lunedì 5 marzo 2012

Rotola rotola l'onda


Una città non è un vestito, che possiamo indossare e abitare per intero. E' invece un cerchio o un rettangolo e al massimo in uno dei suoi quattro lati viviamo: in una via, un paio di strade, qualche piazza, un giardino. A volte può capitarci di sconfinare e di andare dall'altra parte, ma si tratta di casi sporadici e infatti prima o poi torniamo sempre a casa, nel quartiere dove abitiamo. 
Ho la fortuna di vivere nel lato della città che, al termine del suo cammino, dall'alto delle colline  gradualmente discende fino al suo livello e si immette direttamente nel mare. Non tutti lo sanno, perché è quasi impercettibile alla vista, ma è da qui che, appena terminata, ricomincia la salita, verso un orizzonte senza più muri o strade a sbarrarlo e che se ne resta infinitamente immobile, eternamente fisso ad altezza di sguardo.

Rotola rotola l'onda
la sabbia lo graffia 
il vetro si appanna 
e non taglia più.

Sabato ho fatto una passeggiata sulla spiaggia assieme ai miei figli. Il mare non è il più bello che abbia conosciuto: è privo dell'azzurro caleidoscopico che ho trovato in Sardegna e dello smeraldo che brilla in Grecia, così come del blu che diventa nero e che ho scoperto in Sicilia. Né è minimamente immaginabile che sia bianco come il latte di un mare caraibico. E' al contrario un mare di città, con un grande fiume che vi passa affianco. Ma in certe giornate di tramontana senza nuvole si colora di trasparenza, esattamente come il cielo che lo sovrasta. 
Il mare è uno specchio, allo stesso modo nel quale è una proiezione di noi stessi verso la linea circolare che lo avvolge e dove termina lo sguardo. Ed è pure come la sua stessa onda, che va e viene e che, quando torna, riporta in superficie i ricordi.
   
Rotola rotola l'onda
la sabbia lo graffia 
il vetro si appanna 
e non taglia più.

Il mio figlio più grande mi porge un vetrino bianco consumato e levigato dall'acqua, che ha raccolto dalla sabbia. Ha perso la sua trasparenza originaria e il potere di tagliare: pure questo pezzo di bottiglia, come l'onda su cui per anni è rotolato, è capace di portare con sé un messaggio. Anch'esso è uno specchio che sa riflettere pensieri che a volte tornano a galla senza una ragione precisa, senza che io li abbia mai chiamati in causa.
E così, del tutto casualmente, vado con la memoria in Calabria: era domenica 6 settembre 1981, la fine della penultima settimana di vacanza prima dell'inizio della scuola.

Rotola rotola l'onda
la sabbia lo graffia 
il vetro si appanna 
e non taglia più.

Avevamo arricciato i polpi sul fuoco la sera prima, dopo aver fatto un falò sulla spiaggia, e li avevamo attaccati agli ami di fronte alla tana delle cernie. C'era una lenza che, con un cappio, li teneva uniti a una grossa pietra che aveva il compito di non far scappare il pesce una volta che avesse abboccato. 
La mattina dopo andò mio cugino a recuperare la lenza: si immerse, la cernia c'era, ma si era barricata nel suo rifugio, gonfiandosi, come usa fare questa specie di pesci allo scopo di non farsi estrarre dal suo anfratto. Il ragazzo diede allora una strattonata, il filo di nylon si sfilò dalla pietra e si strinse, senza che lui se ne accorgesse, attorno a un dito della mano sinistra. Si rese conto di stare per morire impiccato, senza che alcuna corda gli sfiorasse il collo, soltanto quando, nuotando verso la superficie del mare, non riuscì a raggiungerla, trattenuto a mezzo metro dall'aria da quel cappio che lui stesso aveva annodato con tutt'altra intenzione. 


Rotola rotola l'onda
la sabbia lo graffia 
il vetro si appanna 
e non taglia più.

Soltanto la mano destra riusciva a bucare la superficie del mare e mio padre, mio fratello e io, che dalla riva aspettavamo che mio cugino tornasse, avevamo inteso quel movimento come una conferma che avesse preso il pesce. E invece quel mezzo braccio affiorante continuava a muoversi, come un saluto prolungato. Poi - lo ricordo come fosse accaduto ieri - affondò nell'acqua per un poco e infine riemerse, come un triste addio, per l'ultima volta prima di scomparire di nuovo. Mio padre si tuffò e in un attimo raggiunse quel corpo appeso al contrario, la testa contro il fondale e le gambe verso il cielo. Tirò il nylon con tutta la forza che aveva, lo strappò dalla roccia dove era incastrato, e trascinò fino al bagnasciuga un ragazzo che non aveva più uno sguardo e più nulla che somigliasse alla vita. La mascella era serrata nel tentativo estremo di resistere alla morte, il viso era grigio come la sabbia bagnata.

Rotola rotola l'onda
la sabbia lo graffia 
il vetro si appanna 
e non taglia più.

Furono le curve che la macchina fece per portare mio cugino in ospedale a farlo vomitare: i polmoni si svuotarono del mare che avevano inghiottito e che non lo faceva più respirare. Come la marea che si ritira, lentamente tornò a riprendere conoscenza. 
E si riprese anche la vita, quando questa lo aveva già lasciato, abbandonando invece la morte che, fino a un momento prima, lo aveva tenuto legato stretto per un dito.

Nessun commento: