mercoledì 28 marzo 2012

Anticipazioni


Ogni tanto, periodicamente, mi passa la voglia di continuare a scrivere questo blog. Mi succede di pensare di smettere soprattutto quando trascorro molto tempo con i miei figli, una cosa è la teoria, il racconto, un'altra la realtà, la vita vissuta. Compilare questo diario è per me un modo per stare mentalmente vicino ai miei bambini nei momenti in cui sono fisicamente lontano da loro. Ed è quindi completamente inutile, è addirittura una perdita di tempo scrivere se questo stesso tempo posso passarlo direttamente con loro. Insomma, la vedo così: meglio vivere che pensare, preferisco l'immediatezza delle sensazioni al loro ricordo e alla loro rielaborazione.
Anche ora che sto scrivendo lo faccio approfittando del silenzio della notte e del fatto che i bambini si sono appena addormentati. Siamo a casa insieme, noi tre soltanto, grazie a un batterio che ci siamo trasmessi a vicenda, la terapia antibiotica per eradicarlo durerà in tutto dieci giorni, come da protocollo. Ho scritto appositamente "grazie a un batterio" e non "a causa", perché anche in questa occasione la malattia mostra il risvolto positivo di farci fare un vacanza inconsueta e anticipata, nonché esotica fra le quattro mura domestiche, mentre di solito ci tocca aspettare l'estate per vivere qualche settimana tutti insieme.
Passare questi giorni con i miei figli significa compiere una scoperta dopo l'altra, in qualche modo me li sono ritrovati già grandi, all'improvviso, in anticipo. Mi sono reso conto di come non li conoscessi e di quanto siano cresciuti, giorno dopo giorno, mentre io ero altrove, troppo distante da loro. Il più grande che mi domanda della mia infanzia, che si interessa a come ero da bambino, gli piace darmi dei consigli, parlare e discutere e un po' mi assomiglia quando problematizza, ragionando ad alta voce e cercando gli aspetti meno superficiali, l'origine delle cose che gli succedono. Il piccolo invece è sorprendente per il senso dell'umorismo che già mostra di avere, qualità senza dubbio innata data l'età: a quindici mesi gli piace nascondersi, spaventarmi, ha una risata contagiosa, il fratello è l'esempio a cui ispirarsi e da seguire e con lui mostra di avere maggiore capacità di comunicazione che con gli stessi genitori, fra di loro basta un cenno, una sillaba per capirsi, come sempre è la semplicità di poche parole ad essere alla base del buon dialogo.
C'è una ragione perché ho intitolato questo post "Anticipazioni" ed è che, vivendo in questi giorni a stretto contatto con loro, ho pensato spesso, in modo davvero insolito per quanto mi riguarda, a come saranno i miei figli in futuro, ho immaginato che potrebbero addirittura essere felici da grandi se ogni ogni giorno, nel presente, riuscirò a essere io stesso felice con loro. 
Di solito invece tendo a rappresentarmeli come il passato che ritorna, la riedizione aggiornata di qualche cosa che è già successa. Stare lontani diviene il pretesto per far tornare alla mente la felicità svanita, la gioia che normalmente e abitualmente scompare dietro agli istanti che si succedono. Non vi è nulla di più triste del passato, nulla che evochi la nostalgia e che lasci attoniti quanto il giorno che si spegne nel tramonto ed è, questo, un sentimento che accomuna gli uomini: non è difronte a spettacoli del genere che gli innamorati si stringono più forte, per non perdersi anche loro e per non inabissarsi per sempre?
Nonostante tutto, sono giorni belli questi recenti, pieni di promesse da mantenere. Sono come la primavera appena arrivata, col vento ancora invernale e il sole già caldo, qualche nuvola a chiazzare il cielo limpido, ma non c'è da farci caso, i miei figli sono già oltre le stagioni più imminenti.

martedì 20 marzo 2012

Il più bel fiore del mondo


"Chissà se un giorno mi capiterà di leggere di nuovo questa storia, scritta da te che mi stai leggendo, ma molto più bella?...".

José Saramago non potrà leggere di nuovo la storia che ha scritto. Né quella che adesso leggerete, la mia, può davvero essere più bella della sua. Tuttavia, ho voluto ugualmente accettare l'invito dello scrittore a riscrivere il suo racconto, non di certo per un confronto con lui, ma per un fatto che mi è capitato la scorsa settimana, il giorno dopo che avevo regalato a Dodokko Il più grande fiore del mondo
Giovedì sera, prima di andare a dormire, abbiamo letto due volte la storia del bambino che compie il giro del mondo per portare da bere a un fiore appassito. Una volta ancora lo abbiamo fatto venerdì mattina, prima di andare a scuola. Dodokko ha voluto portare all'asilo il libro di Saramago, ma la maestra ci ha fermati sulla soglia dicendoci, con aria molto professionale e decisa, che "non è il caso di tenere il libro in classe, dato che sono in programma diverse attività per la giornata di oggi e non ci sarà tempo di leggerlo".
Mio figlio mi ha guardato deluso, con gli stessi occhi con i quali ha trattenuto il pianto. Anche l'insegnante si è accorta della sua improvvisa tristezza, ma ha ribadito il suo fermo no camuffandolo con il consiglio che "è meglio che papà riporti il libro a casa, altrimenti potresti perderlo oppure qualche compagno potrebbe volerlo e portarselo via".
"Entro o non entro in classe?", ha pensato Dodokko; "Riporto mio figlio a casa o lo lascio a scuola?", mi è balenato per un istante. Ma se, per un bambino, la stessa possibilità di avere a disposizione una seconda scelta, vista la sua età, è poco realistica, per quanto mi riguarda non sarebbe stato educativo nei suoi confronti andarcene via, sdegnati, per un veto dell'insegnante.

E così ci siamo salutati e Dodokko è entrato in classe.

E' entrato in classe ed è lì, oltre la porta, che il bambino ha iniziato il suo viaggio distante dalla città che conosce, lontano dalla sua casa.
Da solo, perché i suoi genitori, che egli ama e da cui è amato come se fosse l'ultimo fiore rimasto sulla terra, in quel momento sono inevitabilmente altrove.
Oltrepassa i banchi a cui già siedono i compagni, alcuni giocano altri parlano e ridono, ma per il bambino soltanto il silenzio esiste, il proprio, e difronte a questa assenza di suoni anche il resto del mondo ammutolisce.

Ed è esattamente a causa di un simile silenzio che spesso l'infanzia sottrae la bellezza al proprio "tempo sublime, ampio e profondo"...

