martedì 20 marzo 2012

Il più bel fiore del mondo


"Chissà se un giorno mi capiterà di leggere di nuovo questa storia, scritta da te che mi stai leggendo, ma molto più bella?...".

José Saramago non potrà leggere di nuovo la storia che ha scritto. Né quella che adesso leggerete, la mia, può davvero essere più bella della sua. Tuttavia, ho voluto ugualmente accettare l'invito dello scrittore a riscrivere il suo racconto, non di certo per un confronto con lui, ma per un fatto che mi è capitato la scorsa settimana, il giorno dopo che avevo regalato a Dodokko Il più grande fiore del mondo
Giovedì sera, prima di andare a dormire, abbiamo letto due volte la storia del bambino che compie il giro del mondo per portare da bere a un fiore appassito. Una volta ancora lo abbiamo fatto venerdì mattina, prima di andare a scuola. Dodokko ha voluto portare all'asilo il libro di Saramago, ma la maestra ci ha fermati sulla soglia dicendoci, con aria molto professionale e decisa, che "non è il caso di tenere il libro in classe, dato che sono in programma diverse attività per la giornata di oggi e non ci sarà tempo di leggerlo".
Mio figlio mi ha guardato deluso, con gli stessi occhi con i quali ha trattenuto il pianto. Anche l'insegnante si è accorta della sua improvvisa tristezza, ma ha ribadito il suo fermo no camuffandolo con il consiglio che "è meglio che papà riporti il libro a casa, altrimenti potresti perderlo oppure qualche compagno potrebbe volerlo e portarselo via".
"Entro o non entro in classe?", ha pensato Dodokko; "Riporto mio figlio a casa o lo lascio a scuola?", mi è balenato per un istante. Ma se, per un bambino, la stessa possibilità di avere a disposizione una seconda scelta, vista la sua età, è poco realistica, per quanto mi riguarda non sarebbe stato educativo nei suoi confronti andarcene via, sdegnati, per un veto dell'insegnante.

E così ci siamo salutati e Dodokko è entrato in classe.

E' entrato in classe ed è lì, oltre la porta, che il bambino ha iniziato il suo viaggio distante dalla città che conosce, lontano dalla sua casa.
Da solo, perché i suoi genitori, che egli ama e da cui è amato come se fosse l'ultimo fiore rimasto sulla terra, in quel momento sono inevitabilmente altrove.
Oltrepassa i banchi a cui già siedono i compagni, alcuni giocano altri parlano e ridono, ma per il bambino soltanto il silenzio esiste, il proprio, e difronte a questa assenza di suoni anche il resto del mondo ammutolisce.

Ed è esattamente a causa di un simile silenzio che spesso l'infanzia sottrae la bellezza al proprio "tempo sublime, ampio e profondo"...

Passa fra le sedie degli amici il bambino e va sedersi sulla sua, quante volte ha già fatto, avanti e indietro, quel percorso ormai imparato a memoria: a destra il ragazzino simpatico con cui ha giocato ieri, dall'altra parte l'amichetto del cuore, lì in fondo la bambina che gli piace più di ogni altra, ma anche il compagno che ogni tanto gli fa i dispetti, seduto proprio accanto a lei. Ma ora che è triste, oltre a essere del tutto privo di voci, quello stesso tragitto verso il suo banco gli appare arido come il deserto, una landa polverosa senza persone o animali.

E' il letto di un fiume evaporato quello su cui il bambino si è incamminato, al posto dell'acqua le crepe che fa il fango quando il sole lo prosciuga e con le unghie divarica la terra, lasciando cicatrici nere, ampie come i pozzi della sete più profonda.

