dal nome, non sono altro che l'assurdo anacronismo delle aspettative deluse.
Ma anche in questi casi il tempo è un galantuomo e finisce per passare, per fortuna, e dopo un minuto il bambino riconosce la nonna e torna a essere vivace, come al suo solito, e allegro e loquace. E sulla sua scia, anche gli altri che sono lì attorno, gli adulti che ancora stanno bene, tirano un sospiro di sollievo e prendono la parola come farebbero con una palla al balzo, divagano, non dico che addirittura parlino del tempo meteorologico, ma quasi. Quanto è anomalo questo improvviso ritorno alla normalità, alle situazioni abituali, il non prendere atto o il far finta di nulla che le cose adesso sono mutate. 
Ma che altro si dovrebbe fare in situazioni del genere se non fingere, dal primo all'ultimo, a ognuno la sua parte dal recitare, chi consapevole del proprio ruolo in commedia, chi meno, perché chiamato dagli altri sul palco all'ultimo momento? Com'è che siamo arrivati a inventarci questo modo di fare finta che non è falsità, ma soltanto un  mezzo per proteggere le persone a cui vogliamo bene? La nonna che continua a ripetere "come sei bello" al bambino, gli altri che non si accorgono di questa frase pronunciata in continuazione, chissà cosa penserà il piccolo mentre per la prima volta guarda il nonno spingere in avanti la sedia sulla quale la moglie è seduta, ormai incapace di alzarsi e di camminare con le proprie gambe?
Il bambino prende i libri che ha voluto portare alla nonna per farglieli vedere e per raccontarle, gli piace tanto farlo, la storia di cui parlano. Sono La straordinaria invenzione di Hugo Cabret, Up e Il più grande fiore del mondo, tre titoli che in comune hanno l'inizio malinconico e il lieto fine, infatti sono libri per bambini e per forza di cose finiscono bene. Ad ogni modo, la nonna fa le domande che il bambino vuole sentirsi porre, per lui in questo momento lei ha l'età di un compagno di giochi, si mostra curiosa, parlare di uno qualsiasi dei tre libri, a caso, è lo stesso,  anche se le trame cambiano sono gli schemi narrativi a essere identici e poi non c'è tempo per raccontare tutto, soprattutto in questa occasione, vuoi per la stanchezza dell'una o dell'altro, vuoi per il fatto che i pensieri sono più che mai altrove, non so se nella realtà, di certo adesso non appartengono al mondo delle favole.
Però che strano, anche qui, non trovare il tempo proprio nel momento in cui di tempo da perdere non ce n'è. Perché nessuno ha ancora capito che il tempo non è un oggetto, ma una dimensione, e che dunque non è il tempo in sé a essere ipoteticamente sprecato, ma le cose che potremmo apprezzare o godere all'interno di esso, gli affetti o i sentimenti, se non proprio gli oggetti, che si trovano nel contenitore temporale?
Prevalgono gli schemi e non le trame, fra gli adulti, i comportamenti e le frasi fatte, di circostanza. Gli addii, che quando vengono pronunciati suonano come degli arrivederci, gli sguardi, in ogni caso bassi, anche se gli occhi guardano dritti verso altri occhi, ma qui è il pensiero a mancare veramente della forza di elevarsi, non le pupille. Ci si allontana (ma ci si è mai avvicinati in realtà?), a fine giornata si va via promettendosi di ritornare ma sarà, questa, una promessa che difficilmente potrà essere mantenuta, di chi sarà la colpa, di chi per abitudine la fa o di chi per forza maggiore non potrà aspettare? Probabilmente non si tratta neanche di una responsabilità, ma perché mai allora continuiamo a promettere sapendo di non essere capaci di mantenere la nostra parola?
In tutto ciò, fortunatamente, c'è chi inaspettatamente esce fuori dagli schemi ed è il vero protagonista capace di salvare una trama che altrimenti avrebbe ben poco di originale e di inconsueto, si tratta come al solito della stessa storia, ripetuta milioni di volte e che parla dell'incomunicabilità fra le persone, a tutti i livelli e in qualsiasi onesta relazione affettiva. Ed è, questi, ancora una volta il bambino, che, mentre se ne va via assieme ai suoi genitori e attraversa il cortile del condominio, resta qualche passo indietro, si gira alzando la testa verso le finestre dell'appartamento dei nonni per salutarli, come è abituato a fare ogni volta che esce da casa loro, confidando nel fatto che anche adesso siano affacciati. Lo schema narrativo imporrebbe che invece questa volta nessuno si sporga dalla finestra per fargli ciao con la mano, la nonna è troppo provata per farlo e il marito deve badare a lei, più che mai adesso che sono rimasti da soli, e il bambino dovrebbe andarsene via deluso, proprio come chi tornasse da un incontro mancato, da un appuntamento al quale era andato pieno di speranze ma dove l'altro non si è mai presentato.
E invece, proprio come in un finale a sorpresa, qui la trama racconta che il bambino all'improvviso corre verso i genitori che lo precedono, li raggiunge e urla festante: "Si sono affacciati, si sono affacciati. Voi non li avete visti, ma c'erano, i nonni alla finestra mentre mi salutavano".