Passa fra le sedie degli amici il bambino e va sedersi sulla sua, quante volte ha già fatto, avanti e indietro, quel percorso ormai imparato a memoria: a destra il ragazzino simpatico con cui ha giocato ieri, dall'altra parte l'amichetto del cuore, lì in fondo la bambina che gli piace più di ogni altra, ma anche il compagno che ogni tanto gli fa i dispetti, seduto proprio accanto a lei. Ma ora che è triste, oltre a essere del tutto privo di voci, quello stesso tragitto verso il suo banco gli appare arido come il deserto, una landa polverosa senza persone o animali.

E' il letto di un fiume evaporato quello su cui il bambino si è incamminato, al posto dell'acqua le crepe che fa il fango quando il sole lo prosciuga e con le unghie divarica la terra, lasciando cicatrici nere, ampie come i pozzi della sete più profonda.

Eppure, come era felice il bambino soltanto pochi minuti prima, quando la sua giornata era ancora tutta una promessa. E com'era popolata d'allegria la strada che aveva fatto verso la scuola assieme al suo papà. A questi frangenti appena svaniti ripensa, seduto sulla sua sedia, la testa appoggiata fra le braccia incrociate sul banco. Soprattutto, gli torna in mente la storia del fiore che ha ascoltato quella stessa mattina e immagina il piccolo protagonista che fa mille volte il giro del mondo per andare a prendere e a portare con le mani, a ogni viaggio, tre misere gocce d'acqua a quella pianta che sta per morire.

Una fatica che non finisce mai per tre gocce d'acqua solamente, tuttavia come sono preziose per la vita del fiore, che adesso spande il proprio profumo addirittura fino al fiume che lo ha dissetato e che è diventato grande come un albero capace anche a mezzogiorno di fare un'ombra di un chilometro tutt'intorno al proprio tronco.

E così, proprio come vuole la storia, il ragazzino si addormenta sotto la stessa pianta che sta già sognando, i compagni hanno continuato per un poco a svolgere il programma previsto dall'insegnante e poi sono andati di corsa a giocare in giardino. Quando qualcuno di loro, appena prima di uscire, se ne è accorto e ha fatto notare al resto della classe quel bambino ancora addormentato sul banco, la maestra ha suggerito di lasciarlo lì, a riposare, "è meglio così, ché forse oggi non si sente troppo bene".

Il bambino dunque può continuare a vivere nel suo sogno e a viaggiare ancora, su e giù per il mondo, fino al Nilo, le mani che formano una coppa mentre torna dal fiore per portargli altra acqua, soltanto quella che resta, quasi tutta, infatti, è colata fra le dita durante il tragitto, ma non importa: tre gocce rimaste, adesso, oltre alle tre di prima, altre tre col prossimo viaggio, sono sufficienti a far vivere la pianta, l'importante è non scoraggiarsi e, appena arrivati, ripartire subito. E il viaggio può tranquillamente durare un'eternità, dato che non c'è nessuno che stia cercando il bambino che, se qualcuno lo incontrasse proprio adesso o lo scorgesse dall'alto di una collina, potrebbe facilmente scambiarlo per un cane che si è smarrito, ma tanto non è questo il caso, ché i compagni stanno in giardino a rincorrersi e a gridare e i genitori resteranno al lavoro fino a sera.

Esiste soltanto il bambino e il fiore, sono a tu per tu e nessun altro può ammirare la bellezza, lo stelo fosforescente e il profumo inebriante di quella pianta. E mentre egli è ancora addormentato, adesso c'è un fiore che ha tutti i colori dell'arcobaleno: è una margherita dai petali lucenti, il più comune dei fiori primaverili, che qualcuno ha raccolto in giardino e ha posato delicatamente sul banco, accanto alla testa del bambino. A compiere quello che non è altro che un semplicissimo gesto d'amore nei suoi confronti e di cui ancora non si è accorto, potrebbe essere stata la maestra, pentita per la propria insensibilità, oppure l'amichetto del cuore o, molto più probabilmente, la bambina che gli piace più di ogni altra, chi lo sa, ma è questa una verità che non conosceremo mai e che non ha davvero alcuna importanza, perché ciò che veramente qui conta è il sorriso che farà il bambino quando, svegliandosi, vedrà accanto a sé, materializzato, il fiore che ha appena sognato.

E' questa la morale del fiore più bello del mondo, il senso della storia che ho voluto raccontare: è importante prendersi cura di una pianta, anche a costo di farsi venire il sangue ai piedi per portarle da bere, ma è altrettanto meraviglioso compiere un gesto, all'apparenza facile come quello di regalare una margherita raccolta da un prato, che sappia far tornare il sorriso a un bambino.

lunedì 19 marzo 2012

In barca a vela con papà


“In barca a vela con papà”: Si chiama così, ed è pensata in modo specifico per i padri, l’iniziativa nata dalla collaborazione fra l’ I.S.P. – Istituto di Studi sulla Paternità, fondato nel 1988 – e la scuola di vela Utopia, nata nel 1977. Per una vacanza, ma non solo. Per imparare la disciplina della vela, ma non solo. Per conoscersi meglio, capirsi di più. Qualche volta per ritrovarsi. 
“Un buon rapporto padre-figli” – è detto in un comunicato congiunto - “è fondamentale, oggi più che mai. Condividere una esperienza sportiva nella natura aiuta a recuperare una dimensione nella quale padre e figlio, nel rispetto dei reciproci ruoli, vivono emozioni comuni e rinsaldano il loro rapporto”. 
Pensata per bambini e ragazzi nella fascia d’età 8-18, l’iniziativa si rivolge in special modo ai padri separati (soli o con la nuova compagna), per i quali la vacanza estiva con i figli rappresenta spesso un momento di grande ansia, costretti come sono a “concentrare” in pochi giorni il desiderio di vicinanza e quello di rispettare le esigenze di svago e divertimento del figlio. 
“In barca a vela con papà” è aperta anche alle coppie con figli. La base a terra dei corsi è a Cavo, all’Isola d’Elba, in un comprensorio di quasi tre ettari sotto un bosco di lecci sulla sommità del colle Belvedere. Qui, per una o due settimane, i ragazzi sono seguiti costantemente dagli istruttori per la parte velica e dagli animatori per i momenti di gioco. 
Il progetto I.S.P.- Utopia prevede anche un incontro fra il dott. Maurizio Quilici (presidente dell’I.S.P.) e i genitori sui temi della paternità e della genitorialità e l’attivazione di un numero I.S.P. al quale il genitore potrà rivolgersi per eventuali dubbi di carattere pedagogico/psicologico. 
 L’organizzazione della scuola di vela Utopia prevede diverse possibilità di sistemazione articolate in base alle necessità personali (i ragazzi normalmente risiedono negli alloggi per allievi, ma possono eventualmente stare insieme agli adulti). 
 Costi: Corsi di vela ragazzi a partire da 200 € (modulo di una settimana - con sconto dal 10% sul modulo successivo) a cui vanno aggiunti 300 € di vitto e alloggio. Gli appartamenti per gli adulti hanno prezzi a partire da 250 € a settimana in base al periodo e alle dimensioni. Per gli associati I.S.P. è previsto un uno sconto del 15% sui corsi e sulla locazione degli appartamenti. 
Ad esempio una settimana a fine luglio: corso di vela ragazzi più appartamento, per i soci ISP 250+250 - 15% (75€)= 425€. 
 Per ulteriori informazioni: 348 8084 983 - Fabio o 335 5944036 - Guido. Oppure visitare il sito di Utopia (www.utopiascuolavela.it) o quello dell’I.S.P. (www.ispitalia.org), dove un apposito spazio è dedicato all’iniziativa.