Eppure, come era felice il bambino soltanto pochi minuti prima, quando la sua giornata era ancora tutta una promessa. E com'era popolata d'allegria la strada che aveva fatto verso la scuola assieme al suo papà. A questi frangenti appena svaniti ripensa, seduto sulla sua sedia, la testa appoggiata fra le braccia incrociate sul banco. Soprattutto, gli torna in mente la storia del fiore che ha ascoltato quella stessa mattina e immagina il piccolo protagonista che fa mille volte il giro del mondo per andare a prendere e a portare con le mani, a ogni viaggio, tre misere gocce d'acqua a quella pianta che sta per morire.

Una fatica che non finisce mai per tre gocce d'acqua solamente, tuttavia come sono preziose per la vita del fiore, che adesso spande il proprio profumo addirittura fino al fiume che lo ha dissetato e che è diventato grande come un albero capace anche a mezzogiorno di fare un'ombra di un chilometro tutt'intorno al proprio tronco.

E così, proprio come vuole la storia, il ragazzino si addormenta sotto la stessa pianta che sta già sognando, i compagni hanno continuato per un poco a svolgere il programma previsto dall'insegnante e poi sono andati di corsa a giocare in giardino. Quando qualcuno di loro, appena prima di uscire, se ne è accorto e ha fatto notare al resto della classe quel bambino ancora addormentato sul banco, la maestra ha suggerito di lasciarlo lì, a riposare, "è meglio così, ché forse oggi non si sente troppo bene".

Il bambino dunque può continuare a vivere nel suo sogno e a viaggiare ancora, su e giù per il mondo, fino al Nilo, le mani che formano una coppa mentre torna dal fiore per portargli altra acqua, soltanto quella che resta, quasi tutta, infatti, è colata fra le dita durante il tragitto, ma non importa: tre gocce rimaste, adesso, oltre alle tre di prima, altre tre col prossimo viaggio, sono sufficienti a far vivere la pianta, l'importante è non scoraggiarsi e, appena arrivati, ripartire subito. E il viaggio può tranquillamente durare un'eternità, dato che non c'è nessuno che stia cercando il bambino che, se qualcuno lo incontrasse proprio adesso o lo scorgesse dall'alto di una collina, potrebbe facilmente scambiarlo per un cane che si è smarrito, ma tanto non è questo il caso, ché i compagni stanno in giardino a rincorrersi e a gridare e i genitori resteranno al lavoro fino a sera.

Esiste soltanto il bambino e il fiore, sono a tu per tu e nessun altro può ammirare la bellezza, lo stelo fosforescente e il profumo inebriante di quella pianta. E mentre egli è ancora addormentato, adesso c'è un fiore che ha tutti i colori dell'arcobaleno: è una margherita dai petali lucenti, il più comune dei fiori primaverili, che qualcuno ha raccolto in giardino e ha posato delicatamente sul banco, accanto alla testa del bambino. A compiere quello che non è altro che un semplicissimo gesto d'amore nei suoi confronti e di cui ancora non si è accorto, potrebbe essere stata la maestra, pentita per la propria insensibilità, oppure l'amichetto del cuore o, molto più probabilmente, la bambina che gli piace più di ogni altra, chi lo sa, ma è questa una verità che non conosceremo mai e che non ha davvero alcuna importanza, perché ciò che veramente qui conta è il sorriso che farà il bambino quando, svegliandosi, vedrà accanto a sé, materializzato, il fiore che ha appena sognato.

E' questa la morale del fiore più bello del mondo, il senso della storia che ho voluto raccontare: è importante prendersi cura di una pianta, anche a costo di farsi venire il sangue ai piedi per portarle da bere, ma è altrettanto meraviglioso compiere un gesto, all'apparenza facile come quello di regalare una margherita raccolta da un prato, che sappia far tornare il sorriso a un bambino.

1 commento:

Alessandro Spadoni ha detto...

Mi piace. E' un racconto molto intenso che condivido in pieno. Purtroppo, nel nostro strano mondo pazzerello, c'è sempre meno spazio per il gesto altruistico, per le emozioni, la bellezza di un atto che va diritto al cuore. Forse ci salveranno i bambini, forse solo loro possono salvarci....