giovedì 1 marzo 2012

Il maiale


Non so quale di queste due scene, a cui ho assistito da bambino, non farei vedere oggi ai miei figli. 
La prima era un fumetto, che aveva la pretesa di essere divertente, e rappresentava una rampa che saliva e si immetteva in un tunnel che terminava con un'altra rampa, questa volta in discesa. Era una specie di ponte, con al centro una sorta di serra dentro la quale non si riusciva a vedere cosa accadeva. So soltanto che da una parte vi entrava un maiale e dall'altra ne uscivano, di colpo, prosciutti, salsicce e salami. 
Tutto appariva indolore e asettico, in quel disegno in cui non c'era nemmeno l'ombra di una goccia di sangue. E la trasformazione che quell'animale subiva, da essere vivente in cibo, sembrava la cosa più naturale e automatica del mondo.
La seconda scena, invece, non era affatto un fumetto: andarono in quattro nel porcile, presero di peso il maiale, fra urla inaudite che facevano ammutolire tutta la campagna attorno, e lo trascinarono al centro del campo, dove una quinta persona, la più giovane del gruppo, lo attendeva. Aveva un lungo pugnale in mano con il quale, senza pietà, avrebbe trafitto l'animale nella gola per raggiungerne, da lì, il cuore. 
E proprio questo fece dinanzi ai miei occhi: la lama sfavillò per un solo istante al sole, prima di scomparire nel buio di quel corpo come se fosse l'ultimo dei tramonti. Dalla gola sboccio un fiore rosso che immediatamente appassì cadendo in terra, in un coagulo nero che disseminava di petali l'erba e spegneva il grido assieme alla vita. 
Le forze cedettero quasi subito e l'animale si accasciò come un palloncino che lentamente si sgonfia. E appena un minuto dopo era già lavato e rasato, appeso a testa in giù a dissanguarsi. Un altro minuto ancora ed era squartato e sezionato. Un ultimo minuto ed era carne da mangiare subito o da conservare.
Minuti interminabili, istantanee veloci che ancora riecheggiano nel ricordo di un'agonia che non conosce altre soluzioni se non quella della morte. Ma io provo imbarazzo a raccontare queste cose a un bambino, quando mi fa domande del tipo "da dove viene il prosciutto?". E neanche mi va di parlare in termini di automatismi asettici. A mettermi in difficoltà, a volte, mi basta la fettina di carne del supermercato chiusa ipocritamente nella vaschetta di polistirolo bianco. E' lì da sempre e sembra che ci sia nata, nel banco frigorifero, partorita il giorno prima da una vaschetta identica a lei.
Non dicono molti dettagli da poter spiegare a un figlio né il packaging, né le informazioni riportate sull'etichetta, tipo età dell'animale, luogo dove è stato allevato e dove è stato macellato, né la data di scadenza, né i marchi e le certificazioni comunitarie a garanzia esclusiva (soltanto sua) del consumatore.

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