Festa del papà, tra poche luci e molte ombre


di Alessandro Spadoni

19 Marzo. Festa del papà. Per molti un’occasione per festeggiare assieme a moglie e figli. Per altri, molti, un giorno amaro che mette ancora più in risalto la loro difficoltà e precarietà. Secondo la Cgia di Mestre infatti la figura del padre in Italia, come quella della maternità del resto, è entrata in profonda crisi, colpa anche dell’incertezza economica, della precarietà e di una visione individualista, nichilista della nostra società che mette alla berlina il valore e il ruolo della paternità. 
Nel 2012, in questo nostro strano assurdo Bel Paese, i maschi quarantenni precari o con stipendi da 1.200 euro al mese sono oltre 200 mila, circa il 12% del totale degli occupati maschili e molti con figli a carico, tanti separati e in situazione di estremo bisogno. Per loro non c’è proprio nulla da festeggiare, anzi parlare di Festa del Papà ha quasi il sapore di una beffa. Per loro la condizione naturale è quella di condurre ogni giorno una lotta impari contro le pressioni di una realtà ostile, di una società, quella italiana che, a parole, afferma e garantisce il valore della famiglia e la tutela dei più bisognosi, ma che, nei fatti e contrariamente a quanto si realizza nel resto d’Europa, smantella lo Stato Sociale e nega i diritti più elementari, quelli per intenderci sanciti a chiare lettere nella nostra Costituzione. 
Aumenta dunque l’indebitamento dei padri separati, la povertà (sono in tanti che sono costretti a ritornare a vivere dai genitori o peggio in auto o per strada), la disperazione per chi è costretto a sostenere e gestire non solo un fallimento umano, emotivo e personale, ma anche quello economico e lavorativo. In tal senso, stanno sorgendo come funghi gli sportelli di soccorso per padri separati, le associazioni di sostegno e di recupero psicologico per uomini soli che non riescono più a far fronte all’enorme mole di obblighi, di impegni e di necessità che la nostra vita frenetica e priva di scrupoli ci impone. 
Merita una riflessione a parte poi la condizione di quei quarantenni, invisibili alle statistiche e alla lente dei sociologi, che vorrebbero costruirsi un futuro, una famiglia, una propria realizzazione umana e affettiva, ma non possono perché schiacciati non solo dalla precarietà, ma anche da un ricambio generazionale paralizzato (siamo la Nazione che ha più anziani nei ruoli dirigenziali o comunque più remunerativi in tutti i campi, persino in quello artistico ed espressivo) e da una folle staticità della scala mobile sociale, colpa anche di riforme del lavoro scriteriate e orientate per lo più alla conservazione dello Status Quo imperante.
In Italia purtroppo imperano ancora lobby, corporazioni e gruppi di potere con la complicità del sistema sindacale attuale che farebbero invidia persino al sistema delle caste indù, impedendo di fatto ogni possibilità di crescita per questo nostro paese. Lo dimostra in maniera lampante che l’Italia è ultima in tutti i settori produttivi, di ricerca e creativi e persino nazioni più arretrate ci superano di gran lunga. Chi è figlio di operai o di quella che, una volta, si chiamava micro-borghesia, è condannato quasi sempre a restare nella sua classe di appartenenza, mentre chi ha una condizione migliore ha di certo migliori possibilità di progredire e di affermarsi. 
Questo sconsolante panorama di padri poveri, di uomini ancora precari a quarant’anni, di giovani condannati a restare incatenati alla loro condizione di partenza contrapposto ad un clan di fortunati, furbi e avvantaggiati rende manifesto quanto ormai abbia poco senso festeggiare una Festa del Papà e sottolinea l’urgenza di una vera rivoluzione che vada a scardinare un modo di pensare vecchio, classista e superato imposto in Italia da un gruppo politico, manageriale e dirigenziale italiano incapace di dare risposte e soluzioni convincenti a chi affronta la durezza della vita ogni giorno.

Il più grande fiore del mondo


"Le storie per l'infanzia devono essere scritte con parole molto semplici, perché i bambini sono ancora molto piccoli, e quindi conoscono poche parole e non amano usare quelle complicate. Magari sapessi scrivere storie così, ma non sono mai stato capace di imparare, e mi dispiace.

E poi, bisogna saper scegliere le parole, occorre un certo nonsoché per raccontare, in maniera molto diretta e molto chiara, una pazienza infinita. E a me manca quanto meno la pazienza, cosa di cui chiedo scusa.

Se avessi tutte quelle qualità, potrei raccontare, nei particolari, una storia bellissima che un giorno ho inventato, ma che, come la leggerete qui, è solo il riassunto di una storia, che si dice in due parole... E scusate la vanità se ho addirittura pensato che la mia sarebbe stata la più bella di tutte le storie mai scritte dall'epoca dei racconti di fate e belle addormentate ...
Quanto tempo è passato da allora!

Nella storia che avrei voluto scrivere, ma non ho scritto, c'era un villaggio. (Ora verrà fuori qualche parola difficile, ma chi non la conosce dovrà andare a vedere sul dizionario o domandare al maestro.)

Niente paura, però, per chi non concepisce le storie fuori dalle città, neppure per ragazzi: il mio eroe-bambino vive le sue avventure fuori dal pacifico paese in cui vivono i genitori, una sorella suppongo, forse un rimasuglio di nonni, e qualche altro parente qua e là di cui non c'è notizia. Già nella prima pagina il ragazzino esce dal giardino sul retro e, di albero in albero, come un cardellino, arriva al fiume e poi lo discende, 

in quel gioco infinito che il tempo sublime, ampio e profondo dell'infanzia ha concesso a noi tutti...

