lunedì 13 febbraio 2012

Ancora sulle parole: dette o solamente immaginate


"Se mai dovessimo incontrarci": ascoltate bene queste parole e soffermatevi più che potete sulla congiunzione 'se'. Avvertite il peso, il carico di mistero e di connotazioni che questa monosillaba comporta? Cosa significa una frase come "se mai dovessimo incontrarci"? Se un incontro non è affidato al cielo, e davvero non voglio sia così, dov'è il mio intervento, la mia azione, il mio ruolo attivo? 
Il vero problema dell'ipotesi di incontrarsi non è un intervento, un'azione e un ruolo attivo, bensì almeno due volontà in ciascuna di queste condizioni. A e B si incontrano in un punto C e, se vogliono incontrarsi, è necessario che sia A che B facciano la propria parte, ossia che si muovano, incomincino un percorso che inizi con lo sganciarsi da un punto di partenza. Poco importa che la strada sia suddivisa in modo equo e a volte può bastare addirittura soltanto l'intenzione, ammetto che fare le cose in concreto è molto più difficoltoso che il pensarle solamente. Riconosco anche che alcuni punti di arrivo siano a volte irraggiungibili e che spesso dove giunge uno può non arrivare l'altro.
Anche le parole, quando fanno parte di un dialogo, vero o presunto, reale o immaginario, non sono altro che il terreno di un incontro, e qualche volta pure di uno scontro. Soltanto che qui, nello spazio dialogico, esistono montagne invalicabili: dire ciò che si pensa, con il mezzo della parola, è cosa fra le più ardue, ché il mezzo in sé è limitato, proprio come una strettoia da cui può passare solo poco o niente di quel che si ha in testa. Se poi eliminiamo perfino l'intenzione stessa di dire, il gioco è fatto, teniamoci i nostri pensieri e...iniziamo pure a fantasticare.
Fantastichiamo, dunque, e diamo libero sfogo all'immaginazione, con il dialogo che prende forme astratte e ritagliate solamente su noi stessi: siamo noi che pensiamo, che diciamo in silenzio e che inventiamo. Siamo al soliloquio. Il mondo che abbiamo di fronte assume la forma che vogliamo attribuirgli, che meraviglia essere un'emanazione della realtà che ci circonda. 
Quanto sarebbe bello, invece, poter parlare liberamente, la bocca come uno sfiatatoio per i pensieri, prigionieri finché erano chiusi nella testa e finalmente liberi nell'aria. E le orecchie di chi ascolta, libere anche loro, senza pregiudizi: soltanto due padiglioni e due timpani, che rimandano a un cervello, che elabora e trasforma l'ascoltato in risposta. Purezza sonora e acustica nell'andirivieni della voce. Pensieri senza contorsioni, idee spensierate, assenza di parafrasi.
Semplice voglia di dire e di ascoltare. In una parola, desiderio di capire.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Splendido.
La fantasia a volte va oltre, falla correre in questo anonimato.