giovedì 23 febbraio 2012

Il gesto del pane


Sono cresciuto in una famiglia nella quale i gesti avevano un valore maggiore delle parole. Mia nonna era un esempio vivente di comportamento. Era andata a scuola fino alla terza elementare, alla sua epoca l'obbligo di istruzione si fermava lì, giusto il tempo di imparare a leggere e a scrivere, grossomodo. Il suo lessico si componeva di poche frasi, ma erano i fatti il valore aggiunto alle parole povere. Sapeva arricchirle con il tono della voce, così come poteva dare loro un peso addirittura maggiore restandosene in silenzio: le bastava muoversi, compiere un gesto. Non sapeva mostrare, ma dimostrare sì, e lo faceva in continuazione.
Il valore del pane me lo ha insegnato mia nonna. Lo teneva fermo contro il petto quando lo affettava per farcelo mangiare, questo era il suo gesto. Il vestito nero le si macchiava con una nuvola di farina bruna. Distribuiva le fette tagliate prima a noi bambini, poi agli altri, infine a se stessa, se qualcosa rimaneva, e comunque mangiava in disparte, quando noi avevamo già finito. Ricevevamo a piene mani, con gratitudine e senza sprecare nulla, ciò che mia nonna ci offriva. E a casa non compravamo mai altro pane se prima non avevamo finito quello che già avevamo. 
Non era per la solita storia che si racconta sempre ai bambini, che ci sono persone che muoiono di fame e che quindi il cibo non va buttato. No: il pane, che non costava nulla, aveva un valore maggiore sia del cibo in generale che di molte altre cose. Era considerato più importante di una bistecca, più prezioso di un gioiello e di un vestito. Tutto mia nonna poteva perdonarci, ma buttare il pane era un peccato mortale. E in questo io e mio fratello, che non eravamo dei santi e combinavamo sempre qualche guaio, la rispettavamo profondamente.
Il pane per mia nonna era un essere vivente, con le sue gioie e i suoi dolori, era sacrificio, risparmio e sudore. Per tutta la sua vita non aveva fatto altro che racimolare le molliche di cui si privava e con le quali formava il pane da regalare ogni volta a chi ne aveva bisogno. Il pane era prima di tutto un corpo a cui volere bene. Un corpo che non doveva soffrire né la fame né la sete. Il gesto di offrire il pane rappresentava il passaggio dalla fame alla sazietà, dalla mancanza alla pienezza, dalla morte alla vita. Non era il corpo di Cristo, quello che mia nonna ci offriva, ma il proprio: era la sua vita, il suo esempio, il giusto valore da attribuire alle cose, anche alle più piccole. 
Era questo che mia nonna ci dava ogni qualvolta ci tagliava il pane: mentre ci nutriva ci regalava una parte viva di se stessa.

3 commenti:

sicampeggia ha detto...

Bellissimi post Cristiano, questo e il precedente, tua nonna starà sicuramente sorridendo al pensiero che, pur con la sua semplicità, è riuscita ad insegnarti quella che io definisco una "strategia esistenziale" che adesso ti torna utile più di mille parole. La vita è molto più semplice, nella sua essenza, di quanto pensiamo, com'è che tendiamo sempre a dimenticarlo?
P.S: anch'io taglio il pane come tua nonna ma poi mi limito a posarlo nel cestino affinché ognuno prenda ciò che vuole: certo non è la stessa cosa!

Rory ha detto...

Che bel post! :-)
Mia hai fatto ricordare mia nonna, che era un pò come la tua anche su ciò che concerneva il pane. Ricordo che da piccole ce lo faceva abbrustolire vicino al baciere e poi ci mettevamo l'olio. Spesso era quella la nostra cena. Niente di più buono...:-)
Grazie.

sicampeggia ha detto...

E ancora sulla saggezza di tua nonna:
"noi proseguiamo l'opera degli esseri creatori aiutando il bambino ad umanizzare i suoi movimenti e ad individualizzarli. Tratteniamo coscientemente la nostra tendenza a parlare al bambino e a dirgli cosa deve fare. Usiamo invece il movimento stesso, il nostro gesto, il nostro atteggiamento. Capiamo che il movimento umano è un movimento pervaso d'anima (più avanti parleremo del movimento ritmico) e che movimento pervaso d'anima significa, ovviamente, movimento personalizzato.
L'adulto dovrebbe cercare di essere veramente attento al modo in cui si siede per la merenda, sta in piedi al banco del falegname, infila un ago, o spacca la legna per il fuoco d'inverno. Sono movimenti armoniosi e sensati? Sono movimenti sicuri, e perciò anche veri?
Il modo in cui la nonna chiedeva ai bambini di fare più piano, mettendosi l'indice sulle labbra, otteneva che essi abbassassero subito la voce giocando, con un sorriso. Quando una maestra ha chiesto ad un gruppo di bambini fra i quattro e i sei anni di rientrare per la fiaba, semplicemente aprendo le braccia, ha sentito uno di loro, fra gli alberi sul lato opposto del prato, dire: "ci sta chiamando", e dodici bambini sono venuti da lei correndo. [...] Si cerca così di dare al bambino fiducia in se stesso e nel suo ambiente, fiducia che a sua volta alimenta l'istintiva convinzione che il mondo creato e le sue creature siano essenzialmente buone. " ("La sfida della volontà" M Meyerkort, R. Lissau).