...A un certo punto arrivò al limite delle terre fin dove si avventurava da solo. Da lì in avanti cominciava il pianeta Marte, un effetto letterario di cui non è responsabile, ma con cui l'autore pensa oggi di poter far quadrare la frase. Da lì in avanti, per il nostro ragazzino, una sola sarà la domanda tutt'altro che letteraria: Vado o non vado?".

E andò.

Il fiume faceva una curva larga, si allontanava, e del fiume lui era già un po' stufo, tanto ne aveva visto da quando era nato.

Decise di tagliare dritto per i campi, fra distese di ulivi, ora costeggiando misteriose siepi coperte di campanule bianche, e a volte addentrandosi nei boschi di alti frassini dove c'erano delle radure senza la minima traccia di persone o animali, e intorno un silenzio che ronzava, e anche un calore vegetale, un profumo di stelo spremuto di fresco come una vena bianca e verde.

Come era felice il ragazzino! Cammina, cammina, gli alberi erano sempre più radi, e adesso c'era una brughiera pianeggiante, con una vegetazione secca e spelacchiata, e lì in mezzo un'inospitale collina rotonda come una scodella rovesciata.

Il ragazzino si arrampicò a fatica sul pendio e quando arrivò lassù in cima, che cosa vide? Né la sorte, né la morte, e neppure le tavole del destino...
C'era solo un fiore. Ma così abbacchiato, così appassito che il ragazzino si avvicinò, stanco.

E siccome questo ragazzino era l'eroe della storia, pensò che doveva salvare il fiore. Ma l'acqua, dov'è? Lassù in cima, neanche una goccia. Quaggiù soltanto il fiume, e com'era lontano!...

Non importa.
Scende il ragazzino giù dalla montagna,
Attraversa il mondo intero,
Arriva al grande fiume Nilo,
Con le mani a conca raccoglie
Tutta l'acqua che c'entrava,
Di nuovo attraversa il mondo, 
Si arrampica su per il pendio,
Arrivano le tre gocce rimaste, 
Se le beve il fiore assetato.
Venti volte avanti e indietro, 
Centomila viaggi sulla Luna,
Il sangue sui piedi scalzi,
Ma il fiore, ben eretto
Ormai profumava l'aria,
E come se fosse una quercia
Spandeva la sua ombra sul terreno.

Il ragazzino si addormentò sotto il fiore. Passarono le ore e i genitori, come capita di solito in questi casi, si preoccuparono moltissimo. Tutta la famiglia, seguita dai vicini, uscì in cerca del ragazzino smarrito.

E non lo trovarono. Corsero ovunque, piangendo tanto, ed era quasi il tramonto quando, alzando gli occhi, videro in lontananza un fiore enorme che nessuno ricordava fosse lì.

Partirono tutti di gran carriera, salirono sulla collina e trovarono il ragazzino addormentato. Sopra di lui a proteggerlo dal fresco della sera, c'era un grande petalo profumato, con tutti i colori dell'arcobaleno.

Il ragazzino fu portato a casa, circondato dal massimo rispetto, come il frutto di un miracolo. Quando poi passava per la strada, tutta la gente diceva che aveva lasciato il villaggio per andare a fare una cosa che era ben più grande della sua altezza e di tutte le altezze.

E questa è la morale della storia, Ecco il racconto che avrei voluto raccontare. Mi dispiace tanto di non saper scrivere storie per ragazzi. Ma almeno ora sapete come sarebbe stata la storia e potrete raccontarla in maniera diversa, con parole più semplici delle mie, e forse un domani saprete scrivere storie per ragazzi...
Chissà se un giorno mi capiterà di leggere di nuovo questa storia, scritta da te che mi stai leggendo, ma molto più bella?...".

José Saramago, Il più grande fiore del mondo, Feltrinelli 2011

giovedì 15 marzo 2012

Indipendenza


A lui va di sentirsi in compagnia ed è felice così. Anch'io provo lo stesso sentimento e poi la cosa non disturba ulteriormente il mio già labile sonno. Così, dopo un'interruzione, di un anno e mezzo, di questa abitudine, mio figlio è tornato a dormire con me. Qualcuno - lo so già - inorridirà al pensiero che un bambino di quasi cinque anni, anziché trascorrere la notte nel suo letto, la passi in quello del suo papà: le conseguenze sulla sua indipendenza, per molti, potrebbero rivelarsi addirittura 'irreparabili'.
Torno con la memoria a tutti i discorsi ascoltati su questo tema fin da quando Dodokko era neonato, agli avvertimenti secondo i quali, se non lo avessi lasciato "il più spesso possibile dormire e giocare da solo", non avrebbe sviluppato la propria autonomia e indipendenza. Ricordo anche una coppia di genitori che aveva deciso di far dormire il figlio appena nato non soltanto nella sua culla, ma addirittura in un'altra stanza: "Per accrescerne l'indipendenza - dicevano - e per salvaguardare la nostra intimità e la nostra privacy". Dagli occhi e dalle orecchie indiscrete di un neonato? Bah, la cosa, come minimo, mi suona decisamente surreale. 
Ovviamente - chi mi conosce lo sa - sono critico rispetto a questo eccesso di cautele e a questa ansia di trasmettere l'indipendenza a un bambino. Lo sono per una ragione logica, per una ontologica e una più sostanziale, esistenziale per la precisione. Già il termine 'indipendenza' è contraddittorio, con il suo prefisso 'in' che indica contrarietà e che rimanda costantemente al suo opposto, alla dipendenza. Questa parola non regge, non sta in piedi senza il riferimento e la negazione continua del suo opposto. In altri termini, non è affatto indipendente. 
Ma è l'accezione ontologica, alla quale si riferisce pretenziosamente questo vocabolo, a essere ancora più sorprendente, illusoria e ingannevole, dal momento che nessuna cosa è indipendente, né tanto meno lo sono gli uomini, né a maggior ragione possono esserlo i bambini. Si cerca di fare, fin dalla sua nascita, del fanciullo un adulto indipendente e dimentichiamo che spesso anche l'ultimo giorno che viviamo lo passiamo attaccati a una flebo, da cui dipendiamo, sul letto di un ospedale. Lo stesso vocabolo 'indipendenza' rievoca non soltanto, come già detto, il fantasma della dipendenza, contro la quale guerreggiamo dal giorno stesso in cui veniamo al mondo, ma anche il riferimento inevitabile alla pendenza, ossia all'essere appeso ovvero al peso e alla forza di gravità. 
La forza di gravità, appunto, dalla quale non possiamo prescindere. Sicché l'indipendenza, come l'autonomia, è una condizione impossibile per gli esseri umani, sia sul piano logico che ontologico. E, come anticipato sopra, da questi due piani mi sposto adesso su quello esistenziale: perché questa voglia di creare indipendenza in maniera tanto prematura? Come mai non si attende che la mela si stacchi dall'albero da sola e invece la si raccoglie quando è ancora acerba? Che cosa vogliamo lasciarci alle spalle, quali errori abbiamo commesso in passato e non vogliamo che i nostri figli ripetano? Da quando esiste tutta questa fretta di correre, di sbrigarsi, di voler far crescere prima? Esigenze di mercato - azzarderei, pensando alla succitata mela -. Mi sembrano, tutte queste, domande giuste da porsi e che mi vengono in mente se rifletto sul desiderio di voler rendere indipendenti i figli. Ma non è che - ipotizzo -, per caso, sono gli adulti ad aver bisogno dell'indipendenza più rapida possibile dei figli per ottenerne, essi stessi, una da loro, per affrancarsene? 
Non ho risposte soddisfacenti per tali quesiti e so soltanto ciò che ho imparato da mio padre. Ossia che i figli vanno sempre salvaguardati, tutelati e protetti finché esistono i genitori. E' questo ciò che fanno padre e madre per tutta la loro vita: si prendono carico, al posto dei figli e più che possono, dei problemi e tacciono ogni sofferenza e ogni preoccupazione di fronte a loro. Resta per molti il rischio che, facendo così, si ritardi la loro crescita, così come la loro corsa verso l'indipendenza. Ma questo è un argomento che, come già detto, non mi convince: infatti ci sarà tempo, per i figli, di avere preoccupazioni e problemi propri in quantità. Tempo a volontà per le dipendenze che ciascuno di noi possiede e da cui cerca per tutta la vita di liberarsi.

lunedì 12 marzo 2012

La natura, la commedia umana e la pietas


Quanto state per leggere non ha apparentemente né capo e né coda. E, dato che ho avvertito, parto immediatamente con una divagazione proprio per criticare questo strano modo di dire con cui ho appena aperto: in ogni faccenda umana c'è sempre un inizio e una conclusione. E' invece ciò che sta nel mezzo a essere talmente articolato e complesso da apparire completamente disarticolato e sconnesso. Ed è per questa ragione che le conclusioni difficilmente corrispondono alle premesse. Insomma, sia il capo che la coda esistono, mentre ciò che spesso manca è la corrispondenza fra l'uno e l'altra.
Inizio con un discorso sulla natura che mi serve da contraltare per arrivare a farne un altro sull'assurdità della commedia umana. Non solo amo gli animali, ma amo tutto ciò che è naturale e che esiste senza aver subìto l'intervento modificatore dell'uomo. E, dato che ho voglia di essere estremo, dirò che amo perfino i terremoti e le eruzioni vulcaniche, per il semplice motivo che sono manifestazioni sismiche oneste: il risultato evidente di un moto sotterraneo, energia di gas e lava, la piccola resistenza di una sottile crosta terrestre che nulla può contro quella forza irresistibile, un'esplosione che è la conclusione evidente e ovvia di un processo, il puro effetto di una pura azione. Allo stesso modo e per le stesse ragioni, amo il vento che non conosce ostacoli, così come il mare in tempesta per il quale ogni scoglio ha forza contrastante pari a un granello di sabbia. Ma amo anche il fiore, altrettanto potente come l'oceano, che buca l'asfalto, che dal buio dov'era nascosto cerca la luce e la trova e che magari vive soltanto per un'ora, prima di essere schiacciato dalla suola di un passante distratto.
Amo gli animali perché sono trasparenti e si comportano come devono, seguendo il proprio istinto. Conosco soprattutto il cane, l'animale domestico per eccellenza, il confronto costante fra natura e uomo proprio per la sua stretta convivenza con quest'ultimo. Ne amo in particolare l'aspetto cinico, nel senso stretto del termine e che deriva proprio dal nome di questo animale: il cane vive a diretto contatto con l'essere umano, ma al contrario di esso non prova vergogna o imbarazzo per i propri comportamenti, non ha bisogno di stabilire delle convenzioni con lui e con i propri simili, manifesta in continuazione i propri sentimenti e non ha nulla da dimostrare al padrone, nemmeno la propria fedeltà, dato che essa è un aspetto naturale e scontato e non da presentare come fosse un conto, alla fine di un pasto, in cambio di una contropartita. 
Mi piacerebbe che l'aspetto cinico che il cane ci insegna prendesse il posto della morale che ci accompagna e della commedia che recitiamo tutti i giorni. Commedia in senso buono - attenzione - non come ruolo falso e che a volte interpretiamo. Mi riferisco alle convenzioni sociali che abbiamo adottato, trasmesseci anzitutto dai genitori fin da quando siamo neonati e poi sempre più radicate via via che gli anni passano e diventiamo adulti. 
In passato mi è capitato - e questo è il capo oppure la coda, non lo so più nemmeno io, di questa riflessione, di sicuro ne è il pretesto - di assistere a comportamenti convenzionali da parte di persone che non avevano più nulla da perdere: la loro stessa vita era compromessa una volta per tutte, soltanto una questione di ore e sarebbero sparite per sempre dalla faccia della terra. Eppure, conservavano un comportamento che, con un termine odioso, definiremmo dignitoso, laddove per dignità intendiamo probabilmente la serie di argini che ci permettono di conservare la nostra compostezza. Insomma, non un urlo, neppure una sillaba, né una sola lacrima o un rimpianto pronunciato ad alta voce. Non soltanto l'assenza totale di una minima manifestazione di dolore, ma nemmeno quella di un dispiacere: tutto talmente trattenuto e assopito, fino alla fine. Per quale motivo - mi sono chiesto: la forza dell'abitudine? La rassegnazione, che quando esiste realmente è muta? La paura, fino all'ultimo, di esporsi, di far sapere agli altri che ci si sente vulnerabili, senza speranze, arresi?
Cercando di trovare una giustificazione al comportamento di trattenere il dolore e il dispiacere e di non manifestarlo, mi è venuto in mente - per opposizione o per continuità logica, non saprei, dato che le due distinte manifestazioni sono spesso assimilabili - il sorriso contagioso dei miei figli. Il sorriso che ha senso solamente se condiviso e partecipato: perché quando ridiamo cerchiamo una conferma nel sorriso di chi ci guarda? Perché desideriamo ridere insieme? Perché più l'altro ride e più, a nostra volta, ridiamo? E perché non avviene altrettanto con il dolore? Perché, quando piangiamo, non desideriamo che anche chi ci sta davanti pianga, ma, al limite, ci consoli? E, per l'ultima volta, perché quando soffriamo, a volte facciamo addirittura finta di nulla e ingoiamo le nostre stesse lacrime?
Non ho saputo trovare delle risposte a questi interrogativi, ma mi è venuta in mente una parola appresa al liceo e, anche se non so se c'entri qualcosa con tutta questa storia, la riporto ugualmente: è pietas. Mi sembra un buon motivo, la pietas, per tacere, per non esprimersi...addirittura, per non far dispiacere agli altri, a chi ti sta accanto e ti sopravviverà. Trovo in questo termine l'unica giustificazione valida per continuare a fare, fino all'ultimo giorno che ci rimane, la propria parte in commedia.
Credo sia proprio la pietas la spiegazione, la coda di un ragionamento ancora una volta poco razionale e, con tutta probabilità, molto sconnesso, dal momento che si proponeva presuntuosamente di trovare e tirare fuori un minimo bandolo da una delle matasse ingarbugliate che compongono le nostre vite. Proprio la pietas: questo sentimento umano e talmente vicino al comportamento animale, l'unica soluzione che, immagino, nella commedia possa prendere il posto del cinismo.

giovedì 8 marzo 2012

Una bambina non ancora donna


Ancora una volta sul solito treno: nel giorno della festa delle donne, una bambina non ancora donna è in piedi affianco al padre con cui parla e al quale racconta piccole cose. Cose da bambina, poco importanti, evidentemente. E infatti il padre la guarda, ma è come se non lo facesse, e non la sta neppure a sentire, preso dai suoi grandi pensieri da adulto. 
Risponde con distrazione a domande probabilmente già sentite, come se non fosse a conoscenza del fatto che sono sempre le stesse le domande che facciamo, mentre invece sono le risposte che aspettiamo a dover essere ogni volta diverse, a seconda delle situazioni. Le domande, per il solo fatto di esistere, rappresentano sempre delle questioni aperte e ammettono infinite possibilità. Non stupiamoci, dunque, delle domande: non è da stupidi il ripeterle, soprattutto e finché non arrivano le risposte che attendiamo.
E' invece la sufficienza con cui a volte si risponde a non essere ammissibile, anche se ogni scelta è libera e ognuno può fare ciò che vuole dei propri pensieri. E il padre è libero di trascinare una risposta scontata dopo l'altra, come se volesse far rotolare nel fango un carro colmo di mattoni e poi li gettasse da una rupe anziché costruirci una casa. 
E io, che sto a guardare, col mio pensiero a mia volta libero incomincio a immaginare quella bambina non ancora donna non più su un treno che va sempre avanti e che ogni tanto si ferma nelle stazioni designate, ma su di un'altalena che vola in alto e torna quaggiù e che, ogni volta che sale, le permette di staccarsi dalla realtà e di sognare. 
Questo è il regalo che le faccio nel giorno della festa delle donne: di trovare delle risposte nella fantasia se nel mondo non glie ne danno. E di restare per sempre una bambina che viaggi su un'altalena anche quando sarà diventata una donna. Una donna che continui a domandare, a occhi chiusi e senza mai fermarsi in nessuna delle stazioni che incontrerà lungo il suo viaggio.

mercoledì 7 marzo 2012

Uno sguardo come la luna


In una delle mie molte veglie notturne, ieri mi sono affacciato dalla finestra per guardare la luna. Attorno alle 2,30 era già ad occidente, ma non era ancora tramontata. Era piena o quasi, luminosa e indugiante.
Sono tornato a letto col pensiero alle cose belle che stanno da qualche parte soltanto per noi, per i nostri occhi, appena per il tempo di essere notate. 
Che cosa è uno sguardo, cosa significa e quanto dura, mi sono chiesto andando col ricordo a qualche giorno fa, quando ho accompagnato mio figlio a scuola e, al momento di salutarci, lui mi ha guardato più a lungo del solito.
I nostri visi erano vicini l'uno all'altro e gli occhi non riuscivano ad allontanarsi nel momento in cui invece avrebbero dovuto farlo: erano trattenuti da uno sguardo che avrebbe voluto dire qualcosa, aggiungere altro da un addio, forse evitarlo.
E allora mi sono fatto l'idea che gli occhi, come le parole, servono per parlare, dire, chiamare. E sono anche come le mani, che hanno la funzione di tenere, mantenere, trattenere. E sia le parole, quando sono gridate, che le mani, quando stringono forte, lo fanno perché qualcuno potrebbe non sentire o fuggire.
A prima vista, ma so di sbagliarmi a causa della stanchezza notturna, tutto ciò mi appare come una contraddizione in termini: perché mai, infatti, dovremmo forzare ciò che evanescente e affidarci a un miraggio?
Prima di riaddormentarmi ho ricordato ancora una volta lo sguardo di mio figlio a cui non ho saputo rispondere e ho capito di aver guardato la luna come se stessi stringendo sabbia in un pugno o, peggio ancora, acqua piovana.  

martedì 6 marzo 2012

Sia i giorni che i numeri finiscono


"E' vero che i numeri non finiscono mai?", mi ha domandato l'altro giorno Dodokko, confermando subito dopo: "Sono come i giorni, anche loro non finiscono mai". 
Ho dovuto smentirlo, andando anche contro la matematica: "I numeri finiscono quando non c'è più qualcuno che sa o può contarli", gli ho detto. 
Questa risposta, invece, non glie l'ho fornita: "Anche i giorni terminano, ogni singolo giorno. E termineranno soprattutto quando un giorno non ci sarà più nessuno che potrà passare la notte senza dormire soltanto per vedere, da una finestra, sorgere il sole". 
Non ho raccontato a mio figlio la banalità secondo cui esistono giorni finiti, ma che possono durare un'eternità, né la storia che recita che i ricordi ci permettono di prolungare nel tempo un momento già passato. Nemmeno gli ho accennato dell'illusione che ci danno certe aspettative, gli istanti che non sono ancora giunti ma che già siamo capaci di gustare: sono cose che scoprirà da solo e a cui potrà credere, se vorrà farlo. 
Per ora gli lascio queste parole, che ancora non sa leggere né capire: 
"Ogni giorno è il giorno che è, e non ce n'è mai stato un altro uguale al mondo. L'identità è solo nella nostra anima (l'identità sentita con se stessa, anche se falsa), attraverso la quale tutto si somiglia e si semplifica. Il mondo è cose staccate e spigoli distinti; ma se siamo miopi, esso è una nebbia insufficiente e continua [...]". 
"Quello che ci circonda diventa parte di noi stessi, si infiltra in noi nella sensazione della carne e della vita e, quale bava del grande Ragno, ci unisce in modo sottile a ciò che è prossimo, imprigionandoci in un letto lieve di morte lenta dove dondoliamo al vento. Tutto è noi e noi siamo tutto; ma a che serve questo, se tutto è niente? Un raggio di sole, una nuvola il cui passaggio è rivelato da un'improvvisa ombra, una brezza che si leva, il silenzio che segue quando essa cessa, qualche volto, qualche voce, il riso casuale fra le voci che parlano: e poi la notte nella quale emergono senza senso i geroglifici infranti delle stelle".
Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine, Feltrinelli 2005, pp, 34-35.  

lunedì 5 marzo 2012

Rotola rotola l'onda


Una città non è un vestito, che possiamo indossare e abitare per intero. E' invece un cerchio o un rettangolo e al massimo in uno dei suoi quattro lati viviamo: in una via, un paio di strade, qualche piazza, un giardino. A volte può capitarci di sconfinare e di andare dall'altra parte, ma si tratta di casi sporadici e infatti prima o poi torniamo sempre a casa, nel quartiere dove abitiamo. 
Ho la fortuna di vivere nel lato della città che, al termine del suo cammino, dall'alto delle colline  gradualmente discende fino al suo livello e si immette direttamente nel mare. Non tutti lo sanno, perché è quasi impercettibile alla vista, ma è da qui che, appena terminata, ricomincia la salita, verso un orizzonte senza più muri o strade a sbarrarlo e che se ne resta infinitamente immobile, eternamente fisso ad altezza di sguardo.

Rotola rotola l'onda
la sabbia lo graffia 
il vetro si appanna 
e non taglia più.

Sabato ho fatto una passeggiata sulla spiaggia assieme ai miei figli. Il mare non è il più bello che abbia conosciuto: è privo dell'azzurro caleidoscopico che ho trovato in Sardegna e dello smeraldo che brilla in Grecia, così come del blu che diventa nero e che ho scoperto in Sicilia. Né è minimamente immaginabile che sia bianco come il latte di un mare caraibico. E' al contrario un mare di città, con un grande fiume che vi passa affianco. Ma in certe giornate di tramontana senza nuvole si colora di trasparenza, esattamente come il cielo che lo sovrasta. 
Il mare è uno specchio, allo stesso modo nel quale è una proiezione di noi stessi verso la linea circolare che lo avvolge e dove termina lo sguardo. Ed è pure come la sua stessa onda, che va e viene e che, quando torna, riporta in superficie i ricordi.
   
Rotola rotola l'onda
la sabbia lo graffia 
il vetro si appanna 
e non taglia più.

Il mio figlio più grande mi porge un vetrino bianco consumato e levigato dall'acqua, che ha raccolto dalla sabbia. Ha perso la sua trasparenza originaria e il potere di tagliare: pure questo pezzo di bottiglia, come l'onda su cui per anni è rotolato, è capace di portare con sé un messaggio. Anch'esso è uno specchio che sa riflettere pensieri che a volte tornano a galla senza una ragione precisa, senza che io li abbia mai chiamati in causa.
E così, del tutto casualmente, vado con la memoria in Calabria: era domenica 6 settembre 1981, la fine della penultima settimana di vacanza prima dell'inizio della scuola.

Rotola rotola l'onda
la sabbia lo graffia 
il vetro si appanna 
e non taglia più.

Avevamo arricciato i polpi sul fuoco la sera prima, dopo aver fatto un falò sulla spiaggia, e li avevamo attaccati agli ami di fronte alla tana delle cernie. C'era una lenza che, con un cappio, li teneva uniti a una grossa pietra che aveva il compito di non far scappare il pesce una volta che avesse abboccato. 
La mattina dopo andò mio cugino a recuperare la lenza: si immerse, la cernia c'era, ma si era barricata nel suo rifugio, gonfiandosi, come usa fare questa specie di pesci allo scopo di non farsi estrarre dal suo anfratto. Il ragazzo diede allora una strattonata, il filo di nylon si sfilò dalla pietra e si strinse, senza che lui se ne accorgesse, attorno a un dito della mano sinistra. Si rese conto di stare per morire impiccato, senza che alcuna corda gli sfiorasse il collo, soltanto quando, nuotando verso la superficie del mare, non riuscì a raggiungerla, trattenuto a mezzo metro dall'aria da quel cappio che lui stesso aveva annodato con tutt'altra intenzione. 


Rotola rotola l'onda
la sabbia lo graffia 
il vetro si appanna 
e non taglia più.

Soltanto la mano destra riusciva a bucare la superficie del mare e mio padre, mio fratello e io, che dalla riva aspettavamo che mio cugino tornasse, avevamo inteso quel movimento come una conferma che avesse preso il pesce. E invece quel mezzo braccio affiorante continuava a muoversi, come un saluto prolungato. Poi - lo ricordo come fosse accaduto ieri - affondò nell'acqua per un poco e infine riemerse, come un triste addio, per l'ultima volta prima di scomparire di nuovo. Mio padre si tuffò e in un attimo raggiunse quel corpo appeso al contrario, la testa contro il fondale e le gambe verso il cielo. Tirò il nylon con tutta la forza che aveva, lo strappò dalla roccia dove era incastrato, e trascinò fino al bagnasciuga un ragazzo che non aveva più uno sguardo e più nulla che somigliasse alla vita. La mascella era serrata nel tentativo estremo di resistere alla morte, il viso era grigio come la sabbia bagnata.

Rotola rotola l'onda
la sabbia lo graffia 
il vetro si appanna 
e non taglia più.

Furono le curve che la macchina fece per portare mio cugino in ospedale a farlo vomitare: i polmoni si svuotarono del mare che avevano inghiottito e che non lo faceva più respirare. Come la marea che si ritira, lentamente tornò a riprendere conoscenza. 
E si riprese anche la vita, quando questa lo aveva già lasciato, abbandonando invece la morte che, fino a un momento prima, lo aveva tenuto legato stretto per un dito.

venerdì 2 marzo 2012

Una pecora




Dopo il maiale, beh (sta per 'ebbene', ma ci sta anche il verso), non poteva mancare una pecora. Un'altra storia di animali, a corollario della precedente ma questa volta incruenta, almeno lo spero. Giudicate voi stessi, alla fine di questo racconto, se sia proprio così. 
Doveva essere un pomeriggio di maggio, uno di quei giorni già afosi che a Roma iniziano a metà primavera e terminano alla fine di settembre. Il luogo è sempre il solito: Villa Borghese, dove portavo i miei cani, Skipper e Minnie, a 'pascolare', tanto per restare in tema. Me ne stavo seduto su un prato con in mano un libro che non leggevo, perché mi divertiva di più osservare uomini e animali quando si trovano a 'contatto con la natura'. E' in questo contesto, infatti, che spesso escono fuori, con maggiore nettezza, i contrasti fra mondo civile e mondo naturale, con tutte le aberrazioni possibili che possono appartenere all'essere umano, così come - perché escluderlo? - all'animale domestico.
Se è vero, infatti, che esistono, ad esempio, cani fin troppo civilizzati o umanizzati (scegliete voi l'aggettivo che più vi piace) - dalle razze dal pelo raso con cappottino precauzionale anche in estate, agli esemplari 'toy' che dormono nel letto con i padroni o vengono portati a spasso infilati in una borsetta, dalle selezioni di nuove specie dal muso sempre più corto e paffuto, con conseguenti russamenti durante il sonno e perenne sgocciolamento del rinario, a quelle, per così dire, 'specializzate' nei combattimenti e nei quali devono mordere, preferibilmente uccidere, senza prima aver abbaiato o dato avvertimenti (comportamento, quest'ultimo, che in natura non sognerebbero mai di adottare) - ci sono anche delle persone 'animalizzate' e, nella fattispecie, 'appecoronate', ma non nel senso di 'sottomesse', bensì in quello stretto, di comportarsi come ovini ruminanti.
Insomma, quel giorno di maggio ero semi sdraiato sull'erba e guardavo, senza perdere di vista i miei due cani, di qua e di là da loro, quando notai una signora di mezza età intenta a raccogliere non so che cosa dal prato e riempire, con quel non so cosa, una busta di plastica. Poteva essere cicoria - pensai - oppure rughetta e l'idea che la donna l'avrebbe potuta mangiare mi spinse istintivamente ad avvicinarmi per avvertirla di non farlo, dato che le piante che crescono in città sono inquinate dallo smog e, più che altrove, dalle piogge acide.
Con una naturalezza grande soltanto quanto il mio stupore, la signora mi rispose che non si trattava "né di cicoria e né di rughetta, ma di semplice erba". Di foglie di prato che lei avrebbe consumato, dopo averle bollite, la sera stessa. "Come, lei mangia l'erba del prato?", le chiesi e, alla mia palese obiezione, la donna mi spiegò: "Sì, proprio come le pecore. Vede, io sono una persona molto nervosa e invece, come si sa, le pecore sono animali molto tranquilli. Ecco, io credo che lo siano semplicemente per il fatto che mangiano l'erba. E anch'io, mangiandola, riesco a calmarmi".
Non ebbi nulla da controbattere, dato che mi pareva che la donna sapesse come raggiungere il beneficio che cercava, né volli inutilmente spiegarle che tutti gli erbivori sono animali pacifici e non adottano comportamenti aggressivi proprio per il fatto che, non essendo carnivori, non hanno bisogno di uccidere per mangiare. E così la lasciai alla sua originale dieta da pecora di città.
Adesso che il mio racconto è terminato - e se non siete di quelli che credono che l'uso di questo aggettivo sia giustificabile soltanto in presenza di un qualche spargimento di sangue - secondo voi, la storia che ho raccontato mostra (o cela) un lato cruento oppure no?
Personalmente - ma non lasciatevi influenzare da me - credo di aver deluso le mie aspettative iniziali e adesso protendo per la prima ipotesi.

giovedì 1 marzo 2012

Il maiale


Non so quale di queste due scene, a cui ho assistito da bambino, non farei vedere oggi ai miei figli. 
La prima era un fumetto, che aveva la pretesa di essere divertente, e rappresentava una rampa che saliva e si immetteva in un tunnel che terminava con un'altra rampa, questa volta in discesa. Era una specie di ponte, con al centro una sorta di serra dentro la quale non si riusciva a vedere cosa accadeva. So soltanto che da una parte vi entrava un maiale e dall'altra ne uscivano, di colpo, prosciutti, salsicce e salami. 
Tutto appariva indolore e asettico, in quel disegno in cui non c'era nemmeno l'ombra di una goccia di sangue. E la trasformazione che quell'animale subiva, da essere vivente in cibo, sembrava la cosa più naturale e automatica del mondo.
La seconda scena, invece, non era affatto un fumetto: andarono in quattro nel porcile, presero di peso il maiale, fra urla inaudite che facevano ammutolire tutta la campagna attorno, e lo trascinarono al centro del campo, dove una quinta persona, la più giovane del gruppo, lo attendeva. Aveva un lungo pugnale in mano con il quale, senza pietà, avrebbe trafitto l'animale nella gola per raggiungerne, da lì, il cuore. 
E proprio questo fece dinanzi ai miei occhi: la lama sfavillò per un solo istante al sole, prima di scomparire nel buio di quel corpo come se fosse l'ultimo dei tramonti. Dalla gola sboccio un fiore rosso che immediatamente appassì cadendo in terra, in un coagulo nero che disseminava di petali l'erba e spegneva il grido assieme alla vita. 
Le forze cedettero quasi subito e l'animale si accasciò come un palloncino che lentamente si sgonfia. E appena un minuto dopo era già lavato e rasato, appeso a testa in giù a dissanguarsi. Un altro minuto ancora ed era squartato e sezionato. Un ultimo minuto ed era carne da mangiare subito o da conservare.
Minuti interminabili, istantanee veloci che ancora riecheggiano nel ricordo di un'agonia che non conosce altre soluzioni se non quella della morte. Ma io provo imbarazzo a raccontare queste cose a un bambino, quando mi fa domande del tipo "da dove viene il prosciutto?". E neanche mi va di parlare in termini di automatismi asettici. A mettermi in difficoltà, a volte, mi basta la fettina di carne del supermercato chiusa ipocritamente nella vaschetta di polistirolo bianco. E' lì da sempre e sembra che ci sia nata, nel banco frigorifero, partorita il giorno prima da una vaschetta identica a lei.
Non dicono molti dettagli da poter spiegare a un figlio né il packaging, né le informazioni riportate sull'etichetta, tipo età dell'animale, luogo dove è stato allevato e dove è stato macellato, né la data di scadenza, né i marchi e le certificazioni comunitarie a garanzia esclusiva (soltanto sua) del consumatore.